XV.
Nel frattempo però la questione dell’annessione erasi pericolosamente inasprita e complicata. E per ben intendere quanto fossero diverse le favelle che garrivano in quel piato, è mestieri rammentarsi chi e quanti erano coloro che, più o men dappresso, attorniavano Garibaldi. V’era anzitutto il Ministero, presieduto dal Conforti, cui eran colleghi il Pisanelli, il D’Afflitto, lo Scialoja, il Ciccone, il Crispi, tutti, meno quest’ultimo, Cavourriani infocati e dell’annessione zelatori impazienti ed intolleranti. V’era di contro a quello, rivale nata, antagonista necessaria, la Segreteria della Dittatura, gabinetto aulico del Bertani, grande macchina celerifera di leggi e decreti, fucina di tutte le discordie e di tutti i guai del Governo dittatoriale, la quale nella questione del plebiscito, dopo essersi sforzata d’indugiarlo fino all’estremo, ora professava apertamente di volerlo circuito di tutte le condizioni e garanzie di un vero contratto. Infine v’era quella che potrebbe dirsi la Sezione politica del Quartier generale, rappresentata principalmente da Alberto Mario, del prolungamento della Dittatura e del plebiscito condizionale partigiano ardentissimo, e per la prodezza dell’animo, la illibatezza del carattere, la gentilezza della parola e dell’aspetto, caro al Generale e da tutti rispettato. All’infuori poi del contorno abituale e del consorzio ufficiale del Dittatore, ma più vicini a lui di quanto non paresse, v’erano Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo; l’Apostolo degli Unitari, e il Filosofo dei Federalisti: il primo, venuto a Napoli di volontà sua nella fiducia di giovare, nella lusinga di potere, il quale, sebbene non avesse veduto che una sol volta e clandestinamente il Dittatore, non tralasciava di insufflargli di continuo, mediante quegl’innumerevoli biglietti ond’era prodigiosamente fecondo, il suo antico verbo del se no, no, cioè a dire di non cedere alla Monarchia di Savoia un solo palmo delle provincie liberate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar subito l’Italia una dal Campidoglio; l’altro, venuto per espresso invito del Generale, il quale molinava di farne ora un ambasciatore a Londra, ora un suo prodittatore, e che pur con diverso intento arrivava alle stesse conclusioni del Mazzini, volendo che le condizioni del plebiscito fossero prima discusse e sancite da un’Assemblea, specie di Costituente, per impedire, diceva, che la Monarchia violasse la integrità dell’Italia, e mercanteggiasse le nuove provincie annesse, come aveva già mercanteggiato Nizza e Savoia.
Ora, quando si aggiunga a tutto ciò il quotidiano supplizio degl’indirizzi e delle orazioni, il vociar della stampa, il tumultuar della piazza, si vedrà fra quante correnti diverse fosse abballottata la mente del Dittatore, e come, non avendo l’animo temprato a siffatte bufere, rischiasse più d’una volta d’andarne travolto. E di questo ondeggiare faticoso della sua volontà si risentono dal mezzo settembre in poi tutti i suoi atti. Il 25 settembre accetta la rinuncia de’ suoi Ministri, querelantisi per l’annessione; ma tre giorni dopo incarica di nuovo il Conforti della composizione d’un altro Gabinetto, che riesce poco dissimile al primo. Al fin di settembre, noiato dalle perpetue querele della Segreteria, congeda in cortese forma il Bertani, ma gli sostituisce pochi giorni dopo il Crispi, non meno inviso di lui. Lascia che Pallavicino, suo prodittatore preconizzato, scriva al Mazzini, «con buono intendimento e povero consiglio,[146]» una lettera in cui, fattogli intendere che la sua persona creava inciampi al Governo e pericoli alla nazione, sì che anche non volendolo divideva, lo invitava a bandirsi da quelle provincie, quanto dire d’Italia;[147] e si tiene accanto Carlo Cattaneo, repubblicano e federalista insieme, che frugandogli continuo nella ferita di Nizza, empiendogli l’animo di sospetti contro il Piemonte, il suo Re e il suo Ministro, divideva davvero volendolo, ed era il più pericoloso di quanti Consiglieri l’attorniavano allora.
