XXXI.
E così avvenne. La risoluzione presa dal primo Ministero di Francesco II, di rinunciare alla Sicilia per salvare il rimanente del Regno, stornata un istante, siccome dicemmo, dagli occulti complotti della Corte e dall’inane tentativo del colonnello Bosco, era stata ripresa con più fermo proposito da un secondo Ministero,[105] e quelle quattro navi che vedemmo apparire nelle acque di Milazzo e portarne via i difensori, non erano in fatto che le prime esecutrici di quella nuova politica di sottomissione o rassegnazione che il Gabinetto di Napoli inaugurava. Ora quelle medesime navi avevano portato lo stesso ordine al generale Clary, governatore di Messina, il quale dopo alcune finte di resistenza finiva col sottoscrivere egli pure col generale Medici la resa della città, salva soltanto alle truppe regie la cittadella, la quale però non poteva compiere alcun atto di ostilità fino a che i Garibaldini rispettassero la condizione di non assalirla.
Liberata così tutta la Sicilia, padrone di Messina, Garibaldi affissò tutti i suoi pensieri in un punto solo: la passata dello Stretto e l’invasione delle Calabrie.
Nè da questo scopo nulla valeva a distoglierlo; non le suggestioni politiche, non le difficoltà militari. Alcuni giorni dopo la sua entrata in Messina, il re Vittorio Emanuele gli aveva inviato, per mezzo del conte Giulio Litta, la lettera seguente:
«Generale,
»Voi sapete che io non ho approvato la vostra spedizione, alla quale sono rimasto assolutamente estraneo. Ma oggi, la posizione difficile, nella quale versa l’Italia, mi pone nel dovere di mettermi in diretta comunicazione con voi.
»Nel caso che il Re di Napoli concedesse l’evacuazione completa della Sicilia dalle sue truppe, se desistesse volontariamente d’ogni influenza e s’impegnasse personalmente a non esercitare pressione di sorta sopra i Siciliani, dimodochè essi abbiano tutta la libertà di scegliersi quel Governo che a loro meglio piacesse, in questo caso io credo che ciò che per noi tornerebbe più ragionevole sarebbe di rinunziare ad ogni ulteriore impresa contro il Regno di Napoli. Se voi siete di altra opinione, io mi riservo espressamente ogni libertà d’azione, e mi astengo di farvi qualunque osservazione relativamente ai vostri piani.»
Ora, fino a qual punto questa lettera potesse ingannare la sonnacchiosa, ma non istupidita Diplomazia, è dubbio assai; certo ella pareva fatta piuttosto per raffermare il proposito del Dittatore che per iscrollarlo. Vecchia d’un mese, essa aveva perduto ogni valore d’opportunità. Il Re vi dava un consiglio a Garibaldi, movendo da fatti che erano totalmente cambiati. Ciò che, in un certo rispetto, poteva esser vero quindici giorni dopo la presa di Palermo, non lo era più dopo la battaglia di Milazzo e l’entrata in Messina. La condizione imposta da Vittorio Emanuele al passaggio del Faro era già in gran parte adempita. I Borboni avevano oramai sgombrata la Sicilia, ed essa era arbitra de’ suoi destini. Garibaldi adunque poteva trovare nella lettera regale piuttosto un nuovo argomento per affrettarsi che per arretrarsi. Restava, è vero, quella clausola che i Siciliani fossero liberi di eleggersi il Governo che loro tornasse più gradito, la quale poi si traduceva ancora nel vecchio programma dell’annessione immediata; ma senza dire che anche questa condizione era annullata dagli stessi argomenti che infirmavano tutta la lettera, sappiamo che su quel punto dell’annessione Garibaldi era incrollabile, e sappiamo altresì che non gliene mancavano le ragioni. Rispose quindi al Re con questa lettera altrettanto celebre:
«Sire,
»La Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona e quanto brami d’ubbidirla. Però Vostra Maestà deve poi comprendere in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva in faccia alla popolazione del Continente napoletano, che io sono obbligato di frenare da tanto tempo, ed a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività, e ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missione io deporrò ai piedi di Vostra Maestà l’autorità che le circostanze mi hanno conferito, e sarò ben fortunato d’obbedire per il resto della mia vita.»
Ora, questo è notabile, che la risposta di Garibaldi non solo corrispondeva ai desiderii mal celati del Re Galantuomo, ma in quel momento s’accordava col pensiero più intimo dello stesso conte di Cavour. Egli infatti fino dal 25 luglio, udita la vittoria di Milazzo, scriveva al Persano:[106]
«Dopo sì splendida vittoria io non vedo come gli si potrebbe impedire di passare sul Continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani compissero, od almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poichè non vogliono, o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L’impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il Regno ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, finchè ricopra la regina del mare.[107]»
Soltanto circa un punto il conte di Cavour non aveva mutato parere, e s’immagina quale: la pronta annessione. Sentendo però quanto fosse vano il tentare la posizione di fronte, pensava come al solito a girarla di costa, sperando che a ciò l’avrebbero aiutato, oltre che l’ingegno e le circostanze, lo stesso Prodittatore che Garibaldi s’era chiamato al fianco. Avremmo infatti dovuto dir prima che il generale Garibaldi fino dalla metà del giugno aveva ceduto al consiglio di chiamare in Sicilia un uomo di grido e di autorità politica, il quale assumesse la grande bisogna dell’ordinamento dello Stato e lo rappresentasse come suo Vicario o Prodittatore in tutti gli attributi del reggimento civile.
Nella scelta della persona ondeggiò alquanto. Egli avrebbe preferito, o Giorgio Pallavicino, o Carlo Cattaneo; il Persano gli suggeriva invece Agostino Depretis; il Re ed il Cavour gli profferivano Valerio; ma infine, essendosi Garibaldi deciso per il Depretis, ogni opposizione alla sua nomina cessò, e verso la metà del luglio questi partì Prodittatore per la Sicilia.
Il conte di Cavour aveva torto di diffidare di lui. Agostino Depretis non era de’ suoi amici, ma circa al problema dell’annessione era pienamente d’accordo con lui; non la voleva, è vero, precipitata e violenta; meditava prepararla a poco a poco, renderla necessaria, ottenerla amichevolmente dalle mani di Garibaldi, non strappargliela: ma infine la voleva quanto il Cavour stesso, e più che ad un Ministro di Garibaldi si convenisse. Però quando il 22 luglio si presentò a Garibaldi in Milazzo il Prodittatore non svelò tutto il suo pensiero; si dimostrò anzi impaziente di dare un assetto stabile allo Stato, promulgandovi al più presto lo Statuto e gli ordinamenti piemontesi (il che fece tosto con molta lode sua); ma delle sue idee annessioniste non fece motto; crescendo così subito nella fiducia del Generale, ma preparandosi a perderla fra breve.