III.

Può il Paese sperare iniziativa dalla Monarchia?

A questione siffatta, la Monarchia stessa risponde. La sosta fatale della quale ho parlato finora è opera sua: sua, coi fatti, la dichiarazione che la Rivoluzione è compita e che non si tratta oggimai se non di miglioramenti e riforme. La Monarchia si giovò d'un interesse straniero, che le dava alleato un esercito, per tradurre in realtà l'antico disegno d'aggregare al Piemonte la Lombardia e far del piccolo regno un Regno del Nord; s'impossessò poi, sottraendolo alla Rivoluzione, di quanto l'iniziativa popolare conquistò o accennava a conquistare nel Centro e nel Sud: si rifece immobile appena quella iniziativa cessò; e, giovatasi della funesta interruzione per ordinarsi e afforzarsi, impedì colle bajonette ogni recente tentativo di risuscitarla. E non poteva, in virtù della propria natura, fare altrimenti.

Può la Monarchia, che diede Nizza alla Francia imperiale, ritorgliela? Può, dopo d'avere abbandonato il Trentino già invaso dalle sue truppe e dai volontarî e segnata la pace che lo esclude dai termini dell'Italia, assalir sola l'Austria e farne conquista? Può essa, isolandosi da tutte le monarchie sorelle che additano trattati e comandano pace, rivendicar coll'armi Trieste e l'Istria? Può sopratutto—dacchè non è da sperarsi che il Papa rassegni volontario la potestà temporale—rovesciare il Papato a dar Roma all'Italia? È tuttavia fra noi chi affermi cose siffatte e presuma d'essere creduto sincero?

Può l'iniziativa, che deve compire il moto nazionale d'Italia, escire dal Parlamento?

S'io non pensassi, scrivendo, che al Paese, non dovrei, credo, spender parola a rispondere. Le liste dei votanti nelle elezioni, la suprema indifferenza colla quale il Paese guarda ai procedimenti parlamentari, la disubbidienza sistematica, dove riesce possibile, alle leggi sancite da esso, attestata dalle cifre degli arretrati nel pagamento delle tasse, rispondono abbastanza per me. Il Paese non aspetta salute dal Parlamento, non ha riverenza per esso, non crede rappresentati in esso i suoi voti, le sue speranze, l'avvenire della Nazione.

Ma sono nel Parlamento, e durano ostinati a rotolarvi il sasso di Sisifo, uomini di mente e di cuore, che hanno giovato quand'erano affratellati col popolo alla Patria, che potrebbero, riaffratellandosi con esso, giovarle ancora e che, sotto il fascino di non so quale illusione, consumano tempo, nome, influenza, potenza d'ingegno, capacità di forti generosi propositi e, quel che è peggio, parte di quella virtù morale, che scende da una pura diritta ardita coscienza, in una inefficace e talora ridicola guerricciola di pigmei, seminata di equivoci, di transazioni, simulazioni e dissimulazioni, indegne d'essi e della Causa alla quale un tempo giurarono. E ad essi ricordo che i Parlamenti furono, sono e saranno sempre impotenti a varcare spontanei il cerchio di Popilio che l'Instituzione, in nome della quale esistono e agiscono, descrive intorno ad essi—che se talvolta lo varcarono, non fu mai per inspirazione propria, ma per opera d'insurrezioni consumate al di fuori e alle quali obbedirono—che tanto può in essi l'influenza della prima origine, da aver fatto sì che anche in quei pochi casi guastassero, se non rinnovati, il concetto che accettavan dal popolo.

Il Parlamento d'Italia è Parlamento monarchico. I suoi membri giurano alla monarchia e accettano lo Statuto, che falsa il carattere nazionale del moto italiano. Ove anche il giuramento non avesse—e men dorrebbe—valore morale per essi, non possono dirlo, nè possono in Parlamento operare a violarlo. Il Parlamento non può avere in sè potenza maggiore d'iniziativa che non ne ha la monarchia, dalla quale discende e dipende. La monarchia non può compire la nostra Rivoluzione nazionale: non lo può quindi, per conseguenza logica, il Parlamento.

E il Parlamento lo sa: però ne tace e vorrebbe che il Paese la credesse compita.

Il Parlamento che siede, incurioso, svogliato o servile, in Firenze, non è Parlamento nazionale; e lo diresti un'assemblea di provincia. La Nazione gli è ignota: ignoto quanto tocca l'unità, l'indipendenza, l'onore, l'avvenire, la politica nazionale. L'Italia può essere condannata ad abdicare, nella sua vita internazionale, l'inspirazione naturale che la sprona verso gli Slavi e verso l'Oriente, e trascinata invece in alleanze col dispotismo che la decretano impotente e le chiudono l'avvenire: il suo Governo può trascurare, come non fossero, le sorgenti principali della vita nazionale interna, ordinamento del Paese a milizia, associazione operaja, incremento dell'agricoltura, miglioramento delle condizioni produttive in Sardegna e in Sicilia; il Parlamento è muto, senza pensiero che ad esso spetti occuparsi di cose siffatte.

Collo straniero in casa, colla sfida, la più insolente ch'io mi sappia dal guai ai vinti di Brenno in poi, cacciata due volte da due ministri di Francia a chi dichiarava pochi anni addietro Roma capitale d'Italia, il Parlamento, che si dice italiano, tace sistematicamente di Roma: non uno dei suoi membri s'attenta di proferire quel sacro nome: non uno fra quei che avventurarono la vita al grido di Roma o Morte osa—tanto è il senso d'abdicazione che spira in quell'aula data all'equivoco—gettarlo, sanguinoso rimprovero, in viso agli uomini del Governo e dir loro: Se voi potete o volete vivere disonorati, noi non possiamo nè vogliamo; e dacchè in questo recinto non può trovarsi vie di salute, scendiamo a cercarla nel popolo.

Le Assemblee—bisogna ripeterlo, non all'armento che vota a seconda del cenno governativo, ma ai pochi uomini ai quali io miro—operano a desumere e applicare conseguenze del principio in virtù del quale esistono, ma nè un passo più oltre, nè mai possono fondare, per virtù propria, un principio nuovo. Dove, creata già la Nazione e secura l'Indipendenza, non si tratti se non d'un semplice sviluppo di libertà conquistata, e di riforme amministrative o economiche, le Assemblee esistenti in nome di quella libertà giovano, e possono, come in Inghilterra, compire lentamente una importante missione. Ma dove, come tra noi, si tratti di costituir la Nazione e—dacchè il principio esistente non esce dalla tradizione del Paese, è diseredato d'iniziativa e non porge via per raggiungere il fine—di proclamarne un altro, le Assemblee raccolte in nome del primo e condannato, non giovano. Unica Assemblea che valga è quella del popolo in armi.

Nessuno di noi s'arroga diritto d'imporre ad altrui la propria opinione; ma ciascuno ha diritto di chiedere agli uomini che pretendono rappresentare il Paese e possono giovargli o nuocergli a seconda delle opere loro: che cosa volete? Il fine dichiarato additerà il metodo, norma del giudizio da pronunziarsi sugli uomini. Senza dichiarazione siffatta, amici e nemici errano nel bujo e combattono senza conoscersi. L'anarchia morale, foriera dell'altra, invade il Paese.

Credete l'Instituzione attuale capace, non dirò ora di dare libertà vera, indipendenza dall'estero, educazione ed esempio di moralità, prosperità e grandezza al Paese, ma di compiere senza lungo indugio la Rivoluzione Nazionale, di darci Roma, il Trentino, Trieste, e un Patto ch'esca dal voto e dalle aspirazioni di tutto il popolo?

Se potete, colla mano sul core, affermare che lo credete, rimanete ove siete, ma agite, conquistate, trascinate, guidate: incarnate in voi il pensiero del Paese e decretate a un tempo la mossa dell'esercito, la chiamata dei volontarî e la convocazione d'una Assemblea Costituente in Roma. O diteci almeno quando lo farete. Il paese non può, per quanta fiducia voi meritiate, commettere le sue sorti all'eloquenza indefinita del vostro silenzio: il Paese non può accettare il pericolo di perire nel disonore, nella corruzione, nella rovina economica, perchè voi possiate incidere una inscrizione splendida d'Unità meditata e di Patto postumo sulla sua tomba.

Ma se non credete l'Instituzione capace di tanto, allora, al nome di Dio, ponete giù la medaglia e la profanazione dell'anima: lasciate quei banchi contaminati d'equivoci e d'ipocrisia, e scendete a rinverginarvi nel popolo, dicendogli: là non si compiono i tuoi fati: là Nazione vive in te, che aneli al Vero e hai potenza: levati e capi e soldati, siam tuoi. Distruggerete una illusione, che la vostra presenza in quell'aula alimenta tuttavia in alcuni, e uno scetticismo sugli uomini, che cresce fatale nei più.

Darete al Paese un insegnamento morale, da voi finora a torto dimenticato. Educherete i giovani, col senso dell'umana dignità, al culto della coscienza; e sottraendovi alla parte di minatori segreti per quella, più degna di voi, di leali guerrieri all'aperto, contribuirete a liberare l'Italia dal pericolo d'un gesuitismo politico che, cospirando in Francia col grido di viva il re alla caduta della monarchia, sommò a tornare in nulla due Rivoluzioni e agevolare la via al secondo Impero.

IV.

Intanto, sciolta com'è per noi la questione, l'Italia, pel compimento della propria Rivoluzione, che sola può rendere possibile una condizione normale di cose, non può aspettarsi iniziativa dalla monarchia e nol può dal Parlamento monarchico. Nol può che dal popolo. Bisogna ch'essa tragga dalle proprie viscere la forza che manca altrove.

Come può giungervi? E quali norme devono in questo supremo sforzo guidarla?

V.

Dissi che l'iniziativa del moto, dal quale deve compiersi la Rivoluzione Nazionale, spetta al Paese.

E il Paese è maturo per essa.

Il Paese è universalmente malcontento: lo è nella gioventù educata, nelle classi operaje delle città, nella popolazione agricola, nella parte migliore della magistratura, nei piccoli proprietarî, negli uomini di commercio, nel popolo dell'esercito, nel clero cattolico. I giovani, da pochi infuori indifferenti per abitudini indegnamente dissipate, o guasti da non so quale pedantesco dottrinarismo di seconda mano, sentono nell'anima un alito dell'orgoglio italiano e intendono che la loro patria non sorge come dovrebbe. Gli operaî delle città—due o tre eccettuate, nelle quali l'arti governative e gli ajuti d'alcuni ricchi hanno sviato per poco le associazioni dal segno—amano il Paese d'affetto tanto puro e devoto, da confortare di speranza l'anima più solcata di delusioni e dolori che sia. Il macinato ha suscitato il malcontento degli agricoltori; le tasse, gravissime, crescenti, molteplici e un pessimo irritante metodo di percezione, lo alimentano nei piccoli proprietarî. La democrazia dell'esercito, lasciando anche da banda il pessimo trattamento e i soprusi dei capi, sente profonda—ed è sua lode—la vergogna che da Novara a Villafranca, da Villafranca a Custoza pesa sulla bandiera. Gli onesti fra i magistrati si ribellano agli arbitrî governativi e alla corruzione sfrontatamente invaditrice dell'alta sfera. Gli uomini di commercio aborrono dall'incertezza del dì dopo, che falsa i loro calcoli e inceppa le loro operazioni: essi intendono che, fino al giorno in cui il fine nazionale raggiunto darà sicurezza di condizioni normali, la crisi sarà perenne. E il clero, in parte retrogrado, è a ogni modo, nei migliori, avverso a un sistema rappresentato da una gente che non ha religione e l'affetta. Un senso crescente di sfiducia serpeggia tra gli impiegati e spira visibile nei consigli di chi regge. Il tentativo di un'ora in Piacenza ha suscitato a misure rivelatrici di profonda paura il Governo e a moti imprudenti, isolati, non preparati—getti vulcanici che indicano la condizione latente del terreno—cinque o sei località dello Stato. Non v'è uomo in Italia che, temendo o invocando, non presenta vicino, inevitabile, un mutamento di cose. E l'indifferenza stessa, colpa apparente nei cittadini, all'esercizio dei loro diritti e alle frequenti violazioni di quel tanto di libertà che le leggi concedono, accenna al muto convincimento che ben altro si appresta.

Son questi i sintomi che in ogni paese nel quale ebbe luogo una grande rivoluzione, la prenunziarono.

Perchè nondimeno il Paese dura inerte e incapace tuttora d'iniziativa?

Il Paese non ha coscienza delle proprie forze.

Il Paese vorrebbe cancellato il presente, ma sospetta, per preconcetti errori, dell'avvenire.

Quest'ultimo ostacolo esige un'opera di apostolato: il primo non si vince che coll'azione.

Pesano tuttavia sull'anima del Paese i ricordi e le abitudini d'oltre a tre secoli di servitù pazientemente durata. Splendidi lampi d'audacia e d'onnipotenza popolare hanno negli ultimi venticinque anni solcato la tenebra addensata da quella servitù su noi tutti: ma furono lampi, non fiamma perenne di faro, che sia guida ai fati della Nazione. Suscitati dal prestigio d'un capo militare che comandi ad essi di vincere, i nostri giovani compiono miracoli di valore e vincono: lasciati a sè stessi, tentennano incerti e ridiventano timidi calcolatori d'ogni ostacolo positivo o possibile: giganti d'azione seguendo, mancano tuttavia dell'istinto che addita il momento e del coraggio che inizia. Capo ai Romani era Roma: Roma che doveva essere capo del mondo. I duci dell'armi si succedevano, apparivano e passavano, quasi viventi non di vita propria, ma della vita di Roma: ignoti ai soldati, i dittatori erano rappresentanza a tempo della Città che aveva detto ad essi: guidate e vincete; ma la loro potenza, la potenza invincibile dei militi che li seguivano, derivava da una fede in una potenza collettiva superiore a essi tutti, ma della quale ognun d'essi si sentiva parte. La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni: perchè tutti siamo uno in noi, come tu, Padre, sei in me e io sono in te s'era fatta realtà nella Patria Romana. Ogni uomo credeva nei fati di Roma: sentiva dentro sè una scintilla della grande anima di Roma; Roma s'era incarnata in ciascuno dei suoi figli, e ciascuno si sentiva forte della sua forza e mallevadore del suo avvenire. Per questo Roma diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. E questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella Patria, come in un pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi, questa potenza d'amore che abbracci in uno, passato, presente e futuro d'Italia, questa coscienza d'esser ministri a una Tradizione di grandezza iniziata da Dio e che deve, attraverso ogni ostacolo, continuare nella vittoria—questa fede, un raggio della quale fu dato, sullo spirare dell'ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a farla più forte di tutta l'Europa congiurata a' suoi danni, manca tuttavia agli Italiani. La coscienza della forza collettiva ch'è in essi e la fiducia ch'esercita sulle moltitudini una idea grande e vera, rappresentata in azione da un'ardita iniziativa—spente in Italia, fin dal XVII secolo, dal materialismo che fa centro dell'io—non sono finora rinate. Uomini che, guidati da un capo in cui s'era incarnato un momento di quella coscienza e di quella fiducia, videro dissolversi, senza combattere, tutto un esercito davanti ad essi, s'arretrano incerti, fra calcoli che dicono pratici, e nei quali non entra il pensiero, davanti a poche centinaja di birri o a poche migliaja di soldati, nell'anima dei quali freme appunto quel pensiero ch'essi, perchè sfugge ai sensi, trascurano. Altri—arrossisco scrivendolo—guardano anch'oggi, lieti d'una speranza che disonora, alle agitazioni e all'iniziativa possibile della Francia come ad áncora di salute. Guardava la Francia del 1792—quando, come voi, non aveva che venticinque milioni di popolo ed era minacciata da nemici interni ed esterni—all'Italia?

