IX.

Fissata la partenza pel 22, Garibaldi adopera i due giorni che gli avanzano a fare a precipizio tutte quelle visite che per dovere o per affetto non poteva assolutamente tralasciare. Però il 21, di buon mattino, sciogliendo un voto da lui fatto sino dal suo arrivo in Inghilterra, va in compagnia di Panizzi e d’altri Italiani, a visitare la tomba di Ugo Foscolo a Chiswick; resta alcuni istanti assorto in una mesta contemplazione dinanzi all’avello del poeta, indi vi depone una corona d’alloro in bronzo sul cui nastro aveva fatto scolpire egli stesso la leggenda:

AI GENEROSI
GIUSTA DI GLORIA DISPENSIERA È MORTE.
DEPOSTA OGGI 21 APRILE 1864
DAL GENERALE
GIUSEPPE GARIBALDI.

Al tornare dal suo pellegrinaggio, si reca senza perdere un istante al Reform-Club, dove subíto, non sapremmo dire se più il tormento o l’onore d’uno de’ soliti banchetti, il presidente, Lord d’Elbury, lo arringa chiamandolo «lo strumento di Dio,» e soggiungendogli, parole significative su quel labbro ed in quel luogo, che «le accoglienze ricevute dal popolo inglese dovevano essergli largo compenso per l’apparente ingratitudine che viene da un luogo d’onde l’ingratitudine era meno da aspettarsi.» Licenziatosi poi anche di là con opportune parole di ringraziamento, si fa condurre a Richmond per prendervi commiato da Lord Russell; quindi, reduce nuovamente in Londra senza il respiro d’un istante, passa a visitare, introdottovi da Lord Clifford, la Camera dei Lordi, i quali al suo apparire si distraggono e si agitano al segno che Lord Chelmsford, che in quel momento parlava, può a stento continuare il suo discorso, finito il quale tutti s’accalcano intorno all’eroe, e quanti fra di loro l’hanno conosciuto, specialmente i Whigs, si disputano l’onore di salutarlo pubblicamente, il Vescovo d’Oxford fra i primi. Finalmente verso sera, sempre senza sosta e senza riposo, passa al Fishmonger Club (Circolo dei pescivendoli), uno de’ più antichi, e, non ostante il nome, de’ più aristocratici circoli di Londra, dove l’attende a uno de’ loro pranzi tradizionali, famosi per luculliane ghiottornie di pesci, il fiore più eletto della nobiltà, della ricchezza, dell’armi, della eleganza e della cultura britanniche; dove il primo Warden (il primo Guardiano) gli accorda il titolo di membro onorario del Club, ambito quanto il Freedom, e d’onde parte a tarda notte pensando forse, con segreta compiacenza, che era quella l’ultima delle sue sterili fatiche londinesi, e che toccava oramai alla vigilia di quel rimpatrio che egli più d’ogni altro sospirava.

Nel giorno vegnente, infatti, fatta colazione dal Console Generale degli Stati Uniti, visitato nella sua casa Giuseppe Mazzini, congedatosi da Lord Shaftesbury, ricevute a Prince’s Gate quante persone vogliono dirgli addio, incontrato a Stafford-House il Principe di Galles che avea espresso il desiderio di conoscerlo in quel luogo ed a quel modo, lasciati al Popolo inglese i suoi addii, i suoi ringraziamenti e le sue scuse di non poter andar per ora dovunque avea desiderato, accompagnate dalla promessa di tornar forse fra non molto a veder, nella quiete della vita domestica inglese, gli amici che allora non poteva,[288] verso le 3 del pomeriggio, in carrozza a quattro cavalli, accompagnato soltanto dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland e dal signor Seely, passando in mezzo a un fitto stuolo di popolani che fin dalla mattina l’attendevano e gli gridavano: «Non partite, Generale, non partite,» s’avviò alla volta di Clifden Park, una delle principesche villeggiature della madre dei Sutherland, nei dintorni di Maidenhead.

E di quella sosta in villa, le ragioni erano parecchie: si allontanava subito da Londra il Generale senza portarlo via di colpo dall’Inghilterra, il che sarebbe stato pericoloso: si mettevano tra lui e i suoi più intimi e devoti un tratto di ferrovia e i cancelli d’un castello feudale, e lo si separava così da consiglieri sospettati a torto avversi al rimpatrio:[289] si abituava insensibilmente il buon popolo inglese alla sgradita separazione, e mostrandogli il suo eroe contento della quiete della campagna, e vivente co’ primi suoi ospiti nei termini della più cordiale famigliarità, di tanto si avvalorava la credenza ch’egli fosse realmente sofferente e bisognevole di riposo, di quanto si svigoriva il sospetto che la sua partenza fosse l’effetto d’un intrigo e d’una violenza.

