XVI.
Noi non presumiamo descriverla. In siffatti combattimenti, dove tutta l’arte riducesi a chi primo avanza o retrocede, e tutto lo spettacolo in un succedersi alternato di assalti e di fughe, di singolari certami e di epiche mischie, lo storico militare non ha più voce; la tavolozza d’un Meissonier, la fantasia d’un Victor Hugo dovrebbero parlare per lui.
«Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda sotto la mitraglia nemica, una mischia rapida, muta, disperata, un momento di riposo a’ piedi della terrazza conquistata, e daccapo un’altra scarica, un’altra corsa, un’altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;[51]» finchè viene un punto, in cui il coraggio avendo ragione del numero, e la costanza della morte, il nemico, scacciato da altura in altura, abbandona il campo: ecco Calatafimi.
Svariati, invece, e mirabili gli episodi del valore personale. Qua il Bixio che urla, tempesta, fiammeggia, galoppa contra il nemico colla furia del Telamonio; là il Sirtori, montato su uno squallido cavalluccio, tutto vestito di nero, abbottonato fino al mento come un quacquero, che s’avanza in mezzo alla mischia, lento, impassibile, melanconico, più somigliante ad un sacerdote che benedica que’ bravi, o all’apostolo che cerchi il martirio, anzichè ad un soldato; mentre poco lunge, a render più vivo il contrasto, «un frate francescano caricava un trombone con manate di palle e di pietre, si arrampicava e scaricava a rovina.[52]» Altrove Deodato Schiaffino, da Camogli, leonardesca figura di Genovese, più biondo di Garibaldi, ma più alto e tarchiato di lui, presa in mano una piccola bandiera, s’avventa, seguito dal Menotti, dall’Elia e da altri pochi nel fitto de’ battaglioni napoletani; ma ad un tratto eccolo spalancare le braccia, abbandonare la bandiera e stramazzare crivellato il largo petto da una scarica intera, fra una cerchia di nemici. A quella vista il Menotti si precipita per ricuperare la bandiera e vendicar l’amico; ma una palla gli fracassa la destra, e lo costringe a sua volta a lasciare al nemico la contrastata insegna; preda male decantata dai Regi, poichè quella pretesa bandiera non era che un umile cencio tricolore improvvisato da qualche gregario, e di cui lo Schiaffino s’era fatto in quel momento dell’assalto volontario alfiere. Incontrastabile invece, glorioso il trofeo del cannone da montagna, centro per parecchi minuti d’una zuffa accanita, strappato finalmente ai Regi a prezzo delle vite più preziose.
E girando per il campo avreste incontrato ancora, ora il Bandi di Siena, grondante da più ferite; ora il Majocchi di Milano, fracassato un braccio; ora l’elegante Missori, l’occhio livido da una sassata; e qua e là stesi a terra, placidi, composti, colla faccia vòlta al nemico, il Sartori di Sacile, morto; il Pagani di Borgomanero, morto; il Montanari, veterano di Montevideo e di Roma, morto.
E non parliamo di Garibaldi. In quella pugna, dove il Capitano s’identificava all’eroe, egli era gigante. A piedi colla sciabola inguainata sopra una spalla, il mantello ripiegato sull’altra, inerpicandosi su per que’ greppi coll’agilità d’un montanaro e l’ardore d’un gregario; gridando di quando in quando uno squillante Avanti, che echeggiava nel petto dei Mille come un clangore di trombe; incoraggiando con amorose parole i feriti che trovava per via; pagando d’un sorriso i forti e invitandoli a riposarsi, egli seguiva, sereno, imperturbato, infaticabile, tutte le peripezíe della pugna; ed ora partecipandovi, ora dominandola, attento a tutti i casi, esposto a tutti i pericoli, e pronto a tutti i consigli, ne era davvero, per la sola sua presenza, l’anima invisibile e il Genio tutelare.
