XIV.

Fino dall’11 settembre il Dittatore chiamava presso di sè Giorgio Pallavicino coll’intenzione di offrirgli la Proditattura delle provincie napoletane. E l’onorando patriotta accorreva all’invito; se non che, giunto a Napoli, non assunse subito l’ufficio; ne ripartiva, invece, immediatamente per adempiere un altro confidenziale mandato commessogli dal Dittatore e del quale ecco la ragione. La ruggine frappostasi tra il conte di Cavour e il generale Garibaldi fin dalla cessione di Nizza, s’era, per gli attriti del Mezzogiorno, dilatata e approfondita al segno da degenerare in aperta e implacabile inimicizia. Insusurrato da incauti o maligni consiglieri, il Generale aveva finito coll’accogliere il sospetto, che colui il quale era stato capace di mercanteggiare una volta una terra italiana, lo sarebbe stato la seconda. Ignaro o dimentico di quanto il conte di Cavour aveva operato per soccorrere l’impresa di Marsala, non ricordava, del rivale, che gli intoppi, le insidie, le trafitture; finchè venne il giorno, in cui, in buona fede, credendo che quegli solo, il Ministro, fosse d’inciampo al compimento della sua missione nazionale, ebbe l’infelicissima ispirazione di chiederne al Re il congedo, insieme al Farini ed al Fanti, che giudicava, ed erano, suoi complici.[144]

Nè Vittorio Emanuele era re da piegare a siffatta intimazione, nè il conte di Cavour ministro da consigliarlo. E ciò tanto più che la lettera del Dittatore, arte o imprudenza che fosse, era stata divulgata su pei giornali, e la dignità del Governo, non che quella della Corona, pubblicamente ferita. Su questo proposito il conte di Cavour fece in Parlamento alcune dichiarazioni, che non vanno dimenticate. «Fin dall’agosto, diss’egli, quando il dissenso del generale Garibaldi era probabile, ma non ancora conosciuto, io non aveva esitato, per olocausto alla concordia, di offrire al Re la mia rinuncia e dell’intero Gabinetto; ma dal momento, egli aggiungeva, che quella lettera era stata propalata, che quel dissenso era divenuto pubblico, non era più lecito a noi l’offerta delle nostre dimissioni, giacchè, o Signori, io lo ripeto, se la Corona sulla richiesta di un cittadino, per quanto illustre egli sia e benemerito della patria, avesse mutati i suoi consiglieri, essa avrebbe recato al sistema costituzionale una grave e, dirò anzi, una mortale ferita.[145]»

E, per fermo, così la condotta sua, come quella del Re, non poteva essere nè più decorosa, nè più corretta. Chi sgarrava in tutto ciò era Garibaldi; ma poichè anche al conte di Cavour non pareva vero d’aver un’arma in mano per iscreditare e indebolire l’avversario fortunato, i mutui rancori, caritatevolmente soffiando gli zelanti d’ambo le parti, eran venuti di giorno in giorno siffattamente inturgidendo da minacciare non lontano qualche scoppio violento.

Ma appunto in que’ giorni giungeva in Napoli il Pallavicino, il quale, appena seppe il segno pericoloso a cui era giunto il dissidio, si offerse di comporlo, facendosi mediatore a Torino di proposte, com’egli le reputava, conciliatrici. E poichè Garibaldi consentì tosto, munito d’una seconda sua lettera pel Re il Marchese si rimise in viaggio. Se non che le condizioni, ond’egli era apportatore, non erano quelle per l’appunto che meglio potessero condurre ad un accordo. Garibaldi insisteva ancora nel pretendere il congedo del Cavour; in compenso prometteva l’annessione immediata. La risposta fu quindi quale era da attendersi: una disputa di più tra il Conte ed il Marchese, e una nuova e più ricisa ripulsa. Al Prodittatore perciò non restò che il ritorno a Napoli; ma dicasi a lode del suo animo patriottico, lasciando per via ogni risentimento della fallita missione e non d’altro preoccupato che d’affrettare, come cittadino e come governante, quel patto d’unione, che era anco a’ suoi occhi la pietra angolare della finale unità d’Italia.