VI.
Colà giunto però erano tali ancora gli ostacoli e tanti i motivi di indugio e di prudenza, che qualunque altro uomo ne sarebbe stato scosso; non Garibaldi. Roma non era armata ancora, nè per quanto si fossero studiati fin allora tutti i passi di terra e di mare per introdurvi quei pochi fucili che stavan sempre nascosti nei pressi di Terni e di Follonica, nessuno n’aveva ancora trovato la via. I principali fra gli amici del Generale persistevano sempre presso di lui nel concetto di lasciare a Roma l’iniziativa del moto, apparecchiando bensì in silenzio i mezzi per accorrerle in soccorso; ma evitando ogni apparenza di una importazione artificiale e facendo in ogni caso seguire l’irruzione delle bande all’insurrezione della capitale; non questa a quella.
Infine il ministro Rattazzi, dopo aver dato qualche segno e qualche promessa di tacita acquiescenza, forse nella speranza di guadagnar tempo, e aver persino condisceso a lasciar continuare in segreto gli apparecchi dell’invasione, purchè il Generale acconsentisse a ritirarsi ed a scomparire nella sua Caprera;[350] spinto ora e sempre più dai richiami e dai ministri della Francia, rappresentata allora in Firenze dal signor De la Villestreux, tornava ai suoi primi propositi, protestandosi deliberato ad impedire anco colla forza qualsiasi violazione della Convenzione di settembre e dandone la prova col raddoppiare le guardie alla frontiera e col rinnuovare gli ordini della più severa vigilanza.
A tutto ciò però Garibaldi non movea collo nè piegava sua costa: le armi in un modo o nell’altro sarebbero entrate: a’ suoi amici faceva le mostre di consentire ai loro consigli, ripetendo anzi a taluno di loro che l’iniziativa romana la teneva indispensabile;[351] ma non cessava per questo dall’avviare quanti Volontari gli capitavano verso i confini e dal concentrarvi come ad un campo ormai prestabilito l’attuazione e la forza: al Governo infine rispondeva sdegnosamente rifiutando la condizione del ritiro in Caprera; e dichiarandosi a sua volta deliberato a qualunque cimento. Tutt’al più piegando all’argomento sempre più evidente che Roma non era ancora preparata, consentiva a differire la mossa fino agli ultimi di settembre; non però a sospendere e molto meno a mascherare alcuni degli apparecchi avviati.
Epperò, prima che l’agosto finisse, tutte le parti erano nella sua mente assegnate e tutti gli ordini distribuiti come alla vigilia d’un’entrata in campagna. Il Cucchi, munito d’un’amplissima sua credenziale che lo eleggeva suo rappresentante in Roma, partiva un’altra volta per la città eterna a prendervi la direzione del moto creduto imminente; Menotti ed Acerbi doveano tenersi pronti a sconfinare colla gente già raccolta, il primo da Terni coll’obbiettivo su Monterotondo; l’altro da Orvieto coll’obbiettivo su Viterbo, mentre Nicotera e Salomone dovevano fare altrettanto da Aquila e Pontecorvo verso Velletri; a Canzio era commesso di allestire una spedizione marittima che andasse a gettarsi sulle coste pontificie tra Montalto e Corneto, compiendo così l’invasione da tutte le parti. Nè il Generale arrestavasi a questi ordini guerreschi, ma colla consumata abilità del guerrillero prevedeva tutti i casi possibili, distribuendo a tutti i capi delle colonne designate queste particolareggiate istruzioni:
«1º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio romano — Viterbo.
»2º Si raccomanda ad ogni comandante di colonna di non impegnare combattimenti colle truppe pontificie, senonchè con molta probabilità di riuscita. Ed ove le forze nemiche sieno superiori, manovrare di modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà probabilmente la colonna principale.
»3º Ove un comandante di colonna si trovasse nella assoluta necessità di combattere, egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi che il mondo intiero ha gli occhi su di noi e sa che noi siamo assuefatti a vincere.
»4º A qualunque costo i comandanti delle colonne non devono impegnarsi in combattimenti colle truppe dell’esercito italiano.
»5º Scopo del movimento è il rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano in piena libertà sulle proprie condizioni di plebiscito.
»6º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno verso le popolazioni. I militi della libertà, nostri fratelli d’armi, sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu esempio che si macchiassero di brutture.
» 7º Si darà alle colonne l’organizzazione ch’ebbero in tutti i tempi i corpi volontari — acciocchè essi si presentino al paese ispirandovi la fiducia — e la paura ai nemici d’Italia.
»8º I comandanti delle colonne hanno il diritto d’impossessarsi d’ogni cosa appartenente alle autorità nemiche a profitto della rivoluzione.
»9º Abbisognando di viveri od altro, ne faranno richiesta alle autorità municipali o locali, rilasciando loro idonee ricevute.
»10º Una colonna che si trovi nell’impossibilità di concentrarsi alla colonna principale — manovrerà di modo da non combattere con isvantaggio, inquietando il nemico quanto è possibile — e procurerà frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.
»11º In quest’impresa gl’Italiani devono ben penetrarsi d’avere su di loro gli occhi del mondo intiero — e che quindi il nome italiano deve uscirne bello, radiante di gloria, salutato con entusiasmo e rispetto da tutte le nazioni.
»12º Fra le eventualità possibili, vi è quella di essere io arrestato. In quel caso, il movimento deve continuare colla stessa impavidezza — come se fossi libero. E deve pur continuare anche che arrestassero la maggior parte dei capi.
»13º In caso non riuscisse una colonna nell’intento, le altre devono continuare il moto come se nulla fosse successo.
»G. Garibaldi.»