XIX.
La commozione suscitata dall’annuncio d’Aspromonte fa grandissima, e non in Italia soltanto, ma in quante contrade era giunto il nome del mondiale condottiero e l’eco della catastrofe. Strano destino di quest’uomo: egli raccoglieva dalla sua disfatta una mèsse di gloria che mai sì grande dai trionfi di Palermo e di Napoli! Finchè fu in piedi col vessillo della rivolta in pugno, egli non era, agli occhi dei più, che un ribelle dissennato, che pareva lecito anzi doveroso combattere e schiacciare al più presto; appena fu atterrato, egli diventò a quegli occhi medesimi il martire d’un’idea, reso dalla sventura inviolabile e sacro.
Perseguitato, temuto, da molti esecrato fino a ieri come un bandito pericoloso, oggi è ricerco, glorificato, staremmo per dire, adorato come un santo. Un incessante pellegrinaggio di devoti assedia il suo carcere; una gara d’affetti circonda il suo capezzale; un concento di compianti e di voti vola a lui da ogni angolo della terra, e ne dice l’apoteosi. E quel che è più meraviglioso, prima in quel torneo di pietà la fredda, compassata, calcolatrice Inghilterra. A Londra, a Birmingham, a New-Castle, a Dundey, a Birkenhead i meetings si succedono ai meetings, nè solo per esprimere all’eroe la simpatia del popolo britannico, ma per protestare insieme contro la Potestà temporale de’ Papi e l’occupazione francese di Roma. Uno de’ più celebri chirurghi inglesi parte a pubbliche spese per visitare il ferito; una colletta popolare d’un penny, destinata a costituire un fondo di soccorso a Garibaldi, raccoglie in pochi giorni 40,000 franchi; i giornali d’ogni parte riboccano di notizie del ferito, di particolari della sua vita, d’apologie della sua causa; da tutti i porti del Regno Unito partono per la Spezia lettere, telegrammi, doni, visitatori e visitatrici; un Comitato permanente di notabili governa nella metropoli le onoranze a Garibaldi; ad Hyde Park in un meeting di quarantamila persone si combatte tra Irlandesi ed Inglesi pro e contro Garibaldi, pro e contro il Papa più che non si fosse combattuto ad Aspromonte; la questione garibaldina par divenuta una questione inglese.
Diverse di forma, non di sostanza, sono le manifestazioni degli altri popoli. A Lipsia si getta in oro per sottoscrizione pubblica una corona d’alloro al Campione della libertà umana; a Stocolma per lo stesso fine, per il medesimo uomo, si tiene nel palazzo della Borsa un immenso Comizio popolare; in America rinasce il pensiero di affidare a Garibaldi il comando dell’esercito federale, e il Console degli Stati-Uniti a Vienna ha l’incarico di ripetergliene la proposta.[239] In Francia finalmente, quantunque il regime imperiale non tolleri manifestazioni politiche, gli operai sottoscrivono indirizzi e mandano deputazioni; i diari dell’Opposizione esaltano le virtù dell’eroe e chiedono la sua liberazione; e quel che più sorprende, taluno fra gli stessi organi napoleonici ne consiglia l’amnistia.[240]
E codesta dell’amnistia era il più intricato de’ problemi che il prigioniero del Varignano imponesse ai suoi custodi. Che si faceva di lui? Graziarlo? Processarlo? Condannarlo come un reo volgare e un ribelle comune? Certo i pareri erano divisi a seconda delle passioni e delle idee, ma una sovrastava manifestamente a tutte le altre e veniva sempre più raccogliendo il suffragio degli uomini moderati di tutte le parti: Garibaldi non si tocca.[241] E i più espliciti in questa sentenza erano ancora i giornali stranieri. Il Daily News, appena udito il fatto d’Aspromonte, esclamava: «Se Napoleone è stanco di regnare e di vivere, basta ch’egli tocchi un capello della testa di Garibaldi;» il Morning Post, di tendenze napoleoniche, chiedeva che «gli fosse permesso di ritirarsi in un paese di sua scelta:» l’Opinion Nationale più esplicitamente diceva: «Garibaldi infatti non è un ribelle ordinario. Quand’anche non si voglia tener conto dei suoi immensi servigi, della sua devozione senza limiti alla causa italiana, del suo disinteresse assoluto, del suo coraggio, di tutto ciò ch’egli ha fatto col suo prestigio e colla sua popolarità; è tuttavia permesso di dire a suo discarico ch’egli colla sua rivolta ha espresso, in un modo illegale, irregolare, e sia pure inammissibile, il sentimento di tutta l’Italia.»
