III.

Perchè voi mancaste e mancate tuttora di fede: di fede in voi stessi, nel vostro Diritto, e nella vita collettiva e nella missione della Nazione: Dio visita in voi un'antica colpa dei Padri che finora non cancellaste.

I Padri vostri non ebbero coscienza di Patria. La vita fremente in ciascuno d'essi era tanta, che essi si diedero ad adorarne la potenza incarnata nell'individuo: dissero io, non noi. E disertarono l'altare del Dio di tutti per farsi idolatri, gli uni della loro Città, gli altri della loro Compagnia, altri dell'Arte che li inspirava, altri d'altro: dimentichi tutti della Madre comune.

E perchè ogni vita, comunque potente, incontra, se non si rinnovi al latte della Madre comune che ha nome Patria, la debolezza tra via, alla grandezza d'una città sorse contro nimica la grandezza d'un'altra, alla forza d'una mano di prodi quella d'altra mano di prodi, e all'ardito concetto dell'artefice l'impotenza dei mezzi a tradurlo in atto, i vostri padri, invece di stringersi a concordia e cercar l'incremento della forza di ciascuno nella forza di tutti, pensarono di vincersi gli uni cogli altri procacciandosi l'ajuto dello straniero.

E gli uni chiamarono in ajuto d'oltr'alpe i figli della Germania ed altri i Franchi ed altri gl'Ispani. E taluni, che si dissero Vicarî di Dio sulla terra e furono veramente, negli ultimi seicento anni, Vicarî del Genio del Male, fecero scienza di quel peccato, e divisarono modo per cui due almeno di quei popoli stranieri si trovassero sempre a fronte l'uno dell'altro sulla nostra terra, tanto che nessuno potesse mai riunire in uno le membra sparte d'Italia, ed essi potessero tiranneggiare securi sovra una parte o sull'altra.

E per oltre a trecento anni, divisi in parti nomate di nomi non nostri, i fratelli scannarono i fratelli con lancie e spade straniere. Dio torse allora il suo sguardo da noi e decretò, espiazione al fratricidio, una servitù d'oltre a trecento anni per tutti.

Però che quelle genti straniere, stanche di combattersi, si partirono le terre nostre come i crocefissori le vestimenta di Cristo, e s'assisero dominatrici le une al mezzogiorno, l'altre al settentrione, ed altre sul core d'Italia. E i primi che segnarono il patto nefando furono un Imperatore di quella Casa maledetta in Europa che gli uomini chiamano d'Austria, e uno di quei Vicarî del Genio del Male dei quali fu detto poc'anzi. E lo segnarono sul cadavere d'una delle più generose nostre città, che ultima aveva serbato in Italia la sacra scintilla della libera vita.

Ma quella città aveva, duecento ventotto anni innanzi, condannato all'esilio e alle pene dei malfattori l'uomo il più potente che mai si fosse in Italia per intelletto ed amore, il quale fu il primo Apostolo dell'Unità della Patria e padre di quanti esularono più dopo per essa.

Ora voi durate anch'oggi nella colpa dei padri; e immemori dei trecento anni di guerra fraterna che inaffiarono il vostro terreno di sangue, immemori dei trecento anni di muto e codardo servaggio che li seguirono, immemori degli insegnamenti che vi diedero, da quel primo Potente in poi, i vostri Grandi di mente e i martiri che patirono per infondervi la coscienza della vostra forza, aspettate la Patria, in sembianza di mendicanti, dal beneplacito dello straniero. Però Dio vi contende la Patria, e vi condanna a trascinarvi di sogno in sogno, di delusione in delusione, poveri Israeliti delle Nazioni, finchè, rinsaviti, non sentiate la forza ch'è in voi, e non diciate, colla fronte levata al cielo e colle destre impalmate sulle sepolture di quei che morirono per insegnarvi a combattere e vincere: col nostro sangue, coll'armi nostre, o Signore: ecco, noi incrocicchiamo, fratelli e pentiti, in nome del Dovere e del Diritto Italiano, le spade, perchè tu benedica dall'alto le sante nostre battaglie.

IV.

Come sasso che, precipitato dall'alto, rotoli a valle, raccoglie scendendo ogni mota e sozzura che incontra sulla sua via e giunge al fondo doppio di lurida mole, così la colpa inespiata dei padri, trasmessa in voi di generazione in generazione, si è ingigantita di corruttela e s'è fatta delitto mortale.

Però che i vostri padri non avevano, quando chiamavano gli stranieri, coscienza di Patria comune: ma li chiamavano a sostenere cupidigie di dominazioni e disegni torbidi di tirannide sui vicini. Voi millantate intelletto ed amore di Patria, e chiamate, per codarda sfiducia e temenza di sacrifici, gli uomini dell'altre terre a edificarvela.

Essi erano increduli e ignari; voi siete consapevoli profanatori.

E i vostri padri, quando gli stranieri invocati calpestavano di soverchio gl'improvvidi invocatori o insolentivano sui loro averi o sui loro affetti, sentivano a rinsuperbirsi dentro l'orgoglio e le fiere passioni degl'Italiani, e davano loro ricordi di sangue, pei quali suonano tuttavia tremendi i nomi di Legnano, di Palermo, di Forlì. Ma voi sceglieste in questi ultimi tempi, fra i potenti stranieri, a simbolo delle vostre speranze di Patria, quello appunto dalle cui mani gronda il sangue dei migliori tra i vostri giovani di dieci anni addietro, spenti in Roma per l'armi sue, onde si riponesse in seggio quel Vicario del Genio del Male, il cui nome suona negazione di Patria e di Libertà.

E lo circondaste dell'entusiasmo con cui i buoni salutano in terra il Genio consecrato dalla Virtù; baciaste il lembo della sua veste usurpata e intrisa di sangue di prodi e pianto di madri, e lo adoraste siccome idolatri diseredati di Dio e d'ogni lume di Verità e di Giustizia.

Quel giorno, l'anime dei vostri martiri si velarono, per dolore e vergogna, coll'ali; e le catene che ricingono i languenti nelle prigioni per voi, solcarono di solco più grave le loro membra; e gli angioli piansero in cielo; e i popoli in terra vi sospettarono indegni per sempre d'assidervi, eguali, alla libera mensa delle Nazioni.

Però che quell'uomo, mandato in terra sì come castigo alla Francia e perchè i popoli si ravvedano d'ogni culto idolatra d'un nome nell'avvenire, è il peggiore fra quanti tormentano in oggi l'Europa. Il suo Genio è la conoscenza del male: la sua parola, menzogna: la sua forza, tradimento e disprezzo d'ogni cosa nella quale gli uomini ripongono fede ed amore. L'anima sua si libra, come pendolo nelle mani di Satana, fra il Calcolo e la Voluttà. L'opere sue sono di volpe e di jena.

E la sua tomba non avrà nome, ma solo due date: 1849-1851.

E le madri l'additeranno, passando, per lunghi anni ai loro bambini come la tomba dello Spergiuro.

E a voi che, dopo averlo maledetto in nome di Roma e di Parigi, lo acclamaste, in nome dei suoi cannoni e dei suoi fucilieri d'Africa, magnanimo e redentore, bisogneranno molte e molte opere sublimi di grandezza e di sacrificio, perchè l'Angelo dell'Espiazione cancelli dal libro della vostra vita quel ricordo di colpa e di disonore.

V.

Non sia fraintesa, o fratelli, la mia parola da voi. Io so che da quando l'Uomo che più amò sulla Terra protese di sulla croce le braccia quasi a stringere in amplesso tutti i viventi e proferì la parola ignota ai secoli che lo precedettero: perchè tutti, o Padre, siam uno in te, Dio decretò che la voce straniero, come abitatore di terra diversa, passerebbe dalla favella degli uomini, e solo straniero sarebbe il malvagio.

Ma se voi guarderete attenti per entro le pagine della storia, vedrete che appunto in quel tempo cominciò a prepararsi visibile quel moto delle razze umane che dovea conchiudersi col loro riparto ordinato sulle varie terre d'Europa a seconda del disegno che il dito di Dio scolpiva, fin da quando la sottrasse alle acque, sulla sua superficie.

Allora, quasi sommossa dall'eco di quella grande parola, la terra sobbollì d'un immenso fermento. E come due Mari che si contendessero il dominio dell'abisso, una metà del genere umano si rovesciò sull'altra metà.

E dall'estremo settentrione, dall'oriente, da tutti i punti, come sospinte da non so quale tempesta divina, tribù d'uomini strane e fino allora ignote apparvero ad una ad una, sospingendosi, accavallandosi a guisa d'onde gigantesche l'una sull'altra, avviate da un'arcana potenza alla volta della Città dai sette Colli, nella quale l'idea di Patria s'era incarnata da secoli.

E là s'urtavano, si mescevano, si confondevano, struggendo e struggendosi. Era come un rotearsi d'elementi diversi per entro un caos infinito; e gli uomini, impauriti, credevano imminente la fine del Mondo, ma era invece la nascita d'un nuovo Mondo, che s'elaborava in grembo a quel caos.

E dopo cento anni e più di quel rimescolamento di genti senza nome e senza missione visibile, come un tempo la piena dell'acqua che ricopriva il globo si concentrava, retrocedendo, in laghi, fiumi ed oceani, si videro emergere dal turbinìo delle moltitudini i Popoli, collocati a seconda delle loro tendenze e del disegno di Dio dentro a certi confini. E gli uni si chiamavano Ispani e gli altri Britanni ed altri Franchi, altri, Germani, altri Polacchi, Moscoviti o con altri nomi.

E sulla fronte a ciascuno splendeva un segno di missione speciale: un segno che sulla fronte al Britanno diceva: Industria e Colonie; sulla fronte al Polacco: Iniziazione Slava; sulla fronte al Moscovita: Incivilimento dell'Asia; sulla fronte al Germano: Pensiero; sulla fronte al Franco: Azione; e così di Popolo in Popolo.

E quel segno era la Patria: la Patria di ciascun Popolo; il battesimo, il simbolo della sua vita inviolabile fra le Nazioni.