Non guardava; e fu grande e vinse per questo. Guardava in sè, nella bandiera della Nazione; pensava al dovere di reggerla incontaminata e di salvare, non foss'altro, l'onore. E il nostro onore, o Italiani, è macchiato: macchiato di fresca macchia ad ogni ora. Finchè Roma è in mano d'altrui, e soltanto perchè un imperatore straniero ha detto: voi non l'avrete, ciascuno di noi dovrebbe non osare di guardare in volto un cittadino di terra libera: quel cittadino non può stimarci. Se gli uomini che hanno in Italia il potere non hanno più anima per sentire questa tristissima verità, e possono discuter tranquilli una economia d'alcune migliaja di lire o la scelta d'un bibliotecario, tal sia di loro; ma la sentano i giovani e conquistino, a purificarlo, quel potere, che dovrebb'essere una santa missione, ed è oggi inutile impotente menzogna.

L'Italia è forte: essa può provvedere libera e secura alla propria vita nazionale, senza calcolo d'interventi stranieri o di leghe monarchiche avverse. Essa non dovrebbe, nel compimento del Dovere, arretrarsi davanti ad alcuna minaccia: nessuno, a ogni modo, checchè essa muti ne' suoi ordini interni, le farà guerra. L'Impero di Francia è condannato e lo sa: gli è necessario concentrare le forze a prolungare di qualche anno o di qualche mese una incerta combattuta esistenza: l'iniziativa Italiana determinerebbe in Francia la crisi suprema. L'Impero d'Austria si dibatte fra le esigenze minacciose delle diverse nazionalità che lo compongono, e alle quali le concessioni forzate all'Ungheria hanno dato, aggiunta al diritto, opportunità. L'Italia, è d'uopo ripeterlo, ha due onnipotenti elementi di forza in pugno che l'assicurano, non solamente d'una assoluta indipendenza ne' suoi moti, ma del primato morale in Europa: l'Alleanza Slava e la questione d'Oriente. Un Governo Nazionale Italiano stringerebbe in un mese la prima, ajutando, attraverso l'Adriatico, gli Slavi meridionali a costituirsi, liberi d'ogni giogo, da Cattaro e Zara ad Agram: e susciterebbe la seconda, offrendosi amico, purchè si unissero in un disegno di Confederazione, ai tre elementi, Ellenico, Slavo, Romano, che dominano l'Impero Turco in Europa. Con armi siffatte, l'Italia può, nei limiti del Diritto e del Giusto, osar ciò che vuole.

E osare, in un paese dove le condizioni morali sono le accennate poc'anzi, è virtù di supremo calcolo. Balilla, quando avventava il sasso al soldato tedesco, Camillo Desmoulins, quando, in mezzo ad una moltitudine inerme, gridava: alla Bastiglia!—i 250 insorti olandesi, quando, muto, schiacciato il Paese, fuggiaschi essi medesimi e sbattuti indietro dalla tempesta, s'impadronivano della piccola fortezza di Brilla—erano, secondo ogni calcolo normale di guerra, stolti; e nondimeno iniziarono l'emancipazione delle loro terre. Il fanciullo genovese, gli altri citati e quanti iniziatori di grandi vittorie potrei citare, non avevano numerato le armi, studiato le posizioni, calcolato le forze nemiche; avevano tastato inconscî il polso al Paese, avevano sentito nell'anima giunto il momento, e osarono.

Oggi tra noi, popolo guasto pur troppo di materialismo, di scienza machiavellica e di culto tributato alle apparenze della forza, è necessario che il fatto iniziatore sorga di mezzo alle moltitudini d'una importante città, e suoni vittoria. Ma ho fermo nell'animo che quando quel primo fatto avrà luogo, sarà segnale a un ridestarsi italiano che pochi, amici o nemici, sospettano.

E a crear questo fatto basterebbe—anche di questo sono convinto—che quanti si professano in una città seguaci della bandiera s'unissero nella idea di crearlo; basterebbe che, deponendo ogni piccola gara, ogni dissenso sul guidare o seguire, ogni cieca adorazione o diffidenza di nomi, ogni pensiero di predicazione anticattolica, d'apostolato scritto, fra classi che non possono leggere, di riforme sociali impossibili coll'Instituzione che regge, d'ogni cosa che smembra le forze e svia gli intelletti dall'unico segno, concentrassero per brevi giorni tutte le potenze dell'anima intorno al disegno di riconquistar coll'Azione iniziativa all'Italia; non avessero innanzi agli occhî altra imagine che quella della Patria giacente nel disonore; non sentissero che la vergogna del mai profferito dal Brenno moderno; non avessero che un solo concetto, la necessità dell'osare; non avessero che una parola sul labbro: A Roma per la via che sola vi mena.

A combattere intanto le stolte diffidenze, nudrite tuttavia da molti sull'avvenire, giovi una dichiarazione, nella quale io credo potermi, senza presumere, fare interprete del Partito. La stampa repubblicana fu finora troppo esclusivamente negativa, troppo paga a registrare le colpe della Monarchia, troppo corriva ad accogliere come prova di forza e d'estensione del Partito ogni manifestazione ch'abbia luogo in Francia, in Ginevra o altrove, senza avvertire alle idee che vi si esprimono. E quelle idee, profferite per avventatezza da uomini che non sanno e credono audacia l'atteggiarsi a distruttori d'ogni cosa, e da gente venduta celatamente ai Governi e addottrinata a spaventare con esagerazioni la borghesia, sono con arte d'indegna calunnia raccolte e additate ai poveri di spirito dalla stampa governativa come idee del campo repubblicano e indizio dell'avvenire, se trionfasse.

Per questo, e anzitutto per amore del Vero, è debito d'allontanare ogni pericolo d'inconsulta imitazione fra noi; è tempo che la stampa repubblicana assuma, più che oggi non ha, carattere severità, di sacerdozio morale; è tempo ch'essa abbia, non solamente il coraggio d'affrontare le ire e le persecuzioni monarchiche, ma quello assai più difficile d'affrontare gli sdegni dei traviati fra i nostri, e la temuta taccia di moderata dagli avventati che odiano e non sanno amare.

Guerra al capitale, abolizione della proprietà, ostilità alla borghesia, violazione d'obblighi assunti anteriormente dalla Nazione, crociata contro i preti cattolici, terrore e vendetta, son grida insane, immorali, di pochi selvaggi della politica, aborrite da quanti repubblicani hanno senno e core: nessuno ha mai osato, nè oserà mai tentare di tradurle in fatti; e chi lo tentasse, troverebbe in noi nemici più acerrimi che non nei monarchici.

I repubblicani sanno che il capitale rappresenta frutti accumulati di lavoro; che la proprietà è il segno della missione trasformatrice data all'uomo nel mondo materiale; che la borghesia scende dagli artigiani dei nostri comuni repubblicani, emancipò l'Italia dai signori feudali e arricchì il Paese e sè col lavoro; che, o non esiste Nazione, o le generazioni sono solidali per gli obblighi legalmente assunti sotto un diverso governo; che la coscienza è inviolabile e le credenze religiose, se false o consunte, non possono combattersi se non con tollerante e pacifico apostolato; che terrorismo, persecuzione e vendetta sono armi di codardi o colpevoli, fatali a chi le adopra e da lasciarsi ai governi fondati sull'arbitrio e sull'ingiustizia e cadenti.

Il concetto della Repubblica tende a combattere, a scemare progressivamente i privilegi politici o civili dati a una classe, il monopolio, l'immobilizzazione dei capitali, il concentramento soverchio della proprietà, l'ingiusto e fatale alla produzione accumularsi di tasse sulle classi date all'industria, l'immoralità di speculazione, piaga crescente e alimentata da una trista, corrotta politica governativa, l'egoismo inevitabile d'una legislazione affidata alla nascita o al censo e sottratta all'intervento delle classi che ad essa soggiacciono:—tende a far sì che le classi s'affratellino in eguaglianza di doveri e diritti, di protezione, di progresso, d'insegnamento:—che, per mezzo dell'Associazione e d'ajuti dati dalle instituzioni, i capitali, che fanno possibile il lavoro, si trovino nelle mani di chi deve compirlo:—che il lavoro generi la Proprietà e la diffonda quindi al maggior numero possibile di cittadini:—che l'economia e l'aumento della produzione presiedano d'ora in poi al maneggio delle Finanze:—tende a sopprimere l'immobilità in ogni Potere, a distribuire gli uffici a seconda della capacità e della virtù, a dare coll'elezione coscienza a ogni cittadino della missione ch'egli è chiamato a compire sulla terra ov'è nato, a far mallevadori tutti delle opere loro, a conquistare—coll'onestà delle convenzioni sulle terre, coll'interesse creato ai coltivatori nel suolo che fecondano, colla moderazione delle tasse, con un sistema d'esazione sottratto agli arbitrî, coll'educazione data a tutte le classi, colla moralità dell'amministrazione, col compimento della Rivoluzione Nazionale—quel senso di securità pubblica, senza il quale ogni progresso è inceppato o precario.

Prima dell'azione o pendente l'azione, per un anno o per una settimana, come i fati vorranno, urge che questo, ch'io rapidamente accenno, sia soggetto d'ogni giorno alla nostra Stampa. I calunniatori devono pagarsi da noi col disprezzo. Ma il popolo, al quale molti ricordi della Repubblica francese suonano terrore e violenza, ha diritto a sapere da noi quali intenzioni ci guidino, e bisogna insistervi.

VI.

Ricapitolando il già detto:

La Rivoluzione Italiana non è compita: la monarchia l'ha fermata a mezzo!

Bisogna compirla o perire: perire di lenta morte nella rovina economica, o di violenta nell'anarchia: sperare che si stabiliscano, prima d'averla compita, condizioni di normale securità pel Paese, è follìa e i sintomi crescenti ogni giorno provano nella realtà ciò che la logica insegna al pensiero.

Roma; frontiere naturali; Patto Nazionale dettato da un'Assemblea Costituente: sono le prime condizioni del compimento:

Per uscire dall'inerzia e avviarsi al fine, è necessaria una iniziativa.

L'iniziativa non può escire dalla monarchia: non può escire dal Parlamento monarchico: non può dunque escir che dal popolo.

Il Paese è maturo per accogliere e secondare il sorgere di questa iniziativa popolare: il desiderio di un mutamento è universalmente diffuso in esso.

I due soli ostacoli che s'attraversino a quel desiderio, sono—incertezza diffidente sull'avvenire, alimentata da una stampa calunniatrice—mancanza di coscienza della propria forza.

Bisogna vincere il primo ostacolo coll'apostolato, dichiarando ripetutamente ciò che la Repubblica è e ciò ch'essa non è: separandosi lealmente e coraggiosamente dagli amici che traviano, e respingendo gli stolti concetti che sostituirebbero una tirannide all'altra.

Il secondo ostacolo non può superarsi che coll'argomento col quale il vecchio filosofo provava allo scettico l'esistenza del moto, coll'azione; bisogna che una città provi, sorgendo e vincendo, al Paese che volendo si può.

L'iniziativa Italiana diventerebbe rapidamente, se diretta da uomini che sapessero e osassero, iniziativa Europea.

E scrivendo questa linea m'è impossibile non aggiungerne alcune di sorpresa e lamento.

L'orgoglio, quando si sperde intorno a misere ambizioncelle dell'io e s'affatica a crear superiorità artificiali di ricchezza, di potenza o di quella fama d'un giorno che Dante paragonava a un color d'erba che va e viene, è colpa e meschina. Ma l'orgoglio raccolto intorno all'anima dal ricordo dell'ultima parola dei martiri per una idea, dalla voce profetica di tutta una tradizione religiosamente interrogata, da una riverenza che adora ogni indizio di disegno provvidenziale, da un immenso amore per la terra che vi fu culla, e ha le tombe dei vostri più cari, da un senso di vita collettiva che abbraccia quanti vi furono, sono e saranno più strettamente fratelli, dalla tacita eloquenza d'una natura che si stende, privilegiata oltre ogni altra, intorno a noi quasi mormorandoci: siate grandi quant'io son bella,—e versato sulla Patria, sulla Nazione nascente, sulla Bandiera, alla quale il mondo guarda per vedere s'è bandiera di Popolo annunziatore o di gente inutile, senza nome e senza missione—è cosa santa e pegno di grandezza futura al Paese nel quale si mantiene perenne, coscienza e fiamma alla vita. Sentono quest'orgoglio i nostri giovani, o l'hanno sommerso nel disprezzo dell'ideale, al quale oggi li alletta un materialismo che fu sempre conseguenza o preludio di servitù? A me quest'orgoglio del nome italiano insuperbì nell'anima fin da quando, nel silenzio comune e fra le mura d'una prigione, mi prostrai davanti al pensiero d'una Italia repubblicana iniziatrice in Europa e giurai fede alla sua bandiera. Come i figli della Polonia portavano con sè nella proscrizione, quasi reliquia, una zolla della loro terra, portammo, io e i miei amici, quel sacro pensiero con noi nell'esilio e lo serbammo incontaminato per voi, o giovani, sperando che lo raccogliereste in tempi migliori, quando vi sarebbe dato di tradurlo in fatto. E oggi vi è dato. Oggi l'Europa è in tali condizioni, che a voi basta il sorgere a compire, in nome d'un principio e affratellandovi arditamente coi Popoli che v'aspettano, la vostra Rivoluzione Nazionale, perchè la vostra Patria diventi iniziatrice d'un'Epoca e guidatrice delle Nazioni sulla via del Progresso. Una dichiarazione di Principî, dettata da Roma libera ai Popoli e appoggiata da due o tre atti ai quali più volte accennai, darebbe all'Italia un Primato morale, che da oltre a mezzo secolo è vacante in Europa.