Tale non fu in sulle prime il pensiero del Governo. Come non aveva saputo arrestare a tempo il ribelle, così ora pareva risoluto a tutte le audacie per annientarlo. Però con infelice consiglio elevava al grado di generale il Pallavicini, decorava i suoi ufficiali, tollerava che un Maggiore in Sicilia fucilasse, senza processo, veri e supposti disertori; inaspriva, coi vani rimbrotti de’ suoi portavoce, la piaga del ferito, annunziava finalmente il suo proposito di abbandonarlo al rigor della legge; discuteva soltanto se tradurlo innanzi ad un Tribunale ordinario o innanzi al Senato convocato in Alta Corte di giustizia. Di mano in mano però che i fumi della facile vittoria si dileguavano e i voti della pubblica opinione si facevano più manifesti, e i pericoli di quello straordinario processo politico più certi, anche il Governo cominciò a piegare a più miti e prudenti consigli, fino a che, stimando cessata la causa della severità, e restaurato l’impero della legge, e domo Garibaldi, e «risorta la fiducia della Francia,[242]» facendosi interprete del voto del Parlamento, sottoponeva alla firma del Re Vittorio Emanuele un decreto d’amnistia, e, colto il destro delle fauste nozze della principessa Maria Pia col re di Portogallo, lo promulgava.[243]
Il decreto di amnistia però, aveva fatto grazia a Garibaldi della libertà, non del suo piede. La palla d’Aspromonte era certamente annidata nella profondità dell’arto, ma non era stato finora possibile ai più valenti chirurghi d’Italia e d’Europa[244] il determinarne la posizione precisa. Da ciò la gravità sempre pericolosa della ferita; da ciò una tortura quotidiana di specillazioni, di tagli, di esplorazioni, che il martoriato sapeva sopportare con spartana fortezza, ingannando quelle lunghe giornate di decubito e di inerzia colla lettura di pochi libri e la scrittura de’ suoi ricordi; sorridendo e conversando placidamente sotto il bisturi e lo specillo; tollerando con serena cortesia il fastidio delle interminabili visite, più tormentose, sovente, della sua piaga; mostrandosi talora più sensibile a un raggio di sole che scherzasse per la sua camera, o ad un alitar di brezza marina che gli carezzasse la fronte, che a tutti gli strazi della mano chirurgica, ed esclamando un giorno, durante una di quelle dolorose medicazioni, che facevano impallidire i suoi infermieri: «Che magnifica bonaccia![245]»
Finalmente però, mercè lo specillo del dottor Nélaton (dotato della proprietà di tingersi in nero al contatto del metallo), l’ubicazione della palla potè con sicurezza essere accertata (stava incuneata a quattro centimetri e mezzo, sotto l’estremità inferiore della tibia), e la mattina del 22 novembre, senza sforzo, senza lacerazioni, senza grave dolore dell’infermo, l’esperto dottor Ferdinando Zannetti riuscì ad estrarla.
Ed era questo, dopo ottantasei giorni di cura incerta e temporeggiatrice, la prima vittoria certa, condizione indispensabile della guarigione; ma la guarigione appariva tuttora assai lontana. Prima che l’opera restauratrice della natura sia compiuta, che la piaga sia rimarginata, che il malato abbia ricuperate le sue forze, molti mesi dovranno trascorrere, ed anche quando i medici lo licenzieranno per il ritorno a Caprera, non potranno tacergli il pronostico che egli rimarrà zoppo per tutta la vita. S’ingannerebbe però chi, giudicando dalle sole apparenze, conchiudesse che l’unico frutto raccolto da Garibaldi sulla vetta di Aspromonte, sia stato un piede di meno e un disinganno di più! Si torni al finire del 1862, si paragoni, in quell’anno, Garibaldi che si trascina sulle gruccie pei greppi di Caprera, al Papato che troneggia e minaccia da Roma, e si dica quale dei due fosse allora più ferito e più zoppicante! La palla del 29 agosto 1862 abbattè il corpo del temuto Capitano, ma l’idea animatrice del suo pensiero percorse in quell’ora un cammino che forse la più splendida sua vittoria non avrebbe potuto. Aspromonte non soccorse alla soluzione della questione romana che in un modo indiretto, ma pur decisivo; la liberò dalle ambagi della diplomazia e la ripropose, in tutta la sua fiera nudità, al tribunale delle nazioni civili. Il Roma o morte di Garibaldi aveva detto al mondo che la Penisola non avrebbe posa, nè la rivoluzione tregua, nè l’Europa pace, finchè la mostruosa lega dei due Reggimenti non fosse spezzata, e Roma rivendicata alla sua terza gloria di capitale d’Italia; e non vi sarà oramai prepotenza principesca o astuzia clericale, che possa sfuggire all’implacabile dilemma.