XVIII.
«Catania s’era mostrata degna di Palermo e della Sicilia. In Catania trovammo un vulcano di patriottismo. — Uomini, denaro, vettovaglie e vesti per la nuda mia gente.
»La Provvidenza c’inviò due vapori ed io, amante del mare, dall’alto della torre del Convento dei Benedettini che domina Catania salutai la venuta de’ due piroscafi collo sguardo appassionato d’un amante. — Uno era italiano, roba nostra — l’altro francese.[223](?) — Buonaparte non ci aveva rubato Roma — che teneva da tredici anni? — e perchè non potrò io disporre d’un suo piccolo legno per una notte? Due fregate italiane custodivano il porto e s’accorsero naturalmente dell’intenzione nostra. — Dovendo traversar lo Stretto di notte bisognava fare i preparativi di giorno. Le fregate vigilavano accuratamente e quasi chiudevano l’entrata del porto di Catania. Esse nella notte — o sarebbero all’àncora, e in quel caso potevano tenersi molto vicine; ma non pronte a proseguirci nella nostra uscita — oppure si terrebbero esse sulla macchina — ed allora impossibile di star così vicini agli scogli — in una notte oscura — poichè tutto intorno al porto di Catania è scoglio e d’una lava che incute timore anche di giorno. Di notte quella costa è d’un oscuro — d’un tetro d’inferno. Ostile l’esercito che circondava Catania, e che aumentava di numero ogni giorno. Ostile la squadra che senza dubbio sarebbe aumentata pure. Non v’era miglior espediente che di profittare de’ due provvidenziali vapori e tentare il passaggio.
»Se le fregate crociavano — non potendo esse tenersi vicino agli scogli, a noi gli scogli — e stringerli quanto più si poteva.
»Se le fregate ancoravano sulla bocca del porto — diritto su di esse — e passar tanto sotto le loro batterie da non poter colpire — con tutta l’inclinazione data ai cannoni.[224] Io avevo calcolato dall’alto e l’altezza delle batterie delle fregate e l’altezza de’ due piccoli piroscafi — ambi esposti alla mia vista ed a poca distanza.
»Presa cotal risoluzione — io scesi dalla torre del Convento e m’incamminai verso il porto per sollecitare l’imbarco ordinato da varie ore. Erano tremila e più i miei compagni — che meco dovevano traversare il mare — ed appena mille ne poterono ricevere i due piroscafi. Quello fu un momento penibile.[225] Nessuno voleva rimanere, eppure molti lo dovevano. Vi era un’assoluta impossibilità di fare altrimenti.
»Col cuore lacerato io vidi rimanersi quella cara gioventù, che altro non voleva che precipitarsi nella impresa la più ardua e la più pericolosa, senza chiedere ove si andava — e qual’era il loro guiderdone? Oh! Chi può disperare dell’avvenire d’una patria con uomini tali — eppure quegli stessi uomini che si cercò di schiacciare, di distruggere — erano poco tempo dopo trascinati come malfattori nelle prigioni dello Stato — coi nomi di ribelli, briganti e camorristi!
»I piroscafi che non potevano ricevere più di mille uomini — ne ricevettero più di duemila — ma erano stracarichi d’un modo, come non ho mai veduto.
»Chi poteva impedire l’imbarco a quella buona, ma disperata gioventù? Non ne entravano più sui bastimenti quando materialmente nè un solo vi poteva più mettere il piede, dalla gran calca. Era cosa spettacolosa!
»Così si uscì dal porto di Catania — verso le 10 pomeridiane. Le fregate — come avevo previsto — non tenendosi all’àncora, dovevano tenersi alquanto scostate — e l’espediente fu allora di costeggiare vicinissimo gli scogli al settentrione del porto.
