VIII.

Ma dietro al corpo di Garibaldi prigioniero restava la sua anima; restava nell’eco infocata de’ cento manifesti e de’ mille discorsi, restava in quelle demosteniche parole: «I Romani hanno il diritto d’insorgere; gl’Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi:» e, se un dubbio fosse ancora possibile, restava in quest’ultima lettera a Francesco Crispi, scritta sulla nave stessa che lo portava a Caprera, e nella quale non sapresti se più ammirare il senso fatidico dell’Eroe che presentiva in un atto di suprema energia la soluzione del grande problema, o la virtù del patriota che non fa della salvezza della patria un misero piato di vanità o di primazia, ed è sempre pronto ad ecclissarsi dietro chiunque inalberi prima di lui il vessillo redentore.

«Caro Crispi,

»Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo.

»Invadere Roma coll’esercito italiano e subito.

»Non creda il governo di contentare l’Italia in altro modo. Essa perdonerà le sue miserie, ma non la sua degradazione. Ed oggi non solo la nazione italiana si sente oltraggiata, ma si sente oltraggiato l’esercito; e se in Alessandria, quando ero acclamato dall’intiera guarnigione, io avessi detto una parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.

»Per cotali considerazioni il governo si persuada che, con pochi giorni d’energia, esso tutto accomoda, si concilia la nazione intiera e dove vi fosse minaccia esterna di volerlo inceppare, noi solleveremo fino alle donne, ai bambini, e certo il mondo vedrà risoluzione di popolo, come forse non ha veduto ancora.

»Rispondetemi subito.

»Vostro
»G. Garibaldi.

»27 settembre 1867.»

Ora in cospetto d’una causa così santa e di una fede sì ardente, e dopo tante ripetute manifestazioni della medesima volontà, al punto in cui erano giunte le cose, un dilemma si presentava chiaro ai vecchi garibaldini e a tutto in generale il partito democratico italiano: o sconfessare il loro Capo, rinnegando con lui tutto il proprio passato rivoluzionario e dando una mentita a tutte le idee sin allora espresse in Parlamento e fuori circa al modo di risolvere la questione romana; o continuare l’opera da lui avviata, giovandosi soltanto della sua forzata e temporanea assenza per compierne meno precipitosamente gli apparecchi e sceglierne con maggior ponderatezza l’opportunità e l’istante.

Se non che, come accade sovente, alla concordia nel fine non andava di pari passo l’accordo dei mezzi. Crispi, ormai buttatosi corpo e anima nella congiura, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, Oliva, Guerzoni, tutta in generale la frazione politico-militare del partito garibaldino opinavano sempre che il segnale della riscossa dovesse partire da Roma, e che qualsiasi anticipato moto di bande, mettendo sull’allarme il Governo pontificio, non potesse che nuocere alla riuscita dell’impresa principale. Menotti, invece, Canzio, Acerbi e qualcun altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del Generale, persistevano a credere che le due mosse dovessero andare parallele; che la insurrezione di Roma non accadrebbe mai, o difficilmente, senza l’esempio e l’eccitamento della insurrezione della campagna, e che questa non potrebbe mai ottenersi se non per mezzo di una irruzione di Volontari che la suscitasse.

Tuttavia il dissidio non era tra amici e commilitoni impacificabile, e già pareva che l’idea dell’iniziativa romana, caldeggiata, più che da tutti, dal Cucchi, che la dava, se il tempo non mancasse alla preparazione, per sicura, e dal Crispi, che oltre a tant’altre ragioni tentava dimostrare non renitente il Rattazzi col quale aveva frequenti convegni, pareva, dico, che quell’idea cominciasse a prevalere; quando ad un tratto, all’improvviso per tutti, una mano di forse centocinquanta giovani, dei quali soltanto un terzo armati di pessimi fucili, capitanati dal trentino Luigi Fontana, uno dei Mille, appiattati fino a quel giorno nelle macchie d’una Bandita viterbese, chi dice spinti dalla fame, chi dalla paura d’essere smacchiati e presi dalle truppe italiane spedite alla loro caccia, passano il confine, si buttano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita vi fanno prigionieri trentadue gendarmi pontifici e s’impossessano della terra.

