III.

E il successo gli diede ragione. Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fáscino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.

Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta, circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’Armi e Capo Spartivento, l’estrema spiaggia calabrese.

Il Torino s’era arenato; Garibaldi dapprima aveva tentato di liberarlo facendolo tirare a rimorchio dal Franklin, ma non gli era riuscito. Allora non volendo lasciar quella preda ai nemici, s’era deciso ad andar egli stesso al Faro in cerca d’un soccorso qualsiasi; quando fatti pochi nodi vide arrivargli addosso due vapori della flotta borbonica, l’Aquila e la Fulminante, i quali appena scoperte sul far del giorno le antenne delle due navi garibaldine accorrevano a tutto vapore contro di loro coll’intento e la speranza di catturarli assieme a tutti gli imbarcati.

A Garibaldi allora non restò che retrocedere e buttarsi a salvamento sulla costa calabrese abbandonando alla sua sorte il Torino, che infatti bombardato prima dai legni, poi saccheggiato e dato alle fiamme dagli equipaggi borbonici, colò lentamente a fondo.

Tutti gli armati però ne erano discesi; il Bixio s’era già impadronito del telegrafo; il Missori subentrato al Musolino nel comando militare della banda d’Aspromonte, richiamato al tempo stesso da un biglietto di Garibaldi e dal fragore della cannonata borbonica, s’era accostato di monte in monte a Melito; la strada littoranea era tutta sgombra fin presso a Reggio; non restava che impadronirsi di Reggio medesima, e il Generale volle che nella notte stessa ne fosse tentato l’assalto.