E come, nella lingua che si parla in cielo e della quale noi adoriamo un'eco sotto il nome di Musica, molte note formano l'accordo—come di molte parole, ciascuna esprimente una idea, si compone progressivamente la formula Religiosa che rappresenta d'epoca in epoca il Verbo di Dio sulla Terra—così l'insieme di tutte quelle missioni compite in bella e santa armonia pel bene comune rappresenterà un giorno la Patria di tutti, la Patria delle Patrie, l'Umanità.

E solamente allora la parola straniero passerà dalla favella degli uomini; e l'uomo saluterà l'uomo, da qualunque parte gli si moverà incontro, col dolce nome di fratello.

Così Dio v'insegna attraverso la Storia, ch'è l'incarnazione successiva del suo disegno, che voi non conquisterete l'Umanità se non quando ciascun Popolo avrà conquistata la Patria.

Però che l'individuo non può sperare di tradurre in atto, da sè solo e colle sue fiacche forze, il vasto concetto della fratellanza di tutti; ma gli è necessario ajutarsi delle forze, del consiglio e dell'opera di quanti hanno con lui comuni lingua, tendenze, tradizione, affetti e agevolezza di consorzio civile.

E chi volesse tentare senza quell'ajuto l'impresa, somiglierebbe colui che volesse smovere l'inerzia d'un immenso ostacolo con una leva senza punto d'appoggio. La Patria è il punto d'appoggio della leva che si libra tra l'individuo e l'Umanità.

VI.

La Patria è una Missione, un Dovere comune. Or come mai potete sperare di conquistarvi la Patria, se chiamate altri a compiere quella Missione, ad eseguir quel Dovere?

La Patria è quella linea del disegno di Dio che Egli commise a voi perchè la svolgiate e la traduciate in fatti visibili. Come dunque potete meritare la Patria, invocando altri a svolgere quella parte di disegno per voi?

La Patria è la vostra vita collettiva, la vita che annoda in una tradizione di tendenze e d'affetti conformi tutte le generazioni che sorsero, oprarono e passarono sul vostro suolo:—la vita che si solleva in orgoglio nell'anima vostra davanti a un sasso staccato dal Campidoglio o alla pietra di Portoria in Genova, con maggiore impeto che non davanti alle piramidi Egizie o alla Colonna Vendôme in Parigi:—la vita che, quando errate su terre poste al di là dell'Oceano, v'annuvola l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale sia scritto un nome italiano.

Come mai potete illudervi a credere che la rivelazione di questa vita possa compirsi per opera d'uomini, nei quali è muta la voce di quella tradizione e di quei ricordi, e ai quali s'agita in seno il segreto d'un'altra Patria?

E la Patria è, prima d'ogni altra cosa, la coscienza della Patria.

Però che il terreno sul quale movono i vostri passi, e i confini che la Natura pose fra la vostra e le terre altrui, e la dolce favella che vi suona per entro, non sono che la forma visibile della Patria; ma se l'anima della Patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere, senza moto ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione; gente, non Popolo. La parola Patria, scritta dalla mano dello straniero sulla vostra bandiera, è vuota di senso, com'era la parola Libertà, che taluni fra i vostri padri scrivevano sulle porte delle prigioni.

La Patria è la fede nella Patria. Quando ciascuno di voi avrà quella fede, e sarà presto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente voi avrete la Patria, non prima.

VII.

La Fede è Pensiero ed Azione. E lo sarà un giorno per tutti; ma lo è fin d'oggi e segnatamente per voi.

Io vi dissi che quando, come membra del grande essere collettivo che chiamasi Umanità, i diversi Popoli emersero, ciascuno colla sua missione speciale, dal caos di mille anni addietro, Dio pose un segno sulla fronte al Germano che significa Pensiero, e sulla fronte al Franco un altro che significa Azione. Or sulla vostra Ei pose un doppio segno che significa Pensiero ed Azione congiunti.

E quel doppio segno, ch'è la vostra missione ed il vostro battesimo fra le Nazioni, era visibile sulla vostra fronte, mille anni innanzi che gli altri Popoli fossero.

Però che voi, soli fino ad oggi fra tutti, aveste da Dio privilegio di morire e rivivere, come gli uomini favoleggiarono della Fenice. E alla Grecia soltanto, sorella nata ad un tempo colla nostra Italia, fu dato riaffacciarsi, nell'ultimo mezzo secolo, alla seconda vita, quando appunto cominciava per l'Italia ad albeggiare la terza.

Così, mentre il Germano move sulla terra col guardo perduto nell'abisso dei cieli, e l'occhio del Franco si leva di rado in alto, ma trascorre irrequieto e penetrante di cosa in cosa sulla superficie terrestre, il Genio che ha in custodia i fati d'Italia trapassò sempre rapido dall'Ideale al Reale, cercando d'antico come potessero ricongiungersi terra e cielo.

Per virtù di quella Unità che annoda il cielo infinito, patria del Pensiero, alla terra, patria dell'Azione, i padri dei vostri padri conquistarono il mondo cognito allora; ogni loro Legione era una missione armata; ogni vittoria era per essi decreto di Giove.

E, innanzi ad essi, i padri degli avi, che stanziavano fra Tevere e Po e si chiamavano Etruschi, edificavano le loro città giusta il concetto che si erano formati del cielo: ed ogni loro atto era incarnazione d'un pensiero di religione.

E dopo d'essi venne una generazione d'uomini-capi—capi per consenso e riverenza di popoli—i quali tentarono, per oltre a sei secoli, la santa impresa di dar sulla terra trionfo alla Legge di Dio sull'arbitrio degli uomini, al Pensiero ed alla Parola sulla forza cieca e brutale; e stettero per tutta Europa, in nome dell'Amore e della Giustizia, fra i Popoli e i padroni dei Popoli. E l'ultimo e il più grande fra loro fu il figlio d'un falegname per nome Ildebrando, frainteso anche oggi dai più. Poi, perchè il regno di Dio non può scendere sulla terra se non per l'opera libera e pur concorde di tutti, quegli uomini tradirono Popoli e Dio, e fornicando cogli oppressori delle Nazioni, diventarono e sono veramente i Vicarî del Genio del Male, da sterminarsi per sempre.

I vostri filosofi, i vostri sacerdoti del pensiero e dell'arte, non sì tosto avevano afferrato colla mente un concetto di Vero, che sentivano prepotente il bisogno di ridurlo a fatto, e furono, dagli antichi Pitagorici a Tomaso Campanella, da Dante Alighieri a Michelangiolo e Machiavelli, ordinatori di consorzî segreti, legislatori di città o predicatori d'instituti sociali. E si frammischiarono alle battaglie delle loro città, congiurarono contro le tirannidi, affrontarono prigioni, esilî, torture. Contemplarono e fecero.

E mentre altrove gli uomini ch'ebbero nome di riformatori di Religione assalivano gli oppressori dell'anima, rispettando gli oppressori dei corpi, ed erano Titani d'audacia contro la menzogna violatrice del Cielo, maledicendo aspramente ai figli del popolo che volevano cancellarla di sulla Terra, tra voi intesero che Spirito e Corpo si confondono nella Vita, ch'è una, e morirono sui roghi per aver tentato che la Verità di Dio trionfasse in atti visibili nella fratellanza civile. E cento anni addietro, le vostre donne in Firenze versavano ancora fiori, il ventitrè maggio d'ogni anno, sul terreno dove era morto tra le fiamme un santo frate che sollevava, or son tre secoli e mezzo, la bandiera dell'emancipazione religiosa e della Repubblica.

Or voi, abbandonando in questo la tradizione del vostro popolo, e perduta dietro a insegnamenti stranieri la memoria della missione d'Unità il cui compimento deve farvi Nazione, avete smembrato la vostra vita; e i più tra voi amano la Patria col solo pensiero, commettendo l'opere che devono fondarla all'usurpatore straniero e a quel misto d'impotenza e d'inganno che chiamano Diplomazia.

E la patria vi sfugge, e le speranze vi tornano di anno in anno in delusioni amarissime e vergognose, però che le parole dei principi, e sopratutto le promesse dello straniero, sono da tempo immemorabile simili ai pomi dell'Asfaltide, belli all'occhio e cenere al dente; e quando Dio disse all'uomo: tu ti ciberai del sudore della tua fronte, Egli intese non solamente del pane del corpo, ma del pane dell'anima, della Libertà e della Patria.

VIII.

Voi state sul limitare della terza vita d'Italia.

La prima vita d'Italia si diffuse pel mondo come alito fecondatore, colla sola potenza dell'Azione: la seconda, colla sola potenza del Pensiero e della Parola. Ed oggi la terza vita deve conquistare il mondo a nuova universale concordia colla potenza del Pensiero e dell'Azione, armonizzanti per opera dello Spirito di Giustizia e di Amore.

Però, se nella prima vita vi bastò la spada, e nella seconda la parola e l'esser presti a obbedire ad essa e morire per essa, voi non potete ora varcare il limitare della terza vita, se non usando la spada e testimoniando colla parola.

Dovete essere savî e forti: apostoli e militi.

Or la sapienza è il culto del Vero; e la forza è la fede nella potenza del Vero.

E perchè la sapienza scenda sul vostro intelletto e la fede benedica l'anima vostra, è necessario che invochiate l'una e l'altra con intenzioni sante e con un core puro d'ogni bassa passione.

La Virtù è la sorella del Genio. E quando il culto idolatra dell'io scaccia dall'anima la Virtù, che è lo spirito di sacrificio, l'anima rovina in basso com'aquila a cui manchi l'ala, e il Genio s'arresta a mezzo la via come stella cadente che illumina d'un solco di luce lo spazio e subitamente sparisce.

E però l'uomo il più potente per Genio nei nostri tempi mostrò al mondo attonito due vite in una: la prima, quand'ei rappresentava una Idea; vita di concetti giganteschi e miracoli di vittorie; la seconda, quand'egli, inebriato d'egoismo e di spregio, non rappresentava che sè stesso; vita di errori e disfatte. E dalle solitudini di Sant'Elena lo spirito di quel Potente manda a chi sa intenderla una voce che dice: la corona delle vittorie immortali non posa se non sulla tomba del forte, che, dimentico di sè stesso, combatte sino all'ultimo giorno pel santo Vero e pel Diritto dei Popoli.

