X.
Persuaso anche prima del 21 settembre dell’impossibilità di conservare una posizione offensiva-difensiva sulle due sponde del Volturno, deliberò di tenersi nella più stretta difensiva sulla sinistra del fiume stesso. Disgraziatamente anco la difesa, per la esiguità delle forze e l’estensione del terreno, rendevasi molto problematica e difficile. Perocchè non bastava difendersi dalle sortite di una piazza forte come Capua, ridotta un campo trincerato di circa quarantamila uomini, ma conveniva guardare, per il corso di sedici miglia, i passi di un fiume tortuosissimo, come il Volturno, e che forma una delle linee più bizzarre e insidiose che la topografia strategica conosca. I meandri e gli avvolgimenti di questo fiume son tanti, che un esercito costretto a campeggiare sulla sinistra del suo tronco inferiore, se lo trova, comunque si giri, di fronte, ai fianchi e alle spalle nel tempo medesimo. Non ha, è vero, che un sol ponte stabile, quello di Capua; ma in iscambio, una serie di ponti volanti a barche, detti, nel vernacolo del paese, scafe, che danno il mezzo a chiunque ne sia padrone, e i Borbonici lo erano, di tragittarsi da una sponda all’altra con una facilità di poco minore a quella che offrirebbe un sistema di ponti fissi.
E non basta. Posto che l’obbiettivo dei Regi fosse Napoli, essi potevano marciarvi per sette grandi vie collegate tra di loro da un dedalo di strade minori, che di tanto agevolavano ad essi le offese, di quanto accrescevano le difficoltà della difesa. Da Capua infatti essi potevano arrivare alla capitale, così per la doppia via Santa Maria-Caserta, o Sant’Angelo-Caserta, come per la strada più lunga, ma non meno insidiosa, San Tammaro-Aversa. Dal Volturno poi gli sbocchi erano tanti quante le scafe. Dalle scafe di Formicola e di Caiazzo si spiccavano due vie, che congiungendosi al bivio del Gradillo venivano a cader traverso la colonia di San Leucio, sul gran parco di Caserta; dalla scafa di Limatola un’altra via, passando rasente Castel Morone, riusciva più a oriente alla medesima mèta; infine da tutti i passi del Volturno superiore si poteva sboccare sulla strada di Piedimonte-Dugenta, che piombava diritta sui Ponti della Valle e Maddaloni, a nove miglia da Napoli.
Ora il difensore, forzato a manovrare su questo scacchiere, non aveva libertà di scelta: o guardarne tutti i passi del pari, o, concentrandosi in pochi punti, correr rischio di vedersi aggirato e tagliato fuori della sua base d’operazione. Il suolo gli offriva qua e là qualche buon punto d’appoggio; come la catena del Tifata alle spalle di Sant’Angelo, i poggi di Briano ed i boschi di San Leucio innanzi al bivio di Formicola e di Caiazzo; la vetta di Castel Morone di contro alla scafa di Limatola: le alture di Monte Caro, di Villa Gualtieri e del Longano a guardia di Maddaloni; ma tutti questi baluardi essendo interrotti e separati da grandi intervalli scoperti, non bastavano a bilanciare la lunghezza della linea e la sottigliezza del numero, col quale l’esercito garibaldino era costretto a difenderla.
Ora nessuno vorrà credere che il difetto d’una siffatta linea sia sfuggito al nostro Capitano: molti anni dopo, in un suo libro lo denunziava egli stesso;[124] ma da vero uomo di guerra, anzichè perdersi in vani conati per cambiare ciò che la natura aveva creato, e la forza delle cose gl’imponeva, prese il suo partito di far fronte al nemico su tutti i punti, salvo a distribuire le forze a seconda delle naturali difese del suolo, ed a tenersi sotto mano una forte riserva per accorrere sul punto più minacciato.
Ciò deliberato, stende fra Santa Maria e San Tammaro la divisione Cosenz,[125] comandata dal Milbitz (quattromila uomini e quattro pezzi), e vi stabilisce la sua sinistra; colloca a Sant’Angelo, in comunicazione colla prima, la diciassettesima divisione Medici (quattromila uomini e quattro pezzi), e ne fa il suo centro; apposta a San Leucio la brigata Sacchi (duemila uomini), ed a Castel Morone il battaglione Bronzetti (dugentosettanta uomini); affida alla divisione Bixio, la più forte di tutte (cinquemilaseicento uomini e otto pezzi), la difesa dei Ponti della Valle e Maddaloni, e vi assicura la sua destra; mette a guardia della strada d’Aversa la nascente brigata Corte; accampa a Caserta, sotto il comando del Türr, la sua riserva (quattromilasettecento uomini e tredici pezzi) e insedia, nella celebre Villa del Vanvitelli, prediletto svago dei Borboni, il suo Quartier generale.
Ventunmila uomini, la più parte de’ quali male armati e peggio istruiti, seminati sopra un terreno di oltre venti chilometri, dovevano contrastare il passo a quarantamila vecchi soldati, il fiore dei fedeli del Borbone, protetti da una fortezza di primo ordine, armata di sessanta bocche da fuoco, fiancheggiati da un fiume tutto in mano loro, ai quali la vicinanza, e tra poco la presenza, del Re loro trasfonderà uno spirito novello, e che tenendosi incolpevoli delle vergogne di Palermo, di Reggio e di Soveria parevano tanto più deliberati a vendicarle.