Trascorsi infatti tre giorni nelle delizie di Clifden (un giardino d’Armida a cui non mancava la fata), il 26 mattino, in ferrovia, sempre accompagnato dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland, si mosse alla volta del Cornwall; giunto a Bristol, devia per Weimouth dove visita la squadra, vede manovrare il Warrior, e pranza a bordo dall’ammiraglio Dacres; di là, continuando per Exeter e Plimouth, ossequiato sempre dai Mayors delle città, da svariate Deputazioni e da sempre nuova moltitudine di popolo, smonta finalmente a Penquite Par, dimora di quel suo vecchio commilitone, il colonnello Peard, che aveva avuta tanta parte nell’imbroglio di quella partenza. Quivi però non passa che la notte e una parte del giorno successivo; chè inviato di colà un nuovo e più lungo manifesto alla nazione inglese, nel quale raccomandava più apertamente che fino allora non avesse fatto la causa della patria sua,[290] sul cadere del giorno stesso, sempre in compagnia del Duca di Sutherland e del costui fratello, del figlio Ricciotti, di Basile e di Basso, ne ripartiva per Fowey, dove l’Ondine l’attendeva, lesta alla partenza, e sulla quale in fatti pochi istanti dopo metteva alla vela. Costretto però da un forte vento di levante a poggiare nella notte stessa a Weimouth, non poteva ripartirne che il giorno successivo, sicchè soltanto nel mattino del 28 aprile può veramente dirsi ch’egli abbia lasciato le spiaggie d’Inghilterra.[291]

Il 5 maggio, data a quel viaggiatore memorabile, ritraversava lo Stretto di Gibilterra, e dopo altri quattro giorni di fausta navigazione, il 9 dello stesso mese, egli afferrava finalmente il porticciuolo della sua diletta Caprera, d’onde quarantaquattro giorni prima era salpato pieno di illusioni e di speranze, dove tornava non sapremmo più dire se scontento dei disinganni patiti, o felice della pace e della libertà che stava per riacquistare.

Da quel viaggio, in verità, Garibaldi aveva raccolti onori quali e quanti nessun uomo aveva mai conseguiti in quel paese, ma un frutto sostanziale, un aiuto anche indiretto, un beneficio anche remoto non l’aveva raccolto.

Aiutare la Polonia, sommovere il Veneto, intraprendere una guerra di corsa contro l’Austria, con danari, armi e bastimenti inglesi, erano stati i tre fini nascosti, vaghi ancora quanto ai mezzi, fermi quanto all’intento, che l’avevano spinto a quel faticoso pellegrinaggio, e sappiamo oramai che nessuno di quei tre fini gli riuscì. Un giornalista francese scrisse a quei medesimi giorni che «gli Inglesi impinzarono Garibaldi di plum puddings di turtle’s soups e di sandwiches, ma che quanto al suo milione di fucili non gli diedero un soldo,[292]» e non sapremmo negare che la frase contenga, malgrado la forma triviale, gran parte di vero. Garibaldi ottenne tutto dal popolo inglese; tutto fuori di quello che più gli stava a cuore; sebbene convenga soggiungere ad onor suo che egli non chiese nulla. Fin dai suoi primi passi sul suolo britannico, aiutato da quell’istinto che spesse volte s’addormentava nel suo spirito, ma che svegliatosi gli teneva luogo di genio, s’accorse immantinente che qualunque parola anche remotamente allusiva a imprese rivoluzionarie non solo non avrebbe trovato ascolto in quel paese, per indole e per istoria positivista e utilitario, ma gli avrebbe, quasi di colpo, alienata quella pubblica opinione che era del massimo suo interesse serbarsi amica. Però ingoiò ogni parola ardente che gli potesse ricorrere alle labbra, chiuse in fondo al petto le sue patriottiche speranze e i suoi belligeri disegni; imparò subito la parte di ospite soddisfatto, di commensale compiacente, di Eroe cerimonioso, che gli veniva con tanto garbo imposta, e lasciò anche quella volta che la vecchia sua fortuna decidesse di lui. I suoi ospiti, d’altra parte, prima lo assordarono d’applausi, lo ingozzarono di pranzi, lo soffocarono di doni, lo tempestarono di brindisi, di indirizzi e di poesie, lo menarono di qua, di là, di su, di giù, dove loro piacque, mostrandolo su tutti i palchi e in tutte le fiere, come il fenomeno vivente, e la great attraction dell’ultima moda; poi, quando ne furono satolli e ristucchi, lo pregarono gentilmente d’andarsene, ed egli se n’andò.

Se n’andò; e noi, confessiamo il vero, preferiamo ancora questo Garibaldi che s’adatta docilmente alla maschera dell’ingenuo e del compiacente, e pur vedendo le grosse panie tese intorno a lui, le rispetta e le compatisce, ad un altro Garibaldi qualsiasi che per raggiungere fini impossibili avesse usato del suo prestigio e della sua popolarità a mandar sossopra il paese che lo accoglieva, il quale poi, e a dir tutto, se aveva il dovere di parlar più schiettamente all’eroe che andava con tanto abbandono ad assidersi a’ suoi focolari, non ne aveva però alcuno di farsi paladino della sua politica e di seguirlo nelle sue avventure.