XXX.
Il 21 passò in entrambi i campi a contarsi e riposare; il 22 apparvero inaspettati nel porto di Milazzo, prima due grossi legni mercantili francesi, poi un avviso da guerra, La Muette, della stessa bandiera, i quali venivano, noleggiati dallo stesso Governo di Napoli, per imbarcarsi le truppe del Bosco e trasportarle sul Continente. Quando però seppero della giornata antecedente e videro il Bosco bloccato nel suo forte, tre di quelle navi partirono, e solo il Protis restò per farsi mediatore, insieme al Capitano del Porto, d’un trattato di resa. E i Comandanti delle due parti non si ricusarono al negoziare; ma Garibaldi chiedeva la resa a discrezione, minacciando far saltare il Bosco e la sua truppa dalle rupi del Castello; il Bosco pretendeva la sortita libera coll’onore delle armi, preferendo, diceva, ad una resa disonorata saltare in aria con una mina; talchè l’accordarsi, se le parole dicevano il vero, pareva impossibile.
PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO ([Versione più grande])
Nella mattina del 23, altra e più grande sorpresa: quattro fregate napoletane entravano nelle acque di Milazzo e si schieravano in battaglia dinanzi alla città. A che venivano esse? Forse ad aiutare i bloccati? Forse a ricominciare la lotta? Tale fu per alcuni istanti il sospetto anche di Garibaldi; ma non andò guari che ogni cagione d’allarme cessò. Quelle quattro navi venivano come quelle del giorno precedente per imbarcare il presidio del Castello, e di più portavano a bordo il colonnello di Stato Maggiore Anzani per trattare della cessione del forte e di tutte le altre condizioni relative all’imbarco ed alla resa.
Ora questo fatto, di cui occorrerà tra breve la spiegazione, vinse tutte le incertezze. Il Bosco, da un lato, non aveva più nè motivo nè diritto di ostinarsi in una difesa che il suo stesso Governo non approvava; Garibaldi doveva benedire quelle quattro fregate che venivano a liberarlo da un grande fastidio, se già non dovesse dirsi da un serio pericolo; poichè se il Comandante borbonico resisteva, prendere a forza di baionette, senza una sol bocca d’assedio, un Castello cortinato e terrapienato, era cosa, anche a Garibaldi, più facile a minacciarsi che a mantenersi.
Ne conseguì che la sera stessa del 23 i negoziati furono ripresi collo stesso colonnello Anzani, e al mattino vegnente una Convenzione era già sottoscritta, per la quale la truppa napoletana abbandonava il Castello di Milazzo in armi e bagaglio e con tutti gli onori della guerra; e il forte veniva consegnato al generale Garibaldi «con cannoni, munizioni, attrezzi da guerra, cavalli, bardature degli stessi e tutti gli accessorii appartenenti al forte, come all’atto della stipulazione della Convenzione si trovavano.[104]»
E si badi che nessuno de’ cavalli, nemmeno quelli degli ufficiali, molto meno quelli del colonnello Bosco, furono eccettuati. Che se a taluno questa condizione a nemico patteggiato sembra insolita e dura, eccone la spiegazione. Avendo i patriotti messinesi presentato il colonnello Medici d’un superbo cavallo, il Bosco, fedele alla sua indole millantatrice, s’era fatto sentire co’ donatori che tra poco sarebbe rientrato in Messina proprio su quel cavallo da essi regalato al suo compatito avversario. Ora come le sorti dell’armi posero il colonnello Bosco tra i vinti, parve giusta rappresaglia ch’egli dovesse cedere al vincitore precisamente quel medesimo onore ch’egli s’era vantato di prendersi da lui, e che invece del Bosco sul cavallo del Medici, i Messinesi dovessero salutare trionfante nella loro città il Medici sul cavallo del Bosco.