Se agli uomini che, invecchiati anzi tempo, si chiamano pratici perchè hanno imparato a tacere, e patrioti perchè agli inevitabili errori del povero Lanza antepongono le colpe subdole di Rattazzi, la iniziativa italiana in Europa sembri folle utopia, poco monta. Ma i giovani? I giovani delle Università e della classe educata alle lettere e alle arti? I giovani che hanno in custodia nell'esercito la bandiera della Nazione, e sanno di potere con un fatto collocarla all'antiguardo d'Europa? I trentamila volontarî che dal Trentino all'estrema Sicilia fecero battesimo del loro sangue all'Unità del Paese? I popolani che, vergini d'anima e devoti per istinto non contaminato da calcoli all'avvenire d'Italia, adorano la religione e la poesia dei grandi ricordi? Son essi muti al pensiero della loro Patria fatta, da un atto energico di volontà, prima tra le prime e centro di moto pel bene alle Patrie sorelle? Sanno che dalla coscienza d'un alto dovere, d'una solenne missione da compiersi move tutta una Educazione e che il carattere d'una iniziativa determina tutta una lunga vita di Popolo? Rammentano che, soltanto per quella coscienza, la vita di Roma fu vita del mondo e che ciascuna delle nostre città repubblicane scrisse, nel medio evo, una pagina di gloria e d'incivilimento nella storia europea? Sentono in core l'immensa potenza che dovrebbe emergere dalle cento città d'Italia unite ad un fine, e che il sorgere della Nazione a guisa d'ancella sommessa, timida, incerta, tanto che il mondo non si avveda neppur di quel sorgere, è—per essa—scadere? Se gli Italiani possono guardare alle condizioni nelle quali versa oggi l'Europa e non vedervi i segni di un'Epoca, che aspetta e accoglierebbe con entusiasmo l'iniziatore, sono ciechi. E se lo vedono, ma dicono a sè stessi: altri può esserlo, noi non possiamo—sono imbelli e indegni davvero del nome che portano.

No: gli Italiani non saranno nè ciechi nè imbelli. Ma ricordino che dieci anni d'interruzione nel moto sono lungo periodo; che l'inerzia genera l'inerzia; che la corruzione non combattuta ingigantisce rapidamente e minaccia le sorgenti della vitalità; che le delusioni durate per breve tempo irritano gli animi, durate a lungo li affogano nell'immoralità dello scetticismo; che gli uomini, anche maledicendo, s'avvezzano a tollerare; che il disonore prolungato è la morte delle Nazioni; che le popolazioni ineducate son facili ad accusare dei loro mali, non l'interruzione della Rivoluzione, ma la Rivoluzione stessa; che il federalismo, muto dieci anni addietro, accenna oggi a rivivere; che gli indugi non fruttano ormai se non alle fazioni retrograde; e quanto più si prolunga la resistenza a una crisi inevitabile, tanto più la crisi riesce violenta e pregna di quei mali, ai quali sul cominciare di questo scritto accennai.

Comunque, quando l'iniziativa popolare s'assumerà il compimento del moto Nazionale Italiano, importerà che si raggiunga il fine colla maggiore rapidità e colla menoma violenza possibile. E le vie, se non erro, son queste:

Unità di bandiera. Isolare la questione di Roma; prefiggersi a programma una battaglia col Papa-re: ricominciare imprese, generose un tempo e feconde, impossibili attualmente e che non toccano se non un termine del problema, è oggimai colpa più che follìa. L'emancipazione di Roma—nè avrei mai creduto di doverlo ripetere—si compie in Genova, Milano, Bologna, Torino, Firenze, Palermo e Napoli, non altrove. L'Italia deve esser base secura d'operazione all'impresa. Una frazione d'arditi non riescirebbe che a chiamare, prima d'entrarvi, in Roma nuove forze francesi. A un fatto compito dalla Nazione in armi, nessuno oserà mover guerra.

Programma semplice, chiaro, puro da un lato di reticenze ed equivoci, puro, dall'altro, d'ogni voce che accenni a sistemi non definiti e molteplici, capaci quindi di false interpretazioni e di suscitare calunnie e terrori. Le due parole aggiunte da molti in Francia alla parola repubblica, inutili e senza valore pratico, hanno scisso il campo e indugiato il lavoro d'emancipazione più ch'altri non pensa. Chi mai può in oggi sognare d'una Repubblica fondata, come nell'antica Venezia, sopra un patriziato che più non esiste? Chi può intendere l'Instituzione repubblicana, se non come fatto anzi tutto sociale e mezzo al rapido miglioramento delle misere condizioni economiche dei più fra i produttori? Ma chi può, d'altra parte, esigere dichiarazioni solenni di socialismo, prima d'aver detto a quale fra i tanti sistemi cozzanti l'uno contro l'altro egli attribuisca quel nome? E a che varrebbe l'accettazione di quella voce straniera, quando chi l'accetta la intende probabilmente in modo diverso dal vostro? I soli pegni efficaci dell'avvenire sociale invocato stanno nell'attiva predicazione delle idee ragionevoli, desunte dal moto dell'Epoca e dai serî lavori di quanti hanno cercato e cercano di definirlo: stanno nell'ordinarsi del Popolo alla solenne espressione de' suoi più urgenti bisogni, nella scelta accurata degli uomini chiamati a dirigere, nelle questioni proposte dagli elettori ai membri dell'Assemblea, che dovrà dettare il Patto della Nazione.

Azione rapida e aperta di quanti credono necessario il compimento dell'impresa nazionale, di quanti s'avvedono che il moto è veramente di popolo destinato a vincere. Le incertezze, il tentennare, il fanciullesco amor proprio di quei che indugiano a dar l'opera loro perchè jeri non credevano venuto il momento, non impediscono lo svolgersi dei fati, ma prolungano la crisi, irritano gli animi di quei che iniziano e cacciano il germe di categorie funeste in futuro. La legge dei sospetti in Francia ebbe origine dall'esistenza degli uomini del dì dopo. Nei grandi rivolgimenti nazionali è concesso, se conseguenza di convincimento, l'essere ostili, non l'esser tiepidi. Dove si tratta di cose che involvono la salute del Paese, ogni uomo ha debito di combattere per impedire, o di secondare; e quando un fatto appare inevitabile, unica via perchè assuma condizioni normali e s'inanelli alla vita del Paese, è quella d'accentrarvisi intorno e giovarne il pronto sviluppo: gli uomini o le classi, che per mal fondati sospetti o indegno egoismo si ritraggono e lasciano un solo elemento a compirlo, preparano gravi mali al Paese e a sè stessi.

Scelta dei pochi—dacchè la Dittatura è, in una impresa di libertà, illogica e pericolosa—chiamati a dirigere il moto fino al momento in cui, raccolta la Costituente Nazionale, il Paese esca dalle condizioni provvisorie e ripigli vita normale: da quella scelta e dai primi atti di quel piccolo nucleo dipendono il carattere dell'iniziativa e metà del successo. Di fede provata, d'immacolata onestà, d'intelletto diritto e logico, di tranquilla pertinace energia, incapaci d'odio e di spiriti di vendetta, quelli uomini devono conoscere le condizioni di Europa e sentire la forza ch'è nell'Italia: devono esser capaci di movere arditamente al fine senza guardare al di là del Paese; capaci d'intendere che l'Europa governativa oserà s'essi titubano, rimarrà inerte se si mostrano forti e decisi, capaci di sommovere i Popoli, se i Governi s'atteggiassero a offesa o minaccia.

Riunione di Commissioni numerose nelle diverse zone d'Italia chiamate dai Municipî, dai Consigli locali e dai Delegati dell'Autorità governativa, a dirigere inchieste sulle condizioni morali, civili, economiche delle loro zone e preparare materiali ai lavori della futura Assemblea. Commissioni siffatte gioveranno a rassicurare gli animi sospettosi, a determinare il fine del moto Nazionale e a invigilare a un tempo la condotta del Governo d'Insurrezione.

Ma, e anzitutto, coscienza, negli iniziatori, dell'altezza e della santità dell'Impresa. L'Italia e l'Europa devono avvedersi dal loro linguaggio e dai loro primi atti che, sacerdoti del Dovere Nazionale, essi sono migliori di quei ch'oggi lo violano o lo fraintendono: che essi sono deliberati di vincere, ma non oltrepassando d'una linea la condotta indispensabile alla vittoria: ch'essi combattono per l'onore della Nazione e lo mantengono puro, incontaminato d'ogni macchia d'odio, di vendetta, d'intolleranza: che vogliono fondare un Governo morale e sono morali: che intendono a conquistare libertà di coscienza, di parola, d'associazione, non per sè, ma per tutti: che intendono a rivendicare le frontiere d'Italia, ma senza usurpar sulle altrui: a riconquistar colla forza Roma, negata dalla forza alla Patria, ma senza persecuzioni alle altrui credenze e lasciandone la vita e la morte all'apostolato pacifico del pensiero: che amano quanti nascono nella loro zona e si prefiggono di migliorare le condizioni dei più, non di peggiorare quelle dei pochi: che, come aborrono dal monopolio privilegiato d'una classe sulle altre, aborrono dall'antagonismo tra classe e classe: che la loro è bandiera d'associazione, non di risse civili: che sorgono a compire una Rivoluzione Nazionale interrotta, non a ricominciarla o perpetuarla.

A questi patti s'ha diritto di vincere: a questi patti si vince.


AI MIEI FRATELLI REPUBBLICANI
DOPO LA PRIGIONIA DI GAETA [154]

Io devo, dopo oltre a due mesi di silenzio forzato, una parola sul passato e sulle condizioni presenti al Partito: e questa parola deve esser libera d'ogni riguardo fuorchè all'amor del vero.

Il Partito ha, negli ultimi tempi, tradito il debito proprio, e con esso i fati del Paese.

Il dolore, ch'io sento profondo nello scrivere queste affermazioni, deve essermi scusa all'acerba franchezza.

Primo debito d'un Partito che professa una fede, dal cui trionfo dipendono l'onore e la grandezza della Nazione, è quello di non illudere sè stesso e altrui intorno alle proprie forze e alle proprie intenzioni. Il Partito ha violato quest'obbligo: ed è quindi scaduto, nè può risorgere se non facendone ammenda e accogliendo, senza ribellione d'amor proprio da qualunque sia proferita, la verità.

Dopo Mentana, dopo il rinnovamento della Convenzione, dopo fatti governativi, turpi oltre ogni dire, di persecuzione e corruttela; dopo avere da un lato calcolato il danno, che scendeva inesorabile dal sistema regnante all'educazione morale e alle condizioni materiali del Paese, ed esplorato dall'altro com'io potea le forze ordinate del Partito e le tendenze generali delle popolazioni d'Italia, dissi agl'influenti che rappresentavano nelle diverse zone i repubblicani, ch'io credeva fosse giunto il momento di sostituire al periodo dell'apostolato un periodo d'azione, e che, secondo un mio convincimento radicato in me tuttavia, una forte e vittoriosa iniziativa sopra uno o due punti strategicamente e moralmente importanti basterebbe a sfasciare una Instituzione, che non aveva omai nè intelletto, nè ardire di fede in sè, nè prestigio d'illusioni, nè fiducia de' suoi, nè compattezza d'esercito. E dissi ad un tempo che l'azione, santa pel fine e provocata dalle circostanze, diventerebbe nondimeno immorale, creando pericoli e sacrificî senza speranza, se chi doveva iniziarla non si sentisse forte di determinazione e moralmente convinto di poter vincere.

Io chiedeva risposta sincera e che non soggiacesse menomamente a influenza mia o d'altro individuo qualunque.

Mi fu detto: siamo concordi con voi: possiamo e vogliamo. E mi recai in Italia per ajutare i preparativi supremi e assumermi la parte di pericolo che mi spettava.

Allora cominciò un periodo d'esitazioni, di tentennamenti, di diffidenze reciproche, di paure e d'errori, ch'io non vorrei per tutte le felicità terrestri ritraversare, e dal quale raccolsi che il Partito non era maturo per forti fatti, nè educato finora alla coscienza della propria missione e della propria potenza.

Io non ridirò una storia che i più tra quelli pei quali scrivo conoscono, ma ne accennerò i sommi capi.—Uomini tra i più prodi in battaglie già iniziate affacciarono, troppo tardi e quando la parola d'azione era già corsa nelle file, la necessità d'aspettare una opportunità che creasse agitazione di piazza nel popolo; ed io pure preferiva quel metodo, ma chiedeva al Partito di creare esso medesimo, con radunanze per le tasse, per Roma o per altro, quell'agitazione: ed essi volevano aspettarla impreveduta e di altrove. Le opportunità inaspettate sorsero, sorsero due o tre volte; ma le città che dovevano afferrarle rapide come il ciuffo della Fortuna, e lo avevano promesso, mandavano allora a ottenere promesse di seguire, già più volte date, dall'altre, e le opportunità passavano. Altri, scambiando il problema d'insurrezione, che deve fondarsi su tendenze accertate nelle moltitudini, in un problema di guerra, chiedevano materiale, ordini, capi, disegni strategici senza fine.—Tutte le città si dichiaravano pronte, anelanti a seguire, nessuna a iniziare: intere zone, che in altri tempi sollevavano la bandiera, non sospettavano neanche che si potesse dire ad esse: due milioni d'uomini bastano sempre, se vogliono, ad esser seguiti: e la possibilità del moto si riduceva quindi a due o tre luoghi determinati. E da quei luoghi, gli uni parlavano ad ogni tratto di fare in qualunque modo, gli altri ricusavano tutti i modi proposti senza determinarne migliori. Poi, conseguenza inevitabile, si separavano, s'aspreggiavano, con diffidenza esagerata, gli uni cogli altri, invece d'intendersi e discutere con amore. Ebbi promesse di fatti complessivi importanti che sommarono in nulla o si ridussero a ebullizioni di bande o sommosse disapprovate da me, che pur tradivano l'elemento vulcanico latente, ma che invece somministravano argomento d'inerzia a chi non sapeva osare. E gli uomini noti e consenzienti con noi, in Parlamento e fuori, la cui azione insieme alla nostra avrebbe assicurato il successo, rimanevano inerti per poi dirci: vedete che non potete riescire. Finchè, disperato non del fare o non fare, ma del disfarsi del partito nei continui annunzî di fatti che non si ottenevano, m'avviai dove pure s'era solennemente promessa azione immediata, e fui preso.

E mentre ero in Gaeta si svolse più sempre la guerra che, sottraendoci il solo temuto nemico, ci lasciava padroni dei nostri fati: venne la settimana di tentennamenti, di ordini e contr'ordini governativi nella mossa su Roma: venne la caduta di Luigi Napoleone e la proclamazione della Repubblica; e nulla si fece, e la promessa data pubblicamente dai patrioti genovesi alla Francia, che l'Italia, s'essa sorgesse a Repubblica, la seguirebbe, si ridusse allo schierarsi di un pugno di volontarî sotto la bandiera francese, come se la inspirazione repubblicana dovesse, fatalmente, essere muta in Italia, o l'ajuto d'una Nazione fatta anch'essa Repubblica non dovesse riescire ben altrimenti efficace.