»Anche questa volta la fortuna marciò colla spedizione dei Liberi — e prima di giorno noi toccavamo la sponda meridionale della Calabria a pochissima distanza del punto ove sbarcammo nel 60 — ed ove rimaneva lo scheletro del Torino,[226] che per molto tempo si scoprirà ancora, testimonio della rabbia ridicola e sterminatrice dei Borboni. Il Torino era uno dei più bei piroscafi che io m’avessi veduto. Proprietà nazionale ed individuale italiana — quel bel vapore si sarebbe potuto salvare al paese non essendovi nè necessità, nè gloria militare nel distruggerlo.
»Ancora una volta noi salutammo il continente italiano, pieno il cuore di speranze e colla mèta di scuotere a libertà gli schiavi fratelli di Roma. Ma il continente italiano non rispondeva degnamente alla chiamata del risorgimento. Il Moderantismo aveva gettato tra le moltitudini la sua ghiacciata parola — e per sciagura que’ moderati d’oggi erano i corifei della rivoluzione del 60 — e quindi possenti ad ingannare i popoli.
»Lo stesso giorno dello sbarco in Calabria si occupò Melito. Da Melito v’erano tre vie da prendere. L’orientale per Gerace — la centrale per San Lorenzo ed i Monti — e l’occidentale per Reggio. Per Reggio fummo fortunati nel 60 e si scelse quella.
»Da tutte le notizie raccolte io non dubitava che in quella estremità del continente italiano non si facessero quanti preparativi si potevano per fermarci — e veramente colla direzione su Reggio io avevo poca speranza di penetrarvi.
»Ciononostante — il fortunato nostro passaggio e la celerità di cui erimo capaci — ci mettevano nella possibilità d’entrare in Reggio — non avendo potuto ancora i nostri avversarii radunare in quella città forza sufficiente per chiudercene l’entrata. Con un colpo di mano come quello del 60 — e colla simpatia della popolazione di cui non dubitavo noi saressimo entrati in Reggio. Ma molto dubbioso era, se potevamo entrare senza combattere e contrariamente al 60 noi dovevamo evitare i combattimenti.
»Tali considerazioni mi obbligarono d’accennare a Reggio — ma poi deviarci — e presimo a destra nella direzione d’Aspromonte.[227]
»Il letto del torrente[228] fu la via che si seguitò per raggiungere le alture. Ad onta però di celere marcia la retroguardia nostra fu attaccata da una compagnia di truppa.[229] Io ero già un pezzo sulla montagna quando fui avvertito di tale avvenimento — tornai indietro e vidi che tutto era terminato.
»La strada dei monti che avevamo presa ci faceva evitare i corpi di truppa — ma ci lasciava in quasi assoluto difetto di viveri. Il primo giorno si passò con alcune pecore comperate dai pastori, e che furono insufficienti. Bisognava con tuttociò marciare fortemente, sia per trovare de’ viveri — come per oltrepassare Reggio ove si sapevano ingrossare ad ogni momento le truppe.
»Quei due giorni di marcia per i monti[230] furono veramente disastrosi. La gente aveva mangiato pochissimo ed alcuni nulla. Grande difetto di calzatura, per cui si doveva rallentare la marcia. Poi si consideri che la maggior parte de’ giovani che mi accompagnavano — oltre all’essere poco assuefatta alla fatica — perchè gente agiata — erano giovanissimi — ed io avevo l’anima straziata di vederli così in misero stato — trascinarsi piuttosto che camminare.
»Qui mi accade ricordarmi di quei bei mobili di preti, che ci tolgono quasi assolutamente la gente della campagna. Indi la mancanza di gente nerboruta e forte per le marcie — quei miei poveri giovani in tutte le epoche hanno fatto marcie forzate e non poche — ma sostenuti più dalla forza morale che dalla fisica e penetrati dall’indomabile amor di patria.
»Non è da stupirsi se i sedicenti briganti che con tanta ostinazione tengono testa alle nostre truppe regolari nelle provincie napoletane hanno potuto sostenersi fin oggi e vi si sosterranno forse per un pezzo ancora — se dura loro la protezione del Papa e di Buonaparte.
