XVII.
«Aiuto e pronto aiuto,» aveva scritto a Palermo, la sera stessa del 15, il general Landi; ma poi temendo che assai più dell’aiuto degli amici, fosse pronta una nuova visita dei nemici, alla prima alba del 16, in grandissima fretta, con raddoppiate cautele, diede le spalle anche a Calatafimi, e per la strada d’Alcamo e Partinico s’incamminava alla volta di Palermo. La sua partenza però ebbe ben presto più somiglianza di fuga che di ritirata. I Mille, spossati dalla cruenta fatica della vigilia, non avevan potuto inseguirlo; ma quello che essi tralasciarono, lo compierono i paesani. Gli abitanti di Partinico, infatti (fierissimi fra i Siciliani), esaltati dalle novelle di Calatafimi, s’erano accordati con alcuni sbrancati delle squadre di appostarsi fuori della città e al primo apparire della schiera aborrita piombarle addosso e finirla. Il disegno era temerario, e il successo prevedibile. I battaglioni regi ebbero presto ragione di quei contadini quasi inermi, e chi pagò per tutti fu la povera Partinico, che, abbandonata dallo stesso general Landi al ferro ed al fuoco, patì per tre ore tutti i flagelli del furore soldatesco. Ma il sangue frutta sangue; e appena il grosso della colonna nemica fu sfilata, guai agli sbandati, guai ai feriti, guai ai tardigradi! I Partinichesi sbucano dalle case ancora crepitanti dal recente incendio, tornano dai campi, ridiscendono dai monti dove li aveva dispersi il terrore, e avventandosi colla voluttà d’un lungo odio che si disseta su quanti Borbonici cadono loro fra le mani, ne fanno orrendo macello. Nè soltanto sui vivi infuriò la immane vendetta, i cadaveri stessi non ottennero perdono; e due giorni dopo i Mille passando per di là videro ammucchiati nei fossati cataste di corpi borbonici arrostiti, e strascinati per le vie, putrido pasto a’ cani, frammenti d’ossa e lacerti di carni umane.[56]