VII.

Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere, risolute, dicevano, ad attraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale.

Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo, la prova estrema a cui si erano impegnati.

L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo. Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, chiese il da farsi, e una sola fu la risposta loro: impossibile la resistenza; il Re si ritirasse a Gaeta colla famiglia; le truppe ripiegassero dietro il Volturno; Napoli fosse lasciata in tutela della sua Guardia nazionale. Il Re s’arrese al consiglio, e la sera del 6 settembre, intanto che le sue truppe cominciavano il loro movimento, dato un addio, non privo di dignità, ai suoi antichi sudditi, s’imbarcava colla moglie e i parenti sopra il Colon, nave da guerra spagnuola, e scortato da un’altra della stessa bandiera, poichè la sua flotta aveva rifiutato di seguirlo, salpava alla volta di Gaeta. La partenza di Francesco II fu pei Napoletani il lieto fine inaspettato d’un dramma che minacciava ad ogni scena di finire in tragica catastrofe. Tutti respiravano come sollevati da un incubo. I patriotti che conseguivano la libertà senza il dolore di macchiarla di sangue civile; il popolo che poteva mutar di padrone senza nemmeno darsi la fatica d’una sommossa; i cortigiani cui era concesso di voltar livrea senza passare per ingrati; i magistrati cui era lecito di barattar giuramento senza esser tacciati di fedifraghi; gli ammiragli, i generali, le assise dorate dell’esercito e dell’armata, cui s’offriva la rara fortuna di passar sotto le bandiere del vincitore senza la vergogna di disertare quelle del vinto; Liborio Romano, infine, cui era riuscito di far sparire Francesco II e comparire Garibaldi, rendendosi ministro possibile dell’uno e dell’altro: tutti avevan sul volto quell’aria di soddisfatta sicurezza che esalò dal petto di Don Abbondio quando udì che Don Rodrigo era morto. Infatti la nave che portava in esiglio perpetuo Francesco II era ancora in vista del Golfo, che il Presidente de’ suoi Ministri proponeva ai colleghi fosse tosto annunciato a Garibaldi il felice evento, e invitato a venire a prendere possesso della metropoli. Non era ufficio che spettasse a’ Ministri d’un Re che non aveva ancora abdicato, e il Manna, il De Martino, lo Spinelli, rispettosi di sè medesimi, lo ricusarono; ma il Romano era preparato a ben altro, e quando gli fu detto esser necessario comporre un indirizzo di devozione da presentarsi al Dittatore: «Eccolo,» disse, e lo trasse di tasca bell’e fatto.

All’udir pertanto la gran nuova, Garibaldi che era già arrivato ad Eboli parte difilato per Salerno; colà ricevuta la Deputazione del Ministero che lo invitava d’affrettare il suo ingresso nella capitale, risponde saviamente esser pronto a partire appena vengano a lui il Sindaco e il Comandante della Guardia nazionale della città; raccomandare frattanto l’ordine e la calma; ma poichè anche il Romano, divorato dalla febbre di ricevere egli per il primo il trionfatore, replica con enfatica parola l’invito, Garibaldi lasciando ogni esitazione prende a Vietri la ferrovia; arriva a mezzogiorno alla stazione di Napoli, dove Liborio Romano lo riceve e gli declama l’indirizzo preparato; e al tocco, in carrozza, accompagnato dal Cosenz, dal Bertani dal Nullo e da due altri ufficiali, entra in Napoli, e passando sotto il fuoco de’ forti tuttora occupati dai Borbonici, traversando i drappelli delle soldatesche nemiche sparse per la città, protetto soltanto dall’amore entusiasta d’un popolo e dalla serenità radiosa del suo volto che incute al pericolo e disarma il tradimento, va a posare alla Foresteria (Palazzo del Governo), e ne prende possesso. Modo di conquista unico nella storia: prodigio quasi divino d’un’idea, cui basta la fede d’un eroe ingenuo e sorridente per disperdere gli eserciti, atterrare le fortezze ed abbattere i troni!