»Tutti questi briganti sono uomini del campo e della montagna — la suola naturale dei loro piedi non si consuma mai. Io ricordo un mio compagno di caccia contadino con cui cacciavo sui monti di Nizza — che quando entravamo in caccia toglieva le scarpe e le poneva in cintura.
»Con uomini simili si può fare facilmente trenta miglia in una notte — sorprendere il nemico, batterlo e dopo d’aver bottinato ritirarsi in luoghi sicuri.
»Senza preti quella gente svelta, coraggiosa, robusta delle popolazioni sarebbe con noi, ed agevolerebbe immensamente a raggiungere la mèta prefissa dalla nazione italiana.
»Io marciavo avanti — e — singolare — l’eletta della mia gente, in numero di circa cinquecento, marciava meco non solo, ma era obbligato di fermarla sovente perchè non passasse avanti, spinta, povera gente, anche dalla fame e dalla speranza di trovare più avanti qualche cosa da mangiare. Si giunse finalmente alla casetta forestale d’Aspromonte ove si credeva trovare alcuni viveri — ma nulla — e vi trovammo porte chiuse.
»Un campo di patate sfamò i primi giunti — che avevano pure avuto la previdenza di portare seco loro alcune fascine secche atte ad arrostire le patate, ciocchè fu eseguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziosamente.[231]
»Il 28 agosto, credo, giunsimo in Aspromonte in numero di circa cinquecento, ed accampammo intorno alla casetta — io dentro. I miei poveri compagni giungevano alla spicciolata in uno stato da far pietà — affranti dalla fatica e dalla fame, e sprovvisti la maggior parte del necessario vestimento. Così stesso[232] tra quella brava gioventù non si sentiva un lamento. Nel decorso della giornata giungevano sempre piccoli drappelli de’ nostri — e nello stesso tempo viveri che si erano mandati cercare — ed altri che la brava popolazione dei paesi circonvicini ci offriva spontaneamente. Così passammo quel giorno.
»Mi pare d’aver detto — che l’ultima marcia alquanto forzata — aveva il doppio oggetto di porci presto a settentrione di Reggio — e cercare da mangiare. Quest’ultimo motivo mi poneva nel caso di sollecitare la marcia — inquieto ed impaziente di trovar presto cibo per la gente, quindi immenso allungamento di colonna — e certamente la coda rimaneva indietro. In marcia cotale era impossibile trovare guide per ogni frazione della colonna. Indi deviamenti di direzione. Nella notte poi la scabrosità dei sentieri di montagna ed oscurità de’ boschi. Poi molti, dalle informazioni prese conoscevano ch’io non seguivo sulle traccie de’ paesi, ma bensì verso un campo situato al limitare d’una foresta, e prendendo consiglio dalla fame si dirigevano di preferenza verso i paesi ove si presentasse loro più probabilità di trovare de’ viveri.
»Tali e tanti motivi fecero sì che alla fine del giorno 28 ci mancarono ancora più di cinquecento dei nostri. La maggior parte di quei nostri mancanti caddero in potere della truppa che si avvicinava ad Aspromonte — e gli altri che rimasero liberi si traviavano per non essere colti dalla truppa a Santo Stefano alcune miglia distante e seppero quasi subito ch’essa s’incamminava per Aspromonte.[233] Feci subito toccare a riunione e marciare verso una posizione più conveniente ch’io già aveva riconosciuta. La posizione era magnifica — e se avessimo dovuto combattere de’ nemici anche in numero doppio di quanto era la truppa italiana io non dubitavo della vittoria.
»E qui commisi un errore che per deferenza non è citato da nessuno di quanti scrissero sul fatto doloroso d’Aspromonte; ma che in ossequio della verità io devo confessare. Non volendo combattere — perchè aspettare la truppa? Avrebbe dovuto il capo che la comandava mandarmi un parlamentario prima d’attaccare? Ma non dovevo io supporre che finalmente si voleva rompere, e che un po’ di sangue fraterno non farebbe male, e che per non dar tempo ai soldati di riconoscere chi avevano in fronte si farebbero cominciare il fuoco da lontano e subito giunti al passo di trotto — come fecero.
