VIII.
Quale effetto producesse nel popolo inglese questo annuncio, già accennammo: di amaro sospetto ne’ più; d’intera contentezza in pochi; di sorpresa in quasi tutti. Però l’opinione pubblica si divise quasi tosto in due campi. Gli amici del governo, gli uomini politici, le classi superiori e in generale tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, erano inquieti o tediati di quella prolungata baraonda garibaldina, lodavano il Generale d’esservisi arreso; gli avversi al Ministero, gli idolatri dell’eroe, la gente più di sentimento che di ragione, e tutti coloro in generale cui quella baraonda piaceva o giovava, non sapevano persuadersi che la malattia fosse reale (tanto più dopo una attestazione del dottor Basile che la smentiva[283]), nè quella partenza spontanea e sospettandovi sotto un oscuro complotto aristocratico e diplomatico, a cui non parevano estranei nè il Governo inglese, nè Napoleone III, nè l’Austria, s’apparecchiavano con tutti i mezzi che la legge loro concedeva a sventarla.
Già infatti tra il 20 e il 21 la più parte dei giornali liberali e radicali[284] denunziava, esagerandolo, il misterioso complotto: innumerevoli cartelli affissi per le vie avvertivano il popolo che Garibaldi era forzato a partire: alla Taverna di Londra per iniziativa del Comitato di Ricevimento convocavasi un meeting nel quale si deliberava «non essere desiderabile che il generale Garibaldi venisse indotto ad abbandonare l’Inghilterra, tanto più che non erano stati sufficientemente chiariti i motivi della sua partenza.» Un altro meeting pubblico e più numeroso preparavasi per istigazione di Mazzini a Primrose, sotto la Presidenza del signor Beales; infine il Ministro degli Esteri, il Presidente del Consiglio, e il Cancelliere dello Scacchiere erano invitati a dar spiegazione nelle due Camere di quell’inatteso rimpatrio, e sopratutto a dichiarare quanto vi fosse di vero nella voce persistente che il governo della Regina, spinto da suggestioni straniere, vi avesse partecipato.
Ma le risposte erano prevedibili. Lord Clarendon si dichiarò persino inconsapevole della progettata partenza, e quanto a Napoleone III non solo lo purgò da qualsiasi taccia d’avversione a Garibaldi, ma assicurò che caduto il discorso su quel tema, l’Imperatore gli disse di comprendere benissimo come un uomo sì straordinario, quale era Garibaldi, dovesse toccare l’animo agli Inglesi e trasportarli fino all’entusiasmo. Nè sostanzialmente diverse furono le parole di Lord Palmerston e del signor Gladstone. Solo il primo soggiunse anche più esplicitamente che qualunque governo forastiero facesse all’inglese, sopra un consimile argomento, una rimostranza qualsiasi, «riceverebbe una urbana sì, ma ferma ed aperta risposta;» mentre il secondo, senza sconfessare la sua intromissione nell’affare e narrati press’a poco i fatti come li narrammo noi stessi, si studiò soltanto a rimuovere da sè e dal governo ogni sospetto di indebita ingerenza e d’inospitale pressione, ed a gettare la colpa dell’avvenimento su quella disgraziata salute del Generale, del cui stato sofferente, dopo le attestazioni d’un medico come il signor Fergusson e d’amici così affezionati e devoti, come il signor Seely e il Duca di Sutherland, non era più possibile dubitare.[285]
Contemporaneamente le Deputazioni dei meetings si presentavano a Garibaldi, il quale, fluttuante ancora tra le promesse fatte agli uni di visitarli ed agli altri di partire, si tirava alla meglio d’impaccio dicendo agli inviati del London Tavern, che desiderava ardentemente di visitare i suoi vecchi amici di Newcastle e del Nord, ma che avrebbe meglio considerato se dopo la promessa data poteva cambiare di determinazione;[286] e scrivendo anche più esplicitamente al signor Beales, presidente del meeting che si stava preparando a Primrose, ed a tutti i suoi amici «che accettassero i suoi ringraziamenti per l’affetto dimostratogli: che sarebbe felice di rivederli in circostanze migliori e quando potesse a tutto agio godere del loro nobile paese; ma pel momento essere obbligato a lasciare l’Inghilterra.[287]» E queste ultime parole valgono un documento. Garibaldi poteva essere o più generoso o più coerente tralasciandole; ma infine se la verità suo malgrado gli scappò dalla penna, raccogliamola e scriviamola come l’unica conclusione chiara di tutto questo torbido negozio: Garibaldi fu obbligato a partire d’Inghilterra; graziosamente, soavemente obbligato; ma «obbligato.»