XXI.

Palermo dormiva ancora. Sorpresi essi pure dall’inaspettato assalto, già tratti in inganno da falsi allarmi perfidamente simulati dalla Polizia, e minacciati di morte coloro che al tuonar del cannone fossero trovati per le vie, i Palermitani avevano alquanto esitato prima di prestar fede ad un risveglio tanto fortunato; e come gente non libera ancora dal sospetto d’un’insidia o dal timore d’un’imprudenza, si tennero chiusi e celati nelle loro case ad attendere che gli avvenimenti colla stessa luce del giorno si rischiarassero. Ma a poco a poco una finestra si socchiude; un uscio si apre; una, dieci, cento persone cominciano a far capolino; i più curiosi o i più animosi s’avventurano nella strada; altri corrono a’ campanili a dar nelle campane; la gran nuova si spande, il grande fatto si conferma, e finalmente tutta la più gagliarda e patriottica parte della popolazione (dir tutta la città sarebbe ancora troppo presto) si precipita festante sui passi dei liberatori, offre loro i primi conforti e i primi soccorsi e si mesce al gran fiume della rivolta.

Piano delle Operazioni sotto PALERMO ([Versione più grande])

E non v’era un istante da perdere. Alle 6 del mattino la situazione dei due belligeranti, per dirlo alla moderna, era questa: i ribelli occupavano precariamente Fiera Vecchia, e il tratto della città compreso tra la Porta Sant’Antonino e Porta Termini, meno alla destra la caserma di Sant’Antonino e, più a sinistra, i dintorni dell’Orto botanico; i Regi invece: Porta Montalto, Palazzo Reale, Porta Macqueda, il Castellamare, tutta la Marina; quanto dire quattro quinti della perifería.

E alla tattica bontà delle posizioni rispondeva la forza del numero e la ricchezza de’ mezzi di guerra. Per la rivolta ottocento camicie rosse[66] stremate, indigenti d’ogni cosa, e da tre ai quattromila Picciotti armati e agguerriti come sappiamo; per il Borbone ventimila soldati ben istrutti, ben pasciuti, straricchi d’artiglierie, di munizioni, di viveri, d’ogni ben di Dio, fiancheggiati da quattro fregate, protetti da due forti e da numerose caserme, massiccie quanto i forti, padroni di tutte le loro comunicazioni, liberi d’essere soccorsi dal mare e dalla terra, quando che sia.

Però nulla di più precario, di più incompiuto, di più periglioso della vittoria garibaldina. Tutta la loro conquista poteva dirsi la conquista d’una mina, che da un istante all’altro poteva saltare e seppellirli sotto monti di rovine. Conveniva dunque strapparne subito al nemico le miccie o, per uscir di metafora, metter Palermo in istato di difesa, allargarvi quanto più era possibile la rivolta, rompere la cerchia nemica, occuparne i principali punti strategici, assicurarsi infine quelle tre condizioni indispensabili ad ogni guerra: posizioni per combattere; comunicazioni per manovrare; base d’operazione per rifornirsi.

E a tutto ciò fu, con maravigliosa rapidità, provveduto. Garibaldi, appena raccolta la sua gente, si inoltrava fino al Palazzo Pretorio e vi piantava il suo Quartier generale; occupava i quattro Cantoni, centro delle due grandi vie che segano in croce la città, e vi si asserragliava; istituiva un Comitato provvisorio, di cui faceva capo il dottor La Loggia e poco dopo una Commissione delle barricate, di cui eleggeva presidente il duca Della Verdura; chiamava di nuovo tutti i Palermitani alle armi, ed abbozzava un primo nucleo di guardie nazionali; spingeva, non senza combattimenti, i suoi avamposti verso Palazzo Reale fino a Piazza Bologna, e verso Porta Macqueda fino alla Villa Filippina; faceva nella giornata stessa attaccare la caserma di Sant’Antonino rimasta in potere dei Regi, e prima di sera se ne impadroniva; infine trasfondeva in tutti i petti un raggio della sua serenità e una favilla della sua fede, forze inespugnabili.

E ciò non ostante il generale Lanza era sempre arbitro, purchè l’avesse voluto, del campo. Un istante d’energia, un contrassalto ben combinato, uno sforzo appena volonteroso di que’ ventimila uomini, e Palermo tornava sua. Ma era chieder troppo a siffatto Capitano ed a siffatto esercito. Però l’unica prodezza, di cui l’uno e l’altro furono capaci, fu il bombardamento; e già fin dalle 10 del mattino, dai forti di Castellamare e dalla Squadra ancorata di faccia a Toledo, cominciò a piovere sulla città, principalmente ne’ dintorni di Palazzo Pretorio, un nuovo diluvio di granate e di bombe; sprezzato, a dir vero, dai combattenti, e in sulle prime poco dannoso alla città, ma preludio di rovina maggiore.