Fu il trabocco della bilancia: Acerbi e Menotti si credettero impegnati d’onore ad accorrere in aiuto degli arditi che pei primi eransi gettati allo sbaraglio; e tra quei medesimi che fino allora erano stati piuttosto avversi a qualsiasi intempestiva invasione armata, cominciava a farsi strada l’idea che fosse mestieri soccorrere i combattenti e che in ogni caso non si potesse abbandonarli. Ecco perciò Acerbi dar l’ordine alle altre sue genti, che aveva raccozzate nei dintorni d’Orvieto, di sconfinare; ecco Menotti partire per Terni col proposito di fare altrettanto; ecco Nicotera prepararsi ad imitarli. Fra il 2 e il 5 ottobre tutto l’agro viterbese e la Sabina formicolavano di bande. Il 4 era passato Menotti con soli venti uomini; ma il 7 ne aveva seicento, ed occupato Nerola, sul confine sabino, aveva già respinta una prima ricognizione di Pontifici. Il 3, i Garibaldini d’Acquapendente rinforzati da alcune centinaia di camicie rosse, guidate dal maggiore Ravini, occupavano prima San Lorenzo, poi Bagnorea, da dove il 5, dopo un eroico ma sfortunato combattimento, eran ricacciati in disordine su Castiglione; alcune squadriglie stormeggiavano presso Bolsena, ed altre nei dintorni di Viterbo; e finalmente Acerbi, dopo lungo e non bene giustificabile indugio, compariva in mezzo a’ suoi e annunziata la sua prodittatura, piantava il Quartier generale a Torre Alfina.

Che faceva ora innanzi a questa marea crescente il Governo? Urbano Rattazzi fino a quel momento, fino cioè alla passata delle bande, aveva parlato ed agito chiaramente. Tutt’al più qualche eccessivo gli poteva rinfacciare un po’ di lentezza nella caccia de’ Volontari accorrenti a Garibaldi, e qualche reazionario di non aver fino dalle prime fatto man bassa su tutte le libertà, e posta mezza Italia in istato d’assedio; ma insomma gli uomini equi ed imparziali dovranno convenire che un governo liberale in una monarchia costituzionale, in una questione nazionale d’indole così delicata e complessa, come quella suscitata dalla crociata garibaldina, non poteva fare di più. Egli aveva protestato apertamente che disapprovava quel moto e che l’avrebbe, occorrendo, impedito anco colla forza: aveva confermato il fatto col detto, sequestrando, disperdendo, incarcerando: anche i più esigenti conservatori non potevano chiedergli di più. Se non che, quando il torrente malgrado tutti gli sforzi dilagò e parve manifesto che l’arrestarlo non era più possibile senza opporgli dighe di cadaveri umani; quando il fatto si chiarì più forte d’ogni consiglio e il sentimento patriottico soverchiava anche ne’ più prudenti ogni considerazione politica;[354] quando infine la repressione del conato garibaldino poteva parere una sconfessione dell’idea nazionale ed essere interpretata come un atto di paura o di soggezione all’Impero Francese, unico protettore rimasto al Papato, allora il gabinetto Rattazzi non poteva più esitare: o cedere ad altri immediatamente il governo della pubblica cosa (e non sarebbe stato nè onesto nè coraggioso), o secondare arditamente, anzi governare egli stesso il moto che non aveva potuto impedire.

Ma come tutti i deboli e i mediocri, prese non diremo nemmanco una via di mezzo, ma cento viottole torte che non conducevano ad alcuna. Oggi sequestrava i fucili de’ Volontari e domani metteva in mano dei Comitati garibaldini quelli degli arsenali governativi:[355] non permetteva che i Volontari sconfinassero in grosse bande, e li lasciava passare alla spicciolata; conveniva che una insurrezione in Roma sarebbe stata il taglio macedone di tutti i nodi, e largheggiava di danari in suo soccorso e forniva di passaporti coloro che volessero entrarvi ad aiutarla, ma non aveva il coraggio di confessarlo, e soprattutto d’aiutarla pubblicamente; minacciava ripetutamente al Governo francese di occupar Roma al primo annuncio d’insurrezione, e alle troppe parole non faceva mai seguire il fatto. Il solo audace partito di cui si sentì capace fu la istituzione d’una certa Legione Romana, che doveva a’ suoi occhi imprimere il suggello d’un’insurrezione veramente paesana e spontanea a quella che fin allora era stata accusata di importazione forestiera, e forzare anche la più incredula diplomazia a riconoscerne la autentica romanità. Il qual disegno, piccino in sè stesso, ordito ad insaputa dei principali capi garibaldini, e pregiudicato fin dal nascere dal sospetto d’una cospirazione nella cospirazione, finì poi, per le mani indegne cui fu affidato, a degenerare in un vero pericolo ed in un danno reale per l’impresa stessa cui mirava giovare.

