XIV.

Tuttavia, convien confessarlo, il Generale prima di risolversi al partito che da ogni parte gli veniva proposto, ed egli stesso aveva chiaramente indovinato, esitò. Qual pensiero lo trattenne? Noi nol potremmo mallevare: appena ci periteremmo a supporre che egli sperasse ad ogni istante di veder l’esercito italiano marciare contro il nuovo invasore e chiedergli così ragione del violato suolo della patria. Nessuno stupisca: son pensieri di Garibaldi! Il condottiero di Volontari che lietamente si sarebbe messo alla coda dell’armi nazionali, non voleva con una mossa apparentemente ostile aggravare la situazione politica, nè guastare quelle che per lui erano buone intenzioni del Governo italiano e nelle quali ancora confidava. Comunque, l’esitazione di Garibaldi, fosse pur figlia d’un’alta e patriottica ragione, pesò sulla bilancia degli eventi che il futuro prossimo maturava.

Nel dopo pranzo del 2 novembre parecchi messaggeri al quartier generale recarono che le truppe pontificie, non si diceva ancora le francesi, si apparecchiavano ad uscir da Roma per venire ad attaccare i Garibaldini a Monte Rotondo. Queste notizie, sebbene non certe, tolsero Garibaldi ad ogni incertezza, e tutte le disposizioni per la marcia su Tivoli furono prese, caute e sapienti come l’arte più rigorosa poteva suggerire.

Il movimento che stava per intraprendere, era una marcia sul fianco sinistro; e ognuno sa i rischi e i pericoli di siffatte manovre. Però Garibaldi era di fronte a due ipotesi ugualmente probabili: che il nemico, già in marcia su Monte Rotondo, ci incontrasse nella nostra marcia su Tivoli: che il nemico, avvertito della nostra partenza, sboccasse da Roma, e scegliendo il luogo e il tempo, ci assalisse sul nostro fianco. Importava quindi parare a queste due eventualità, potrebbesi già dire probabilità, ed ecco come Garibaldi provvide.

A levante della via Nomentana, da Mentana a Tivoli, si spiega un sistema di piccoli poggi popolati di frequenti villaggi, i quali paiono gettati là dalla natura per guardare quella strada fino al suo punto d’incontro colla strada Tiburtina. Qualora perciò fossero state occupate quelle alture, coll’ordine di spingere avamposti e ricognizioni sulle diverse vie che da esse sboccano sulla via Nomentana, si sarebbe stati per lo meno sicuri di queste due cose: o che il nemico sarebbe stato scoperto molto prima che potesse incontrare la colonna marciante, la quale perciò avrebbe avuto tempo di spiegarsi come e dove voleva; o che il nemico anche sfuggendo alle scoperte, comunque e dovunque attaccasse la colonna, avrebbe sempre avuto sul suo fianco destro od alle spalle la minaccia, ed occorrendo anche il peso dei battaglioni stesi lungo tutte quelle posizioni avanzate, e cadendo fra due fuochi si sarebbe inevitabilmente esposto al pericolo di una rotta là dove sperava trovare una vittoria.

Fermo in questi concetti, il generale Garibaldi fin dal 1º novembre avea mandato il colonnello Paggi con tre battaglioni (900 uomini) ad occupare i villaggi di Sant’Angelo in Capoccia e Monticelli e le alture più avanzate di Monte Lupari e Monte Porci con tutte quelle prescrizioni d’avamposti, di sorveglianza e di precauzioni che abbiamo indicate. Date queste disposizioni, Garibaldi stesso, nel pomeriggio del 2, andava a riconoscere le posizioni nuovamente occupate da Paggi e lo stradale da percorrersi, e tranquillo da questo lato tornava a Monte Rotondo per dare in un ordine del giorno, tutto scritto di suo pugno, le disposizioni finali della partenza, che importa trascrivere:

«Colonnello Menotti Garibaldi,

»Le colonne da voi comandate marceranno per la sinistra sulla via di Tivoli.

»Nella marcia esse si terranno compatte il più possibile ed in ordine.

»Sulla destra delle colonne in marcia e sulle strade che conducono a Roma si dovranno spingere delle pattuglie a piedi e degli esploratori a cavallo bastantemente lontani, per essere avvisati a tempo a poter prendere posizioni, in caso dell’approssimarsi del nemico.

»Sulle alture di destra della linea di marcia si dovranno pure tenere delle vedette allo stesso scopo.

»Una vanguardia precederà le colonne ad una distanza per lo meno di millecinquecento a duemila passi, ed essa sarà preceduta pure da esploratori e fiancheggiatori competenti.

»Una retroguardia pure molto importante, con rispettive guide indietro a considerevoli distanze, per avvisare di qualunque cosa utile.

