XIII.
La giornata di Monte Rotondo produsse lo sgombro di tutto il territorio pontificio e la ritirata dell’intero esercito dietro i ponti del Tevere e del Teverone, onde facevasi omai evidente che tutto lo sforzo papale andava a concentrarsi nella difesa delle mura di Roma, le quali in tutta fretta erano state guernite di batterie e di fortilizi d’ogni natura.
E libera per tal modo la campagna, Acerbi, cui era fallita due giorni prima (24 ottobre) una sorpresa di Viterbo, se ne impadroniva nella giornata stessa di Monte Rotondo senza colpo ferire, insediandovi la prodittatura e proclamandovi i plebisciti; altrettanto faceva a mezzodì il Nicotera, il quale, dopo l’eroico sacrificio di Raffaele Benedetto e de’ suoi ventidue compagni a Monte San Giovanni, campeggiato altri due giorni nei dintorni di Veroli, saputa sgombra di nemici tutta la provincia di Velletri vi si gettava tosto con tutte le sue genti; trionfando il 28 a Frosinone, il 30 a Velletri, dove egli pure, colla proclamazione dei plebisciti, dissipava i maligni sospetti insorti sul colore della sua bandiera.
Stando così le cose, Garibaldi, regalato un giorno di riposo a’ suoi Volontari, lasciato un battaglione a Monte Rotondo, un altro a Mentana, e speditone un terzo col colonnello Pianciani a Tivoli, ordinato alle colonne dell’Acerbi e del Nicotera di raggiungerlo, mosse difilato con tutte le sue forze verso Roma. La sera del 27 pernottò a Fornuovo: il 29 portò il suo quartier generale a Castel Giubileo, spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada in vista del ponte Salario, a pochi tiri dall’inimico. I Pontificii pare l’attendessero da questo lato, giacchè Porta del Popolo, Porta Salara e Porta Pia e tutte le ville attigue, la Torlonia, la Patrizi, la Ludovisi, erano state guernite di pezzi coperti e occupate da compagnie imboscate. Monte Mario, contrafforte formidabile che munisce l’entrata di Porta del Popolo, era pure stato posto in istato di difesa, ed una specie di campo trincierato vi si andava alacremente costruendo.
Garibaldi vide le difficoltà e passò tutta la giornata del 29 a studiarle. Tuttavia una falsa notizia, recatagli da un bugiardo messaggiere, «che Roma fosse pronta a ritentare nella notte dal 29 al 30 una seconda riscossa,» lo indusse a persistere nel primo divisamento di attaccare Monte Mario, e pensando rincorare colla promessa di un vicino aiuto i Romani, ordinò si accendessero molti fuochi lungo tutta la linea del campo e si preparassero quante barche potevasi, per il passaggio del Tevere. A chi scrive queste linee toccò l’amaro ufficio di far sentire a Garibaldi, addormentatosi nella forte speranza della battaglia, la sgradita sveglia della delusione. Tutto era spento in Roma. I Romani non potevano fare e non avrebbero fatto di più; chi gli aveva portato quel messaggio era od un ingannato od un ingannatore. Garibaldi ci diede ascolto, e gli eventi risposero se noi avevamo detto il vero.
Allora il Generale si volse ad altri pensieri. Stare accampato lungo le umide rive d’un fiume, senza avanzarsi nè retrocedere, a nulla approdava e molto poteva nuocere, specialmente alla salute de’ soldati, e tutto consigliava a prendere stanza in qualche luogo sicuro e difeso, centrale tra le due colonne di destra e sinistra che dovevano raggiungerlo, aspettando l’occasione propizia per riprendere più decisamente le offese.
Gli restava per altro a riconoscere la postura e il contegno dell’inimico dall’altra parte della città, vedere fino a qual segno fossero guardati i ponti sul Teverone, e infine scandagliare lungo la via il punto più debole per l’assalto futuro.
A tal uopo, la mattina del 30, scortato da due battaglioni di Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Burlando e Stallo, da una dozzina di guide e dal suo Stato Maggiore, guidò egli stesso la divisata ricognizione su Ponte Nomentano. Menotti con tutte le sue genti, meno un battaglione rimasto a Castel Giubileo, dovea marciare più tardi in sostegno della ricognizione. E in questa breve e quasi oscura operazione, parve ancora una volta quell’acume militare e quella famigliarità col campo di battaglia, onde Garibaldi terrà mai sempre, contrastato o no, il primo posto tra i primi capitani del mondo.