Santificate dunque col sacrificio e coll'intrepida adorazione del Vero l'anime vostre, se volete vincere i molti nemici che s'attraversano tra voi e la terza vita d'Italia: l'Angelo della Vittoria aborre dal fango dell'egoismo e della menzogna. Portate la vostra credenza alteramente sulla bandiera, come i guerrieri dei secoli addietro portavano sullo scudo la loro insegna. Come il tuono tien dietro al lampo, così segua rapido ogni vostro pensiero l'azione. Dio è grande perchè pensa operando. Ingigantite nella fede: come il sonnambulo passeggia sicuro sull'orlo del tetto perch'ei crede movere sulla carreggiata, e s'ei si desta e misura l'abisso, impaurisce e precipita, così voi, se potenti di fede, supererete ostacoli davanti ai quali, se trepidi e tentennanti, cadrete. Non pensate a voi: vivete nel fine, nella coscienza del Dovere, nel santo orgoglio del Diritto. E la costanza coroni l'unità della vostra vita, come cupola il tempio. Siate uomini, e Dio sarà Dio, cioè Padre e Proteggitore per voi.

La vostra è la più grande fra tutte le missioni terrestri; siate grandi com'essa. Voi siete chiamati a un'opera emulatrice delle opere di Dio: la creazione d'un Popolo. E vi conviene accostarvi a Lui, quanto può la creatura finita, purificandovi, consacrandovi. I giovani guerrieri dei tempi di mezzo vegliavano la notte in armi, prostrati sul nudo marmo, nel digiuno e nella preghiera, prima d'iniziarsi nella cavalleria. Ed essi non giuravano che ad un signore, creatura mortale com'essi: voi giurate a Dio, alla Patria, all'Umanità. E la loro ricompensa per le belle imprese era la speranza che il loro nome passasse, suono fugace, a pochi posteri nella canzone d'un trovatore; ma voi aspetta la lunga benedizione delle generazioni che avranno Patria da voi, e la vostra memoria, fatta tradizione d'onore, s'incarnerà nella vita progressiva di tutta la vostra Nazione.

IX.

Ed io raccolsi, o giovani d'Italia, questi ricordi dalle sepolture degli uomini che morirono per voi, interrogate con fremito di riverenza e con un amore per voi tutti che nulla può spegnere. Però che, come pietre miliari che segnano la via al grande intento, o più veramente come le stelle che c'insegnano, splendendo nei cieli mentre la tenebra fascia la terra, la virtù della serena costanza nella sventura, apparvero sempre di tempo in tempo, fra gli errori dei padri, uomini puri d'ogni falsa scienza e d'ogni egoismo, i quali da Arnaldo e Crescenzio fino a Bentivegna e Carlo Pisacane, raccolsero nelle grandi anime loro la voce che la Patria manda invano da secoli a voi, e mantennero incontaminata la tradizione del Genio Italiano: e, con essi, i martiri del pensiero che soggiacquero, per calunnie, ingratitudine e oblio, alle torture dell'anima, gravi quanto quelle del corpo. E ogni qual volta il Popolo d'Italia, trasalendo sotto il suo lenzuolo di morte, protestò, dalla Lega Lombarda e dai Vespri fino alle Cinque Giornate, in nome della grandezza passata e della futura, fu visitato dallo spirito che visse negli uomini dei quali io parlo.

E i giovani d'Italia, che furono innanzi a voi, avevano, or corre quasi un terzo di secolo, raccolto quei ricordi con me. E con me avevano fatto giuramento solenne di non obliarli[143].

Ma poi, simile a nembo di locuste su campo fecondo, s'addensò sulla regione Subalpina una gente senza fede, senza tombe di martiri, senza tradizione fuorchè di tempi nei quali il servaggio si era abbarbicato alle menti, che fece suo studio e vanto deridere quei santi ricordi e l'entusiasmo dei giovani e la solennità dei giuramenti prestati. E si diffuse rapida su tutte le città d'Italia come lebbra su forma umana o crittogama sulle piante.

E fu veramente ed è tuttavia la crittogama o lebbra dell'anime.

Gente di mezzo intelletto, di mezza scienza e di nessun core. E gli uni si chiamarono Dottrinarî, ciò che significa uomini che millantano dottrina e non l'hanno: gli altri, moderati o fautori del giusto mezzo, cioè tentennanti sempre tra la virtù e il vizio, tra la verità e la menzogna; ed altri, pratici e aborrenti dalle teorie, cioè corpi senza anima e cadaveri galvanizzati; ed altri con altro nome. Ma tutti si riconoscevano, siccome appartenenti alla stessa gente, dal nome barbaro d'opportunisti, cioè diseredati d'iniziativa, eternamente passivi e presti a fare solamente quand'altri ha fatto.

E rinnegarono il culto puro di Dio per adorare idoli di loro fattura, come gli Ebrei nel deserto.

E gli uni si prostrarono davanti a un idolo che chiamarono Forza, gli altri davanti a un altro che chiamarono Tattica, ed altri davanti al pessimo fra tutti gl'idoli che ha nome Lucro.

E i primi escirono, strisciando siccome vermi che pullulano dal cadavere d'un Potente, dalla sepoltura di Napoleone; i secondi escirono dalla sepoltura profanata d'un nostro Grande frainteso, che, dopo aver patito tortura per la libertà della Patria, l'aveva veduta morire, e assiso sul suo cadavere s'era fatto storico delle cagioni della sua morte; gli altri escirono ed escono dal fango dove brulicano gli insetti senza nome, la cui vita non guarda al di là dell'ora che fugge.

E insegnarono che solo diritto è il fatto, e solo creatore del fatto l'arsenale dove s'accumulano strumenti di guerra; e le idee essere nulla, e i grossi battaglioni d'assoldati ogni cosa: dimenticando come il Potente dalla doppia vita, ch'ebbe ad arsenale l'Europa e ad esercito gli eserciti di tutte le genti d'Europa, giacesse cadavere di prigioniero in Sant'Elena, per avere, com'ei ripeteva morente, camminato a ritroso delle idee del secolo.

Insegnarono, bestemmiando, che la virtù è nome vano, che la moralità e la politica non sono sorelle, che il vero e l'errore sono egualmente buoni, a seconda dei casi; e architettarono le teorie dei delitti utili e della menzogna opportuna, ed altre siffatte, predicando gli uomini doversi adattare ai tempi, come se i tempi creassero gli uomini, e non questi i tempi.

Insegnarono che i popoli possono redimersi gridando or viva Cristo or viva Barabba, e che il bandir oggi l'infamia e il capestro a Giuda, e inneggiarlo magnanimo e augusto domani, e pianger pianto di tenerezza per papa o re, susurrando all'orecchio degli avversi: lasciate fare; forti, li rovescieremo; e accarezzare un dì i Popoli, e l'altro, gli oppressori dei Popoli, e prima la Polonia, poi il carnefice della Polonia, e invocare la libera Inghilterra un giorno per maledirla perfida Albione appena giovi ad accattare il favore della Francia, è scienza di Stato: non avvedendosi che a quel modo si perde in ultimo l'ajuto di principi e Popoli, come gente che; non avendo fede, non ne merita alcuna.

Insegnarono che alcuni popoli avendo, quando l'Europa intera era barbara o semibarbara, conquistato lentamente e faticosamente, prima un grado di civiltà, poi un altro ed un altro, tutti i popoli, comunque sorgenti a Nazione in seno ad una Europa incivilita, devono salire quella scala da capo, come se l'esperienza degli uni non dovesse fruttare agli altri, e le verità scoperte da un Popolo non fossero scoperte per tutti, e il faro acceso da una mano provvida tra le roccie marine non diffondesse lume e consiglio ad ogni navigatore che navighi per quella via.

Insegnarono che indipendenza può conquistarsi senza Unità e senza vita di liberi, come se lo schiavo in casa potesse mai esser libero dall'usurpazione altrui, come se l'animale aggiogato potesse accettare un padrone e respinger l'altro, come se importasse combattere per scegliere tra padrone e padrone.

E insegnarono le tre Italie, le quattro Italie, le cinque Italie, e il forte Regno del Nord, e la Confederazione con semi-libertà a Settentrione, e tirannide a Mezzogiorno, e autocrazia al Centro—che è il sacco del parricida—come se Dio avesse creato l'Italia a spicchî; e dimentichi che anche quel Grande frainteso, invocato da essi come maestro, additava, supremo rimedio a tutte le piaghe di Italia, l'Unità Nazionale.

E questa essi chiamarono scienza, ma io la chiamo impostura di falsi profeti e rintonaco di sepolcri.

E dacchè Cristo v'insegnava di scernere i veri e i falsi profeti dai frutti dell'opere loro, voi dovete guardare ai fatti che quelle loro dottrine hanno generato finora; e sono: la consegna di Milano, l'abbandono di Roma e la pace di Villafranca.

Ma poi che la costanza non è ancora virtù di popoli, e voi seduceva il fascino della novità, e quelle dottrine blandivano nei più l'inconscia tendenza ad accettare le vie che pajono più facili e richiedono minore potenza di sacrificio, io vidi gemendo tutta una generazione distaccarsi dalle tombe de' suoi martiri e plaudire insana ai falsi profeti e seguirne le torte vie.

Allora ogni idea di rettitudine e di dignità d'anima fu smarrita, e le menti s'abbujarono d'ogni sorta d'errori, tanto che s'udirono, senza nota di pubblica infamia, fra gli adepti degli idolatri, scribi di diarî e libercoli, taluni proporre che si comprasse indipendenza dall'Austria a prezzo della libertà d'altri Popoli, forti di sacri diritti come noi siamo; altri che si riscattasse Venezia a danaro; altri esultare ogni giorno all'annunzio che si commetterebbero le sorti d'Italia a un Convegno di despoti, ed altri prostituire l'umana parola fino a paragonare alle creazioni di Michelangelo l'uomo per il cui cenno caddero migliaja di libere vite in Roma e Parigi;—poi, quando un popolo spense, in modo non giusto, una vita di tristo, diventarono a un tratto ipocriti di virtù e di clemenza, dichiararono disonorata l'Italia e lamentarono, come se il mondo andasse sossopra.

E parve una danza di streghe dell'intelletto.

E al soffio gelato di quelle codarde dottrine, io vidi inaridirsi l'entusiasmo, incadaverire l'anime più generose, ed uomini, che avevano insieme a me consacrato metà della vita a suscitare i giovani alla vera fede, patteggiare, nell'altra metà, coi capi degli idolatri, ed erger cattedra a distruggere l'opera propria; ond'io sentii nell'anima solitaria quel dolore che labbro non può ridire.