»Questa retroguardia non deve lasciare dietro di sè un solo individuo delle colonne ed un solo carro o bagaglio.

»L’artiglieria e munizioni marceranno nel centro.

»I bagagli, i viveri, ec. potranno marciare in testa od in coda delle rispettive colonne.

»Si raccomanda ai comandanti le colonne il buon ordine che col valore dei nostri Volontari deve acquistarci la stima delle popolazioni.

»Monte Rotondo, 2 novembre 1867.

»Il Capo di Stato Maggiore

»N. Fabrizi.

»G. Garibaldi.»

L’ordine di marcia dapprima era fissato per l’alba del 3; se non che il colonnello Menotti, opponendo la necessità di una distribuzione di oggetti di vestiario e specialmente di scarpe, arrivate poco prima, pregava il padre a sospendere la partenza fino alle 11 del giorno stesso.

Garibaldi, pieno di paterna fede nella voce del figlio, si arrese, e quel che gli abbia costato quella condiscendenza l’evento lo dimostrerà. Che cosa era mai il bisogno, fosse pur sentito, di scarpe, davanti alla suprema necessità d’una marcia manovra di quella importanza e natura, gravida di tanti pericoli e di tanti effetti, e fallita la quale, tutto era perduto? Come si poteva posporre il principale all’accessorio? Come intraprendere una marcia, che doveva esser fatta di soppiatto, in pieno mezzogiorno? Basti il dire che alle 11, marciando anche senza scarpe, tutta la colonna sarebbe stata a Tivoli; e che i Pontifici, giungendo in faccia a Mentana, l’avrebbero trovata vuota. Quale scacco per i generali francesi! Quale trionfo per Garibaldi!

Non si potè naturalmente partire che a mezzogiorno. Garibaldi poco prima aveva spedito un altro messo all’Orsini, subentrato al Nicotera, perchè sollecitasse la sua marcia su Tivoli, e quando vennero ad avvertirlo che tutto era pronto per la marcia, si mosse senza dir verbo, pensieroso e triste, zufolando per le scale una sua vecchia canzone d’America,[367] quasi volesse dai ricordi di quei giorni gloriosi trarre gli auspicii del destino al quale andava incontro. Indi montò a cavallo ed al galoppo, cosa insolita in lui, passò via, rapido e silenzioso davanti ai battaglioni schierati in battaglia lungo la strada di Mentana, e poco dopo dietro a lui tutta la colonna si pose in cammino.

Il servizio d’esploratori e fiancheggiatori, oltre ad un manipolo di guide mal montate e per la maggior parte nuove a quel delicatissimo servizio, fu affidato al 1º battaglione dei Bersaglieri genovesi, comandati dal maggiore Stallo. Dietro dovevano seguire, sempre come avanguardia, i due altri battaglioni di bersaglieri, il 2º de’ Genovesi, comandato da Burlando, e il 3º dei Lombardi e Romagnoli comandato da Missori, e con essi la compagnia de’ Carabinieri livornesi, forte non più di 70 uomini, sotto gli ordini del capitano Mayer. Ora senza rivangare qui le molte ragioni che possono avervi influito, ma incontrastabilmente per la principalissima che la distribuzione del mattino avea disturbato le ordinanze, il fatto sta, e importa notarlo, che tra l’avanguardia e il corpo principale sparì, appena staccata la marcia, ogni intervallo, talchè persino l’estrema punta del maggiore Stallo non potè che assai malamente adempiere all’ufficio suo di scoprire il nemico e di proteggere la testa e il fianco della colonna marnante. D’altra parte il colonnello Paggi, che avea spedito al comando generale a prendere nuove istruzioni, riceveva firmato dal signor Berna, capo di stato maggiore del colonnello Menotti, l’ordine di lasciare Monte Porci e Monte Lupari e di andare colle stesse forze ad occupare Palombara (se il Paggi aveva letto bene), paese a settentrione delle posizioni prima occupate, rivolto a tutt’altra direzione e che nulla avea a che fare nè colla via Nomentana nè con nessun’altra via onde il nemico potesse sboccare. Quest’ordine accrebbe nella mente del Paggi la confusione, laonde la sorveglianza che egli stesso dovea esercitare sulla via Nomentana, divenne disforme interamente dalle istruzioni del Generale in capo, e affatto illusoria. A sommar tutto, gli ordini chiari, accurati e precisi dati da Garibaldi non furono che imperfettamente eseguiti e negligentemente sorvegliati, onde non sarà gran meraviglia se il nemico potrà quasi improvviso piombare sulla testa della colonna garibaldina e prima ancora che ella si fosse riavuta dalla sorpresa costringerla a duro cimento.