È forza il dirlo: il popolo è in Italia maturo: gl'influenti chiamati naturalmente a guidarlo, nol sono; mancarono e mancano, prodi come pur sono in campo, del coraggio morale, che solo crea le Nazioni: della fede che vien dall'amore; del culto al principio; dell'intuizione che rivela la forza latente e presta a suscitarsi nel popolo. Non è in essi finora virtù iniziatrice.

Intanto la situazione è mutata.

La caduta dell'Impero e la presunzione mal fondata, pur troppo che noi ne profitteremmo, ha spinto la monarchia verso Roma. Guasta, sviata, profanata com'è, Roma, fatta città italiana, è oggi, in virtù del passato e dell'avvenire, centro, perno, anima della Nazione. Nessuna grande questione può oggimai sciogliersi senza prima accertare quale sarà la condotta di Roma. E inoltre, l'iniziativa, abdicata dai nostri, spetta oggi al Governo: a' suoi errori, alle sue transazioni col Papato, al suo resistere agli istinti della Nazione. È d'uopo attenderne le decisioni manifestate, e prendere norma dalla sua condotta. Chiaritosi incapace di crearsi la propria opportunità per agire, il Partito l'aspetterà inevitabilmente da essa.

L'attività del Partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a infondere in essa il Pensiero italiano ch'essa deve rappresentare nel mondo; a richiamarla alle grandi sue tradizioni; a darle coscienza di ciò che la Nazione aspetta da essa; a rendere impossibile ogni vita del Papato fra le sue mura.

Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni città per sancire che da Roma deve escire, consecrazione della nuova vita della Metropoli, per opera d'un'Assemblea Costituente convocata dal suffragio universale, Il Patto Nazionale Italiano.

Ogni agitazione, che sorgesse tendente all'abolizione del Giuramento o d'altra qualunque esclusiva guarentigia monarchica, dovrebbe essere secondata.

E mentre l'ajuto dato a tutte le agitazioni miranti a chiarire la radicale opposizione esistente fra la monarchia e il progresso libero della Nazione creerebbe presto o tardi l'opportunità all'Azione popolare, unica via per la quale può risolversi il problema vitale, il lavoro ordinato dei nostri dovrebbe rafforzarsi e preparare più sempre l'elemento destinato ad afferrare quella opportunità inevitabile.

L'Alleanza Repubblicana deve tendere a moltiplicare i suoi nuclei—ad ajutare la stampa repubblicana e diffonderla nell'Esercito—ad affratellarsi più sempre colle Associazioni Operaje—ad evangelizzare, contro le calunnie e le stolte paure, ciò che la Repubblica è e ciò che non è—a educare i suoi a rinnegare il pregiudizio monarchico, che limita la possibilità di una iniziativa a tre o quattro città principali, e peggio, all'azione d'uno o d'altro individuo qualunque ei siasi—ad avvezzarli a sentire che se la disciplina è virtù essenziale d'ogni ordinamento finchè l'opportunità non è sorta, l'osare è virtù suprema di popolo quando è sorta, e mezzo sicuro di trascinare i capi che tentennano soltanto perchè diffidano—e a dirigere, senza inutili e funeste congiure, un assiduo apostolato di principî fra le file dell'Esercito Nazionale, dove abbonda più che generalmente non è creduto l'elemento italiano, ove aumentano ad ogni ora le cagioni del malcontento, ed è vivamente sentito il disonore che paci vergognose e guerre tradite hanno versato sulla bandiera.

È questo il dovere dell'oggi: al resto provvederanno Dio, i fati assegnati all'Italia e gli errori inevitabili della monarchia.

Noi fummo inferiori ai nostri propositi e alle circostanze: ma questo sentimento deve spronarci al meglio e a correggere i vizî che sono in noi, non a prostrarci nel dubbio e in una inerzia colpevole. Vive in voi pur sempre la forza, che non abbiam saputo dirigere al fine.

Ma in questo nuovo periodo di lavoro, voi, è necessario ch'io lo dica, non potete, fratelli miei, avermi oggimai compagno d'ogni ora, corrispondente assiduo con ogni nucleo, consigliero in ogni piccola difficoltà. Vostro e della Sacra Causa alla quale giurammo è questo logoro avanzo di vita ch'io ho.

Voi mi conoscete abbastanza per sapere che l'opportunità, dove sorga me vivo, non mi troverà lontano, e che voi non farete opera decisiva e degna di voi, senza ch'io mi trovi con voi l'ora prima o l'ora nella quale agirete. Ma sono inoltrato negli anni, infiacchito nella salute e incerto, pur troppo, pei fatti e le delusioni dell'ultimo periodo, dell'avvenire immediato. Sento il dovere di tentare di giovare all'educazione di quei che di certo opereranno nel futuro, degli operaî segnatamente, ch'io amo, e che hanno in sè gran parte dei fati italiani, scrivendo per essi tutti pubblicamente e con qualche lavoro politico-storico, impossibile finchè ogni minuto del mio tempo è assorbito da una corrispondenza con quanti professano la mia fede concernente i menomi particolari d'un ordinamento segreto, inutile se non conduce all'azione, facile ormai se spirito d'azione è in voi.

Norme, metodo, fine, tutto in questo ordinamento fu da lungo determinato.

Voi non avete oggimai bisogno giornaliero di consigli, nei quali io non potrei ripetervi se non cose dette e ridette. Nè avete bisogno da me o da altri di sprone: se lo aveste, sareste indegni della Causa che propugnate; sprone d'ogni ora deve esservi lo spettacolo della vostra Patria com'è oggi, e la coscienza di ciò che un Governo nazionale davvero potrebbe farla.

Non v'aspettate dunque da me contatto regolare e moltiplicato: e nessuno s'offenda del mio silenzio. Sento per me impossibile la continuazione d'un lavoro, che non sarebbe se non ripetizione, probabilmente sterile, del passato.

Lavorate soli e tempratevi a forti fatti come siete oggi temprati a nobili desiderî. Io saprò dei progressi che voi compirete, e voi udrete di tempo in tempo la mia voce a dire a tutti quel tanto di vero essenziale che mi parrà d'intravedere.

Poi, se vorrete e vivrò, m'avrete compagno nell'azione. Prepararla è còmpito vostro: còmpito mio è prepararmi a morire degnamente con voi e per voi, quando sentirete di potermi dire, senza illudervi e illudermi: l'ora è suonata.—Addio.

5 novembre 1870.

Vostro
Giuseppe Mazzini.


LA GUERRA FRANCO-GERMANICA [155]

I.

La guerra Franco-Germanica è una espiazione per la Francia e un grave insegnamento per noi: è la prova, nella sfera dei fatti, d'una verità che proferimmo noi primi e che, se riconosciuta e accettata, modificherebbe il punto di mossa degli intelletti dati agli studî storici, emanciperebbe gli animi da un errore che fu negli ultimi cento anni fatale, e susciterebbe a nuova direzione di attività la coscienza dei popoli.

Nel tumultuoso affannarsi delle menti intorno alle vicende d'una guerra non impreveduta, ma pregna d'impreveduti rapidi eventi, la necessità di desumere imparzialmente dalla grave sciagura europea le lezioni che covano in ogni grande sciagura e ne formano il solo compenso, fu dimenticata. L'osservazione giornaliera fu inevitabilmente superficiale e assunse colore di parte. Gli uni si fecero esclusivamente francesi, gli altri esclusivamente germanici: taluni parteggianti per la Germania fino a Sedan, cominciarono d'allora in poi a parteggiare per la Francia, dimenticando che la guerra, provocata da Luigi Napoleone, doveva, iniziata una volta, assumere carattere di guerra tra due Nazioni e che ogni guerra ha per intento, non il vincere, ma l'ottenere condizioni di pace che sopprimano la necessità di combattere e vincere una seconda volta. Udimmo, da un lato, citazioni di ricordi storici a provare le ripetute offese alla Germania e le usurpazioni territoriali consumate o tentate in passato dalla Francia, come se tutte quasi le Nazioni non fossero state nel loro sviluppo egualmente colpevoli e la famiglia teutonica non possedesse anch'oggi tutta una considerevole zona usurpata su popolazioni slave, italiane, magiare;—dall'altro, parole stoltamente concitate sulle bombe gittate in Parigi, come se i soldati di Francia non avessero ventidue anni addietro bombardato Roma e non fossero presti, ove la fortuna arridesse, a bombardare Berlino; parole anche più stolte di Barbari e di nuovi Unni avventate ai Tedeschi per pochi fatti isolati inevitabili in una guerra combattuta fra quasi due milioni d'uomini in armi e quando le norme generali date dal comando germanico furono innegabilmente norme di battaglia leale, generosa talora. Ogni guerra è duello più o meno feroce. L'Europa deve rimproverare sè medesima se invece d'affrettarsi, coll'abolizione delle dinastie, la confederazione repubblicana dei popoli e una Instituzione internazionale di Arbitri in tutte contese, a sopprimerne le cagioni, è condannata a guaire inerte e impotente sui mali che ne derivano e proferire insani aforismi sui beneficî d'una pace perpetua impossibile finchè i popoli non sono ordinati in assetto fondato sul Giusto e sulle naturali tendenze. Ma fino a quel giorno, ciascuno dei combattenti ha dovere, in nome della propria Nazione, di vincere; e se, per riverenza a una cattedrale o a una galleria, l'esercito germanico avesse rispettato Strasburgo e Parigi o ripassato, pago d'aver vinto a Sedan, la frontiera, cinquecentomila tra vedove e madri in pianto avrebbero avuto il diritto di dirgli: «Noi v'abbiamo dato la vita dei mariti e dei figli, non perchè l'orgoglio germanico fosse accarezzato dalla vittoria, ma perchè si conquistassero pegni di non dovere ripetere sacrifizî siffatti nell'avvenire.»

Altri, non sapendo darsi ragione dei subiti e continui rovesci toccati all'armi, riputate invincibili, della Francia, travolsero il proprio intelletto e l'altrui nel falso sistema storico che, nel secolo XVIII, attribuiva, duce Voltaire, i grandi eventi alle piccole cause: idearono tradimenti deliberati dove il tradimento non aveva scopo possibile e avrebbe infamato senza pro il traditore: mutarono in colpe premeditate, in disegni architettati da lungo, tra i nemici d'ogni libertà, errori ch'escirono da una fiacchezza frutto delle condizioni generali di Francia: spiegarono i più decisivi risultati della guerra con una inferiorità, non esistente, nell'armi, con un menomo errore di tattica di un generale, con un indugio di pochi giorni in una mossa strategica: incolparono i capi della difesa di Parigi perchè non ruppero con un vigoroso assalto la cinta d'assedio, quando oggi sappiamo che ogni vigore di battaglia era impossibile cogli elementi dei quali la difesa poteva disporre e di fronte all'assioma strategico che non si vince un potente esercito ordinato ad assedio se non armonizzando le mosse interne con quello di forze esterne sempre lontane, sempre respinte e disfatte nei loro tentativi per avvicinarsi: pensarono che se agli uomini preposti alla Difesa Nazionale si fossero sostituiti due o tre agitatori violenti, la Francia avrebbe rinnovato i miracoli del 1792 e respinto da sè, come il vulcano fa della lava, l'invasore straniero: dimenticarono che, maturo per forti fatti un paese, i capi non mancano mai—che sola la insurrezione nazionale poteva salvare la Francia—che in una guerra di nazione come quella della Spagna nel 1808, della Grecia nel 1821, della Francia nel 1792, il tradimento compito in un punto non soffoca il moto sugli altri—e che la rivoluzione dell'ultimo secolo ebbe traditori, defezioni, ribellioni interne, dissolvimento d'esercito, clero e patriziato nemici, città di frontiera conquistate dallo straniero, e non cadde per forza altrui: morì suicida, quand'era al sommo della vittoria.

Alle due cagioni di errori accennate s'aggiunse, a mezzo alla guerra, una terza e la più potente coi nostri: il fascino esercitato dalla parola Repubblica. Da quando quella parola fu proferita come formula di Governo in Parigi, i giudizî mutarono: la guerra diventò, per le anime più santamente bollenti di culto all'idea, guerra non di nazioni contendenti per sicurezza o incremento territoriale, ma di principî, di libertà repubblicana contro la monarchia invaditrice. E d'allora in poi si falsarono più sempre i giudizî sui fatti: ogni mossa germanica innanzi parve delitto: ogni necessità inseparabile dalla contesa, ferocia gratuita; ogni esigenza d'un popolo irritato o sospettoso del futuro, vendetta regia. Il vecchio prestigio rivisse tacitamente nei cuori: l'antica speranza che dalla terra accettata da tutti per lunghi anni come iniziatrice di progresso all'Europa partisse finalmente il segnale di rimettersi in via rialbeggiò nella mente dei migliori tra i nostri giovani. La formazione del campo Italiano, che fu poi l'esercito dei Vosgi, ebbe luogo.

Gloria a quei giovani, a quei che diedero la vita e a quei che l'offrirono! Speranza della nostra terra e della nostra fede, essi meritano da noi tutti amore e riconoscenza. La più splendida pagina della guerra, solenne di fratellanza e di solidarietà dei popoli nel futuro, fu scritta da essi e segnata, come s'addice a uomini che sentono l'unità umana nell'accordo tra il pensiero e l'azione, col sangue. E quella pagina, lezione profonda alla Francia, dirà per quanto duri la storia: «voi, quando eravate ancora alteri d'una bandiera repubblicana, lasciaste ch'altri vi trascinasse a sgozzare la nostra Repubblica in Roma; i repubblicani d'Italia accorrono a morir per la vostra.» È vendetta nobile e repubblicana davvero; e Dio vi benedica, o giovani, per averla compita. Non è colpa vostra se non poteste, facendo altro, porger più valido ajuto alla fede nostra e alla Francia.