E pochi tra voi protestarono, sterilmente dignitosi, col silenzio, ma i più cedettero, però che poche siano sulla nostra terra quelle anime che ritraggono della natura degli angeli, e poche quelle che rivelano natura pervertita di demoni, ma innumerevoli le anime dei fiacchi, che seguono la corrente ovunque essa mova e alternano di continuo fra il bene ed il male.

Or io vi dico:

In verità, in verità, così non si fonda Nazione; così si disfanno e si disonorano i Popoli.

Tornate ai consigli dei vostri Martiri. Prostratevi tre volte sulle loro tombe e tre volte supplicate, commossi di pentimento, perch'essi spirino in voi la forza della quale mancaste. Poi sorgete e, afferrato, come Cristo, il flagello, cacciate inesorabili fino all'ultimo i trafficatori di sofismi, di protocolli e d'accoglienze mutate in accettazioni, dal Tempio contaminato della coscienza italiana. E dei libri, diarî e libercoli di che essi appestarono la nostra contrada, fate cartuccie.

Voi non avrete d'ora innanzi, se vorrete davvero redimervi, altra via che la linea retta, altra scienza che la verità senza veli, altra tattica che il coraggio e l'ardire, altro Dio che il Dio della Giustizia e delle Battaglie.

X.

Non vi sono cinque Italie, quattro Italie, tre Italie. Non vi è che una Italia. I tiranni stranieri e domestici l'hanno tenuta e la tengono tuttavia serva e smembrata, perchè i tiranni non hanno patria; ma qualunque tra voi intendesse a smembrarla redenta, o accettasse, senza lotta di sangue, ch'altri la smembrasse, sarebbe reo di matricidio e non meriterebbe perdono in terra nè in cielo.

La Patria è una come la Vita. La Patria è la Vita del Popolo.

Dio ve la diede; gli uomini non possono a modo loro rifarla. Gli uomini possono, tiranneggiando, impedirle per breve tempo ancora di sorgere; ma non possono far ch'essa sorga libera, oppur diversa da quel ch'essa è.

Dio che, creandola, sorrise sovr'essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch'ei ponesse in Europa, simboli dell'eterna Forza e dell'eterno Moto, l'Alpi ed il Mare. Sia tre volte maledetto da voi e da quanti verranno dopo voi qualunque presumesse di segnarle confini diversi.

Dalla cerchia immensa dell'Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l'unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaje, che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia.

E il mare la recinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono; quel mare che i padri dei padri chiamavano Mare nostro.

E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa, in quel mare, Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole, dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan d'Italia.

Per entro a quei confini tutte le genti passeggiarono l'una dopo l'altra conquistatrici e persecutrici feroci; e non valsero a spegnere quel nome santo d'Italia, nè l'intima energia della razza che prima la popolò; l'elemento Italico, più potente di tutte, logorò religioni, favelle, tendenze dei conquistatori, e sovrappose ad esse l'impronta della Vita Italiana.

Per entro a quei confini tremende guerre fraterne insanguinarono per secoli ogni palmo di terra. E mentre i pedanti scribi di diarî e libercoli edificavano poc'anzi, su quelle guerre, sistemi a dichiarare utopia l'unità della nostra vita, ecco i popoli sorgono e gridano: siamo fratelli, e anelano confondersi in uno, e si danno, colla foga imprudente del desiderio, ad un principe, solo perchè sperano ch'ei si faccia simbolo vivente di quella Unità.

In verità, colui che nega l'Unità della Patria non intende la Parola di Dio, nè quella degli uomini.

Voi dovete vivere e morire in quella Unità, però che in essa stanno per voi la Forza e la Pace, il segreto della vostra missione e la potenza per adempirla. Qualunque tra voi sorge a libertà, sappia ch'ei sorge per tutti. Incarni ciascuno in sè i dolori, le speranze, le memorie, il palpito d'avvenire di quanti respirano l'alito che si ricambia dall'Alpi al Mare e dal Mare alle Alpi. Fra l'Alpi e il Mare non sono che fratelli. E la maledizione di Caino aspetta qualunque dimentichi che, mentre un solo dei suoi fratelli geme nell'abjezione della servitù e non posa tranquillo e lieto d'amore sotto la sacra bandiera dei tre colori, ei non può aver Patria, nè merita averla.

XI.

Venite meco. Seguitemi dove comincia la vasta campagna che fu, or son tredici secoli, il convegno delle razze umane, perch'io vi ricordi dove batte il core d'Italia.

Là scesero Goti, Ostrogoti, Eruli, Longobardi, ed altri infiniti, barbari o quasi, a ricevere inconscî la consecrazione dell'Italica civiltà, prima di riporsi in viaggio per le diverse contrade d'Europa; e la polve che il viandante scote dai suoi calzari è polve di Popoli. Muta è la vasta campagna, e sull'ampia solitudine erra un silenzio che ingombra l'animo di tristezza, come a chi mova per camposanto. Ma chi, nudrito di forti pensieri, purificato dalla sventura, s'arresta nella solitudine a sera, poi che il sole ha mandato dalla lunga ondeggiante curva dell'orizzonte l'ultimo raggio sovr'essa, sente sotto i suoi piedi come un murmure indistinto di vita in fermento, come un brulichìo di generazioni che aspettano il fiat d'una parola potente, per nascere e ripopolare quei luoghi che pajono fatti per un Concilio di Popoli. Ed io intesi quel fremito e mi prostrai, però che mi pareva un suono profetico dell'Avvenire.

Là, per la via che ricorda il nome d'uno dei forti uccisori di Cesare, e si stende fra tufi di vulcani spenti e reliquie d'Etruschi, tra Monterosi e la Storta, presso al lago, è Bracciano.

Sostate e spingete fin dove vale lo sguardo verso mezzogiorno, piegando al Mediterraneo. Di mezzo all'immenso, vi sorgerà davanti allo sguardo, come faro in oceano, un punto isolato, un segno di lontana grandezza. Piegate il ginocchio e adorate: là batte il core d'Italia: là posa, eternamente solenne, Roma.

E quel punto saliente è il Campidoglio del Mondo Cristiano. E a pochi passi sta il Campidoglio del Mondo Pagano. E quei due Mondi giacenti aspettano un terzo Mondo, più vasto e sublime dei due, che s'elabora tra le potenti rovine.

Ed è la Trinità della Storia, il cui Verbo è in Roma.

E i tiranni o i falsi profeti possono indugiare l'incarnazione del Verbo, ma nessuno può far che non sia.

Però che molte città perirono sulla terra e tutte possono alla lor volta perire; Roma, per disegno di Provvidenza indovinato dai popoli, è Città Eterna, come quella alla quale fu affidata la missione di diffondere al mondo la parola d'Unità. E la sua vita si riproduce ampliandosi.

E come alla Roma dei Cesari, che unificò coll'Azione gran parte d'Europa, sottentrò la Roma dei Papi che unificò col Pensiero l'Europa e l'America, così la Roma del Popolo, che sottentrerà all'altre due, unificherà nella fede del Pensiero e dell'Azione congiunti l'Europa, l'America e l'altre parti del mondo terrestre.

E col patto della Nuova Fede raggiante un dì sulle genti dal Panteon dell'Umanità, che s'inalzerà, dominatore sull'uno e sull'altro, tra il Campidoglio ed il Vaticano, sparirà nell'armonia della vita il lungo dissidio fra terra e cielo, corpo ed anima, materia e spirito, ragione e fede.

E queste cose avverranno quando voi intenderete che la Vita d'un popolo è religione—quando, interrogando unicamente la vostra coscienza e la tradizione, non dei sofisti, ma della vostra Nazione e delle altre, vi costituirete sacerdoti, non del solo Diritto, ma del Dovere, e senza transazioni codarde moverete guerra, non solamente alla potenza civile della Menzogna, ma alla Menzogna stessa che usurpa oggi in Roma il nome d'Autorità—quando raccoglierete il grido profetico che Roma ridesta mandava, or son dieci anni, all'Italia, e scriverete nel vostro core e sulla vostra bandiera: noi non abbiamo che un solo padrone nel cielo, ch'è Dio, e un solo interprete della sua legge in terra, ch'è il Popolo.

Intanto Roma è la vostra Metropoli. Voi non potete aver Patria se non in essa e con essa. Senza Roma non v'è Italia possibile. Là sta il Santuario della Nazione. Come i Crociati movevano al grido di Gerusalemme! voi dovete movere innanzi al grido di Roma, Roma! nè aver pace o tregua, se non quando la bandiera d'Italia sventoli nell'orgoglio della vittoria da ciascuno dei Sette Colli.

E qualunque s'attentasse parlarvi d'una Italia senza Roma a centro, o dettarvi leggi d'altrove, sarebbe simile a chi volesse ideare vita senza core; e leggi e potenza sparirebbero, al primo soffio di tempesta, dalle sue mani, come spariscono, cacciati non si sa dove dall'alito più leggiero, quei filamenti ch'errano talvolta, senza base e centro, per alcuni istanti nell'aria.

XII.

La Patria è la Vita del Popolo: io dico vita del popolo e non d'altrui. È necessario che quella vita si svolga liberamente e in tutte le sue facoltà, senza vincoli che la incatenino, senza ostacoli di condizioni che la isteriliscano e la condannino all'impotenza.

Adorate dunque la Libertà. A che gioverebbe aver Patria se l'individuo non dovesse trovare in essa e nella sua forza collettiva la tutela della propria libera vita? Come potreste servire la Patria e giovarle, se doveste vivere a beneplacito d'altri? È forse la prigione Patria del prigioniero?

Adorate la Libertà. Rivendicatela fin dal primo sorgere, e serbatela gelosamente intatta, siccome pegno della vittoria, nelle battaglie che dovete combattere per la Patria. Non vi fate mai d'altri. Abbiate capi i migliori tra voi, padroni non mai. Però che voi non potete darvi padroni, senza sagrificio del fine a cui tendete sorgendo. E quando voi direte: la patria dell'Italiano è tra l'Alpi e il Mare, i padroni vi diranno: no; la Patria è tra il Mincio e il Conca; quando griderete: a Roma! a Roma! i padroni vi grideranno: a Milano! o a Torino! E quando l'anima vostra fremerà guerra per tutti, i padroni e i servi dei padroni, che sempre abbondano e sono gli adoratori dell'Idolo Lucro, raccoglieranno Congressi di re stranieri per decidere, a seconda dei loro fini, sulle cose vostre; e v'impediranno la guerra.