»Io dovevo supporre tutto questo e non lo feci. Io dovevo marciare prima dell’arrivo della truppa — lo potevo e non lo feci.
»Avrei molti motivi da anteporre[234] a mio favore: per esempio — la distribuzione dei viveri ch’erano giunti, e che stavano per giungere. Veramente mentre io vedeva giù la truppa avanzare alla nostra volta, delle file di donne e d’uomini si scorgevano in lontananza carichi di provvigioni per noi.
»Non è questo sufficiente motivo perchè la gente qualche cosa aveva mangiato — e si poteva fare almeno una piccola marcia sino a Santa Eufemia — distante due ore — ed ove la popolazione con varie deputazioni mi aveva caldamente invitato. Oppure marciare io, con parte della gente a Santa Eufemia, e mandare il generale Corrao in altra direzione. Avrei potuto ancora frazionare di più la gente. Tutte queste misure che potevano almeno momentaneamente allontanare la catastrofe io avevo nella mente di eseguire, ma ciò doveva essere eseguito colla celerità che mi aveva servito in tante occasioni. E non lo feci.
»Un altro motivo era quello di aspettare la gente nostra che marciava ancora, e che poteva giungere da un momento all’altro. Motivo anche questo insufficiente poichè chi non s’era riunito a quell’ora, o aveva poca voglia di riunirsi, od era stato arrestato — od era traviato, e si sarebbe riunito in altri luoghi.
»Infine un po’ d’irresoluzione da parte mia — posso dire insolita — fu per gran parte colpa di quanto avvenne. Ora devo confessare che quando vidi la forza (e certo nessuno la scoprì prima di me) alla distanza di circa tre miglia che marciava su di noi con sollecitudine, non mi passò nemmeno per idea la ritirata — quando fosse stata quella forza doppia di quello che era.
»Solamente ordinai al Capo di Stato Maggiore di rettificare la linea occupata dai nostri — e prendere alcune convenienti posizioni. La foresta d’Aspromonte formava nella posizione in cui ci trovammo un contrafforte di piante che s’avanzava verso la pianura. A ponente del contrafforte il bosco si limitava, in linea retta scendendo dal monte, verso la pianura, ed al di fuori del bosco verso ponente pure, il colle era privo d’alte piante e ricoperto di felce — formando un piano interrotto e convesso che terminava alla nostra destra nella pianura ed al fronte nostro nel letto di un torrente.
»Io avevo fatto formare la nostra linea sull’alto del bosco, la sinistra al Monte ove mi collocai io stesso per esser la parte più alta ed ove appoggiavano la loro sinistra alcuni dei battaglioni del corpo di Menotti.
»Menotti essendo alla destra del suo corpo si trovava al centro.
»La destra comandata dal generale Corrao si stendeva oltre l’estremità.
»Avevo ordinato che si schierassero alcune catene al fronte della linea, e che il resto fosse tenuto in colonna nei vuoti che si trovavano nella linea del bosco. Due compagnie furono staccate a crocchietto[235] sulla nostra sinistra formando una perpendicolare colla nostra linea e colla direzione del torrente che dominavano. Una terza compagnia fu inviata pure sulla nostra sinistra ad occupare un’eminenza che dominava tutta la linea — ed ove si temeva che verrebbero a comparire alcune compagnie di bersaglieri — che staccati dalla truppa minacciavano di fiancheggiarci.
»Ho già detto: che alla vista della truppa non mi sarei ritirato ancorchè avessi saputo che ci succederebbe peggio di quanto ci successe.
»Avevo commesso l’errore di non marciare appena scoperta la truppa — non dovevo più marciare alla vista di essa. Ciò sarebbe stata una fuga — e poca voglia v’era di fuggire.