Egli stesso in un bullettino, che noi scrivemmo sotto la sua dettatura nel suo quartier generale di Monte Rotondo, faceva con brevi e scolpite parole la storia di quella giornata.
«Monte Rotondo, 31 ottobre.
»Ieri, alle sei antimeridiane, giunse una scoperta nostra di pochi uomini a cavallo al Castello dei Pazzi, ed una guida nostra assieme ad un ufficiale di Stato Maggiore, entrati per i primi, s’incontrarono petto a petto con una pattuglia di Pontificii, l’attaccarono co’ rewolvers e la misero in fuga. La guida nostra ebbe una palla nel petto che lo sfiorò felicemente, e fu ferita di poco momento.
»La scoperta era seguita dal primo battaglione di bersaglieri nostri che occuparono il castello suddetto ed il Casale Ceccina. Dopo un’ora circa di soggiorno in quel sito, due colonne di Zuavi e di Antiboini sboccarono una dal Ponte Nomentano e l’altra dal Ponte Mammolo.
»I nostri, collocati in posizione dal Casale suddetto al Castello, ebbero ordine d’aspettare il nemico a bruciapelo.
»I nemici avvicinandosi a destra e sinistra della posizione ci fecero molti tiri da destra a cui non fu risposto; solamente verso sera avvicinandosi alcuni Pontificii per la destra, furono sparati alcuni tiri, i quali uccisero quattro uomini e non si sa quanti feriti.
»Noi abbiamo tre feriti leggermente. Così passò la giornata e si tennero le posizioni fino alla notte, a un tiro di carabina dal Ponte Nomentano.
»Non essendo l’obiettivo se non che di riconoscere la posizione del nemico sul Teverone, quella notte si diede ordine di ritirarla su Monte Rotondo, lasciando una quantità di fuochi accesi sulla linea. La ritirata si fece in buonissimo ordine, e questa mattina il nemico, credendo che occupassimo ancora le nostre posizioni, vi fece una quantità di cannonate al vento.
»I nostri Volontari scalzi ed affamati si stanno rifocillando in Monte Rotondo e contorni. Il loro contegno di ieri in presenza del nemico fu ammirabile.
»G. Garibaldi.»
Se Garibaldi si fosse lasciato tentare a rispondere con una sola fucilata alle tante che il nemico c’inviava, o se un solo volontario lo avesse disubbidito, noi avremmo dovuto accettare il combattimento, trecento contro le migliaia, in un terreno scoperto e in parte sconosciuto, separati dalle nostre linee (almeno fino all’arrivo di Menotti) mediante un vasto tratto di campagna, e non solo la giornata, ma Garibaldi stesso sarebbe stato posto a grave pericolo. E già poco mancò non lo fosse nel mattino stesso, giacchè fra i primi entrati nel cortile de’ Pazzi v’era Garibaldi in persona! Una palla di un mercenario, e Garibaldi spariva oscuramente sotto le volte d’un castellaccio abbandonato della Comarca romana! Ma il colpo d’occhio di quell’uomo e la fede in lui salva tutto. Gli stette sempre al fianco, interprete intelligente e risoluto de’ suoi ordini, un altro veterano di battaglie rivoluzionarie, il generale Fabrizi, arrivato al campo dal mattino soltanto a riprendere il suo posto di capo di stato maggiore, che Garibaldi gli aveva meritamente conservato.