Ma la condotta di quei prodi non deve traviare il nostro giudizio dei fatti. La guerra Franco-Germanica non è guerra di principî. Posteriore ad essa, la Repubblica non sorse in Francia voto spontaneo e deliberato di popolo che si leva in nome dell'eterno Dovere ad affermare la propria libertà ed il proprio diritto di non aver padrone da Dio e dalla sua Legge Morale infuori: fu conseguenza di fatto, escita dalla situazione, dalla codarda abdicazione di Luigi Napoleone e dall'assenza d'ogni altro Governo: collocò, sorgendo, le sue speranze, non nelle forze vive e nell'energia del paese, ma negli ajuti impossibili delle potenze neutre; e a blandirle, ad addormentarne i timori, celò quanto più potè il principio sotto l'intento della Difesa; scelse a primo rappresentante inviato a ogni corte, poco monta se dispotica o no, l'uomo della monarchia orleanista come Instituzione, del napoleonismo come sistema; evitò di raccogliere un'Assemblea che, convocata nei primi giorni del mutamento, avrebbe di certo inaugurato una politica repubblicana e si astenne dal dire in un Manifesto ai popoli dell'Europa: la Repubblica, annullando il plebiscito che gettò la Francia ai piedi d'un usurpatore, annulla tutti i plebisciti intermedi, ripudia gli atti internazionali del periodo bonapartista, riannette la propria tradizione politica col 1792 e col 1848, rinnega solennemente ogni idea di conquista ed è presta, occorrendo e chiedendo reciprocità d'obblighi, a combattere per l'unità territoriale Germanica contro ogni straniero che tentasse impedirla. Bismarck, uomo, come Cavour, di tendenze e non di principî, veneratore come lui della Forza e dei fatti, più avveduto di lui e consapevole della potenza che vive nella patria Germanica più assai che Cavour non era di quella che freme latente in Italia, non guerreggia contro la Repubblica nella quale ei crede d'intravedere una sorgente di debolezza pel popolo rivale, ma contro la Francia e per creare con nuovi acquisti una sorgente di perenne influenza alla Prussia. La Germania combatte, su via non buona, per la nazionalità minacciata in essa dal cesarismo ch'essa crede, esageratamente, incarnato tuttora nel popolo Francese. E noi abbiamo debito e diritto di dirle che, come noi Italiani c'illudemmo, essa s'illude, e che la Prussia monarchica potrà darle la forma non l'anima dell'Unità, il simbolo materiale, non la vita della Nazione: possiamo dirle che il mancare di generosità nel vincere dimezza il merito e i frutti della vittoria—che l'impadronirsi, senza libero voto dei cittadini, d'una zona di territorio, perchè la Francia vincitrice avrebbe forse fatto lo stesso, è tristo insegnamento di libertà al popolo che compie quel fatto e somma a ripetere l'immorale consiglio dato a noi talora dagli uomini del terrore: «siate intolleranti e feroci perchè i nemici d'ogni libero progresso son tali»—che l'annettere oggi, per via di conquista, quella zona alla Germania è un decretare inevitabile fra pochi anni una seconda guerra tra le due Nazioni e creare anzi tratto, come fece l'Austria usurpando il Lombardo-Veneto, una base e un potente ajuto al nemico che tra due popoli forti di 37 o 40 milioni d'uomini i metodi di guerra attuale non concedono altra barriera che i petti dei combattenti, la scienza dei capi, i mezzi finanziarî e l'ardire—che i Pirenei e le Alpi si valicano dagli eserciti e le linee di monti, tremende all'invasore nell'interno delle terre invase, non furono mai nè saranno, se collocare sulla frontiera, ostacolo all'invasore; ma non possiamo, senza ingiustizia e follia, parlar di crociata repubblicana contro una brutale tirannide e avventare il nome di barbaro a chi, padrone d'imporre o di minacciare, lascia compiersi libere[156] le elezioni e raccogliersi un'Assemblea che potrebbe, volendo, in nome della Repubblica, respingere le proposte e romper guerra domani. La Repubblica è per noi cosa santa; ma il nome solo non basta; e il feticismo non è Religione. Dal Governo, con qualunque nome si chiami, il cui Delegato dichiara, quasi parodia del giammai di Rouher: abitanti di Nizza, voi appartenete da oggi in poi alla Francia, ed esilia, come nemico dell'integrità territoriale Francese, un cittadino che scrive con tendenze italiane un articolo di giornale, non escirà l'iniziativa della Repubblica universale. Se pensassimo altrimenti, non detteremmo articoli per La Roma del Popolo: saremmo noi pure in Francia.

Ad annuvolare intanto più sempre le menti, taluni gemono terrori sull'avvenire e intravedono nella sconfitta della Francia l'agonia della razza Latina, nella vittoria Prussiana il cominciamento d'una nuova èra di militarismo, nel destarsi dal pensiero all'azione della razza Germanica una prepotente invasione di Teutoni; e dietro ad essi la Russia, lo Tsar: terrori vani e argomento di pregiudizî e di considerazioni superficiali politiche. Quei profeti di sventura all'Europa dimenticano che l'espiazione ritempra; che la Francia, rinsavita dall'errore che una missione compita dia privilegio d'iniziativa perenne nello svolgersi dei fati d'un mondo, risorgerà più pura e più forte alla ricerca d'una nuova missione in un senso d'eguaglianza colle Nazioni sorelle; che una razza non more perchè la fiaccola irradiatrice delle vie del futuro trapassa d'epoca in epoca da uno ad altro dei popoli che la compongono: dimenticano che la civiltà Latina parve sparita, spenta per sempre nel V secolo e rivisse, col Papato, coi Comuni, coll'Arte, coll'Industria, colle Colonie, più potente di prima; che il principato, il materialismo e l'intervento cercato o servilmente accettato dallo straniero, sotterrarono, nel XVII, l'anima delle città italiane e che quelle anime spinte sotterra si confusero lentamente in una ed emergono oggi dal loro sepolcro di trecento anni chiamandosi Italia; che Roma è il sacrario della razza Latina, che da Roma escì due volte la parola unificatrice del mondo e che se prima Roma non è sommersa nel Tevere, la missione Latina vivrà eternamente trasformata e trasformatrice; dimenticano che un esercito di cittadini non fonda militarismo durevole; che tutti i cittadini entrano, in Germania, per tre anni nell'esercito attivo; che le questioni di politica interna rivivranno tra essi, dopo la pace, tanto più fervide quanto più quei cittadini soldati hanno conquistato col sacrifizio e colla vittoria coscienza di diritto e potenza; che il tedesco è popolo di pensatori e che il pensiero guida oggi inevitabilmente, dopo brevi traviamenti, a repubblica: dimenticano che lo Tsar è un fantasma forte soltanto, come lo fu Luigi Napoleone, delle altrui paure e dell'assenza d'una saggia e morale dottrina politica nei Gabinetti Monarchici; che il primo popolo capace d'averla, limiterà l'azione possibile della Russia all'Asia dove può esercitarsi benefica; che la metà delle popolazioni Slave-Polacche, Ceke, Serbo-Illiriche, aborre dallo Tsarismo; che il giorno in cui noi, invece di paventarle, stringeremo alleanza con esse e aiuteremo il loro formarsi in Nazioni, le conquisteremo alla Libertà: che in quella zona di popolazioni Slave, stesa fra la Germania e la Russia e ostile per antiche e recenti usurpazioni alla prima, vive la nostra difesa contro la sognata invasione teutonica. L'asse del mondo Slavo è sulla Vistola e sul Danubio, non sulla Newa.

No; noi non temiamo per l'Europa o per noi le conseguenze della guerra e della vittoria Germanica; temiamo, per lunga esperienza, lo sconforto irragionevole che segue, ov'anche è meritata, una delusione. I popoli, gl'Italiani segnatamente, si sono illusi, per abitudini non vinte ancora, sulle condizioni e sulla forza attuale della Francia e illusi sul valore e sulle conseguenze della parola repubblica proferita in Parigi; la disfatta della Francia pare ad essi disfatta repubblicana a pro del principio monarchico, disfatta della Potenza dalla quale a torto speravano il cominciamento di un'èra. Scriviamo per combattere questo sconforto. Se gli uomini di parte repubblicana avessero antiveduto come noi—e per cagioni che nulla hanno di comune colla questione che ci sta a cuore—la disfatta francese; se non avessero, fraintendendo i termini della contesa, imprudentemente detto: là si combatte per la repubblica, là si vince per la monarchia, noi, tra due Nazioni che amiamo e stimiamo, preferiremmo anche oggi il silenzio. Ma importa dire ai nostri e agli avversi, che quanto è accaduto doveva accadere, che nulla è mutato nelle nostro speranze, come nei nostri doveri, che le condizioni essenziali dell'Europa rimangono le stesse di prima, che la monarchia non esce più forte dalla guerra attuale, che dove la repubblica non è che di nome, nessun argomento può desumersi a suo danno dalla sconfitta.

II.

Dal cumulo delle affermazioni e delle opinioni proferite più o meno avventatamente sulla guerra Franco-Germanica emergono alcuni fatti innegabili, che giova registrare come base a un giusto giudizio e norma a desumere rettamente le conseguenze della vittoria germanica.

La guerra fu ideata, voluta, provocata senza cagione da Luigi Napoleone. Determinata poco dopo la pace di Villafranca, decretata dopo Sadowa, prenunziata dalla domanda d'una rettificazione di frontiere che la seguì ed ebbe rifiuto, data da quel tempo pubblicamente come parola d'ordine alle caserme, preceduta da ogni sorta di disegni e di preparativi militari, diventò finalmente necessità per l'Impero. A cattivarsi gli animi dei Francesi in qualunque impresa e per ogni sacrificio, Luigi Napoleone piegò, senza intenzione reale di libertà, dalle vie del terrore alle concessioni apparenti. E le concessioni, come ad ogni Governo che piega dal proprio principio, gli nocquero. La Francia, che aveva per lunghi anni tremato d'una potenza fondata su dispotismo illimitato e davanti alla quale l'Europa monarchica s'era tutta quanta servilmente curvata, sospettò vacillante nel padrone la coscienza della propria forza e ne trasse animo ad agitarsi. L'agitazione dei partiti, rifatta minacciosa davvero e ogni giorno crescente, collocò l'Impero davanti al bivio o di ceder più sempre e spegnersi nella libertà rinascente o di rifarsi un prestigio in Francia e in Europa adulando, colla conquista di terre vagheggiate d'antico, l'ambizione della prima, cancellando con vittorie splendide, nelle tendenze volgenti all'ostile della seconda, i ricordi della disfatta subìta, per energia pertinace d'uomini repubblicani, nel Messico e vincolando a sè nuovamente colla gloria e le promozioni l'Esercito vacillante. Un milione d'uomini, tra morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e codardamente accettato. Non sappiamo—se i popoli vogliono raccogliere l'insegnamento—di condanna più irrevocabilmente severa contro il principio avverso a quello che noi propugniamo.

Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e, dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan, mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata, era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi: rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria, era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per impedirne il rinnovamento. Il Governo della Difesa non voleva e non doveva concedere il pegno materiale richiesto e non poteva, provvisorio com'era e revocabile ad ogni istante, dar sicurezza morale. L'esercito Germanico s'avviò a Parigi. I fatti che seguirono diedero un altro grave insegnamento all'Europa, ed è che un popolo è, in parte almeno e quando tollera lungamente, responsabile dell'ingiusta immorale politica del suo Governo—che deve, per legge di cose, soggiacere alle conseguenze—che non basta a evitarle la caduta di quel Governo, quando è determinata, non da fede e sacrificio spontaneo del popolo, ma da un errore o da un atto codardo di quel Governo medesimo.

E questi insegnamenti furono confermati dai casi della guerra, dalla serie non interrotta di rovesci ai quali soggiacquero l'armi francesi; rovesci cominciati fin dai primi giorni e inaspettati anche a quelli che, come noi, antivedevano rovinoso per la Francia l'esito finale della contesa.

Quei rovesci furono dovuti a molte cagioni di natura apparentemente diversa, ma tutte più o meno direttamente connesse colla prima suprema cagione, il potere fidato a un sol uomo, e coll'altra dell'orgoglio francese che presumeva di vincer tutti e sempre o a ogni modo. La prima cagione era avversa naturalmente al progresso; la seconda fece gli animi noncuranti d'esso; norma regolatrice in ogni guerra dev'essere quella di stimare il nemico, e i Francesi lo disprezzavano e credevano inutile ogni riforma.

Una grande riforma s'era intanto compiuta nell'esercito nemico alla Francia. Per impulso dato segnatamente dal principe Federico Carlo e seguito efficacemente da altri, la pedanteria militare prussiana aveva fin dal 1861 ceduto il terreno a una scuola più libera, più emancipata dal metodo servile che prescriveva il da farsi per ogni menoma contingenza possibile, e lo riduceva, come il Talmud gli Israeliti, a ufficio di macchina, costringendolo in ogni circostanza e per ogni atto a forme e regole prestabilite. Le istruzioni tattiche Prussiane di quell'anno iniziavano un nuovo periodo: affidavano gran parte dell'esecuzione di principî irrevocabilmente accettati dalla scienza guerresca al giudizio e all'inspirazione degli ufficiali: riconoscevano l'individualità e fondavano quindi più grave e più vigile la responsabilità. È questo il segreto di tutti gli ordini umani; e convalidato, quanto alla guerra, dal frequente successo dei volontarî, prevarrà più sempre in futuro nella difesa delle Nazioni. Soltanto, quel metodo esige più forti cure nella scelta degli individui destinati a funzioni speciali, nella costituzione dell'esercito, nel sistema delle promozioni, nell'istruzione sul maneggio delle armi dato a chi deve combattere, nella formazione anzitutto degli stati maggiori che dovrebbero accogliere gli ufficiali esperimentati migliori dei corpi e non appagarsi d'un esame di scuola politecnica o d'altra inefficace ad accettare le attitudini pratiche e di applicazione. Base dell'esercito Germanico è, come dicemmo nel numero antecedente, l'obbligo in ogni cittadino di ricevere una sufficiente istruzione militare e d'esser presto ad accorrere. E per intelletto dell'arte, studî d'ogni luogo sul quale accade o è probabile che accada un conflitto, provate abitudini pratiche, conoscenza di lingue e d'altro, lo stato maggiore è oggi in Prussia il migliore forse che esista in Europa.

In Francia, l'Impero, per le condizioni inerenti al sistema e appunto per l'obbligo che ad esso correva di far dell'esercito un'arme, non della Nazione ma d'un partito pericolante, ha diminuito nel soldato, naturalmente prode, la coscienza e l'entusiasmo del cittadino e allentato, dove quella coscienza è rimasta, il vincolo di fiducia tra soldati e capi senza il quale le vittorie non sono possibili. Il sistema del cambio, violazione dell'eguaglianza e della missione dei cittadini incoraggiata dai bisogni crescenti delle finanze imperiali, s'era negli ultimi anni aggravato di corruzione fatale alla forza delle file: la somma versata come sostituzione al servizio era presa; il cambio non curato, e le cifre pagate dal Ministero di Guerra rappresentavano un vuoto considerevole nella cifra reale dei soldati. I capi erano scelti a seconda, non del merito o della moralità, ma della loro devozione vera o presunta al bonapartismo: i generali, segnatamente cercati fra gli uomini delle guerre d'Algeria, guerre buone per avvezzare a tendenze ferocemente dispotiche e ad allontanare l'animo dall'effetto di patria, ma di natura diversa da quella delle grandi guerre regolari europee. Accarezzati da chi dovea serbarsi ad ogni patto in essi un ajuto contro il possibile insorgere del paese, quegli uomini intendevano la carezza, sentivano il bisogno che il capo supremo aveva d'essi e acquistavano impunemente abitudini e vizî di pretoriani: nuotavano nel lusso e lo tolleravano negli ufficiali: la depredazione s'era fatta, come nell'esercito Russo, tradizione in ogni ramo d'amministrazione militare e, come per l'armi Russe in Crimea, doveva produrre delusioni e disastri.

