XIX.
«A Dijon, a Dijon,» gridaron tosto ebbri della vittoria i Garibaldini. «Ebbene a Dijon,» rispose Garibaldi, e cedendo ancora una volta al cattivo genio degli assalti notturni, date poche ore di riposo alle truppe, posti i carabinieri genovesi del Razzetto in testa, dietro i legionari italiani e i francs-tireurs di Ricciotti, in ultimo i tre battaglioni dei mobiles, in sul cader della sera per la strada di Val Suzon si pose in marcia.
La notte era già calata e tutto fin presso a Talant era andato a seconda. Il Generale in una carrozzetta ferma sulla strada, rassegnava, a mano a mano che passavano, le sue milizie e gridava loro: «Avanti, figliuoli: alla baionetta, non un colpo di fucile,» accompagnando il passo marziale de’ suoi con un suo inno patriottico, che egli aveva composto in quei giorni e che suonava così:
Aux armes! aux armes! aux armes!
L’étranger veut nous envahir,
Aux armes! aux armes!
Nous saurons le punir.
Vous osez menacer la France,
Souverains pleins d’arrogance;
Oubliez-vous qu’en cent combats
Vos phalanges fuyaient
Au seul bruit de nos pas,
Et vos trônes brisés
Tombaient avec fracas?
Aux armes! etc.
Pour asservir notre patrie
S’est formée une ligue impie;
Les rois nous préparent des fers.
Vainqueurs de l’Univers,
A nous des fers? A nous des fers?
Aux armes! etc.
Ma all’entusiasmo latino stava per rispondere ben presto la solidità tedesca. Sorpresi a Hauteville dai carabinieri del Razzetto, gli avamposti di Degenfeld danno in volta disordinata, e dietro loro i franchi tiratori di Ravelli e di Ricciotti si avanzano arditamente fin sotto Talant; ma il nemico s’è già riavuto dalla prima sorpresa; il 1º battaglione del 2º reggimento badese, fiancheggiato da batterie a mitraglia, si spiega sulla strada accogliendo con rapide scariche su quattro righe gli assalitori: i mobili, nuovissimi al fuoco, nuovissimi a quelle imprese notturne, infilati dalla moschetteria e dalla mitraglia, rompono, si scompigliano, rigurgitano in grandissimo tumulto, trascinando nel loro vortice i più audaci e volonterosi. Invano Garibaldi dalla sua carrozza, esposto egli pure alla grandine dei colpi nemici, urla, prega, bestemmia, vuol farsi portare innanzi a forza di braccia: non c’è genio o virtù di Capitano che imponga ad un esercito vinto da un timor pánico; e quando il pánico lo prende di notte, nessuna potenza umana che lo salvi.
Ma che cosa faceva, intanto che i Garibaldini attaccavano due volte in un giorno il nemico, che cosa faceva il generale Cremer co’ suoi dodicimila uomini scaglionati da Beaune a Chagny, a quattro ore di marcia da Dijon? «Dobbiamo supporre, esclama il generale Bordone, ch’essi siano stati battuti e schiacciati, poichè conoscendo il forte conflitto, che durava dal mezzogiorno in poi, non diedero segno di vita.[383]»
A Garibaldi frattanto fu giuocoforza battere in ritirata. Rioccupate nella notte le sue posizioni di Lantenay-Commarin, al mattino vegnente, 27, mentre il generale Werder con due colonne convergenti si preparava a circuirlo e tagliargli la via, riusciva a sgusciargli dalle mani col grosso delle sue forze, e fatta fronte due giorni ad Arnay-le-Duc, il 30 novembre rientrava, senza lasciarsi dietro nè feriti nè prigionieri, in Autun.[384]
Colà però il nemico non tardò a rendergli la visita di Dijon. Solo Garibaldi la presentiva; e datone avviso al Cremer, che prometteva ancora il suo aiuto, faceva munire d’artiglierie le due strade di Saint-Martin e Saint-Symphorien, d’onde il nemico doveva infallibilmente sbucare.
Se non che la guardia di Saint-Martin era stata affidata a certo Chenet, comandante la Guerrilla d’Orient, che nella notte dal 30 novembre al 1º dicembre, senza ordine, senza perchè, come si lascia una villeggiatura, scomparve, abbandonando nelle mani dei Tedeschi quella posizione importantissima. Era una vigliaccheria inaudita, una patente diserzione in faccia al nemico; il Chenet fu da un regolare Consiglio di Guerra condannato alla degradazione ed alla morte (graziato poi della vita per troppa generosità di Garibaldi); ma frattanto il danno era avvenuto e il nemico, forte di tutta la brigata Kettler, di un reggimento dragoni e di tre batterie, era già, prima che fosse avvertito, ai sobborghi della città. Nulla di meno, trovò resistenza degna di lui. Intanto che i francs-tireurs di Ricciotti e i volontari della Legione italiana, fiancheggiati da due battaglioni di mobiles, ributtavano il nemico dai sobborghi e ricuperavano Saint-Martin, le batterie garibaldine, collocate da Garibaldi, controbattevano felicemente le prussiane, Menotti arrestava sulla destra la colonna di Saint-Symphorien e frustrava il movimento girante d’un’altra dalla foresta di Vesvres; talchè in meno di due ore, l’assalitore era forzato a dar volta su tutti i punti. Ed a compiere la vittoria che i Garibaldini per mancanza di cavalleria non poterono proseguire, il generale Cremer riusciva a cogliere le retroguardie dei fuggenti presso Châteauneuf, rimeritato per ciò da elogi eccessivi di Garibaldi, il quale l’aveva fatto avvertire della rotta dei Prussiani e l’aveva posto in grado, usando un po’ d’energia e di solerzia, di circuirli e annientarli.[385]