XVI.

E però la situazione era gravissima. Garibaldi, chiamato in tutta fretta dal Türr, di recente eletto Comandante della provincia e città di Napoli, accorse alla Capitale e potè da sè medesimo accertarsene. Infatti, accompagnato egli pure da grande moltitudine, che applaudiva a lui ed al Pallavicino, ma gli intronava le orecchie degli abbasso e dei morte ai fautori dell’Assemblea, ed empiva a lui stesso la carrozza di , fu costretto a farsi al balcone della Foresteria ad arringare il popolo tumultuante,[152] il quale però abbonacciato ben presto dal caro aspetto, dall’affascinante parola, e più forse dall’annunzio del non lontano arrivo del Re, non tardò a quietarsi e disperdersi.

Ma l’impressione prodotta in Garibaldi da quella solenne manifestazione fu profonda. Decise perciò di riconvocare pel giorno medesimo (13 ottobre) i suoi Ministri e Consiglieri, e si recò egli stesso alla Foresteria per invitare il Pallavicino ad esser parte dell’adunanza. Questa doveva aver luogo al Palazzo d’Angri, dove il Dittatore soleva prendere stanza. Erano presenti, oltre a lui, il Prodittatore, i ministri Conforti e Crispi, Aurelio Saliceti, Carlo Cattaneo, Francesco De Luca. Il Generale cominciò, chiedendo che tra i due opposti partiti dell’Assemblea e del Plebiscito si cercasse un mezzo di conciliazione. Il Pallavicino e il Conforti risposero che non sapevano vederne alcuno, e propugnavano novamente con caldo accento la necessità del plebiscito schietto ed immediato. Il Cattaneo, a sua volta, ribattè combattendo per la sua teoria dell’assemblea. Il Conforti replicò di nuovo; il Saliceti introdusse una sua proposta, per la quale Garibaldi doveva proclamare per decreto la sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, salvo a farla sancire da un plebiscito e regolare da un Parlamento: altri diceva altre cose; talchè la discussione facendosi sempre più aspra e confusa, il Pallavicino stanco di quel lungo ed affannoso dibattere erasi già alzato dicendo: «Vedo che io sono inutile qui, permettetemi che io mi ritiri,» quando il generale Türr, che era stato incaricato di presentare al Dittatore i voti della Guardia Nazionale e della cittadinanza, testè citati, e che era giunto poco dianzi alla riunione, si rivolse al Dittatore e gli disse: «Prima che prendiate una decisione, dalla quale può dipendere la sorte d’Italia, vi prego di esaminare il desiderio della popolazione di Napoli;» e gli sciorinò sotto gli occhi gli indirizzi che aveva portati seco.

Il Dittatore li lesse, vide le numerosissime firme onde erano segnati, stette un istante profondamente concentrato, poi, ripresa quella serenità che gli era consueta nei momenti delle solenni risoluzioni: «Non voglio assemblea, esclamò, si faccia l’Italia.... E voi, caro Giorgio (riprese, volgendosi al Pallavicino), voi non siete inutile qui; e vi prego di rimanere al vostro posto e cercate di meritarvi anche d’ora innanzi la stima della popolazione di Napoli.[153]»

L’annessione era deliberata. Non diremo col signor Caranti «che il Leone avesse trionfato delle Volpi,» poichè a nessuno di quanti in que’ giorni lo consigliavano s’addice la volgare similitudine; ma il Leone aveva trionfato certamente di sè stesso, de’ suoi ricordi di Nizza, de’ suoi rancori contro il Cavour, delle sfide del Farini, delle impertinenze del Fanti, della sua medesima ignoranza, illuminando colla fiamma del cuore le tenebre involontarie della mente, e dal solo amore alla patria traendo le ispirazioni al più sapiente atto politico della sua vita.

E, cosa singolare in quest’uomo singolarissimo, nel giorno stesso[154] ch’egli deponeva la Dittatura d’un regno, e i Napoletani tentavano una grossa sortita da Capua che poteva mettere un’altra volta in serio cimento le sue linee, e s’impegnava sotto i suoi occhi una battaglia, egli, il Capitano di ventura, il filibustiere, l’uomo del sangue, dalle alture di Sant’Angelo, al rombo del cannone, al fragore della mischia, dettava un Manifesto, o Memorandum che vogliasi dire, in cui predicava, colla fede d’un Apostolo e l’accento d’un Vate, la Confederazione europea, la fratellanza dei popoli, la fine della guerra, il disarmo universale delle nazioni, conchiudendo con queste parole degne dello spirito di Gentile e dell’eloquenza di Canning:

«Memorandum alle Potenze d’Europa.