Quei che vi dicono: voi dovete avere prima Indipendenza, poi Patria, poi Libertà, o sono stolti o pensano a tradirvi e a non darvi nè Libertà, nè Patria, nè Indipendenza. Però che l'Indipendenza è l'emancipazione dalla tirannide straniera, e la libertà è l'emancipazione dalla tirannide domestica; or, finchè, domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete aver Patria? La Patria è la casa dell'Uomo, non dello schiavo.

E quei che vi persuadono, come mezzo d'ottener vittoria sollecita, Dittatura di re e capi d'esercito, o sono stolti, o pensano, fin dal cominciar dell'impresa, a tradirvi. Perchè, come può agevolarsi l'impresa di tutti affidandola a un solo non sottoposto a sindacato d'alcuno? I vostri padri creavano talora, nei sommi pericoli, Dittatori, ma li sceglievano tra cittadini addetti al foro, all'armi o all'aratro; e ponevano dietro ad essi il littore del Popolo colla scure in alto, e presto a colpire s'ei tradiva o abbandonava, prima d'aver vinto, impresa.

La libertà vi viene da Dio; e voi non potete alienarla senza violarne la Legge. Voi siete liberi perchè siete Uomini, e perchè dovete conto alla Patria e a Dio dell'opere vostre. Voi dunque affermerete la vostra Libertà, non, come i falsi profeti vi suggeriscono, in virtù di qualche vecchia pergamena che ne faccia menzione—ciò che una pergamena vi dà un'altra pergamena può torvelo—nè di concessioni di principi, che una lunga storia di tradimenti v'insegna revocarsi sempre il dì dopo, o l'altro,—ma in nome dell'irrevocabile Diritto umano. E vi leverete col grido: colla nostra Libertà per la Patria.

E se, dimenticando la buona vecchia tradizione Italiana e la storia degli ultimi cinquanta anni e le parole che Dio disse a Samuele profeta, volete pur darvi un re, sia almeno quel re il figlio, l'eletto della vostra Libertà e riceva, insieme al Patto che i vostri Delegati liberamente raccolti scriveranno in Roma per la Nazione, la sua corona da voi, e il vostro linguaggio gl'insegni ad ogni ora ch'ei l'ebbe da voi e che potete e vorrete ritoglierla ogniqualvolta ei falserà quel Patto, o a voi piacerà governarvi in modo più affine al Vero e più favorevole ai fati della Patria vostra.

Gli antichi uomini dell'Arragona, quando l'Arragona era libera, dicevano al Re ch'essi eleggevano: noi che, singoli, vi siamo eguali, e uniti possiamo più di voi, vi facciamo re nostro, a patto che voi manteniate i nostri diritti e le nostre libertà. E se no, no.

E voi all'uomo che s'assume d'esservi re dovreste dire: a patto che voi poniate, senza indugio, esercito, tesori, opera e vita a servizio di tutta quanta l'Italia, e rompiate ogni vincolo che non sia col Popolo d'Italia, e domandiate tre volte perdono a Dio e all'Italia d'aver lasciato che si contaminasse la Patria dall'alleanza coll'uomo che versò, in nome della tirannide, il sangue di Roma. E se no, no.

Ma trascinandovi sommessi davanti a lui col turibolo dell'adulazione servile e chiamandolo Grande, Salvatore e Generosissimo, mentre non è secco ancora l'inchiostro che firmò la pace di Villafranca, e benedicendogli mentr'ei vi riceve in dedizione feudale dal tiranno straniero, e illudendovi a tradurre le accoglienze in accettazioni, voi non fate se non disonorare voi stessi e lui, e insegnargli che siete pur sempre schiavi, e incitarlo a tradire il debito suo.

Però che da tempo immemorabile i violatori del Dovere e delle promesse e dei diritti dei Popoli, escirono generati, più che da natura perversa, dalla codarda idolatria e servile adorazione dei popoli che tradivano la propria coscienza e la dignità dell'anima loro immortale.

XIII.

V'hanno detto che l'unico vostro grido deve essere in oggi: fuori lo straniero! viva l'Indipendenza! Ma io vi dico che non otterrete Patria se non quando il vostro grido sarà: fuori la tirannide! viva l'Unità Nazionale! Quel grido di fuori lo straniero non è che un'eco misera del grido fuori il barbaro! che nei secoli addietro ogni papa o principe, a cui stava in animo d'occupare un qualche lembo della vostra terra, mandava, sorridendo celatamente di scherno, ai poveri popoli illusi. E fu trovato di sofisti idolatri, che intesero a sviarvi dal vero sogno e serbarvi, allettandovi dietro a un fantasma d'emancipazione, facile preda a ogni dominazione di principi e cortigiani.

V'hanno detto che voi siete servi dell'Austria e che prima di provvedere alle vostre sorti d'uomini e di cittadini, v'è d'uopo attendere a liberarvene. Ma io vi dico, ed altri vi ha detto, che voi siete servi dei vostri servi; servi del re che tiene le belle e forti regioni del Mezzogiorno: servi del Vicario del Genio del Male: servi di meschine trepide ambizioni dinastiche: servi di prelati, di cortigiani, faccendieri e sofisti, che immiseriscono le vostro guerre, incatenano colle vecchie tradizioni e colle gerarchie d'anticamera il genio dei vostri militi, intorpidiscono le vostre facoltà e ammorzano il vostro entusiasmo con polvere e fango di protocolli: servi di governucci diseredati egualmente di pensiero e di azione, i quali regolano il vostro moto nazionale colle forme d'una vecchia danza di corte, e, con un popolo fremente innanzi, dissertano sull'accogliere o sull'accettare, e sopra ogni sillaba venuta da Biarritz o da altro ricettacolo di Despota traditore, come i Greci del Basso-Impero dissertavano, morente la Patria, sulla luce che veniva o non veniva dall'ombelico.

Emancipatevi, in nome della Libertà, da tutti costoro—da quei che mandano deputazioni a regnanti stranieri per chieder loro permesso di vivere liberi—da quei che smembrano la Causa d'Italia, restringendo ad una o ad altra zona della vostra terra i diritti trepidamente enunziati—da quei che spendono la vostra polvere da cannone, non contro il nemico, ma per celebrare i benefizî e le glorie d'una annessione ch'è favola—da quei che vi dicono: sperate nell'uomo di Villafranca, nello Tsar, nel Convegno futuro dei Principi, invece di dirvi: sperate in voi stessi, nelle vostre bajonette, nel diritto Italiano e nel Dio di Giustizia—da quei che dicono a chi parla d'insorgere: sostate sino al finir delle Conferenze in Zurigo o sino al cominciare delle Conferenze in Bruxelles—da quei che v'hanno detto: durate immobili, mentre si vendeva a Venezia o si scannava in Perugia—da quei che vi vietano, mentre ogni giorno che corre frutta proscrizione ai nostri e ordinamento di forza al nemico, di varcar la Cattolica—da quei che si dicono chiamati a governare una impresa di libertà, e, perchè non s'impaurisca il dispotismo straniero, vi vietano libertà di parola, di pubblici convegni, di stampa. Ruggite e sperdeteli. Non avrete allora da temer l'Austria.

Voi sperdeste l'Austria dieci anni addietro colla campana a stormo e colle barricate d'una provincia, e non si rifece potente—lo diceste tutti in quel tempo—se non per le colpe degli stessi sofisti e faccendieri di corte che oggi rigovernano le cose vostre. Perchè non la sperderebbero la campana a stormo e le barricate di tutta Italia?

Non è la forza, prima nel Diritto e nei fermi propositi, poscia nel numero? Or come dunque osano i sofisti dirvi che siete troppo deboli per pensare ad altro che a cacciar l'Austria, e limitano intanto il vostro numero e le vostre forze, confinandovi per entro al recinto di poche provincie e contendendovi la vasta, la forte, l'onnipotente Italia?

Libertà! Libertà! Siate liberi come l'aria delle vostre Alpi: liberi come le brezze dei vostri mari: liberi per seguir capi i quali osino e sappian guidarvi: liberi per combattere: liberi per suscitare, coll'armi e con tutti i mezzi che Dio vi ha profusi, l'Italia tutta ad insorgere: liberi d'infervorarvi a vicenda coi convegni fraterni e di chiamare lo spirito di Dio sulle turbe raccolte: liberi di vivere e morir per la patria, non per un frammento di Regno o per una Italia a mosaico, col marchio di servitù su Napoli, Palermo, Venezia e Roma.

XIV.

D'onde vengono, ove vanno quegli uomini che hanno sembianza di prodi, e nondimeno portano come un segno di sconfitta sulla pallida fronte e movono verso il mar di Liguria, tristi come vittime consecrate? Perchè trasaliscono muti alle parole Eljen a' Magyar, mormorate sommessamente al loro orecchio, come da chi si sente involontariamente colpevole?

Sono figli della Drava e dei Carpati: Ungheresi ch'erano pochi mesi addietro nelle file nemiche.

Soldati e prodi, essi s'apprestavano al debito loro nella battaglia; ma quando si videro a fronte la bella bandiera dai tre colori, e udirono il grido all'armi! d'Italia, sentirono un brivido nell'ossa, come s'essi movessero a guerra fraterna, e calarono l'armi e s'arresero.

Ricordarono le libere pugne di dieci anni prima contro l'oppressore della loro terra, e che in quel tempo anche in Italia si combatteva quell'oppressore, ch'è oppressore di tutte le terre ove pone piede.

Ricordarono le glorie dei padri combattenti la minaccia dell'invasore Ottomano, e Venezia che combatteva anch'essa le battaglie Cristiane quando le combattevano i padri. Ricordarono i vestigi dell'antica civiltà Italica diffusi per le loro terre, e i patti di fratellanza stretti nell'esilio fra uomini immedesimati nelle comuni sventure e nelle comuni speranze.

