VII.

A tal punto però anche il Ministero, perduta ormai ogni speranza di contenere coi privati consigli e le blande minaccie il patriotta agitatore, deliberava di lasciar quel riserbo che s’era fino allora imposto, e di accettare il guanto che gli era gettato. Però nel 21 agosto comparve nella Gazzetta Ufficiale una dichiarazione del Governo, la conclusione della quale era che «se alcuno si attenterà di venir meno alla lealtà de’ patti e violare quella frontiera da cui ci deve allontanare l’onore della nostra parola, il Ministero non lo permetterà in niun modo e lascerà ai contravventori la responsabilità degli atti che avranno provocato.»

Ma «un po’ tardi,» notava il signor De Moustier[352] nel ricevere notizia di questa dichiarazione; un po’ tardi pel Governo, un po’ tardi per Garibaldi stesso.

Egli oramai aveva tratto il dado, nè anco volendolo poteva più retrocedere. Anzi quella pubblica minaccia gli parve come un avvertimento di rompere gli ultimi indugi; talchè già coperti vari punti della frontiera di Roma di Volontari, pronti a seguirlo il Menotti e l’Acerbi; la mattina del 23 settembre s’incamminava accompagnato soltanto dal fedele Basso e dal signor Del Vecchio, alla volta d’Arezzo, diretto, secondo diceva, e voleva far credere, a Perugia (per ingannare la vigilanza della polizia aveva fatto spedire colà i suoi bagagli); ma proseguendo ratto nella sera stessa di quel giorno per la strada di Orvieto, e andando quella notte a pernottare a Sinalunga a circa cinquanta miglia dal confine orvietano.

Il prefetto di Perugia però non s’era lasciato allucinare e aveva provveduto in guisa che qualunque strada il Generale fosse per prendere, al primo tocco di telegrafo, potesse essere arrestato. E così fu. Garibaldi, ospitato in Sinalunga dal signor Agnolucci, s’era appena coricato, che una compagnia di soldati e carabinieri, venuti da Orvieto, invadeva il paese, circuiva la sua casa, e un luogotenente de’ carabinieri salito da lui, gli intimava senz’altro l’arresto. Il Generale non chiese che il tempo di fare il suo solito bagno: gli fu concesso; e di lì a mezz’ora in biroccino fino a Lucignano, poscia in ferrovia fu tradotto col Basso e il Del Vecchio nella direzione di Firenze. Nemmeno Firenze però era l’ultima meta che gli era stata imposta; il treno ne traversò rapido la stazione, e soltanto a Pistoia sostò per alcuni istanti per deporre il Basso e il Del Vecchio, e continuare di là, senza resta, fino ad Alessandria, dove il Governo aveva deciso che il Generale passerebbe i primi giorni della sua cattività.

A Pistoia però nemmen l’occhio vigile de’ suoi custodi aveva potuto veder tutto. Infatti il Generale era riuscito in quei pochi momenti di fermata a scrivere a matita un biglietto, e prima che il Del Vecchio s’allontanasse a ficcarglielo nelle mani. Il biglietto era un nuovo e più fiero appello all’insurrezione, e diceva testualmente così:

«24 settembre.

»I Romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti.

»Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli — e spero lo faranno — a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.

»Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intiero vi guarda, e voi, compiuta l’opera, marcerete colla fronte alta e direte alle nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della fratellanza umana dal più abominevole suo nemico: il Papato.

»Caro Del Vecchio — voi non verrete in prigione con me — e farete stampare queste linee.

»G. Garibaldi.»

La lettura pertanto di queste linee e ancora più l’annuncio dell’arresto del Generale suscitò in tutte le maggiori città d’Italia fierissimi tumulti. In Firenze i deputati della Sinistra, raccoltisi in Palazzo Vecchio, firmavano una protesta per l’illegale arresto del loro collega; i giornali avanzati schizzavano fiamme; il popolo inferocito percorreva le vie cercando a morte il Rattazzi, il quale solo al caso di essere entrato per il mal tempo in una vettura pubblica, dovette di non essere subito riconosciuto e d’aver salva la vita. E a Bologna, a Modena, a Milano, a Torino, a Pavia, a Genova, le stesse manifestazioni; a Genova soprattutto, dove la collera per l’arresto del Generale, inasprita dal sequestro delle armi destinate alla spedizione marittima del Canzio, era giunta a tale che la folla diede un vero assalto a Palazzo Tursi.

Nè in Alessandria l’aria era più quieta. Al primo giungere di Garibaldi nella fortezza, anche quella popolazione, comechè spettatrice abituale di tanti prigionieri politici, s’era commossa; e i soldati stessi del presidio, affollati sotto le finestre della cittadella dove il Generale era stato rinchiuso, gli gridavano «A Roma, a Roma!» il che gli fece dire più tardi:[353] «Se avessi detto una sola parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.»

Intanto l’agitazione crescente della Penisola, i doveri della pubblica tutela, le insistenti e quasi insolenti pressioni della Francia ponevano il Governo in terribili frangenti.

Anzitutto che cosa fare di quel prigioniero? Era ancora il medesimo problema d’Aspromonte, ma più intricato forse; giacchè sostenere che Garibaldi fosse stato colto in flagrante non era sì facile assunto, e l’accusa di violazione della immunità parlamentare poteva tornare assai pericolosa. Però dopo molto ondeggiare tra il processo, la libertà incondizionata, la libertà condizionata, Rattazzi si risolveva ad inviare in Alessandria il generale Pescetto, Ministro della Marina, coll’incarico di commuovere l’animo del Generale, e di indurlo, se fosse possibile, a ritornare a Caprera sotto la sola condizione che non avrebbe fatto alcun tentativo per uscirne. Ma il Generale diede a questa proposta un così aperto e secco rifiuto che il Pescetto, dopo aver chiesto e atteso invano per oltre dodici ore nuove istruzioni, s’indusse, sotto la propria responsabilità, a consentirgli il ritorno a Caprera senza condizione alcuna, provvedendo soltanto che non s’indugiasse a Genova e fosse trasferito immediatamente alla sua isola da un piroscafo della R. Marina.

E così avvenne.

Il 27 mattina, in sull’alba delle 4, il Generale usciva da Alessandria e circa due ore dopo smontava nella casa del signor Coltelletti all’Acquasola di Genova. Quivi il popolo ebbro di rivederlo, ma credendolo tuttavia prigioniero, minacciava di liberarlo egli stesso colle proprie braccia; quando il Generale con una lettera ad A. G. Barrili, Direttore del Movimento, nella quale diceva che «a scanso d’equivoci tornava a Caprera libero e senza condizioni,» e con molte altre consimili parole dirette ora in italiano, ora in genovese alla folla, riuscì a quietare ogni tumulto e nella sera del giorno stesso condotto amichevolmente a bordo del regio Avviso l’Esploratore, ricevuto con tutte le mostre d’un illustre viaggiatore, in realtà custodito come un deportato, salpava per Caprera.