L’indugio invece fu la fortuna dei ribellati. Giuseppe Sirtori, a capo d’una mano di Legionari e di Picciotti, fatta base il convento de’ Benedettini, riusciva ad impadronirsi del bastione di Montalto, punto avanzato sulla sinistra del Palazzo Reale; quasi contemporaneamente un’altra compagnia de’ Mille, Bergamaschi quasi tutti, guadagnava, non senza fiera lotta, la Piazza della Matrice e i dintorni del Burrone, del Papireto e di Porta Sant’Agata; sicchè per queste conquiste venivano tagliate le comunicazioni tra il Castello ed il Palazzo Reale, e gli approcci della rivolta avvicinati sempre più agli estremi baluardi della resistenza nemica. E quel che accresceva la maraviglia, era che ogni barricata sorgeva sotto il diluviare delle bombe; ogni palmo di terreno era guadagnato fra il crepitar degl’incendi, il crollar delle case, le urla delle vittime sepolte sotto le rovine, o trucidate nella fuga dalla ferina vendetta soldatesca.

Infatti il bombardamento dopo alcune ore di sosta aveva ripreso, nel 28 mattina, continuando fin nel cuore della notte con frenetica rabbia e facendo della miseranda, ma invitta città, un immane sterminio. Il vasto e ricco monastero di Santa Caterina ardeva tutto intero, assieme al lungo tratto di botteghe e di case che rispondevano sulla Strada Toledo: il Palazzo arcivescovile era saccheggiato, i ricchi monasteri dei Sette Angioli e della Badia Nuova saccheggiati e incendiati, il palazzo del principe di Carini distrutto; quelli del principe di Cutò e del marchese d’Artale smantellati. «In un remoto chiassuolo della città (scriveva un egregio Palermitano, spettatore della terribile tragedia[67]), presso alla Via del Pizzuto, la esplosione d’una sola bomba cagionava lo scempio di ventidue innocenti, ed erano in maggior parte donne e bambini: orrendo spettacolo quello di corpi oscenamente mutilati e squarciati, spettacolo commovente e pietoso quello d’intere famiglie, nude, raminghe, con vecchi e infermi che trascinavansi a stento e fuggivano gli abbattuti lor tetti. D’un subito, nella zona superiore della città, a dritta del Palazzo regio, sollevasi un vortice caliginoso di fiamme: ed è il bruciamento e la distruzione di tutto un quartiere. Dal Palazzo le napoletane milizie procedono verso la Piazza Grande e la Piazzetta de’ Tedeschi: la insurrezione ha preso appena a minacciar da quel lato; ed ecco i soldati trapassare di casa in casa, scassinare le porte, saccheggiare e disperdere quanto vi si trovasse per entro, macellarvi i sorpresi e sbigottiti abitanti ed appiccarvi l’incendio. A chi fuggiva sì traea co’ moschetti; a chi chiedeva mercede s’insultava, poi si dava la morte: s’inducevano i miseri a ricattarsi svelando le preziosità e le masserizie nascoste, e, appagata la rapace ingordigia, seguivano le ferite e il sangue; si stupravano donne e fanciulle, poi scannavansi, e dopo loro i padri, i mariti, i fratelli: il nome del Re suonava da’ manigoldi acclamato fra le strida che sfuggíano alle vittime: e di quelle immanità e di quei fatti potrebbero allegarsi senza fine gli esempi, e non era guerra, ma eccidio efferato e vilissimo eccidio, non da uomini, ma da bestie crudeli. Il fuoco infuriava quel giorno per vasto recinto di edifici e di strade; infuriava nella notte e ne’ due giorni seguenti; e in quell’accesa fornace cuocevano e soffocavano umane creature, senza difesa e senza scampo immolate.»

Mille e trecento furono le bombe lanciate dal Castello e dalla Squadra senza contar le palle e la mitraglia: cinquecento trentasette i cadaveri ufficialmente numerati fino al 12 giugno.[68] Orrendo scempio che Lord Brougham nel Parlamento inglese pareggiava al neroniano e Lord Palmerston aggiungeva: «indegno del nostro tempo e della nostra civiltà.[69]»