Il soldato, acuto osservatore e facile al biasimo in Francia più che altrove, indovinava e scemava di fiducia nei superiori e quindi di spirito di disciplina. Fondato sulla corruzione, l'Impero periva per essa. Le relazioni che giungevano a Luigi Napoleone sugli apprestamenti di guerra e sulle condizioni dei corpi erano menzognere: il vero avrebbe svelato i guasti operati dalla cupidigia. Quelle che gli dipingevano la Germania meridionale pronta a sollevarsi contro la Prussia erano egualmente false: il danaro profuso a cospirare per Francia tra i cattolici di quelle terre e che di fronte al senso della patria germanica sarebbe pur sempre riuscito inefficace, aveva impinguato le borse dei segreti incaricati di quel lavoro. E—copiatore infedele dello zio—Luigi Napoleone non verificava, credeva: ingannatore, ingannato. Quando, dopo il suo giungere al campo, gli rifulse il vero, era tardi. Davanti a un esercito nemico mirabile per esattezza armonica di tutti i rami d'amministrazione militare, per capacità in ogni frazione di farsi, occorrendo, unità e operare da sè e nel quale il soldato era fidente nei capi e che certo nulla gli mancherebbe, ei si trovò, dopo d'avere dichiarato guerra e scelto il momento per assalire, condannato alla difensiva, incapace di marciar su Magonza, incapace d'operare da Strasburgo contro la Germania meridionale, incapace di violare, avventurandosi per vincere allo sdegno dei neutri, la frontiera Belgica e girare il nemico, incapace perfino di distruggere i vicini centri nei quali si congiungono le vie ferrate germaniche. Inerte, immobile, aspettò gli assalti e soggiacque. Il solo valore tradizionale nei soldati francesi non bastò, nelle sfavorevoli condizioni preparate dalla corruzione e dalla inettezza dei capi, a resistere. L'intelligenza—ed è il terzo insegnamento che vorremmo vedere raccolto dai nostri—vinse il cieco valore. L'unità, la fiducia reciproca, l'armonia tra le diverse sezioni amministrative, l'esattezza nell'esecuzione dei disegni, la giusta parte d'indipendenza lasciata agli individui, la coscienza di combattere, non per un uomo o per un onore militare scompagnato dall'idea d'una sacra missione, ma per la propria Nazione, dimostrarono anche una volta come un esercito che accoglie in sè ogni ordine di cittadini sia superiore ad ogni altro. Il trionfo Germanico è il trionfo dell'ordinamento militare che ricordammo nell'altro numero e dell'insegnamento obbligatorio nella Nazione.

Ma la Repubblica? Il Governo della Difesa?

Sì: emancipata dall'Impero e anche dopo Sedan, la Francia poteva salvarsi, risorgere: una Nazione lo può sempre se vuole, e un mezzo milione di stranieri non basta per conquistare a patti disonorevoli un popolo forte di 38 milioni di cittadini. Bisognava distaccarsi interamente, apertamente, dalle tradizioni imperiali e dagli uomini della monarchia—dichiarare ai popoli, nei termini che accennammo nell'altro numero, la nuova politica e ottemperarvi gli atti—convocare immediatamente, non fosse che di notabili, un'Assemblea che confermasse—e sotto i primi impulsi l'avrebbe fatto—il Governo della Difesa, poi rimanesse o meglio si disperdesse, in piccoli nuclei di Commissarî ai Dipartimenti per suscitarvi e dirigervi l'entusiasmo—rinunziare a vincere con mosse ed eserciti regolari e organizzare guerra di popolo—abbandonare, occorrendo, Parigi, condannata ad arrendersi presto o tardi e, se s'antivedeva che il suo arrendersi sarebbe dissolvimento alla resistenza della Nazione, chiamare la Francia non alla leva in massa, ma all'insurrezione in massa—ordinare i giovani, non a versarli ineducati all'armi nelle sezioni dell'esercito regolare dove non potevano recare se non germi d'ineguaglianza e d'indisciplina, ma a collocarsi, liberi nelle loro inspirazioni e conoscitori dei luoghi e confortati dal pensiero di difendere i proprî lari, a guerreggiare nella loro zona, tanto che il nemico trovasse in ogni via una barricata, in ogni inoltrarsi un pericolo, in ogni boscaglia un agguato—mandare ai nuclei di partigiani uomini già esperti nelle cose di guerra come insegnamento elementare vivente—distribuire largamente armi, munizioni, danaro all'insurrezione—costringere con guerra siffatta il nemico a smembrarsi, a occupare una moltitudine di punti, ad assottigliare la propria linea—e stabilire intanto, in Bretagna, in Provenza o altrove, un punto di concentramento a tutti gli elementi regolari per riordinarvi e rifornirvi, eliminando gli antichi capi e scegliendo i nuovi tra gli ufficiali, un esercito pel momento in cui il nemico stanco, sconfortato, rotto in frazioni, avviluppato nelle spire dell'insurrezione, avrebbe prestato il fianco a una operazione decisiva d'offesa.

Questo ed altro poteva, doveva farsi. Il Governo della Difesa non lo tentò: seguì un metodo diametralmente contrario. Un uomo solo, Gambetta, parve volerlo tentare: ma fervido, energico nel linguaggio, fallì all'impresa nei fatti e s'ostinò anch'egli nell'errore di volere salvare la Francia colle mosse e cogli eserciti regolari.

Fu colpa di quegli uomini o della Francia?

Quanti, con grave torto e pericolo, accarezzano tuttavia negli animi dei nostri giovani l'illusione che dalla Francia debba escire l'iniziativa delle grandi cose, dei grandi moti che avviano innanzi l'Umanità, persistono e persisteranno nell'attribuire la colpa a que' pochi individui. Noi l'attribuiamo pensatamente alla Francia.

E non deriviamo, tardi profeti, la nostra opinione dai fatti recenti, bensì li spieghiamo con quella. Chi scrive affermò nel 1835 in una Rivista Francese, quando tutti vaticinavano in Europa iniziatrice dell'èra repubblicana la Francia e le idee repubblicane erano in Parigi rappresentate dai migliori per intelletto e per cuore[157], che l'Europa e la Francia s'illudevano—che mancava in Europa l'iniziativa,—che ogni popolo poteva, credendo, sapendo, volendo, colmar quel voto, ma che bisognava cominciasse dal convincersi che la virtù iniziatrice non esiste più, monopolio perenne, in Francia o altrove—che la Francia l'aveva, fin dal 1815, perduta—che la grande gigantesca Rivoluzione del 1789 non era stata iniziativa, ma sommario e conclusione d'un'epoca—che splendidi fatti e presentimenti del futuro potevano rivelarsi in Francia, ma che per molti anni le solenni collettive mosse della Nazione non segnerebbero nuovi gradi di progresso all'Europa e si consumerebbero fatalmente per entro alla chiusa curva di un circolo. Oltre a un terzo di secolo è trascorso d'allora in poi e i fatti hanno confermato l'idea.

Nessuno può—noi men ch'altri possiamo—dimenticare i grandi servigi resi dalla Francia all'Europa, i grandi esempî di fortezza e di volontà che abbondano nelle pagine della sua vita storica, lo splendido tentativo, trionfante in parte, d'applicazione pratica del lavoro intellettuale di due epoche, Politeismo e Cristianesimo, e la conquista operata per noi tutti a prezzo di sangue dei diritti dell'individualità: nessuno può sospettare che la Francia non risorga a nuova e potente vita, anello indispensabile nella catena dei progressi da compiersi. Ma nessuno, popolo o individuo, può sottrarsi, comunque sia grande, alla Legge Morale che ha decretato s'espii presto o tardi ogni lunga deviazione dalla missione assegnata, ogni violazione del Dovere.

Affascinata dall'orgoglio d'una lunga seria di trionfi coll'armi, guasta dalle proprie tendenze dominatrici e dal plauso servile dei popoli che la circondano, la Francia traviò dalla propria missione e dall'intento nazionale che avea, sul finire dell'ultimo secolo, definito: evangelizzazione di Libertà, d'Eguaglianza e di Fratellanza fra i popoli: sostituì la propria dominazione a quella dei tiranni che rovesciava; commise i suoi fati all'eletto delle battaglie; conculcò per accrescere potenza a sè stessa i diritti delle nazioni sorelle; sostituì alla bandiera della rivoluzione una bandiera d'Esercito, all'adorazione delle idee il culto degli interessi materiali, alla Fede in Dio la Fede nella Forza: più dopo e inevitabilmente alla politica dei principî, alla franca, aperta, leale dichiarazione delle proprie credenze, la politica dell'opportunità, delle transazioni, il gesuitismo d'opposizione che campeggiò nel regno dei due rami borbonici; rimpicciolì le sante idee di rinnovamento sociale in una guerra d'egoismo di classi e nelle angustie d'un problema esclusivamente economico; ringrettì nel 1848 il vasto pensiero repubblicano in una tattica anormale di riconoscimento dei principî e d'accettazione dei fatti che li negavano; suscitò, promettendo ajuto, i popoli a moti e li abbandonò; incredula, protesse il Papato; predicatrice di libertà, votò poi secondo Impero; dichiarò d'esser unica tra le Nazioni a combattere per una idea e volle, prezzo al combattere, danaro e terre non sue; ingelosì, Essa rappresentante esagerata dell'Unità, del moto di unificazione germanica; si disse avversa alla guerra e applaudì quando fu dichiarata; invase il Messico, dimenticò la Polonia, trucidò, movendo repubblica contro repubblica, Roma; e s'arrogò nondimeno, violando l'eterna massima: Dio solo è padrone; i popoli devono tutti essere, nell'eguaglianza e nell'amore, interpreti della sua Legge, diritto di perenne primato fra le Nazioni. La Francia oggi espia queste colpe coll'impotenza, colla mancanza degli spiriti del 1792, colle esitazioni dei suoi capi, colla codarda condotta della sua Assemblea, coll'inerzia da noi preveduta delle sue moltitudini.

E l'espiazione è severa, severa oltre il giusto; e per questo, largamente compita.

Guidata da una cupida Monarchia, la Germania ha traviato alla sua volta dai confini del retto che la riverenza al pensiero ingenita in essa le insegnava di non varcare, e sostituito al diritto di proteggersi un concetto di vendetta che semina i germi di nuove guerre. Dio e i popoli lo allontanino. Possa la Francia risorgere all'influenza che le spetta e vendicarsi delle ingiuste esigenze come i nostri vendicarono con essa l'eccidio di Roma, ajutando a promovere il trionfo d'una Unità Nazionale Germanica fondata sulla Libertà. Possa l'Italia, oggi colpevole di parecchie delle colpe che travolsero in fondo la Francia, affrettarsi a cancellarle, intendere la grande missione ch'essa potrebbe, volendo, compiere a pro di tutti in Europa, raccogliere la fiaccola di libertà popolare caduta dalle mani altrui e iniziare l'impresa dalla quale soltanto può, col giusto riparto delle terre europee fra le Nazioni e l'unità d'una fede morale comune a tutte, inaugurare un'èra di pace e di armonia nel lavoro.


POLITICA INTERNAZIONALE [158]

I.

Abbiamo, fin dalle prime pagine di questa pubblicazione, detto, e insisteremo a ripetere, che la Legge Morale è il criterio sul quale deve giudicarsi il valore degli atti sociali e politici che costituiscono la vita delle Nazioni e delle diverse dottrine che s'assumono di dirigerle: e lo spettacolo che abbiamo innanzi d'una grande Nazione caduta in fondo per essersi sviata da quella Legge dovrebbe essere oggi luminosa conferma al nostro principio. Ciò ch'è vero per tutte le Nazioni, lo è doppiamente per le Nazioni che sorgono. Nella moralità dei loro ordini sociali e delle norme che ne dirigono la condotta politica sta non solamente il compimento del Dovere, ma il pegno del loro avvenire. Come la vita del commercio ed ogni vasto sviluppo economico posano sul credito, la vita complessiva d'un popolo e l'incremento nazionale posano sulla fiducia che gli altri popoli pongono in esso; e quella fiducia ha bisogno d'un programma definito accettato e invariabilmente mantenuto nelle transazioni interne e segnatamente internazionali del nuovo popolo. Dai mercati economici alle alleanze politiche, tutto si schiude agevolmente a una Nazione che vive d'una vita normale fondata sopra un principio morale la cui sorgente è nota e le cui conseguenze sono logicamente e praticamente dedotte negli atti: dove manca, dove non esiste norma dall'arbitrio infuori degli individui e dei capi, i popoli guardano diffidenti, sospettosi, gelosi. Un trionfo carpito al delitto o all'altrui codardìa può affascinarli o impaurirli a concessioni e a riverenza apparente, ma per breve tempo, e il primo indizio di decadimento o fiacchezza li muterà. Par avere negato l'idea di Nazionalità, anima dell'Epoca nuova e sostituito alla potenza d'un principio la propria, genio, forza e prestigio del primo Napoleone sparirono davanti al subito inaspettato fremito dell'Europa rifatta ostile non sì tosto parve interrompersi per lui il corso delle vittorie. E la Francia dell'ultimo Napoleone, orgogliosa pochi anni addietro della sommissione abjetta di tutti i Governi Europei non trovò, nella prima ora di crisi, un solo alleato. Gli stessi fati s'apprestano all'Inghilterra, s'essa persiste a cancellare nella sua politica esterna quel culto al principio di Libertà che la fece potente e inspira tuttavia la sua vita interna.

Per noi—ed è la dottrina dei nostri Grandi da Dante in poi—ogni essere, individuale o collettivo, ha un fine, e il fine ch'è parte del Disegno divino regna sovrano: l'esistenza di quel fine genera il dovere di raggiungerlo, di tentarlo almeno. La vita è una missione. Il compimento più o meno continuo, più o meno potente della missione costituisce il merito e quindi il progresso della vita.

L'Umanità ha un fine: scoperta progressiva della Legga Morale e incarnazione di quella Legge nei fatti. Il mezzo, il metodo, per raggiungere quel fine, è l'Associazione: l'associazione, progressiva anch'essa, delle facoltà e delle forze umane, la comunione più e più vasta, più e più intensa d'ogni vita coll'altre vite, l'amore trasfuso nella realtà. Quando tutti i figli di Dio saranno liberi, eguali e affratellati in una fede comune di pensieri e d'opere, e la coscienza della Legge splenderà in ogni vita come splende il sole in ogni goccia di rugiada diffusa sui fiori dei campi, il fine sarà raggiunto. L'Umanità trasformata ne intravederà un altro.

Le Nazioni sono gli individui dell'Umanità: tutte devono lavorare alla conquista del fine comune: ciascuna a seconda della propria posizione geografica, delle proprie singolari attitudini, dei mezzi che sono ad essa naturalmente forniti. L'insieme di queste condizioni costituisce per essa un fine speciale da raggiungersi sulla direzione del fine comune.

Dov'è coscienza del fine speciale e speciale attitudine ad accostarsi attraverso quel fine al fine comune ch'è l'ideale dell'Umanità, ivi è Nazione: dove non è, è gente, frazione di popolo destinato presto o tardi a confondersi con un altro.

