V.
Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo.
Bellum ambulando perfecerunt, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Potenza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato; fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’instancabile persecutore. Fu la sua rovina.
Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirato. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in faccia al Ghio, quasi solo; ma non per questo pensò d’indugiarsi. Ordinato a tutte le truppe che lo seguivano di convergere tutte a marcia forzata per Tiriolo, appena ha sottomano l’avanguardia della divisione del Cosenz, forte non più di millecinquecento uomini, la spinge, ancora trafelata, sulla strada di Soveria-Manelli; fa calar dalle alture le bande dello Stocco e intima al generale Ghio la resa. Questi tenta guadagnar tempo e negoziare; ma gli fu accordata un’ora sola, e dopo un’ora sola altri dodicimila uomini andavano sperperati e disciolti in varie direzioni come quelli del Briganti, lasciando in mano del fortunato Dittatore tutte le Calabrie.
E quel che era accaduto da San Giovanni a Cosenza, ripetevasi dovunque. Non era una rivoluzione, era una grande diserzione. Il trono borbonico non cadeva tanto per l’assalto de’ suoi nemici, quanto per l’abbandono e l’infedeltà de’ suoi difensori. I soldati disertavano: i Generali capitolavano: i cortigiani si nascondevano: i funzionari fuggivano: i Napoletani non scacciavano il proprio Re, gli voltavano le spalle.