Finchè egli era vivo, la speranza viveva; lui morto, tutto era perduto. E lo sentivano i suoi Mille; lo sentivan così quelli che da lontano vedevano sparire e ricomparire nella zuffa il suo mantello grigio, come quelli che l’attorniavano e gli facevano scudo de’ loro corpi; l’aveva sentito il suo Bixio che fin dai primi assalti lo scongiurava a ritirarsi, per amor d’Italia; l’aveva sentito l’Elia, quando al vederlo preso di mira da un Cacciatore regio balzava davanti a lui e riceveva egli nella bocca la ferita quasi mortale, destinata forse al cuore del suo Generale.
Ma egli un’altra cosa anche più grande sentiva: che in quel giorno, su quel monte, bisognava vincere o morire; e che qual si fosse la sorte, egli doveva correrla tutta coll’ultimo de’ suoi. E fu anche quella l’idea salvatrice della battaglia. A un certo punto, dopo il secondo o il terzo assalto, affranti, sfiniti gli assalitori; sempre rinnovati, sempre più forti gli assaliti; parendo ormai impossibile la vittoria, e disperata la giornata, il Bixio stesso s’arrischiò a susurrargli: «Generale, temo che bisognerà ritirarsi.» — «Ma che dite mai, Bixio!» rispose, sereno e solenne, Garibaldi: «Qua si muore.» Sul campo d’Hastings, la Calatafimi normanna, Guglielmo il conquistatore gridava a’ suoi: «Qui fuira sera mort, qui se battra bien sera sauvé.[53]» Garibaldi esprimeva con diverse parole lo stesso pensiero; il pensiero di tutti i grandi Capitani,[54] il pensiero vincitore di tutte le battaglie: la più difficile delle vittorie appartiene sempre ai più costanti.
E l’ultimo sforzo della loro costanza i Mille non l’avevano fatto ancora. Sei terrazze erano conquistate, restava la settima. I nostri, decimati dalle perdite, dalla stanchezza, dal diradamento naturale che avviene su tutti i campi di battaglia, eran ridotti a poco più che tre o quattro centinaia; ma restava pur sempre quell’ultima terrazza, ed era forza espugnarla. «Ancora quest’assalto, figliuoli (disse loro Garibaldi), e sarà l’ultimo. Pochi minuti di riposo; poi tutti insieme alla carica.»
E quel pugno d’uomini, trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era ordinato, la sua ascesa micidiale; rigando ancora ogni palmo dell’erta terribile d’altro nobile sangue; scrollando ancora senza vacillare il nembo infocato della moschettería nemica; risoluto all’estremo cimento, risoluto all’ecatombe. Ma come l’eroe aveva preveduto, la fortuna fu coi costanti. Incalzati nuovamente di fronte da quel branco di indemoniati che pareva uscissero di sotterra, sgomenti dall’improvviso rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini era finalmente riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre sui loro fianchi, i Borbonici disperano di vincere, e voltate per la settima volta le spalle, abbandonano il monte combattuto e non s’arrestano più che dentro Calatafimi.
Il miracolo era compiuto; la giornata era vinta; e all’indomani Garibaldi stesso lo annunciava ai suoi Mille, da Calatafimi già vuota di nemici, con quest’Ordine del giorno:
«Con compagni del vostro valore posso tentare qualunque impresa, e ve lo mostrai ieri conducendovi ad una vittoria, ad onta del numero dei nemici ed attraverso le loro forti posizioni. Feci un giusto conto delle nostre baionette ben taglienti, e vedete che non mi sono ingannato.
»Mentre deploro la triste necessità di dover combattere contro soldati italiani, debbo nullameno confessare di aver trovato una resistenza degna di una causa migliore. E tal fatto ci mostra quello che noi potremmo operare nel giorno, nel quale l’intiera famiglia italiana si radunerà intorno la gloriosa bandiera della redenzione.
»Domani la Terraferma italiana sarà tutta in festa per celebrare la vittoria dei suoi figli liberi e dei nostri valorosi Siciliani.
»Le vostre madri e le vostre amanti cammineranno per le strade alta la testa e con la faccia ridente, superbe di voi.
»Il combattimento ci ha costato molti cari fratelli che cadevano nelle prime file. Nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa.