Questa marcia avanti e indietro, quella ritirata su Monte Rotondo non piacque ai Volontari; e se la parola ai militari sembra strana, chi fu volontario la comprenderà. Il piacere o non piacere, il benedire o maledire, il discutere i movimenti, i disegni, i comandi, il rerum cognoscere causas è uno dei bisogni invincibili e degli abiti incurabili delle baionette intelligenti. Perchè si fosse andati fino a Ponte Nomentano ognuno press’a poco presumeva comprenderlo; ma perchè senza sconfitta, quasi senza combattimento, si desse addietro, e addietro fino a Monte Rotondo, questo nessuno poteva metterselo in capo. E il non intendere rendeva grave e svogliato l’ubbidire. Quindi i commenti, le interpretazioni, le censure, le querimonie infinite. Chi voleva che la ritirata ci fosse imposta dal Governo italiano, e che il ritorno a Monte Rotondo significasse dissoluzione; chi sosteneva che Garibaldi stesso, riconosciuta l’impossibilità di prender Roma con quelle forze, abbandonava l’impresa; e chi andava più innanzi e faceva già sparito, già arrivato a Firenze il Generale, il quale per smentire la puerile diceria, era costretto a mostrarsi e a parlare; chi ci vedeva una tregua, chi un acquartieramento, pochissimi una manovra, ed infine, cosa assai più grave, chi gettava in mezzo ai crocchi dei novellieri e dei disputanti la notizia, vera pur troppo, dell’arrivo in Roma de’ Francesi, e portava così al colmo il malumore, la confusione e lo scoramento.
Pure finchè non erano che ragionari di giovani, o queruli, o curiosi, ma onesti, si potevano presto quetare; una parola di Garibaldi, un ordine del giorno, una promessa qualunque, li avrebbe persuasi: ma in mezzo al fiore degli schietti ed ingenui v’era la mondiglia dei tristi, dei maligni, dei corruttori, degli spacciatori di bugiarde notizie, degli agenti segreti e prezzolati della dissoluzione; peste che aveva ammorbato fin dal loro nascere quelle avveniticcie milizie. Lo sfasciamento pertanto cominciò da costoro e si propagò in breve anco a’ meno peggio; laonde al toccar Monte Rotondo era già visibile e grande. I Volontari, quali col fucile, quali senza, a lor beneplacito, senza chiedere nè accettare licenza, se ne andavano a coppie, a squadre, e per far più presto, giunti alla svolta della strada di Monte Rotondo, non la salivano nemmeno e continuavano su per via Salaria verso il confine. L’onesto partiva dicendo: «Poichè a Roma non si va più, stia ne’ quartieri chi vuole;» il mariuolo partiva pensando: «Poichè non v’è più nulla da bottinare costà, a Roma, ci pensi chi vuole,» e quali istigando, quali scimmiottando, tutti persuadendosi a vicenda che la era finita, e non restava altro da fare, a drappelli, a frotte, se la svignavano. Lo sfacelo durò così vasto e crescente fino alla mattina del 2. In quel giorno però, la voce sparsa d’una marcia in avanti, una rivista passata da Garibaldi, lo sforzo de’ buoni ufficiali rimasti fedeli al posto, lo arrestò. Frattanto potè ben dirsi che circa 2000 uomini erano sfumati a quel modo.[365]
Però finchè la defezione non era che dei tristi, anzichè impedirla era da incuorarla; ma il male era che nè i tristi se n’andavano tutti, nè i buoni restavano tutti; onde si era minacciati dei danni dello sfacelo senza i vantaggi che sarebbero derivati da uno spurgo generale, fatto con criterio e con energia, degli elementi morbosi che infracidavano il corpo anche nelle sue parti più sane. In altre parole, la diserzione complicava anzichè risolvere il problema della riorganizzazione, e lo rendeva sempre più urgente e pericoloso.
A questo problema però quanti avevano coscienza dello stato vero delle cose, da Garibaldi all’ultimo ufficiale, s’erano dati gravemente a pensare. Il generale Fabrizi, aiutato da Alberto Mario, lavorava alacremente a ordinare il suo stato maggiore, e la prima opera a cui mostrava intendere era la riorganizzazione. Un tribunale militare con poteri eccezionali era improvvisato, e se non gli fosse venuto meno il tempo, avrebbe fatta rigorosa giustizia; la ferrovia tra Orte e Corese già interrotta, era restaurata, e l’arrivo de’ più indispensabili oggetti d’equipaggiamento, elemento principalissimo d’ogni organizzazione, affrettato. Si tentava inoltre di formare una scelta e numerosa guardia del campo, posta agli ordini d’un capo energico ed autorevole che avrebbe dovuto fare la polizia dell’esercito, che ne avea tanto bisogno, e marciando col quartier generale proteggere la persona di Garibaldi, ad ogni momento esposto a’ più rischiosi sbaragli.
