VI.
E lo stato delle provincie riflettevasi coll’intensità d’un vasto focolare nella capitale. Il conte di Cavour, ostinato a volere che una sommossa scoppiasse in Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi, ne aveva affidata la suprema cura al marchese di Villamarina ed all’ammiraglio Persano e sotto di loro un vario stuolo di emigrati, cui la nuova Costituzione aveva riaperte le porte della patria, e di emissari d’ogni provincia e d’ogni fatta s’affaticavano alla tanto travagliosa quanto inutile trama. Il barone Nisco, per mezzo del Persano, introduceva nella città migliaia di fucili: il generale Nunziante, compro dal Cavour, diffondeva fra l’esercito proclami corruttori: a bordo della squadra piemontese infine stavan nascosti due battaglioni di Bersaglieri, pronti a scendere a terra al primo segnale di rivolta;[110] e quantunque non fosse da aspettarsi che il popolo napoletano volesse dipartirsi da quel sistema di resistenza passiva e di inerzia ostile che era nell’indole sua, e in parte imposta dagli avvenimenti che camminavano più celeri della sua volontà; tuttavia, questi soli due fatti d’un popolo che aspettava da un’ora all’altra la caduta de’ suoi Re, e d’un esercito che non pareva più disposto a sparare un sol colpo per scongiurarla, bastano ad accertare che il fato de’ Borboni era consumato.
Nè la reggia era più sicura della piazza. Sorpreso da un turbine che avrebbe dato le vertigini a’ più gagliardi, aggirato da opposte correnti, circuito da consiglieri o fiacchi o stolti o infidi, col sospetto e la discordia nella stessa sua famiglia, Francesco II era la foglia in preda alla tormenta. Le Potenze lo abbandonavano; l’Inghilterra gli era ostile; la Francia lo trastullava di vane promesse; la Russia, la Prussia, l’Austria lo confortavano di sterili proteste; il Papa era impotente; il Piemonte, lo sappiamo, teneva in mano tutte le molle della tagliola in cui doveva cadere. Dovunque si volgesse, non udiva che amari rimproveri, o consigli vani ed impraticabili. Il conte di Siracusa, suo zio, lo consigliava ad abdicare;[111] il Ministero di Liborio Romano lo invitava formalmente ad uscire temporaneamente dallo Stato e ad affidare il governo ad una reggenza; solo il conte Brenier, ministro di Francia, e il generale Pianell ed altri pochi gli davano l’unico consiglio, degno d’un Re, di mettersi a capo del suo esercito e di cadere o vincere con esso; ma era consiglio troppo alto per l’animo suo e ormai forse inutile e tardivo. In tanta tempesta di pensieri egli non s’appigliava a partito alcuno; o piuttosto li tentava tutti senza coerenza e senza energia. Ora faceva chiedere alle Potenze la neutralizzazione di Napoli e del territorio, colla speranza di arrestare Garibaldi e di restaurare, indugiando, le sorti del Regno; ora mandava segrete lettere a Garibaldi stesso per offrirgli cinquantamila uomini e la flotta per la guerra contro l’Austria, a condizione che s’arrestasse e gli salvasse il restante del Regno;[112] ora infine, rifiutata dalla Diplomazia la neutralizzazione e da Garibaldi, sdegnosamente, l’alleanza, si buttava in braccio alla reazione, tramando colla madre, la moglie, il generale Cutrofiano, l’Ischitella ed altri arnesi di Corte, un nuovo colpo di Stato, una specie di 15 maggio, che avrebbe dovuto fare man bassa di tutte le libertà e di tutti i liberali, se, come tutte le congiure, non fosse stato anzi tempo scoperto e i congiurati stessi non si fossero chiariti impotenti a tentarlo soltanto.