E ciascuno di loro disse all'altro: là, dove si combatte per l'emancipazione d'un Popolo, è sacra l'emancipazione di tutti: ogni uomo della libera Italia sarà un fratello per noi, e moveremo uniti in nome della loro e della nostra Nazione. E cessero l'armi per ripigliarle sotto più giusta bandiera il dì dopo.

Ed ora movono lentamente, tristamente, smarriti dell'anima, incerti nella fede, verso quelle terre d'Austria dove sognavano di non tornare che vincitori, a incontrarvi gli scherni e la persecuzione dell'oppressore.

Però che dov'essi credevano trovare un popolo di fratelli, e combattere uniti le battaglie della Patria, trovarono una gente aggirata da idolatri e sofisti, combattente senza saperlo, per un frammento di Regno, e reggitori di rivoluzioni tremanti davanti al cipiglio dello straniero e ministri commessi di corte che dissero loro: tornate; noi v'abbiamo ottenuto perdono dall'Austria.

Ed io mi sento il rossore su per le guancie, scrivendo; e voi tutti dovreste arrossire, leggendo.

Addio, poveri illusi figli della Drava e dei Carpati. Voi faceste atto solenne di fede; e veniste fra noi per insegnarci come l'Austria sia debole, e come quel fantasma di potenza, in nome del quale i traviatori del nostro moto ci chiedono di rinunziare alla libertà, all'unità, a tutto ch'è caro ad un popolo, sfumerà come neve tocca dal sole, quando tra noi una bandiera di popolo porterà scritto: per la nostra libertà e per la vostra. Ma gli uomini, ch'or reggono e traviano il nostro moto, non possono intendere la santità della vostra fede e non vogliono raccogliere l'insegnamento. Non ci maledite: gemete per voi e per noi. Il Popolo d'Italia è ora cieco, non vile.

Ma il Popolo d'Italia sorgerà, come Lazzaro, dal sepolcro d'inerzia ove giace, dopo brevi giorni di sonno. E fin dalla prima ora del risorgere, esso ricorderà il patto d'alleanza che voi gli offriste e i suoi forti si trasmetteranno di fila in fila la parola della battaglia: Roma—Pesth.

E a quel grido, da Pesth a Praga, da Praga a Zagreb, da Zagreb a Lemberg, da Lemberg a Cattaro, sorgeranno nemici all'Austria e diranno: noi pure, noi pure! E il nome del vecchio Impero sparirà nella tempesta d'un giorno.

XV.

Voi siete ventisei milioni d'uomini, circondati da una Europa di Popoli oppressi, che, come voi, cercano la Patria e come voi provarono d'esser potenti, desti una volta che siano, a rovesciare i loro padroni. Non entrerà mai dunque in voi coscienza dalla vostra forza? Non intenderete voi mai che il giorno in cui, invece di gemere e supplicare, in nome dei vostri patimenti e di non so quali diritti locali, una dramma di libertà, delibererete di sorgere e dire: in nome della natura umana e del Diritto Italiano, vogliamo Libertà e Patria per noi e per quanti s'affratelleranno in armi con noi, voi sarete iniziatori della Guerra delle Nazioni, e tanto forti da far tremare sulle loro sedi tutti i Potenti d'Europa?

Voi potete, il giorno in cui due uomini sopra ogni cento fra voi vorranno star tre mesi sull'armi, due terzi all'aperto e l'altro terzo a guardia delle barricate cittadine, appoggiare le vostre richieste o la vostra chiamata all'Europa con un mezzo milione di combattenti. Non intenderete voi mai che un mezzo milione d'uomini, levati in armi per una idea santa di verità e di giustizia, può ciò che vuole? che la vittoria è sua senza i danni inseparabili da ogni vittoria cercata da forze minori? che le sorti d'Europa stanno raccolte per entro le pieghe della sua bandiera?

XVI.

Non dite: l'Europa è più vasta della nostra contrada e può mettere in armi un maggior numero di combattenti, e li verserà contro noi. Due milioni d'armati in nome della tirannide non prevalgono contro un mezzo milione d'armati per la Libertà e per la Patria, accampati su terra loro, tra le sepolture dei loro martiri e i grandi ricordi dei loro padri. Ma in verità io vi dico che davanti allo spettacolo d'un Popolo fatto Principio e procedente col ferro nella destra e il Vangelo Eterno, libertà, vita, progresso, associazione, fratellanza delle Nazioni, nella sinistra, i due milioni d'Europa non moveranno contro voi, ma contro i despoti che s'attentassero d'assalirvi.

Quando, undici anni addietro, la Francia si riscosse dal lungo sonno in cui l'avean posta i padri dei sofisti idolatri ch'oggi pesano sui vostri moti, una lunga tremenda corrente elettrica corse Francoforte, Berlino, Pesth, Vienna, Milano, e pose a pericolo tutti i troni d'Europa, perchè i Popoli, ricordando la Francia del 1789 e commossi dalla potente parola che suonava attraverso la nuova riscossa, credettero che un principio sorgesse e salutarono con impeto la vita che doveva discenderne a tutti.

E quel che la Francia, sorgendo, produsse allora, voi, come ogni altro Popolo, potete, sorgendo, produrlo in oggi. Però che, non quel che i Popoli sono per numero o concentramento di forze, ma quel che i Popoli fanno è, per decreto di provvidenza, norma generatrice agli eventi; e mentre la Monarchia di Spagna co' suoi vasti dominî sui quali non era tramonto di sole, non lasciò segno nel mondo fuorchè di roghi e d'ossa di vittime, i piccoli Comuni d'Italia diffusero sull'Europa un solco immortale d'incivilimento e di libertà.

Porgete attento l'orecchio, e ditemi se non udite un cupo rumore che viene come di sotterra, un fremito come di marea che salga, un'eco indistinta come di lavoro che scavi le fondamenta delle Potenze terrestri.

Guardate in volto ai padroni del mondo e ai servi dei padroni del mondo, e ditemi se le pallide fronti e il guardo irrequieto dei primi e l'affaccendarsi convulso di qua, di là, di su, di giù per le vie dell'inferno che chiamano Diplomazia, non accennino a presentimento di rovina, a terrore d'ineluttabili fati.

Essi tremano nell'anima loro, come per freddo di morte imminente, perchè sentono il fremito di quella terza vita d'Italia, ch'io v'annunziava poc'anzi e che, quando si manifesti nel mondo, sperderà la turba di Fantasmi e Menzogne colla quale essi sviano i Popoli dalla vera via.

E contemplate, studiando, l'Europa al lume, non delle lanterne cieche degli angusti sistemi e delle false dottrine, ma della fiaccola ardente della verità; poi ditemi, se nel culto invadente della materia, nello scherno versato sulle vecchie credenze, nell'anelito a nuove tuttora ignote, nel pazzo e breve affollarsi dei molti intorno ad ogni più strano concetto, nel silenzio paziente dei pochi, nel contrasto fra il martirio degli uni e l'indifferenza degli altri, nelle filosofie congegnate a mosaico, nell'inaspettato riapparire di vecchie Potenze che il mondo credeva spente per sempre, nel disfacimento visibile d'antichi Imperi che il mondo credeva immortali, nell'agitarsi sovra ogni terra dei milioni che lavoravano finora muti, inconscî, pei pochi, e nel dolore senza nome che invade l'anime giovani, e nelle gioje profetiche che illuminano subitamente l'anime stanche, non ravvisiate i segni della morte d'un Mondo e del faticoso accostarsi alla vita, d'un altro.

Io vi dico che, come quando morivano gli Dei Pagani e nasceva Cristo, l'Europa è oggi assetata d'una nuova vita e d'un nuovo Cielo e d'una nuova Terra; e ch'essa si verserà, come a santa Crociata, sull'orme del primo Popolo dal quale escirà, sopportata da forti fatti, una voce banditrice d'adorazione all'eterno Vero, all'eterna Giustizia, e d'anatema alla Potenza che opprime e alla Menzogna che mentisce o prostituisce la vita.

Siate voi quella voce e quell'esempio vivente. Voi lo potete. E l'Europa coronerà la vostra Patria d'una corona d'amore sulla quale Dio scriverà: guai a chi la tocca!

Ma finchè l'Europa vi vedrà agitati pur trepidi sempre, frementi pur prostrati davanti agli idoli, e apostoli o accettatori ipocriti di menzogna e chiedenti a principi o a convegni di stranieri la terra ch'è vostra, essa dirà: non è un popolo che si desta, ma un infermo che muta lato; e i dubbî piccoli fatti, che si compiranno nella vostra contrada, non saranno argomento se non di ciarle diplomatiche a raggiratori, o di speculazioni devote all'idolo Lucro in quell'antro di rapina che, con vocabolo gallico, chiamano Borsa.

XVII.

Non dite: il nostro Popolo non è maturo pei sacrifici e per l'entusiasmo che si richiedono alla grande impresa. Il Popolo è di chi merita d'averlo con sè. E dopo i miracoli operati dal Popolo d'Italia per solo istinto di Patria, nel 1848 per ogni dove, e nel 1849 in Roma e Venezia, chi parla in siffatta guisa del Popolo d'Italia, in verità, è reo di bestemmia.

E allora, non era in esso, come or dissi, che istinto e non altro di Patria. Però che, da poche anime buone in fuori che s'erano accostate ad esso con amore, ma gli avevano, insieme a qualche parte di Vero, insegnato la triste e inerte rassegnazione, nessuno avea cercato educarlo e affratellarlo in comunione d'idee con chi gli sta sopra.

Ma d'allora in poi, mentre voi guardate freddi dall'alto di un falso sapere su ciò che chiamate tuttora, come se foste Pagani, il vulgo profano, molte anime buone, alle quali la tradizione dell'Umanità collettiva ha dato l'intuizione dell'avvenire, hanno stretto con amore le mani incallite degli uomini del lavoro e hanno parlato ad essi come fratelli, e gli uomini del lavoro le conoscono e le ricambiano d'amore e possono sviarsi per breve tempo da esse, ma ogni qual volta le troveranno sulla loro via, le seguiranno con profonda fiducia.

E poi che nel popolo delle vostre città la coscienza s'è aggiunta all'istinto di Patria, e Dio, che segnò le diverse epoche della Vita coll'emancipazione degli schiavi dapprima, poi con quella dei servi, vuole che sia battesimo dell'epoca nuova l'emancipazione dei poveri figli del lavoro, io vi dico, non per vezzo d'adulazione alle moltitudini, ma in puro spirito di verità, che oggi il popolo delle vostre città è migliore di voi, che il mondo chiama letterati e filosofi, e di me che scrivo.

