IV.

Reggio è munita al mare da un forte, al monte da un castello, ed era a que’ giorni difesa da circa duemila uomini comandati dal vecchio generale Gallotti. Avendo però gli abitanti chiesto al Comandante borbonico di risparmiare alla città un combattimento nelle vie, egli pietosamente consentì, chiudendo parte de’ suoi nel Castello e andando ad appostarsi col rimanente, non più d’un migliaio, lungo una fiumara asciutta, scorrente a mezzogiorno della città, ma che non gli poteva servire di schermo alcuno. Infatti essendo stato deciso che l’Eberhardt attaccasse per la sinistra e il Bixio per la destra, questi potè girare gli avamposti del nemico, prima che egli se ne fosse avveduto, e spiegatosi l’assalto costringerlo a riparare frettolosamente nell’abitato. Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata. Restava però ai Regi il Castello; e quivi infatti si ritrassero, disposti, pareva, a nuova e più lunga resistenza; il che, a Garibaldi, bisognoso d’impadronirsi di Reggio prima che le colonne del Briganti e del Melendez, accampate tra San Giovanni e Piale, arrivassero al soccorso, dava non poco pensiero. Fortunatamente la comparsa del Missori sulle alture sovrastanti al Castello, e alcuni colpi ben appuntati de’ suoi, persuasero i difensori d’essere totalmente circondati; e nel pomeriggio del giorno stesso li indussero ad innalzare bandiera bianca. Garibaldi, com’era sua arte e suo proposito, fu nei patti liberalissimo: alle truppe libera l’andata alle lor case o dove gradissero; agli ufficiali salva la spada e le robe private; solamente il materiale del forte, cinquantotto pezzi di vario calibro e cinquecento fucili, senza dire delle buffetterie e delle munizioni, in mano del vincitore.

Ma la vittoria di Reggio era ben presto coronata da un’altra più importante e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz imbarcata sopra la flottiglia del Faro parte della sua divisione, i Carabinieri genovesi e la Legione estera, riusciva ad afferrare la sponda calabra poco lontano da Scilla, ed a trovarsi così alle spalle della brigata Briganti, accampata, come dicemmo, nei dintorni di San Giovanni.

A questo annunzio Garibaldi, che s’era già mosso con tutte le forze contro il Briganti, non esita un istante; lo serra più dappresso, ai fianchi e di fronte, e quando è ben certo d’averlo circuito, gli intima senz’altro la resa a discrezione. Avrebbe forse resistito il Generale borbonico, se la soldatesca, ormai svogliata di combattere, diffidente de’ suoi ufficiali, e dagli ufficiali stessi corrotta, disamorata d’una bandiera che pareva portasse fatalmente nelle sue pieghe la sconfitta e l’ignominia, carezzata soprattutto dall’idea di tornare a’ suoi focolari, come il presidio di Reggio, non avesse fatto sedizione e costretto il suo Generale a subire il patto umiliante. Allora si videro novemila uomini d’ogni arma, ricchi d’artiglieria, protetti da batterie d’acqua e di terra, abbassare l’armi innanzi a seimila scamiciati; e quali patteggiati, quali no, andarsene ciascuno a beneplacito suo, a stormi, a branchi, a coppie; facendo di sè lunga riga per tutte le vie del Regno; qua trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di limosina; stendendo talora la mano agli stessi Garibaldini che li cacciavano innanzi; dove passando umili ed innocui, dove lasciando traccia di prepotenze e di delitti: più atroce di tutti quello perpetrato a Melito, dove abbattutisi in quel misero generale Briganti, a cui essi pei primi avevano imposto il disonore, non seppero meglio nascondere la vergogna del proprio tradimento che gridando lui traditore (solita accusa delle soldatesche vinte contro i Capitani infelici); e giubilanti d’aver nelle mani una vittima espiatrice dell’onta comune, selvaggiamente lo trucidarono.