XI.

Una battaglia era imminente; molti indizi l’annunciavano, Garibaldi la presentiva. «Tornato da Palermo (scrive egli stesso) presi stanza a Caserta, e visitando ogni giorno Monte Sant’Angelo, da dove scorgeva bene il campo dei nemici, a levante della città di Capua e nei dintorni, dai loro movimenti sulla sponda destra del Volturno, che non potevano sfuggire al mio osservatorio del Monte suddetto, e dalle loro disposizioni, io congetturava essere i Borbonici in preparativi d’una battaglia aggressiva.» E non s’ingannava. Fin dal 26 settembre il generale Ritucci, nuovo comandante supremo dell’esercito regio, aveva già fermato il suo disegno, modello di primitiva semplicità: attaccare la linea garibaldina su tutti i punti, con maggior sforzo alle due ali di Santa Maria e di Maddaloni, e, sfondatala, marciare su Napoli. E da ciò questa distribuzione di parti: il generale Tabacchi colla divisione della guardia, settemila uomini, doveva assalire Santa Maria, fiancheggiato alla sua destra dalla brigata Sergardi, tremila uomini, che spuntando l’estrema sinistra garibaldina a San Tammaro aveva per iscopo di minacciare la strada d’Aversa. Al centro, invece, dando la destra al Tabacchi e sostenuto a manca dal generale Colonna, cui era commesso di passare con cinquemila uomini la Scafa di Triflisco, doveva marciare su Sant’Angelo con diecimila uomini, maggior nerbo degli assalitori, il generale Afan de Rivera: ad oriente il colonnello Perrone, con milledugento combattenti spalleggiati però da una riserva di altri tremila rimasti a Caiazzo, doveva sboccare da Limatola, e per la strada di Castel Morone mirare diritto a Caserta: all’ultima destra, infine, il Von Mechel con una divisione di ottomila uomini, la più gran parte Tedeschi, doveva, per la strada di Ducenta, avventarsi sul Bixio ai Ponti della Valle, e di là, dando la mano al Perrone, come questi doveva darla al Colonna, al Rivera, al Tabacchi, a tutti quanti marciare a bandiere spiegate su Napoli. Il gran colpo era stato deciso per il 1º ottobre, onomastico di Francesco II; il Re stesso, coi fratelli, doveva seguire, a convenevole distanza, le sue legioni, e coll’augusta presenza incoraggiarle, da lontano, alla sacra riscossa.

Fino dalla vigilia Garibaldi aveva notato sotto le mura di Capua un grande tramenío, sicchè, come uomo che ha letto fino al fondo il pensiero del suo avversario, diceva o mandava a dire a’ suoi Luogotenenti: «Fate buona guardia, domani saremo attaccati.»

In sull’alba del 1º ottobre, infatti, un crescente colpeggiare di moschetteria, echeggiante da Sant’Angelo a Santa Maria, annunziava che la zuffa era cominciata. Poco dopo il Milbitz era già alle prese col Tabacchi, e il Medici con Afan de Rivera; laonde Garibaldi, accorso al fragore de’ primi colpi a Santa Maria, aveva subito indovinato che la giornata sarebbe stata, come suol dirsi, assai calda, e che conveniva rinforzare senza indugio Santa Maria, che era, tra i punti principali della sua linea, il più debole e per postura e per numero di difensori. Mandò quindi a chiedere a Caserta la brigata Assanti della riserva, e confidatosi interamente al Milbitz, uno de’ suoi vecchi commilitoni di Roma, partì in carrozza per Sant’Angelo, altro dei punti che più gli stavano a cuore.

Potevano essere le sei del mattino. Circa all’ora medesima gli avamposti del Bixio si scontravano con l’avanguardia di Von Mechel, e il Perrone passava il Volturno a Limatola. Se non che, giunta verso la metà della strada che da Santa Maria mena a Sant’Angelo, la carrozza di Garibaldi è all’improvviso tempestata da una grandine di fucilate, e al tempo stesso involta in un nugolo di nemici sbucati da certe fosse asciutte che tenevan luogo di vere strade coperte. E già quella prima scarica aveva morti il cocchiere ed un cavallo della carrozza; talchè Garibaldi stesso, in presentissimo pericolo, fu costretto a balzare a terra ed a mettersi co’ suoi aiutanti in sulla difesa. «Ma (narra egli medesimo) mi trovavo in mezzo ai Genovesi di Mosto ed ai Lombardi di Simonetta. — Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i Borbonici con tanto impeto, che li respinsero un buon pezzo distanti e ci facilitarono la via verso Sant’Angelo.[126]»

Pure anco l’arrivo a Sant’Angelo non fu senza pericolo. Intanto che la prima catena del Rivera per quelle fosse o strade coperte, che dicemmo, s’insinuava non vista dentro il fianco sinistro del Medici e stava per tagliargli ogni comunicazione col Milbitz, dal lato opposto le avanguardie del Colonna, tragittata nella notte la Scafa di Triflisco, aggiravano favorite dalle tenebre la destra di Sant’Angelo, e per sentieri ascosi di monti arrivavano in sul fare dell’alba sui poggi di San Vito, uno dei contrafforti del Tifata. Poco mancò pertanto che Garibaldi, il quale appunto verso quella medesima ora arrivava su quell’altura, cascasse in mezzo a quella nuova imboscata di nemici; e sarebbe certamente accaduto se appena scortili non li avesse arrestati, cacciando loro incontro il drappello della sua scorta, facendoli al tempo stesso pigliar di costa da una compagnia del Sacchi che chiamò in tutta fretta da San Leucio.