»È alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni.

»La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le Potenze europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna.

»L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati; ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza de’ suoi possedimenti lontani.

»La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.

»Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito di imitazione, e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.

»Non parlerò dell’Austria e dell’Impero ottomano, dannati per il bene degli sventurati popoli che opprimono a crollare.

»Uno può alfine chiedersi: perchè questo stato agitato e dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso?... a me sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiam molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.

»Per esempio, supponiamo una cosa:

»Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato.

»Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua, chi mal si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo?

»Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gl’immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che tornerebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima o della materia.

»Ebbene! l’attuazione delle riforme sociali che accenno, appena dipende soltanto da una potente e generosa iniziativa. Quando mai presentò l’Europa più grandi probabilità di riuscita per questi benefizi umanitari?

»Esaminiamo la situazione: Alessandro II in Russia proclama l’emancipazione dei servi;

»Vittorio Emanuele in Italia getta il suo scettro sul campo di battaglia, ed espone la sua persona per la rigenerazione di una nobile razza e di una grande nazione;

»In Inghilterra una Regina virtuosa ed una nazione generosa e savia che si associa con entusiasmo alla causa delle nazionalità oppresse;

»La Francia finalmente, per la massa della sua popolazione concentrata, per il valore dei suoi soldati e per il prestigio recente del più brillante periodo della sua storia militare, chiamato ad arbitra dell’Europa.

»A chi l’iniziativa di questa grand’opera?

»Al paese che marcia in avanguardia della rivoluzione! L’idea di una Confederazione europea che fosse posta innanzi dal capo dell’Impero francese, e che spargerebbe la sicurezza e la felicità del mondo, non vale essa meglio di tutte le combinazioni politiche che rendono febbrile e tormentano ogni giorno questo povero popolo?

»Al pensiero dell’atroce distruzione che un solo combattimento, tra le grandi flotte delle Potenze occidentali, porterebbe seco, colui che si avvisasse di darne l’ordine dorrebbe rabbrividire di terrore, e probabilmente non vi sarà mai un uomo così vilmente ardito per assumere la spaventevole responsabilità.

»La rivalità che ha sussistito tra la Francia e l’Inghilterra dal XIV secolo fino ai nostri dì esiste ancora; ma oggi, noi lo contrastiamo a gloria del progresso umano, essa è infinitamente meno intensa, di modo che una transazione tra le due più grandi nazioni dell’Europa, transazione che avrebbe per iscopo il bene dell’umanità, non può più essere posta tra i sogni e le utopíe degli uomini di cuore.

»Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire, istintivamente, ad aggrupparsi intorno a loro.

»Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla quale le chiama il genio dei secolo.

»Io so bene che una obbiezione si affaccia naturalmente in opposizione al progetto che precede.

»Che cosa fare di questa innumerevole massa d’uomini impiegati ora nelle armate e nella marina militare?

»La risposta è facile:

»Nel medesimo tempo che sarebbero licenziate queste masse, saremmo sbarazzati delle istituzioni gravose e nocive, e lo spirito dei sovrani non più preoccupato dall’ambizione, dalle conquiste, dalla guerra, dalla distruzione, sarebbe rivolto invece alla creazione di istituzioni utili, e discenderebbe dallo studio delle generalità a quello delle famiglie ed anche degl’individui.

»D’altronde coll’accrescimento dell’industria, con la sicurezza del commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile di lavori creati dalla pace, dall’associazione, dalla sicurezza, ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio di quello che è oggi.

»La guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diverrebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose, per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo.

»Desidero ardentemente che le mie parole pervengano a conoscenza di coloro, a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed essi lo faranno certamente, preferendo ad una grandezza falsa ed effimera la vera grandezza, quella che ha la sua base nell’amore e nella riconoscenza dei popoli.»