XV.

Il Governo borbonico conosceva fin da’ primi suoi apparecchi la spedizione garibaldina; ma pur movendone qualche lagno al Governo sardo, l’aveva superbamente disprezzata, credendo che la sua crociera sarebbe bastata a colarla a fondo. Quando invece la vide sbarcar felicemente sotto gli occhi delle sue fregate, non potendo più negare il fatto, si provò a svisarlo, dipingendo gli sbarcati come una mano di filibustieri, annunciando come una vittoria la cattura de’ loro bastimenti, già abbandonati, consolandosi colla illusione che li avrebbe tutti esterminati, se non fosse stato l’impedimento de’ due legni inglesi. Finalmente quando i filibustieri presero terra, e malgrado i telegrammi de’ suoi Luogotenenti che li davano per distrutti e annichilati, li vide avanzare e ingrossare più vivi e baldanzosi che mai, allora scosse il letargo, e intanto che la sua Diplomazia protestava contro la perfidia del Gabinetto piemontese ed empiva di lai tutte le Corti dell’Europa; dava ordine a Palermo di inviare contro gl’invasori il nerbo delle sue truppe migliori, e di schiacciarli rapidamente in un sol colpo.

Per effetto di questi ordini, una colonna di tremila fanti, cento cavalli e quattro pezzi di artiglieria, agli ordini del generale Landi, marciava tosto per Partinico ed Alcamo alla volta di Salemi; mentre altre truppe navigavano per Trapani o salivano da Girgenti col proposito di mettere i filibustieri tra due fuochi e toglier loro ogni scampo.

Come però il Landi fu giunto, in sul pomeriggio del 14, a Calatafimi, vista la gagliardía del sito, deliberò di appostarvisi e di aspettare a quel varco inevitabile il nemico. Nè la postura, dato il concetto di una difensiva, poteva essere migliore. Essa offriva in un punto il doppio vantaggio tattico e strategico. Calatafimi, vecchia città saracena, giace sul dorso di un colle, dal quale mediante un’agevole sella se ne spicca un altro che serve quasi di spalla al primo, e scendendo a terrazze, degradanti fino ad un’aperta e brulla pianura, domina le due strade di Palermo e di Trapani, e come un bastione bifronte la serra. Tutto quel luogo porta ancora il funebre nome di Pianto de’ Romani, in memoria della rotta inflitta dagli Egestani al console Appio Claudio, nel 263 avanti Cristo, ed ora attende che un altro pianto lo ribattezzi Pianto de’ tiranni.

Un cozzo adunque appariva inevitabile; tuttavia il Capitano de’ Mille, non sperando di poter espugnare colle scarse sue forze quella formidabile altura, fermò da principio di tenersi in sulla difensiva sulle colline di Vita, provandosi, se gli riusciva, di tirar il nemico al piano per combatterlo quivi con maggior probabilità di fortuna.

Concepito pertanto questo disegno, stese in catena i Carabinieri genovesi, sostenuti da una compagnia del Carini, coll’ordine di non rispondere al fuoco nemico che assai da vicino, e assaliti da presso, di ripiegare scaramucciando; pose al centro il restante del battaglione del Carini; tenne in riserva quello del Bixio; lasciò l’Artiglieria sulla strada; spinse sulle estreme alture di destra e di sinistra le squadre siciliane dei Sant’Anna e del Coppola, e stette a sua volta ad aspettare.

Intanto verso le 10 del mattino anche la Colonna garibaldina era giunta a Vita a un’ora incirca da Calatafimi, e pochi istanti dopo le Guide del Missori, spinte innanzi ad esplorare, riportavano d’aver scoperto su per quelle cime il luccicare delle baionette nemiche. All’annunzio Garibaldi spronò avanti per riconoscere egli pure il nemico, e vide chiaramente che fitte colonne di Napoletani uscivano da Calatafimi per coronare il colle vicino e scaglionarvisi in battaglia. Nel frattempo però anche la catena dei Cacciatori borbonici era già discesa verso le falde del monte, e di là, colle sue eccellenti carabine rigate bersagliando la nostra avanguardia, aveva cominciato a farle patire qualche perdita. Per alcuni istanti i bravi Genovesi si ricordarono dell’ordine ricevuto e ressero, pazienti ed inerti, ai molesti saluti; ma poi, a poco a poco infastiditi e irritati, principiarono a ribattere colpo per colpo, fino a che, infocandosi l’azione, si gettarono a testa bassa, traverso la nuda vallata, contro l’inimico.

Non era quella l’intenzione di Garibaldi; però scrive egli stesso: «Chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono: Alto! I nostri o non le udirono o fecero i sordi, e portarono a baionettate l’avanguardia nemica sino a mischiarla col grosso delle forze borboniche che coronavano le alture.[50]»

Allora il Generale vide che non c’era più tempo da perdere, o «perduto sarebbe stato quel pugno di prodi,» e ordinò una carica generale di tutte le sue forze. Il Bixio da sinistra, le rimanenti compagnie da destra; i Carabinieri, le Guide, lo Stato maggiore, Garibaldi stesso, s’avventano a baionetta calata sulla catena borbonica; traversano senza balenare un istante l’arsa pianura tempestata dalla moschettería e dalla mitraglia nemica; e nel solo tempo richiesto al tragitto, sforzano il nemico a riparare sulle prime falde del monte. Era il prologo della battaglia; ma il dramma e la catastrofe eran lontani, in alto, molto in alto, là sulla cima di quel monte che il nemico occupava, e per giungere alla quale era mestieri salire per sette ardui scaglioni, custoditi da forti battaglioni squisitamente armati e da quattro bocche d’artiglieria, e ai quali que’ poveri Mille non potevano opporre che le punte arrugginite delle loro baionette, il loro ardimento e i loro petti.

Lo vide Garibaldi, ma intendendo che la vittoria era a quel patto, e che in quel giorno, su quel monte, si decidevano le sorti della Sicilia, deliberò di tentare il cimento.

Concesso pertanto un po’ di riposo a’ suoi Legionari; prescritto lo stesso ordine di battaglia; avvisate le bande di appoggiare dalle loro cime il movimento; fece dar nuovamente nelle trombe, e si slanciò contro il primo scaglione. Era il tocco e mezzo! incominciava allora la vera battaglia.