E tutto ciò era un nulla, a petto del vero, del supremo problema dominante tutti gli altri. Che si faceva a Monte Rotondo? Che si faceva oggimai nello stesso Agro romano? Al Cialdini, cui la composizione di un Gabinetto di conciliazione era fallita, subentrava il generale Menabrea con un Ministero così detto di resistenza, il cui primo atto era stato un bando del Re che apertamente sconfessava il conato garibaldino e del quale furono ben tosto chiaro commento lo scioglimento del Comitato centrale di soccorso, la fermata al confine dei viveri diretti al campo garibaldino, il consenso all’intervento francese in Roma, e la sottomissione infine a tutti i voleri dell’imperatore Napoleone III e alle disfide oltraggiose de’ suoi ministri.[366]
Infatti tra la sera del 30 e la mattina del 31 la voce era cominciata a propagarsi che i Francesi fossero sbarcati a Civitavecchia, anzi già entrati in Roma, e quantunque al generale Garibaldi nessuno avesse pensato a darne l’annuncio ufficiale, la sola probabilità del fatto era anche per l’eroe più temerario d’una importanza capitale. Infine contemporanea a quella notizia ne era corsa subito un’altra, che le truppe italiane avessero varcato la frontiera pontificia occupandovi i punti più prossimi, col mandato, dicevano i dispacci del Menabrea, di tutelarvi l’ordine, di evitare ogni cozzo colle truppe francesi e di procedere, potendo, d’accordo con esse.
Ora la gravità di questi fatti era manifesta a chicchessia. La impresa garibaldina veniva a trovarsi interamente abbandonata a sè stessa, posta da un giorno all’altro al cimento di dover combattere, insieme al pontificio, l’esercito francese e fors’anco scontrarsi coll’italiano, giacchè le intenzioni del Governo di Firenze non erano su questo proposito ben chiare. Che fare? Garibaldi non era mai stato così cupo e cogitabondo! In quella mattina del 31 parecchi amici, tra i quali Cairoli e Guastalla, venuti da Firenze a visitarlo a Monte Rotondo, l’avevano consigliato a desistere da una lotta, il cui ultimo resultato non poteva essere oramai che un infruttuoso e cruento sacrificio; ma ciò che appariva semplice e chiaro ai più volgari, non lo era altrettanto agli occhi dell’Eroe! Cedere in faccia allo straniero fino allora sfidato; cedere senza aver tentato un supremo sforzo per riafferrare la vittoria, o almeno glorificare la sconfitta, non era da lui! E non era nemmeno il parere degli amici militari che l’avevan seguito fino allora. Anche per essi, come per Garibaldi, l’impresa non per anco era disperata, la resistenza poteva essere ancora possibile, tanto più che a nessuno era dato prevedere quale sarebbe stato il sentimento dell’Italia innanzi ad una guerra combattuta da’ suoi figli, anco con mediocre fortuna, contro uno straniero invasore! Però Garibaldi, concorde con tutti i principali suoi Luogotenenti, deliberò di continuare la lotta a oltranza; e nel 31 stesso provvide al da farsi.
Se non che prendere quella risoluzione e veder che Monte Rotondo non era più stanza adatta ad una campagna di guerriglie, di volteggiamenti, di meditati indugi e di accorte ritirate, quale era quella cui bisognava prepararsi, fu per Garibaldi un punto.
Posizione forte contro la fanteria Monte Rotondo non lo è più quando abbia di contro un nemico munito d’artiglierie, che possa coronare le alture circostanti e batterlo in breccia da ogni punto. Però i veri pericoli della dimora a Monte Rotondo, senza dire che le lunghe scorrerie militari l’avevan dissanguato d’ogni cosa necessaria al vivere quotidiano, eran principalmente queste: la troppa vicinanza al confine che apriva una comoda via al flusso già cominciato delle diserzioni; la sua posizione isolata e facilmente aggirabile, la quale non lasciava ai difensori altra scelta che di seppellirsi uno ad uno sotto le sue pietre o di capitolare a discrezione.
L’abbandonarlo dunque era più che saggezza, necessità; e poichè d’altro canto Tivoli era città prossima a Roma quanto Monte Rotondo, in posizione ancora più forte, con un fiume davanti, una catena di contrafforti a’ fianchi, due o tre strade di ritirata in caso di rovescio; più lontana da Acerbi, ma più vicina a Nicotera; un vasto territorio alle spalle; popolosa, ampia, fornita di vettovaglie, così Garibaldi prescelse Tivoli.