Il Patto Nazionale, ch'è battesimo e mallevadorìa di fraterno progresso ad un popolo, riconosce, nella Dichiarazione di principî che deve essere preambolo al Patto, il fine comune a tutti e addita nel proprio insieme il fine speciale, la parte di lavoro che spetta, nel lavoro generale, a quel popolo. Ogni qual volta un popolo rinnega il fine comune o svia dal bene di tutti esclusivamente al proprio il frutto dei progressi compiti verso il fine speciale, la Nazione retrocede. Raggiunto il loro fine speciale, le Nazioni morivano un tempo per lungo corso di secoli: oggi, la conoscenza del fine comune, della vita collettiva allora ignota dell'Umanità e della legge di Progresso che la governa, lo impedisce; ma la Nazione colpevole smarrisce per un tempo ogni virtù iniziatrice e non si ritempra ad essa fuorchè espiando.

La dichiarazione del fine speciale costituisce il vincolo di libera associazione nel quale i milioni appartenenti a un gruppo determinato riconoscono di far parte d'una Nazione e ordinano il loro lavoro interno: l'analogia dei fini speciali costituisce la baso di più perenni e più intime relazioni tra popolo e popolo: la dichiarazione del fine comune determina le alleanze.

Santa è ogni guerra comandata dalla necessità d'un progresso vitale verso il fine comune assolutamente vietato per ogni altra via o contro chi contende ad un popolo libertà di compiere la propria missione: ogni altra è delitto di fratricida; e le Nazioni affratellate nella conoscenza accettata del fine comune dovrebbero collegarsi contr'essa. Come i membri d'una famiglia, i popoli sono, a seconda dei loro mezzi, solidali e chiamati a combattere il Male ovunque s'accampa, e a promuovere il Bene ovunque può compiersi. Le Nazioni che rimangono spettatrici inerti di guerre ingiuste e inspirate da egoismo dinastico o nazionale, non avranno, il giorno in cui saranno alla volta loro assalite, che spettatori.

Son queste per noi le norme regolatrici d'ogni politica internazionale e le abbiam fin d'ora affermate perchè giudicheremo a seconda gli eventi europei: norme semplici e piane come tutte quelle che derivano da un concetto morale; ma la loro prova sta nella Storia che, interrogata a dovere, dimostra ogni violazione di esse aver generato conseguenze funeste ai violatori e ai popoli che, potendo, non impedirono. La scienza del come dirigere le cose umane è più semplice e men difficile ch'altri non pensa, se mova da pochi principî derivati tutti da una idea di religione e di Dovere: non diventa complessa e oscura e raddensata di semi-diritti storici cozzanti gli uni cogli altri e sorgente inesauribile di piati e dissidî, se non quando, cancellata ogni fede comune e illanguidito ogni senso collettivo di religione, la vita politica delle Nazioni è data agli arbitrî d'un materialismo che ha l'io per principio e la forza, il fatto transitorio, per prova. In quel materialismo ebbe nascita la Diplomazia, scienza intricatissima e incerta di transazioni fra i molteplici fatti, di concessioni disegnate per un tempo alla menzogna e alla corruzione per un tempo dominatrici, e di formole destinate a coprir le intenzioni: scienza funesta all'educazione dei popoli e sterile sempre quanto ai fini da raggiungersi, che l'Instituzione repubblicana abolirebbe, decretando pubblicità per le relazioni tra popolo e popolo.

Oggi e da tre secoli in poi non esiste principio comune nè quindi norma determinata alle relazioni internazionali. Vivo e fecondo il concetto Cristiano, una influenza direttrice morale si manifestava tratto tratto modificando, per quanto era allora possibile, in un senso uniforme, gli eventi creati dalle circostanze e dalle passioni. La predicazione che aveva lentamente tramutato le tremende invasioni degli uomini del nord in Italia e altrove in colonizzazioni territoriali e aveva più dopo, promovendo a un tempo l'emancipazione dei servi di gleba, gettato colle Crociate in nome dell'Europa un guanto di sfida al fatalismo d'Oriente, proferiva di tempo in tempo, coi Concilî e colle epistole pontificie, parole di pace, d'unità morale, di fede comune. I tempi erano semi-barbari: il Feudalismo smembrava popoli che tendevano a conglomerarsi, a unificarsi: il dualismo, impiantato nel Cristianesimo stesso, tra il mondo delle anime e quello dei corpi, erano cagioni insuperabili e perenni di discordie e di guerre: pur nondimeno, una tendenza generale, frutto d'alcuni principî morali davanti ai quali s'incurvavano tutte le fronti, signoreggiava talora quella tempesta, accorciava le guerre o ne traeva un avviamento alla caduta degli ordini feudali e all'avvicinarsi dei popoli. Ma, cominciato nel XVI secolo il lento dissolversi del Cristianesimo, si schiuse un vuoto, non colmato finora in Europa: vuoto d'una fede morale comune, d'un patto solennemente o tacitamente riconosciuto, movendo dal quale i popoli potessero intendersi e fidare l'uno nell'altro; e sull'orlo di quel vuoto alternarono sistemi dettati da inspirazioni isolate o da cupidigie dinastiche; sterili, inefficaci tutti. Taluni fra gli scrittori accettati come maestri di diritto internazionale si richiamarono all'antichità come se norme dettate per popoli politeisti potessero mai dirigere le relazioni di popoli sui quali era passato l'alito del Cristianesimo: poi venne, promossa dall'Inghilterra, la dottrina d'equilibrio europeo che conchiuse in Vestfalia un patto d'eguaglianza fra due credenze irreconciliabilmente nemiche e con altri trattati una sospensione d'ostilità tra Francia, Austria e Spagna che doveva durare perpetua e cessò con Luigi XIV: poi nuovi tentativi in Utrecht e altrove che sfumarono davanti al lampo della spada di Federico II e conchiusero col sorgere del militarismo Prussiano e coll'iniquo smembramento della Polonia. L'equilibrio diede da circa settanta anni di guerra all'Europa; la ponderazione si tradusse in un sistema d'armi e d'armati sempre crescenti a impedire le guerre e nel principio che decretò in Campoformio la vendita di Venezia a compenso degli ingrandimenti francesi sul Reno: la conquista operata da una Potenza deve controbilanciarsi da conquiste dell'altre. Tutti quei sistemi, figli del concetto materialista, erano condannati a perire nell'impotenza, nell'anarchia, nel delitto. Mancava ad essi la sanzione di Dio.

Oggi, quasi disperando di trovare rimedio ai conflitti, le Nazioni inchinano, duce l'Inghilterra, alla teorica del non intervento; teorica che non ha principio sul quale si fondi, ma è negazione di tutti i principî conquistati fino a noi intellettualmente dall'Umanità: unità di Dio e della Legge Morale, unità dell'umana famiglia, unità d'intento assegnato a noi tutti, fratellanza e associazione dei popoli, dovere di combattere il Male e di promovere il trionfo del Bene. Ateismo trasportato nella vita internazionale o deificazione, se vuolsi, dall'egoismo, quella teorica, la cui suprema formola fu data in Francia da un uomo di stato monarchico colle parole: chacun chez soi, chacun pour soi, tocca gli estremi dell'immoralità e dell'assurdo: se accettata da tutti, sottrarrebbe una delle più potenti leve al Progresso che la Storia ci addita compìto quasi sempre con atti d'intervento; se praticata, com'è attualmente, dagli uni e non dagli altri, schiude l'adito a chi vuol fare trionfare inique pretese e sa di non dover temere che alcuno, in nome dell'eterna Giustizia, gli contenda la via. La Nazione che s'assumesse di costituirla norma generalmente regolatrice delle relazioni internazionali si condannerebbe a guerra perpetuamente rinascente con quanti ricuserebbero d'accettarla: limitandosi a proclamarla per sè, abdicherebbe la metà della propria vita, perderebbe la stima e l'amore dei popoli e non si sottrarrebbe alla necessità della guerra. Il grido di pace a ogni patto inalzato in Inghilterra da tutta una scuola influente, alla quale erano capi Cobden e Bright, confortò la Russia ad osare e determinò in gran parte la guerra della Crimea.

Il sangue di tutti i martiri, popoli o individui, che intervennero santamente e santamente morirono a pro del Giusto e del Vero al di là della loro terra nativa, solleva una eterna protesta contro questa fredda, abjetta, codarda dottrina, che per noi credenti è bestemmia contro il Dovere e indizio innegabile dell'assenza e della necessità d'una fede.

Quanto alla vita internazionale dell'Italia d'oggi, non occorre spendervi lunghe parole: non esiste. Gli uomini della monarchia non hanno coscienza di missione Italiana nel mondo, nè concetto o disegno politico da uno infuori: trascinare di giorno in giorno, attraverso brevi espedienti e sempre seguendo chi sembra momentaneamente potente, una incerta e fiacca esistenza. Le rare frasi, rubate a un dispaccio russo o britannico e proferite con sussiego di chi ha una dottrina, da chi regge per le faccende Estere, farebbero sorridere se non facessero arrossire. Guerre e paci ci furono sempre dettate. L'avvenire d'Italia e la moralità non ebbero parte nelle nostre alleanze. Invocammo, sorgendo, dicendolo almeno, per la libertà, l'ajuto d'un regnatore tiranno; sorgendo, dicendolo almeno, per l'unità della Nazione, l'ajuto di chi la vietava col possesso iniquamente ottenuto e serbato di Roma e ci richiedeva d'uno smembramento di terre nostre che gli fu senza indugio concesso: ci collegammo colla Prussia contro l'Austria: ci collegavamo pochi anni dopo colla Francia Imperiale contro la Prussia e l'unificazione Germanica, se le precipiti disfatte francesi e il nostro accennare, agitando, a fatti—altri ha recentemente scoperto una potente agitazione della Sinistra—non lo impedivano: ci collegheremo domani—e i gazzettieri di parte monarchica, impauriti del trovarsi senza padrone, cominciano a preparare il terreno—nuovamente coll'Austria. La nostra Diplomazia ha detto ai Greci, unita coi difensori del Turco: non rivendicate le vostre terre: ha promesso, richiesta, all'Inghilterra di non mover piede nella recente guerra senza avvertirla: ha corteggiato insistente il proscrittore della Polonia. La Storia dovrà indicare i primi dodici anni dell'Italia risorta, nella sua vita internazionale, con un segno di negazione.

II.

Noi non abbiamo oggi politica internazionale. Manca a chi regge la fede in una norma morale e nel dovere della Nazione che il Governo è chiamato a rappresentare. Questa assenza di fede, questo oblio della missione Italiana nel mondo, ci condannano a vivere nel presente, senza intelletto della nostra tradizione, senza concetto dell'avvenire, prostrati davanti ai fatti e tremanti di essi. Gli organi governativi scrivono articoli a provare che, caduta la potenza francese, unica politica per noi è il non averne alcuna. Così, tra l'Italia sorta a Nazione e il vecchio Ducato di Modena, di Toscana o di Parma non corre divario: ambi deboli, passivi, senza scopo, senza nome tra i popoli, senza voto efficace nel congresso delle Nazioni, senza potenza iniziatrice di civiltà. Ora, un Popolo che non reca, sorgendo, un nuovo elemento di progresso al lavoro comune, una pietra all'edifizio lentamente inalzato dall'Umanità, non ha ragione di vita nè vita: ricadrà inevitabilmente sotto il dominio diretto o indiretto del primo potente che vorrà impadronirsene. Come in ogni consorzio, così nel consorzio internazionale, chi non compie un ufficio, chi non produce, perde il diritto di vivere.

E nondimeno, se v'è popolo che abbia dalla posizione geografica, dalle tradizioni, dalle naturali attitudini, dall'aspettazione vivissima sui primi moti italiani oggi per le ripetute delusioni sopita, degli altri popoli, un grande ufficio da compiere sulle vie dell'incivilimento europeo, è certamente il nostro: se v'è momento in cui un popolo possa, volendo, assumersi un'alta missione e creare a sè stesso un vasto e fecondo avvenire, è questo in cui, smarrita nel moto ascendente delle Nazioni ogni iniziativa, tutti invocano chi raccolga la lampada della vita caduta visibilmente dalle altrui mani e la sollevi a conforto e scorta delle genti travagliate dal dubbio e minacciate dalla invadente tenebra dell'egoismo. Quei che ponevano pochi dì sono la vita per impedir che cadesse, dovrebbero più che altri pensarci.

L'Italia ha evidentemente dalla Storia, dalle condizioni dell'Europa, dai caratteri del suo risorgere, una doppia missione: compiendola, essa si porrebbe a capo d'un'Epoca.

La prima—abolizione del Papato, conquista pel mondo dell'inviolabilità della coscienza umana e sostituzione del dogma del Progresso a quello della caduta e della redenzione per grazia—è missione religiosa della quale ora non intendiamo parlare e da maturarsi a ogni modo, prima che i decreti d'un popolo di credenti non vengano a compirla col pacifico apostolato. Ma la seconda—sviluppo del principio di Nazionalità come regolatore supremo delle relazioni internazionali e pegno sicuro di pace nell'avvenire—è missione politica, connessa intimamente coll'altra, perchè guida a un nuovo riparto Europeo che fu sempre, in tutte le grandi Epoche storiche, preludio a una trasformazione religiosa, e da compirsi coll'influenza morale, appoggiata, occorrendo e sotto il momento propizio, dall'armi.

Nazionalità è infatti la parola vitale dell'Epoca che sta per sorgere. Le guerre combattute in Europa dagli ultimi anni del primo Impero fino a noi originarono quasi tutte da quel principio: suscitate da popoli rivolti a conquistarsi nazionalità o a proteggerla dagli assalti altrui o promosse da monarchie tendenti a impadronirsi di moti nazionali antiveduti inevitabili e sviarli dal segno. I popoli chiamati da tendenze provvidenziali a conglomerarsi per vivere di vita normale e compire liberamente e spontanei un ufficio in Europa sono oggi, i più, smembrati, divisi, servi d'altrui, aggiogati a chi ha fine diverso, separati per opera di violenza da rami della stessa famiglia, deboli quindi e inceppati nei loro moti, nelle loro legittime aspirazioni. L'Europa come escì dalle conquiste e dai trattati dinastici non è l'Europa quale il dito di Dio segnava coi grandi fiumi e colle grandi linee di montagne la divisione del lavoro alle generazioni de' suoi abitanti. E finchè nol sia, la pace che tutti cerchiamo è sogno di menti illogiche che imaginano potersi conquistare senza la Giustizia i suoi frutti. Le Nazioni rappresentano le diverse facoltà umane chiamate a raggiungere associate, non confuse e sommerse l'una nell'altra, il fine comune e hanno eterno il diritto di vivere di vita propria: non si associa chi non vive e non comincia dall'affermare la propria individualità. I panteisti della politica che sconoscono quel diritto e paventano nel principio di nazionalità un germe di gare e guerre continue, dimenticano che le Nazioni non furono sinora libere mai nè fondate sulla coscienza popolare, ma soggiacquero, nella loro vita politica, al monopolio delle famiglie regie e delle avide loro ambizioni: negano il disegno provvidenziale indicato dalle configurazioni geografiche e rivelato dalla Storia; sopprimono i mezzi che fanno possibile il raggiungersi dell'intento; e avvalorano, senza avvedersene, il concetto di monarchia universale che accarezzò nel passato la mente d'ogni regnatore potente e inondò l'Europa di sangue sparso senza santità di sagrificio, nè frutto. Le Nazioni sono unico argine al dispotismo d'un popolo, come la libertà degli individui al dispotismo di un uomo.