Però che voi ed io possiamo avere virtù, ch'è lotta e fatica, laddove nel Popolo, fanciullo dell'Umanità, vive e respira la spontaneità dell'innocenza, ch'è la virtù inconscia; e mentre in voi ed in me alloggiano forse orgoglio d'intelletto violato dalla tirannide e vaghezza di fama, il Popolo more ignoto sulle barricate cittadine, senza onore di tomba, senza orgoglio fuorchè della sua terra, senza speranza fuorchè pei figli ch'ei confida commettere a fati men duri.

E mentre voi ed io, guasti dai conforti dell'esistenza o da lunghi studî su morte pagine, andiamo calcolando sulle maggiori o minori probabilità di vittoria nelle battaglie pel Giusto e pel Vero, e tentennando e indugiando finchè il nemico s'avveda del colpo che vorremmo vibrargli, il Popolo, che non conosce libro fuorchè quello della Vita e accoglie in sè più gran parte della tradizione italiana che congiunge in uno il pensiero e l'azione, vibra il colpo subitamente e coglie sprovveduto il nemico.

E se il popolo delle vostre campagne è da meno, dipende da questo che, abbandonato interamente da voi e lontano anche da quel riflesso di pensiero che si diffonde più o meno a tutti dai grandi centri d'incivilimento, esso soggiace nei suoi villaggi alle inspirazioni del birro dei corpi e del birro dell'anime. E la vita misera oltre ogni dire lo fa più cauto nel sacrificio, però che, se per tradimento o fiacchezza di chi guida, il nemico ritorna potente là d'onde ei partì, non può far sì che gli uomini delle città non abbiano bisogno di pane, tetto, vestimenta e utensili, sorgenti perenni di lavoro, mentre struggendo, nei primi furori della vendetta, le messi e involando i buoi che trascinan l'aratro, il nemico isterilisce le sorgenti della vita all'uomo del contado e condanna lui e la sua famigliuola a morire. Ma con pochi decreti che gli promettano un miglioramento nelle sue tristissime condizioni, e con una energia d'azione che gli provi la vostra irrevocabile determinazione e la vostra forza, voi lo avrete pronto agli ajuti anch'esso e devoto alla causa comune.

Voi avete tutti un gran debito verso il Popolo, perchè il Popolo ha bisogno che gli si assicuri, con più equa retribuzione al lavoro, il pane del corpo, e, con una educazione nazionale, il pane dell'anima, e voi gli avete finora mostrato, scritta in capo a un brano di carta, una serie di diritti ch'ei non può esercitare, e di libertà delle quali ei non può valersi: e gli avete chiesto di morire per quel brano di carta.

E il Popolo ha bisogno di amore, e voi gli date diffidenza ed orgoglio; il Popolo ha bisogno d'azione, e voi gli date diplomazie e andirivieni di legulei; il Popolo ha bisogno di verità e di programmi semplici e chiari, e voi lo trascinate per ginepraî di transazioni e artificî politici ch'ei non intende, e lo chiamate a cacciar lo straniero dandogli lo straniero per alleato, a emanciparsi dal Vicario del Genio del Male prostrandovi a un tempo davanti a lui come a sorgente di verità spirituale, a liberarsi dalla tirannide vietandogli intanto convegni pubblici, insegnamento di giornali, oratori cari ad esso e libertà di parola. E gl'insegnate per anni ad agitarsi e fremere e prepararsi all'azione per poi dirgli: sta; noi non abbiamo bisogno di te, ma d'eserciti ordinati di principi e despoti. Poi vi lagnate d'esso e lo chiamate stolto e codardo, se gli accade d'esitare nel dubbio e nello sconforto il giorno in cui il tardo senso della sua onnipotenza vi costringe a invocarlo.

In verità voi raccogliete quello che seminaste colle vostre mani.

Ma parlate al Popolo di libertà e fate, non ch'ei la veda scritta su brani di pergamena, ma la senta nella vita d'ogni giorno e d'ogni ora; ditegli amore, e mescolatevi eguali ed amorevoli fra le sue turbe: ditegli fede, e mostrategli che l'avete in esso: ditegli progresso, e decretate, in nome e a spese della Nazione, l'educazione dei suoi figli: ditegli proprietà, e fate che scenda ad esso la proprietà del lavoro: ditegli verità, e non gli date mai ipocrisie, menzogne o reticenze gesuitiche: ditegli Patria, e mostrategliela, non a spicchî e frammenti, ma Una e vasta e potente: ditegli azione, e ponetevi a guida delle sue moltitudini col sorriso della vittoria sul volto e presti a combattere, per ottenerla, con esse: siategli apostoli, capi, fratelli; e voi trarrete dal Popolo miracoli di virtù e di potenza a petto dei quali i miracoli di dieci anni addietro saranno come deboli riflessi di luce a fronte della luce viva e raggiante, come incerte promesse a fronte delle opere che adempiono.

XVIII.

Chi vinse, il 29 maggio 1176, contro Federico Barbarossa in Legnano, la prima grande battaglia dell'indipendenza Italiana?—Il Popolo.

Chi sostenne per trent'anni l'urto di Federico II e del patriziato ghibellino, e ne logorò le forze davanti a Milano, Brescia, Parma, Piacenza, Bologna?—Il Popolo.

Chi franse in Sicilia la tirannide di Carlo d'Angiò, e compì nel marzo del 1282 i Vespri a danno dell'invasore Francese?—Il Popolo.

Chi fece libere, grandi e fiorenti le Repubbliche Toscane del XIV secolo?—Il Popolo.

Chi protestò in Napoli a mezzo del secolo XVII contro la tirannide di Filippo IV di Spagna e del Duca d'Arcos?—Il Popolo.

Chi vietò con resistenza instancabile che l'Inquisizione dominatrice su tutta l'Europa s'impiantasse nelle Due Sicilie?—Il Popolo.

Chi scacciò da Genova nel dicembre del 1746, di mezzo al sopore di tutta l'Italia, un esercito Austriaco?—Il Popolo.

Chi vinse le cinque memorande Giornate Lombarde nel 1848?—Il Popolo.

Chi difese due volte, nell'agosto del 1848 e nel maggio del 1849, Bologna contro gli assalti dell'Austria?—Il Popolo.

Chi salvò nel 1849, in Roma e Venezia, l'onore d'Italia prostrato dalla monarchia colla consegna di Milano e colla rotta di Novara?—Il Popolo.

Il Popolo senza nome, combattente senza premio di fama; l'Eroe collettivo, l'uomo-milione che non fallì mai alla chiamata ogni qual volta gli vennero innanzi, in nome della santa Libertà, uomini che incarnarono in sè l'azione e la fede.

XIX.

Giovani Volontarî Italiani, benedette siano l'armi vostre! Benedette le Madri che s'incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore, che compressero sotto un pensiero di patria i palpiti del core per salutare d'un sorriso di conforto la vostra partenza!

Però che in voi vivono le due virtù del Popolo, l'azione e la fede; e, come il Popolo, abbracciaste il sacrificio siccome un fratello, senza calcolo di premio o di rinomanza, fuorchè di tutti. Sante sono le vostre bajonette, perchè portano sulla punta una idea: l'Unità della Patria; sante l'anime vostre, perchè portano in sè, come Dio in santuario, il più puro fra tutti gli affetti, l'affetto alla libertà della Patria.

Fra voi splendono, come ricordi d'una gloria mietuta, come bandiera d'onore di mezzo a un esercito, uomini che diedero combattendo, da Roma e Venezia, il programma dell'Italia futura. E su voi tutti splende la serena maestà dell'intrepido Capo, il cui nome è fascino d'entusiasmo alla gioventù d'Italia e di terrore al nemico. Ma sulla fronte a ciascuno di voi sta un segno che vi dice capaci d'emular quei ricordi e d'esser degni del Capo. In voi respira, volente, potente, la Patria. Il vostro campo è un Pontida Italiano. Voi siete un Poema vivente, che ricongiunge la coscienza dell'oggi colla tradizione di quasi sette secoli addietro.

Ma perchè sostate, o giovani Volontarî, sulla bella via? Perchè, come Poema troncato a mezzo dalla morte del Genio che lo dettava, l'impresa che iniziaste giace, colpita di subita inerzia, a mezzo il suo corso? È libera ed una l'Italia, o giovani? O segnaste voi pure, collo straniero, i patti di Villafranca?

Voi accorreste dove suonava il nome di Patria, col nome d'Italia sul labbro, coi colori Italiani sul petto.

Sono i limiti della Patria Sant'Arcangelo e il Mincio?

Non è terra d'Italia quella che si stende a mezzogiorno e a settentrione di quei confini?

Ciascuno di voi portò seco un giuramento solenne: dall'Alpi al Mare. Non è Venezia al di qua delle Alpi? Non bagna il nostro mare le spiaggie frementi della Sicilia?

E Roma? Roma dove vive l'unità della Patria? Roma che è core, tempio, palladio della Nazione? La cancellate voi dalla Carta d'Italia? O lo straniero che vi signoreggia è meno straniero perchè veste una assisa francese tinta in rosso dal sangue dei vostri?

A due passi dalle vostre vedette il bastone dei mercenarî Svizzeri e dei birri papali scende sul dorso d'uomini che vi sono fratelli. Più in là, in mezzo ai desolati dominî del Vicario del Genio del Male, sorge un Castello che chiude da dieci anni centinaja d'uomini, che vi prepararono, congiurando, combattendo, la via. Più in là stanno le prigioni di Roma. E più in là, nelle atroci segrete napoletane, negli scavi delle isole disseminate sui vostri confini meridionali, vivono, d'una vita di chi domani morrà, apostoli della vostra Causa, volontarî della stessa Bandiera, che vi precorsero nell'impresa. Volgete addietro lo sguardo; là tra le lagune agonizza di lenta, tremenda agonia la Roma dell'Adriatico, Venezia, che v'insegnò indipendenza fin da quando gli uomini del Nord cominciarono a correre le vostre contrade; Venezia che tenne ultima in alto, dieci anni addietro, il vessillo della libertà e dell'onore d'Italia; Venezia alla quale venti volte giuraste che i vostri fati non si scompagnerebbero mai da' suoi.