»Dimodochè noi contemplammo tranquillamente il celere avvicinarsi de’ soldati italiani — i quali giunsero al passo di trotto sulla collina che fronteggiava la nostra al di là del torrente — stendersi in linea e cominciare un fuoco d’inferno. Fu cosa d’un momento. Io passeggiavo al fronte delle nostre catene — e certo addolorato dalla piega che prendevano le cose — massime che udivo sulla destra — essere stato risposto continuatamente alle fucilate degli assalitori — continuavo colla raccomandazione di non far fuoco — ed i miei aiutanti percorrendo la linea raccomandavano lo stesso — ed ordinavo alle trombe di comandare il cessare il fuoco.
»Io fui ferito al principio della fucilata — ed accompagnato all’orlo del bosco — ove fui obbligato di sedermi — rimasi quasi nell’impossibilità di più poter distinguere ciò che succedeva sulla linea. Ove avessimo avuto da fare con dei nemici — la cosa andava certo diversamente. Avrei potuto collocare, coperte dalle prime piante, le nostre catene dei bersaglieri e con loro potevo rimanere io stesso. Lasciare avanzare la truppa al di qua del torrente — e dopo d’averla fucilata a bruciapelo — caricarla di fronte — col vantaggio dell’altura, e di fianco sulla sua destra spingendovi, collo stesso vantaggio, le compagnie che si trovavano a crocchietto nella nostra sinistra. Tutto ciò poteva operarsi molto prima che le compagnie de’ bersaglieri che marciavano per il bosco per fiancheggiarci sulla nostra sinistra potessero comparire e prender parte alla pugna.
»Io non ho mai dubitato che per valorosi che fossero i soldati che avevamo di fronte — essi non potevano mancare d’essere sbaragliati.
»Io ho fatto gli elogi del colonnello Pallavicini — e sono oggi della stessa opinione. In primo luogo — noi potevamo cadere in peggiori mani. In secondo, egli eseguiva gli ordini che aveva, con valore e risoluzione. Ciò nonostante — ripeto — se nemici dell’Italia noi avessimo avuto in faccia da combattere — l’Italia in quel giorno contava una splendida vittoria di più.
»Già dissi in un altro luogo che alcuni picciotti dell’ala destra avevano risposto al fuoco della truppa. Io ciò aveva veduto nel momento in cui fui ferito. Ma ciò che non vidi — e seppi dopo — fu che li stessi picciotti e Menotti nel centro — avevano eseguito una scarica.[236]
»È positivo però che da tutte le parti della linea dal centro alla sinistra — ove si trovavano in maggioranza i veterani di tutte le pugne — dei volontari italiani, e che più immediati erano alla posizione da me occupata — nessuno si mosse nè fece fuoco.
»Seduto — attorniato da’ miei prodi fratelli d’armi — io ebbi la prima medicatura al mio piede destro — alla coscia sinistra un’altra palla mi aveva contuso, ma fu poca cosa.
»Frattanto giungevano alcuni della truppa — e tra essi varii di coloro che con me avevano servito nei tempi passati — e vidi il cordoglio sulla fisonomia di tutti — meno alcuni giovani ufficiali dell’esercito — che senza dubbio — nuovi nei combattimenti credevano di aver riportato una strepitosa vittoria. Io ebbi ad incomodarmi con alcuni di questi pei spropositi loro — ma fu cosa di momento.[237]
»Giungendo la truppa sulla linea nostra — e non sapendo di me — molti de’ nostri si ritiravano per il bosco — dimodochè si rimase in pochi e ciò accelerò il disarmo della gente.
»I miei ufficiali di Stato Maggiore col colonnello Pallavicini stipulavano alcune condizioni — fatica inutile — poichè fummo trattati come prigionieri di guerra — come tali accompagnati a Scilla e come tali imbarcati a bordo della fregata il Duca di Genova e condotti alla Spezia.
»Da Aspromonte alla Spezia — io devo ricordare con gratitudine il trattamento del colonnello Pallavicini — del maggior Pinelli — del comandante, Whright, del Duca di Genova — del colonnello Santa Rosa, e del comandante Ansaldi al Varignano — e del capitano di Porto, Rossi (uno dei mille), alla Spezia.[238]»