XXII.

La mattina del 29, con gran stupore dei bombardati, il bombardamento taceva; ma dell’inattesa tregua varie le cagioni, nessuna di pietà. Nella notte dal 28 al 29 due piroscafi della Squadra regia portavano da Termini a Palermo un reggimento di Bavaresi, col rinforzo de’ quali il Generalissimo borbonico aveva contato di tentare una sortita generale di tutte le sue forze, onde ricuperare i posti perduti la vigilia. Ora così per non molestare il passaggio dalla Marina al Palazzo Reale de’ nuovi arrivati, come per evitare il rischio di colpire i propri soldati durante il premeditato assalto, il generale Lanza aveva dato l’ordine che il bombardamento rallentasse per alcune ore, limitandosi a battere i dintorni di Castro Pretorio, nido della rivolta.[70] Ma invano. Per tutta quella giornata si combattè nuovamente al bastione di Montalto, all’Annunciata, ai Benedettini, al Duomo: in quest’ultimo punto anzi i Regi, sorpresi i Picciotti del Sant’Anna, ebbero alcune ore di sopravvento; ma poi sopraggiunti gli ormai terribili Cacciatori, riannodatesi le squadre, apparso Garibaldi, tutti i posti furono o conservati o ripresi, ed ai Regi toccò nuovamente di riparare a’ loro quartieri, più che vinti disperati di vincere; e riadorni soltanto di quei sanguinosi allori, a cui oramai sembravano aspirare: il saccheggio di nuove case e l’eccidio di nuove vittime.

Gli è che i soldati del Borbone non si battevano più. Quei tre fatti miracolosi della vittoria di Calatafimi, della ritirata del Parco e della sorpresa di Palermo avevano ispirato ne’ loro petti tale un superstizioso terrore, che era oggimai più forte d’ogni legge di disciplina e d’ogni punto d’onore. Per essi Garibaldi era ormai invincibile; vedevano in lui un essere privilegiato, protetto da una potenza sovrumana, contro la quale ogni forza terrestre doveva soccombere. Si spacciavano sul suo conto le più strane fole: chi lo diceva stregato; chi aggiungeva che fin da bambino fosse stato inoculato con un’ostia consacrata; e poichè gli ufficiali stessi per onestare la loro dappocaggine accreditavano queste insensatezze, non era più a sperarsi da siffatto esercito alcun atto, non che di energia, di decorosa resistenza.

Il Lanza però non aveva confidato soltanto sulla forza: un po’ di frode ad assodar l’opera gli era parsa giovevole. Infatti fin dal 28 mattina egli si era rivolto, per mezzo d’un ufficiale della regia Marina, all’ammiraglio Mundy, comandante in capo della Squadra inglese,[71] per pregarlo d’un favore, all’apparenza innocentissimo: di voler soltanto ricevere al suo bordo due Generali dell’esercito regio incaricati di conferire con lui; procacciando unicamente che, durante le conferenze, i ribelli sospendessero le ostilità e i due Generali potessero aver libero passo traverso le linee nemiche sotto la protezione della bandiera britannica.

L’agguato era ben preparato, e se gli riusciva, il Generale borbonico otteneva in un colpo solo parecchi scopi: metteva in tutela della bandiera britannica l’assisa, quanto dire, la causa borbonica; otteneva dai ribelli, mercè una mediazione potente, una sospensione d’armi, e ciò senza essere costretto a richiederla egli stesso al disprezzato avventuriero. Ma quanto il laccio era sottile, altrettanto era acuto l’occhio dell’Inglese, e scivolandogli in mezzo con destrezza e prudenza, faceva al Commissario del Re questa risposta: «Prontissimo alla conferenza, lietissimo di ricevere a bordo della sua ammiraglia i due Generali che gli erano annunziati; ma quanto al loro passaggio traverso le linee degl’insorti, necessario richiederlo al generale Garibaldi che solo aveva diritto di darlo.[72]» Non era questa la conclusione che il Borbonico s’aspettava, anzi era precisamente quella che più di tutte aborriva; ma ciò non ostante, per quanto egli tornasse all’assalto con nuove missive anche più ambigue e capziose, l’Ammiraglio non si smosse d’una linea dalla prima sua risposta, sventando così colla sua accorta tenacia una trama che intendeva a fare lui complice, e l’Inghilterra stromento della politica borbonica.[73]

Astretto da questa repulsa a non confidare più che nell’armi; ma nell’armi, dopo i falliti assalti del 29, non avendo più fiducia, il Generale borbonico si sentì a un tratto mancare quell’ultimo residuo, non diremo certo di coraggio, che non ebbe mai, ma di dignità umana e di pudore soldatesco che ancora gli era rimasto, e senza nulla dire al Mundy, all’improvviso, come preso da subitaneo terrore, scrisse al filibustiere, fino a ieri schernito, questa lettera quasi incredibile:

«Il generale Lanza a S. E. il general Garibaldi.

»Palermo, 30 maggio 1860.

»Avendomi l’Ammiraglio inglese fatto sapere che riceverebbe con piacere a bordo del suo vascello due de’ miei Generali, affine di aprire con Lei una conferenza, della quale l’Ammiraglio stesso sarebbe il mediatore, purchè Ella consenta a conceder loro un passaggio traverso le sue linee; io la prego di farmi conoscere se vuole consentirvi, e in caso affermativo (supponendo le ostilità sospese da ambe le parti), io la prego di farmi sapere l’ora in cui la detta conferenza dovrà cominciare. Sarebbe allo stesso tempo utile che Ella accordasse una scorta ai summenzionati due Generali, dal Palazzo Reale alla Sanità, dove essi s’imbarcheranno per andare a bordo.

»In attesa d’una sua risposta, ec.

»Ferdinando Lanza.[74]»

«Quale non doveva essere l’avvilimento dell’esercito regio (scrive lo stesso ammiraglio Mundy), perchè l’alter ego d’un Sovrano acconsentisse a scrivere una lettera sì umiliante. L’uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato cogli epiteti più vituperosi dell’umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo ed al rango di Generale e d’Eccellenza! Ciò equivaleva ad una ricognizione del suo carattere d’uguale, e ad una confessione d’impotenza di sottometterlo colla forza.[75]»

E questo pure dovette sentire Garibaldi; ma disprezzando in cuor suo le antiche e nuove codardíe del suo avversario e pensando solo a trarne profitto, rispose all’istante al Commissario di Francesco II esser pronto alla propostagli conferenza; fissarla per le due pomeridiane del giorno stesso; avrebbe fatto immediatamente sospendere il fuoco de’ suoi, e accordato il passo e la scorta a’ due Generali regi.