Liberato, con tanta fortuna sua e della giornata che stava combattendo, da quel nuovo pericolo, Garibaldi potè abbracciare dal suo osservatorio di Sant’Angelo tutto il quadro della battaglia. E gli apparve formidabile. Il Milbitz e il Medici resistevano prodemente, ora contrastando, ora riacquistando con infaticabili contrassalti i punti capitali delle loro posizioni; ma il nemico, forte delle sue grosse riserve, rinnovava di continuo con truppe fresche gli assalti, mentre i Garibaldini, diradati dalla strage e dalla stanchezza, erano all’estremo della loro possa. Si combatteva da una parte e dall’altra da oltre sei ore; ma verso il tocco pomeridiano un nuovo e generale assalto del Tabacchi contro il Milbitz, e di Afan de Rivera contro il Medici, addossa i difensori agli ultimi ripari delle loro linee. Il Milbitz a Santa Maria è ridotto alla difesa di Porta Capuana; il Medici a Sant’Angelo è forzato a disputare con un pugno di gente il crocivio Capua-Sant’Angelo, Santa Maria-Sant’Angelo, centro delle sue, e chiave di tutte le posizioni a occidente di Caserta. Ancora un passo de’ Borbonici e la giornata è perduta. Garibaldi lo vede, ed afferrando a volo l’istante, scende a galoppo dal Tifata, rincora, rampogna, raduna, risospinge al combattimento quanti fuggiaschi o sbandati incontra per via: raccomanda al Medici, cui ogni raccomandazione era superflua, di tenersi a Sant’Angelo fino all’ultimo fiato; spicca ordine al Sirtori di mandare incontanente a Santa Maria tutte le riserve, e pei sentieri bistorti e ruinosi della montagna, poichè la strada diritta era in potere del nemico, corre egli stesso a Santa Maria per attendervi le riserve e ristorare la pugna.

Le riserve infatti, verso le due pomeridiane, parte per la consolare, parte per la ferrovia, arrivarono. Non v’era più un solo istante da perdere; ogni altro capitano le avrebbe cacciate, senza dar loro un secondo di riposo, nella mischia: Garibaldi no. Composto il viso all’abituale placidezza, non tradendo alcun segno d’interna trepidazione, rassicura col solo aspetto le truppe sopravvenienti, comanda agli ufficiali che siano lasciate riposare, dice ad alta voce al generale Türr, in guisa che tutti possano sentirlo: «La vittoria è certa, manca solo il colpo decisivo;[127]» poi, senza fretta, senza trambusto, con ordine e calma mirabili, piglia egli stesso la brigata Milano e parte della Eber e la caccia sulla strada di Santa Maria a Sant’Angelo; intanto che il Türr col rimanente della Eber e gli avanzi della Milbitz va a rinforzare la difesa di Porta Capuana e a fronteggiare il nemico su tutta la sinistra. Nel suo concetto le riserve mandate alla riscossa sulla destra dovevano attaccare il nemico in due colonne e con due obbiettivi affini, ma diversi: l’uno, cioè, urtare diagonalmente la destra del Tabacchi in modo da spuntarlo e separarlo da Afan de Rivera; l’altro marciar perpendicolarmente sul fianco sinistro di questi, in guisa da minacciarne la ritirata e da liberar a Sant’Angelo il Medici che eroicamente agonizzava. E tutto riuscì a seconda. Pochi colpi, alcune cariche a fondo brillanti, soprattutto quelle della Legione ungherese e del battaglione Milano, e i Generali borbonici, sconfidati da tanta resistenza, se non stremati di forze, fatta coprire la loro fronte, spezzata da un’ultima carica di cavalleria, male guidata e presto risospinta, suonarono a ritirata. Alle 5 della sera tutte le posizioni garibaldine erano riconquistate. Il Medici tornava signore indisputato del suo quadrivio. Il Türr e il Rustow (il Milbiltz era rimasto ferito) inseguivano le schiere disordinate del Tabacchi e del Rivera, fin sotto le mura di Capua. Alla stessa ora il Bixio, dopo avere per tutta la giornata ributtati gli assalti di Von Mechel, lo ricacciava colle baionette alle reni di là dai Ponti della Valle fin presso a Ducenta; al Perrone infine, trattenuto sei ore sotto Castel Morone dall’eroico petto di Pilade Bronzetti e de’ suoi trecento, sacratisi a certa morte per la salvezza comune, era tolto di tentare per quel giorno il divisato colpo su Caserta; sicchè in quell’ora stessa, 5 pomeridiane, Garibaldi poteva telegrafare a Napoli: «Vittoria su tutta la linea.[128]»

PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO ([Versione più grande])