Il rimaneggiamento della carta d'Europa è nei fati dell'Epoca e si compirà attraverso una serie di battaglie inevitabili. Ma la Nazione che si farà, con saviezza d'intelletto ed energia di volontà, centro del moto, accorcierà quella serie fatale e sarà per molti secoli iniziatrice di progresso all'Umanità.

Là, nel pensiero che agita in oggi prima d'ogni altro le menti europee, sta la base della vera vita internazionale d'Italia. Da esso deve inspirarsi nella scelta delle sue alleanze. Il suo luogo è a capo delle Nazioni che sorgono, non alla coda delle Nazioni che da lungo sono e accennano a declinare.

L'Italia è un fatto nuovo, un Popolo nuovo, una vita che jeri non era: non ha legami fuorchè i voluti dalla Legge Morale, sovrana su tutte le Nazioni, giovani o antiche: non fa parte nei trattati dinastici anteriori al suo nascere, nè è quindi vincolata da essi, quando non consuonino colle norme del Giusto e dell'eterno Diritto. Dovrebbe dirlo altamente e operare liberamente a seconda. La tradizione è santa e dobbiamo rispettarla; ma, come in religione non è Tradizione quella d'una sola chiesa o d'un'epoca sola, ma quella dell'Umanità che le abbraccia, le domina e le spiega tutte, la tradizione politica non è tutto il passato, è quella parte di passato soltanto che interpreta la Legge Morale e segna la via che guida al Progresso: è la tradizione nel Bene, non quella che si svia nel Male e che, accettata, tenderebbe a perpetuarlo. E un Popolo che sorge a Nazione ha non solamente il dovere di respingere da sè le colpe dei padri, ma una splendida opportunità per compirlo. Ogni nuova vita è pura. Dio non la dà perchè s'insozzi del fango accumulato dalle vite corrotte anteriori.

L'Italia, se intende ad essere grande, prospera e potente davvero, deve incarnare in sè questo concetto del riparto d'Europa a seconda delle tendenze naturali e della missione dei popoli. Essa deve piantare risolutamente sulle sue frontiere una bandiera che dica ai popoli: Libertà, Nazionalità, e informare a quel fine ogni atto della sua vita internazionale.

È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla Repubblica il concetto dell'Unità politica, e quanto e dove era allora possibile, lo tradusse in fatto coll'armi delle Legioni: la Roma dei Papi tentò il concetto dell'Unità morale e riescì in parte colla parola de' suoi sacerdoti e de' suoi credenti; ma l'una e l'altra non riconobbero—nè lo potevano allora—il moto collettivo provvidenziale delle Nazioni, non videro nel mondo che la propria potenza, e gli individui umani che dovevano subirla non ebbero intermediarî cooperatori tra sè e il fine proposto e non trovarono quindi stromento a raggiungerlo fuorchè quello dell'autorità assoluta dispotica sui corpi e sull'anima. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente nel Progresso, nella vita collettiva dell'Umanità e nella divisione del lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all'impresa: guidatrice e soccorritrice.

E alla doppia missione che diciamo prefissa all'Italia accennano le necessità prime del nostro risorgere, che non potè iniziarsi se non intimando guerra al Papato, custode della vecchia autorità illimitata, e all'Impero d'Austria, negazione, potente oltre ogni altra in Europa, della nazionalità; nè potrà compirsi se non procedendo innanzi e fino alle ultime conseguenze su quella via. Ciò che per altri può essere semplicemente dovere morale, è legge di vita per noi.

Le migliori alleanze, anche per popoli già costituiti, viventi di vita normale e senza missione speciale, son quelle che si stringono con chi è abbastanza potente e abbastanza vicino per giovare all'intento, ma non lo è tanto da potere, sotto pretesto di servizî resi o tentazione d'operazioni miste e comuni, imporre la propria volontà e varcare per egoismo d'ingrandimento i limiti apertamente stipulati nei patti dell'alleanza; e di quali danni possa essere feconda la violazione di questa norma ha fatto recente e dolorosissima prova l'Italia. Per noi, popolo nuovo e che non può entrare degnamente e con securità d'avvenire nella comunione delle Nazioni se non aggiungendo agli elementi esistenti un nuovo e utile elemento di vita, le alleanze durevoli non possono fondarsi che sulla conformità della fede politica e dell'intento. I nostri alleati naturali sono tra i popoli che tendono con diritto ad assodare la loro unità nazionale o a conquistarsela con probabilità di successo. Le Nazioni costituite da lungo, e potenti per tradizione, guarderanno per lungo tempo, con istinti di gelosia e di sospetto, a una Nazione che sorge e il cui progresso le minaccia di nuove influenze e di concorrenza economica. Tra i popoli nuovi soltanto noi troveremmo amicizia sincera fondata sull'importanza della nostra per essi, riconoscenza degli ajuti negati da altri e prestati da noi, incremento ai nostri già avviati commerci, nuovi mercati crescenti col crescere della vita suscitata in quelle terre risorte, giovamenti d'ogni sorta senza pericoli.

La politica internazionale d'Italia dovrebbe anzi tutto, e per acquistarsi potenza agli ulteriori sviluppi, tendere a costituirsi anima e centro d'una Lega degli Stati minori europei stretta a un patto comune di difesa contro le possibili usurpazioni d'una o d'altra grande Potenza. La Spagna, il Portogallo, la Scandinavia, il Belgio, l'Olanda, la Svizzera, la Grecia, i Principati Romano-danubiani costituirebbero così coll'Italia una forza materiale di più che 64 milioni d'uomini stretti a un patto d'indipendenza e di libertà al quale non sarebbe difficile d'acquistare l'adesione dell'Inghilterra e che potrebbe efficacemente resistere a ogni tentativo d'usurpazione meditato, com'è generalmente, da una sola Potenza e guardato con diffidenza dall'altre.

L'influenza morale dell'Italia s'eserciterebbe intanto, ingrandita da questa Lega, nella direzione del futuro riordinamento europeo: Unità Nazionali frammezzate possibilmente di libere confederazioni protette nella loro indipendenza e barriera alle collisioni. La costituzione definitiva della Penisola Iberica per mezzo dell'unione del Portogallo e della Spagna, la trasformazione della Confederazione Elvetica in confederazione delle Alpi coll'unione ad essa della Savoja e del Tirolo tedesco, l'Unione Scandinava, la Confederazione repubblicana dell'Olanda e del Belgio, sarebbero intento e tèma perenne di predicazione gli agenti italiani.

Ma il vero objettivo della vita internazionale d'Italia, la via più diretta alla sua futura grandezza, sta più in alto, là dove s'agita in oggi il più vitale problema europeo, nella fratellanza col vasto, potente elemento chiamato a infondere nuovi spiriti nella comunione delle Nazioni o a perturbarle, se lasciato da una improvvida diffidenza a sviarsi, di lunghe guerre e di gravi pericoli: nell'alleanza colla famiglia Slava.

I confini orientali d'Italia erano segnati fin da quando Dante scriveva

........ A Pola presso del Carnaro
Ch'Italia chiude e i suoi termini bagna.
Inf., IX, 113.

L'Istria è nostra. Ma da Fiume, lungo la sponda orientale dell'Adriatico, fino al fiume Bojano sui confini dell'Albania, scende una zona sulla quale, tra le reliquie delle nostre colonie, predomina l'elemento slavo. E questa zona che sulla riva Adriatica abbraccia, oltrepassando Cattaro, la Dalmazia e la regione Montenegrina, si stende, sui due lati della catena del Balkan, verso oriente fino al Mar Nero, risalendo nella direzione settentrionale attraverso il Danubio e la Drava, all'Ungheria ch'essa invade aumentando d'anno in anno in proporzione più rapida di quella dell'elemento magyaro.

Tra questa zona, popolata d'un dodici milioni di slavi, e la zona superiore e continua, slava anch'essa, che dalla Galizia s'espande da un lato alla Moravia e alla Boemia, dall'altro alla Polonia per raggiungere attraverso il Ducato di Posen e la Lituania il Mar Baltico, s'interpongono, impedimento provvidenziale alla realizzazione della sognata unità panslavistica, la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania; ma son terre Daco-Romane, legate a noi, da Trajano in poi, per tradizioni storiche, affinità di lingua e affetti che non hanno bisogno, ad assumere importanza, fuorchè d'essere da noi coltivati; e mentre scemano il pericolo minacciato dallo Tsarismo, possono giovare a noi come anello di congiungimento tra le due zone nelle nostre relazioni colla famiglia slava. E questa sua seconda zona, popolata di 18 a 20 milioni di slavi, sembra disegnata, anch'essa provvidenzialmente, come barriera futura tra la Russia e la Germania del nord.

Là, nell'alleanza colle popolazioni di queste due zone, stanno, lo ripetiamo, la nostra missione, la nostra iniziativa in Europa, la nostra futura potenza politica ed economica.

Dell'agitazione slava, del moto, crescente negli ultimi cinquanta anni, che affatica le popolazioni delle due zone e le sospinge a costituirsi Nazioni, dovremo parlare più volte e additare le immense conseguenze del fatto di una vasta famiglia umana, muta finora e senza vita propria costituita e ordinata, chiedente oggi, come la famiglia teutonica sul perire del politeismo, diritto di parola, e di comunione coll'altre famiglie europee. Ma possiamo intanto affermare che per quanti hanno studiato con occhio attento e profondo quel moto, il suo non lontano successo è certezza. Non si tratta più d'impedirlo o dissimularlo, ma di dirigerlo al meglio e di trarne, allontanandone i pericoli, le conseguenze più rapidamente favorevoli al progresso europeo. Il moto delle razze slave che, salutato e ajutato come fatto provvidenziale, deve ringiovanire di nuovi impulsi e d'elementi d'attività la vita europea e preparare, ampliandolo, il campo alla trasformazione religiosa e sociale fatta oggimai inevitabile, può, se avversato, abbandonato o sviato, costare all'Europa vent'anni di crisi tremenda e di sangue.

E i pericoli sommano in uno: che il moto ascendente slavo del mezzogiorno e del nord cerchi il proprio trionfo negli ajuti russi e conceda allo Tsar la direzione delle proprie forze. Avremmo in quel caso un gigantesco tentativo per far cosacca l'Europa, una lunga e feroce battaglia a pro d'ogni autorità dispotica contro ogni libertà conquistata, una nuova èra di militarismo, il principio di nazionalità minacciato dal concetto d'una monarchia europea, Costantinopoli, chiave del Mediterraneo, e gli sbocchi verso le vaste regioni asiatiche in mano allo Tsar: invece di una confederazione slava fra i tre gruppi, slavo-meridionale, boemo-moravo e polacco, amici a noi e alla libertà, l'unità russo-panslavistica ostile: invece di 40 milioni d'uomini liberi, ordinati dal Baltico all'Adriatico a barriera contro il dispotismo russo, cento milioni di schiavi dipendenti da un'unica e tirannica volontà.

Il pericolo, checchè altri abbia scritto, non esisteva allo iniziarsi dell'agitazione slava: fu creato dalla falsa immorale politica adottata dalle monarchie. Il moto slavo sorse, come il nostro, spontaneo dagli istinti e dal giusto orgoglio dei popoli, dai germi di futuro cacciati nelle tradizioni storiche e nei canti popolari, dagli esempî d'altre Nazioni, dal destarsi d'idee che volevano e non trovavano libero sfogo, dalla coscienza svegliata al senso d'una missione da compiersi scritta nel disegno divino che informò l'Europa a fati progressivi comuni. Cagioni siffatte s'avvivano sempre a un alito di libertà e le libere tendenze s'afforzavano naturalmente dagli ostacoli al moto risiedenti tutti nella resistenza e nelle persecuzioni delle monarchie alle quali gli agitatori slavi si trovavano e si trovano ancora aggiogati. Ed è tanto vero che il concetto di federazione slava, pel quale nel 1825 caddero martiri in Russia Pestel, Mouravieff, Bestoujeff e altri ufficiali, assumeva bandiera repubblicana. Ma il rifiuto d'ogni appoggio, la diffidenza di tutti governi e popoli, l'ostinazione dei gabinetti inglesi e francesi a non vedere in una santa aspirazione di popoli se non un maneggio segreto russo e a volerne impedire lo sviluppo col sorreggere l'Impero Turco e l'Austriaco, ricacciarono in parte gli Slavi, avversati, negletti, fraintesi e disperati d'ajuto, verso chi insisteva a susurrare promesse d'eserciti e di guerre emancipatrici. Non piegammo noi Italiani, bestemmianti pochi dì prima ai Francesi in Roma e plaudenti ai ricordi d'Orsini, alle promesse e alle offerte del Bonaparte?

La via che additiamo all'Italia farebbe svanir quel pericolo. Freme intorno alle radici d'ogni moto nazionale un pensiero di libertà e quel pensiero, ch'è anima in Polonia e altrove d'una poesia ignota all'Italia e superiore a ogni poesia posteriore a Byron e Goethe, avrebbe, cancellando ogni fiacchezza verso la Russia dello Tsar, potente e immediato sviluppo il giorno in cui un forte popolo repubblicano stenderebbe agli Slavi una mano fraterna. Chi scrive sa come gli uomini a capo del moto slavo sorridessero alla speranza di quel giorno e si affrettassero a dircelo quando, tra il 1860 e il 1861, il moto italiano assumeva sembianza di moto popolare e Garibaldi, allora fidente nelle forze vive della sua Nazione, guidava i nostri volontarî a scrivere nelle terre meridionali una delle più belle pagine della nostra Storia. La speranza cadde negli animi d'allora in poi. Il machiavellismo servile e l'ignorante paura dei ministri della monarchia spensero l'entusiasmo di quei popoli che avevano intraveduto nell'Italia la Nazione iniziatrice e la videro inferiore a' suoi fati. Ma una parola di fratellanza che accennasse a fatti virili e inaugurasse una politica nuova fondata sul principio di nazionalità ridesterebbe in un subito le sopite speranze e richiamerebbe gli Slavi dall'accettazione forzata d'un ajuto che non amano e del quale paventano, a più largo e popolare concetto. La politica sostenitrice dell'Impero Austriaco e del Turco è, nelle sue conseguenze, politica russa e fomentatrice del panslavismo.

L'Impero Turco e l'Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire. La vita internazionale d'Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E l'elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli Slavi.