Infatti il ministro Rattazzi, fidatosi, con una cecità che riesce tuttora inesplicabile, a certo Filippo Ghirelli, emigrato romano e già maggiore prima di Garibaldi, eppoi dell’esercito, commise a lui non solo l’ordinamento ed il comando della Legione, ma persino il titolo e le facoltà di Commissario regio nel distretto d’Orte; dei quali titoli e facoltà quel nobil campione del valore romano seppe usare così bene che per saggio della sua onestà svaligiò in compagnia del famigerato barone Franco Mistrali la Posta d’Orte; per documento della sua accortezza politica impose una taglia di 25,000 franchi al clero della stessa città; per riprova infine de’ suoi talenti militari tagliò la ferrovia tra Orte e Corese, base delle comunicazioni ferroviarie della rivolta; per la quale ultima prodezza, prima ancora che il Fabrizi lo destituisse, fu cacciato via da’ suoi stessi soldati col grido di traditore.

Ciò non ostante, l’insurrezione si sosteneva, e quantunque breve, ognuna delle colonne invadenti aveva fatto un passo avanti. Il 13 ottobre, Nicotera, dopo un ritardo, a dir vero, poco giustificabile, riusciva a sconfinare a Vallecorsa con oltre ottocento uomini (dei quali peraltro soltanto alcune centinaia armate alla meglio) e s’avviava l’indomani per Falvaterra. Nel giorno stesso Menotti si spingeva fino a Montelibretti, che contrastava all’indomani per tutto il giorno al nemico, abbandonandolo senza plausibile ragione la sera; ma per ricuperarlo al mattino vegnente.[356] In fine il 15 ottobre l’Acerbi, rimastosi immobile tutti quei giorni a Torre Alfina, moveva con tutte le sue forze sopra San Lorenzo, ne sloggiava il nemico e si preparava a marciare su Viterbo, che si diceva pronta ad insorgere al primo apparire delle camicie rosse.

Solo Roma non dava ancora alcun segno di vita, nè lo poteva. Una sollevazione generale, uno di quegli impeti spontanei e irresistibili di popolo, che, senza bisogno di disegni e d’apparecchi, coll’armi sole dello sdegno e dell’amor patrio, fa crollare in poche ore le più antiche tirannidi, in Roma non era possibile. L’infiacchimento degli animi e de’ corpi, naturale effetto della centenaria educazione sacerdotale, e l’idea propagata dalla funesta scuola del Comitato Nazionale, e infiltratasi anche nelle fibre de’ più energici, che unica soluzione sperabile alla questione romana fossero il consenso delle maggiori Potenze cattoliche e l’opera lenta dei mezzi morali, avevano doma, se non ispenta, l’antica virtù del popolo romano, e toltagli la fede di poter da sè solo vendicarsi in libertà. Però sola cosa sperabile e conseguibile in Roma era una sommossa parziale; un colpo di mano degli elementi più rivoluzionari e gagliardi della città (e non abbondavano), preparato artificialmente nel segreto d’una congiura, epperò soggetto ai mille eventi ed ai mille pericoli di tutte le congiure. Affinchè però anche un siffatto colpo di mano potesse riuscire in una città quale Roma, due condizioni erano indispensabili: che il lavoro preparatorio potesse essere condotto con una certa libertà e sicurezza: che in ogni caso le braccia pronte a tentarlo fossero armate. Ora al 16 ottobre Roma non aveva ancora una sola arma da guerra; e quanto a cospirare, la sveglia data alla polizia papale dalla invasione garibaldina, l’aveva reso così pericoloso e difficile che poteva dirsi un vero miracolo se la trama non era dieci volte al giorno scoperta e disfatta. Appena infatti la prima banda ebbe sconfinato, il Governo pontificio lasciò ogni ritegno; e raddoppiati i posti militari; chiuse o vegliate più gelosamente le porte; frugando case ed alberghi; espellendo i forestieri sospetti; mettendo alle calcagna d’ogni patriotta un birro; perlustrando notte e giorno la città; minacciando con pubbliche gride i cittadini, pose Roma, senza dirlo apertamente, in un vero stato d’assedio. Ora introducete armi e cospirate in siffatta città! Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Cella, stretti in lega coi membri più operosi della Giunta Nazionale, lavoravano arditi e indefessi; ma, senza che nessuno osasse confessarlo all’altro, tutti sentivano gli influssi di quel nemico che fin da principio aveva più d’ogni altro cooperato ad accrescere le difficoltà dell’opera loro: la sollevazione intempestiva e forse sterile delle province, che aveva reso pressochè impossibile la sorpresa della capitale.