»Paleserò al vostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore conducevano alla lotta i soldati i più giovani, i più inesperti, e che domani li guideranno alla vittoria sopra un campo più ampio; essi sono destinati a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra cara Italia.
»Giuseppe Garibaldi.»
Nel qual Manifesto però noteremo noi pure con uno storico,[55] che tanto erano dovuti gli elogi ai vincitori, quanto immeritati quelli dispensati ai vinti. Magnificare il valore de’ nemici per accrescere la gloria del proprio esercito è antico costume d’ogni Capitano, e Garibaldi fece ottimamente ad imitarlo; ma contro alla sentenza dettata dalla generosità o dalla convenienza, la verità storica tosto o tardi protesta e pronuncia in appello. Non è vero che la resistenza dei Napoletani a Calatafimi sia stata degna d’una causa migliore. Militarmente parlando, essa non fu degna d’alcuna causa. Combattere al sicuro, trincerati su posizioni quasi inespugnabili; accogliere gli assalitori finchè eran lontani con furiosi fuochi di fila nutriti colla precisione d’una piazza d’arme, ma appena che il ferro delle baionette garibaldine balenava sui loro occhi, ripiegarsi sopra una posizione più alta, e poscia sempre, colla stessa tattica, sopra una seconda, una terza, una quarta fino all’ultima, ecco tutto il valore, ecco la tattica loro. Non un contrassalto energico, non una diversione ardita, non una mossa qualsiasi che potesse far costar cara la vittoria agli avversari, e meritare il nome, a quella ininterrotta ritirata, di vera resistenza.
Nè con ciò vogliamo dire che ai vinti mancasse ogni prodezza: erano Italiani essi pure, e ci graverebbe il confessarlo, se anche fosse vero. Ma non è: i soldati sono dal più al meno uguali in tutti gli eserciti del mondo; quello che li fa diversi, è il diverso valore degli ufficiali, de’ generali principalmente; è sopra ogni cosa il diverso grado di quella forza morale, prodotta insieme dall’indole, dalle tradizioni, dalla educazione, dal paese, dall’essenza della causa difesa, e dal color della bandiera drappellata, e che si chiama spirito militare. Ora diciamolo qui per non averlo a ridire mai più; ciò che mancava all’esercito borbonico erano appunto quelle siffatte doti, che sole potevan renderlo eccellente. Generali che non videro mai un campo di battaglia; ufficiali invecchiati nelle caserme, impigriti nelle guarnigioni, carichi di famiglia, schiavi del pane, senz’altra fede che la carriera, senz’altra speranza che la pensione; soldati, infine, cresciuti in una lunga tradizione di violenza e di servitù, serbati alternamente agli uffici di scaccini e di sgherri d’una dinastia feroce e bacchettona, e condannati alle parti di pretoriani del più abbietto fra i dispotismi, non daranno mai la vita per il loro Re e pel loro Paese; non vinceranno mai una battaglia; non salveranno mai nemmeno l’onore; fuggiranno come i Napoletani a Calatafimi, o capitoleranno come i Lanza, i Briganti, i Ghio, a Palermo, a San Giovanni, a Soveria, trascinando nella immeritata vergogna anche lo stuolo eletto dei valorosi.
Però quanto la sentenza di Garibaldi: «La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la Campagna del 1860» è contestabile nel rigoroso senso militare, altrettanto ne sembra vera e indiscutibile nel senso morale. Dal giorno di Calatafimi la superiorità della camicia rossa sul cappotto bigio fu inconcussamente stabilita. D’ora in avanti ogni Garibaldino sapeva che, vinta alla baionetta una posizione, nessuno tornava più a contrastargliela; mentre ogni soldato borbonico era certo che, appena si trovava petto a petto con un Garibaldino, toccava a lui a cedere, e i suoi stessi ufficiali sarebbero stati i primi a comandargli la ritirata. E poichè la fede della vittoria nell’uno corrispondeva esattamente alla certezza della sconfitta dell’altro, così la ragione del numero, l’unica che ancora militasse pei Regi, non aveva più valore, e non contava più che ad ingrossare le torme dei fuggenti, dei disertori e dei prigionieri: miserabile ingombro ai vincitori.