Il 5 ottobre, infine, insedia nella Prodittatura il Pallavicino stesso, dell’annessione schietta ed immediata fautore aperto e deliberato, e permette che, a Palermo, l’altro suo prodittatore Mordini, bandisca nel giorno stesso i Comizi per l’elezione dell’Assemblea siciliana, che dovrà stabilire il tempo e le condizioni del plebiscito.[148]
Non fu quello il miglior periodo del governo di Garibaldi, nè manco il più lieto della sua vita. Egli non anelava che al bene della patria sua; ma l’occhio debole ed inesperto non ne travedeva che un barlume nel cielo procelloso di quei giorni, e spesso scambiava il fosco balenar delle nubi per la luce da lui desiderata. Una così fatta condizione di cose non poteva, senza manifesto pericolo della patria, più a lungo durare, e il Pallavicino tolse su di sè la responsabilità e l’onore di farla cessare. L’8 ottobre, posto in mora per l’ultima volta Garibaldi a decretare il plebiscito, e udito, o creduto di udire da lui una risposta favorevole,[149] propone e fa approvare al Consiglio de’ Ministri il decreto che convoca pel 22 il popolo delle provincie meridionali ad accettare o respingere il seguente plebiscito: «Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti,» e si prepara a promulgarlo.
Grande, naturalmente, la meraviglia in Garibaldi, che non aveva mai creduto di autorizzare siffatto decreto; grandissimo lo sdegno in tutti gli antiannessionisti, i quali, stimandosi giuocati dal novello Prodittatore, si prepararono a prendere la rivincita. Indotto il Dittatore a convocare presso di sè, a Caserta, per l’11 ottobre i principali d’ambe le parti, e intervenuti per l’una col Pallavicino il Caranti suo segretario ed il ministro Conforti, per l’altra col Cattaneo il Crispi, il Mario, il Parisi, ministro dell’interno per la Sicilia, la discussione si fece tosto ardente e pugnace. «Garibaldi (scrive lo stesso signor Caranti[150]), Crispi, Cattaneo, il Ministro dell’interno della Sicilia, e, se non erro, Mario e qualche altro peroravano per l’assemblea, Pallavicino solo la combatteva. L’ora erasi fatta tarda assai; Pallavicino, convulso dallo sdegno e dal dolore, dichiarò che egli non voleva avere alcuna partecipazione a questo tradimento dell’unità nazionale, che era ben dolente di dover vedere che colui che con una mano aveva tanto operato in suo pro, coll’altra la atterrasse, che egli all’istante rassegnava i suoi poteri, e che il domani avrebbe abbandonato Napoli.»
Ma non appena le notizie della deplorevole scena corsero per la Capitale, ecco la città intera commoversi: le vie, quantunque alta la notte, affollarsi come per incanto d’un popolo imperioso; i pubblici ritrovi risuonar di dispute infiammate; un analizzare, un chiosare, un giudicare in varie guise le novelle del Consiglio di Caserta; ma altresì un concordare di tutti, della grandissima maggioranza almeno, in questa unica sentenza: la nuova risoluzione del Dittatore poter esprimere forse la volontà d’un partito, non certamente quella del popolo napoletano; questi invocar sempre l’annessione pronta e incondizionata; importare quindi alla dignità del popolo stesso, alla salute d’Italia intera che questo voto fosse al più presto, ma in modo perentorio e solenne manifestato.
«Infatti (aggiunge il citato scrittore[151]) il domani mattina pareva che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì. Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui vestiti delle donne, nelle vetrine dei negozi, nei poetici tempietti degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato un Sì, con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell’unità nazionale.»
Nè a questo si fermavano le dimostrazioni. La Guardia Nazionale, rimasta in quei frangenti l’unica tutrice dell’ordine, si accordava nello scrivere un indirizzo al Dittatore, in cui con figliale, ma schietta parola lo supplicava a non cimentare la sua gloria, disdicendo quel plebiscito che già era dal suo Prodittatore bandito: consimile indirizzo andava correndo fra i varii ordini de’ cittadini e coprendosi di migliaia di firme; turbe di popolo infine percorrevano la città, accampavano sulle piazze, assediavano il palazzo del Governo, alternando agli evviva per Vittorio Emanuele, Garibaldi e Pallavicino, grida di morte al Mazzini, al Cattaneo, a tutti gli antiannessionisti; profondamente turbando la pubblica quiete, minacciando gli eccessi a cui le folle scatenate sogliono giungere.
Nè possiamo in tutto aderire a quanto scrittori di parte antiannessionista vanno tuttora asserendo, che quelle manifestazioni non altro siano state che spettacoli allestiti dai loro medesimi avversari. Vi avranno, forse, messa una mano; ma non si suscita una città di mezzo milione per solo artificio di sètte o di cricche. Era quella palesemente la volontà di Napoli e del Reame intero, volontà determinata, nol negheremo, da molti e opposti motivi, ispirata così dell’amor puro d’Italia e dal desiderio onesto d’uscir dal provvisorio, come dall’impazienza servile di adorare il novello astro; così dallo schietto affetto alla Casa di Savoia, come dall’interessata speranza di una più lauta mèsse di stipendi e d’impieghi; ma volontà pur sempre chiara, ferma ed universale.