Giuraste ad essa, alla Patria, a Dio; e nelle parole di quel giuramento cingeste l'armi. Perchè sostate? Perchè tradite il debito cresciuto in voi colla forza, e obbedite come se foste assoldati dalla tirannide e non apostoli armati d'una Fede suprema, alla paura degli inetti che travolgono la Patria appiè d'un Convegno di re stranieri?

Il tempo rode le rivoluzioni dei Popoli: il tempo è lima che consuma l'entusiasmo dell'anime. Non v'avvedete voi che sul tempo calcolano i vostri padroni, perchè lo sconforto aggeli e isterilisca gli elementi di forza che vi stanno innanzi? Non v'avvedete che ogni mese, ogni giorno d'indugio scema d'un raggio la stella di vittoria che splendeva sulle vostre colonne armate e affascinava a seguirvi le moltitudini?

Giovani Volontarî, perchè sostate? Voi siete un Esercito Liberatore o una Menzogna vivente: siete gli Araldi della Nazione o strumenti miseri e inconscî d'una angusta ambizione di principe, d'un disegno preordinato di dominazione straniera. Voi siete oggi custodi della vita e della morte del vostro Popolo. Chi oserà sorgere fra gli inermi, se voi, forti, armati, ordinati, non osate varcare una linea segnata dall'inchiostro d'un commesso di diplomazia e d'un faccendiere di corte?

Affrettatevi intorno ai Capi e dite loro: è Capo chi guida: guidateci. Noi ci sacrammo Cavalieri d'Italia, non di Toscana, Parma o Romagna. I fati della Patria pendono dai suoi figli in armi, non dai protocolli di Parigi o Zurigo. Ovunque gemono e fremono fratelli nostri, là sta il campo delle nostre battaglie. Movete, o moviamo.

E siano benedette l'armi vostre, giovani Volontarî Italiani! Benedette le madri che s'incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore, che compressero sotto un pensiero di Patria i palpiti del core, per salutare d'un sorriso di conforto la vostra partenza!

XX.

Il cielo era senza stelle, cupo, d'un colore di piombo. La notte, scendendo, aveva disteso sull'azzurro profondo un velo denso e continuo, come lenzuolo di morte presto a calare sopra un cadavere.

Un soffio gelato passava di tempo in tempo senza rumore sulla vasta campagna. Le lunghe e folte erbe piegavano, mute anch'esse, sotto quel soffio. Io guardava; e mi venivano alla mente le pure splendide imagini dell'anima vergine e le dolci speranze de' miei anni giovanili, cadute ad una ad una sotto il soffio gelato delle delusioni e dello sconforto.

Era una tristezza nell'ora, nella terra e nel cielo e nell'immenso silenzio, profonda, inconsolabile, muta. La vita pareva sospesa e senza vigore per ridestarsi.

E scese lento, invadente, su tutto quanto il mio essere, come veste che s'adatti alle forme, un senso di stanchezza suprema, un queto tedio della vita e d'ogni cosa terrena, un illanguidimento senza nome e senza dolore, ma peggiore di tutti dolori: come una morte dell'anima.

E pensai ai lunghi anni vissuti, senza gioja e senza carezza, nella solitudine d'una idea, agli amici morti per la terra o morti per me, alle illusioni sparite per sempre, all'ingratitudine degli uomini, alla tomba di mia madre, alla quale io non avevo potuto accostarmi se non celatamente, la notte, come uomo che tenti delitto; finch'io sentii un bisogno di piangere, piangere, piangere, ma non poteva.

E m'assisi sopra una pietra del cammino, colla testa fra le mani, affranto nell'anima, e come chi tenta celare a sè stesso la via percorsa e la via da percorrere.

E mentr'io mi stava a quel modo, mi pareva di sentirmi la fronte lambita tratto tratto come da un alito, e l'orecchio lambito da suoni fiochi fiochi, come di voci lontane e che vengono di sotterra; e mi pareva di conoscere quelle voci.

E rizzandomi inquieto e guardando, mi sembrava che la campagna fosse seminata tutta di piccole croci; e accanto a ciascuna di quelle croci sorgeva biancastra una forma d'uomo e taluna di donna. Ed erano volti, alcuni noti, altri no; ma tutti come di fratelli e sorelle dell'anima mia.

E gli uni avevano sulla fronte o sul petto segni sanguigni, rotondi, come di ferita, altri come un nastro di sangue intorno al collo, altri altro segno di morte violenta e súbita, e taluna di quelle forme non aveva segno fuorchè d'un lento angoscioso dolore in ogni lineamento del volto; ed erano le più tristi a vedersi.

E tutte si guardavano mestamente quasi interrogandosi l'una coll'altra. Poi da una di quelle forme mosse un suono di voce che disse: sempre immemori?

Ed altre voci risposero con accento di profondo dolore: sempre!

E un suono di lungo gemito si diffuse per la vasta campagna. Quelle anime, che avevano sorriso sul patibolo e fra le torture, gemevano sull'oblio dei loro fratelli viventi.

Allora si levò una voce e disse: Morimmo per la Verità o per l'Errore? La volontà del nostro Padre ch'è nei cieli ci raccolse qui, perchè da noi esca il segnale della terza Vita della Nazione, quando i fratelli nostri avranno raccolto gl'insegnamenti che noi scrivemmo ad essi col nostro sangue. E i mesi passano, e gli anni passano, e nuove anime di martiri s'aggiungono ogni giorno alle nostre senza che l'ora d'emancipazione sorga per noi.

E un'altra voce disse, mentre il guardo accennava a molte di quelle forme: che manca ad essi? noi cademmo vittime volontarie dello straniero, per insegnar loro che chi vuole redimersi non deve sperare salute fuorchè dalle proprie braccia e dalle armi proprie. Perchè fidano anch'oggi a conciliaboli e decisioni di stranieri le proprie sorti?

E surse una terza voce: noi lasciammo le dolci sponde dell'Adriatico e ci recammo, come il Padre c'inspirava, a morire sulle terre dell'estrema Calabria, per insegnar loro che ogni uomo d'Italia è mallevadore per tutti, e che ogni zona del nostro terreno è zona della Patria comune. Perchè s'accampano oggi ciascuno sul lembo di terra che ha conquistato, e tutti non curanti dei fratelli che soffrono a pochi passi da loro?

E una quarta voce s'alzò: E noi morimmo per insegnar loro che la fede senza l'opere è un'inganno agli uomini e a Dio, e che l'azione è il migliore ammaestramento che possa darsi ad un Popolo. Perchè dunque lo spirito di vita si manifesta sulle migliaja, e i milioni rimangono inerti contemplatori?

E una quinta voce proferì sdegnosa: E noi affrontammo, deliberatamente solenni, la morte e l'infamia dai più, per insegnar loro che, fra la prepotenza della tirannide e la servitù incatenata dei molti, un sol ferro può ristabilir l'eguaglianza, se scintilli fra le mani di chi sprezzi davvero la vita e non conosca giudici fuorchè Dio e la propria coscienza. Perchè dunque si querelano sempre fanciullescamente della prepotenza d'un solo despota?

E una sesta forma, femminile, che non aveva segno di morte violenta, ma l'impronta d'un dolore di Niobe sullo scarno volto, fece come chi vuol movere parola, ma non potè, e soltanto accennò, con un guardo di rimprovero che pareva abbracciar terra e cielo, a quattro o cinque forme di giovani che le stavano intorno.

E dopo un silenzio, tutte quelle forme proruppero in un lamento: Dov'è la Patria promessa ai nostri figli da coloro che ci videro morire e giurarono vendicarci? Dov'è la tomba che dovea raccogliere l'ossa nostre su terra libera e sotto la bella bandiera per la quale ponemmo la vita? Perchè sfumarono le promesse dei vostri cari? A che dirci grandi se il nostro esempio non è raccolto? A che la parola d'amore gittata pomposamente alla nostra memoria, se il pensiero, il voto, il palpito dell'anima nostra è obliato, profanato, travolto? Morimmo per la Verità o per l'Errore?

E un tremito prese tutte quelle ombre. Ed io mi coprii per vergogna e dolore la faccia.

Quando riguardai, non vidi più cosa alcuna fuorchè il cielo senza stelle e la vasta deserta campagna e le lunghe e folte erbe che piegavano al soffio gelato. Ma spesso, tra i sogni, vedo tuttavia riaffacciarmisi la dolente visione.

XXI.

Dio dei Popoli oppressi! Dio dell'anime afflitte! Posa sui poveri sviati figli d'Italia uno sguardo di clemenza e d'amore. Il solco segnato da trecento anni di schiavitù e la lunga idolatra predicazione dei falsi profeti che usurpano in terra il tuo santo nome non si cancella in un giorno; e la loro mente è spesso ingombra d'errore. Ma in fondo del loro core vive, come lampa velata, il culto del tuo Vero, e della Patria alla quale tu li chiamasti: ed hanno molto patito per essa.

Tu, davanti al cui occhio l'Umanità intera appare come un Essere solo, volesti che il sacrificio d'un Giusto lavasse ogni fatalità di colpa e d'errore da tutte l'anime de' suoi fratelli. Pesa nella tua mano il sacrificio di tutti i Giusti che morirono per richiamarci a vita, e accoglilo siccome espiazione dei nostri traviamenti. Scenda sui poveri ingannati figli d'Italia il tuo Spirito di Verità! Manda, dove s'accolgono, l'Angiolo dei forti pensieri, e fa ch'essi diventino degni dei loro Martiri e non contristino l'anime sante coll'oblio o colla fiacchezza delle opere!

Per la parte che adempiemmo de' tuoi disegni nel passato—per la parola d'Unità che due volte diemmo alla terra—per l'intelletto della divina bellezza che i nostri profeti diffusero, inspirati da te, sulle genti—pei Santi che vissero e morirono sul nostro suolo nella tua fede—per la promessa che ci venne data da te, quando stendesti più splendido che non altrove su noi l'arco dei cieli e il sorriso infinito della tua Creazione—noi ti preghiamo, o Signore: levaci alla terza Vita! Infondi nelle nostre madri l'adorazione della Patria e l'amore all'anima, non alle sole membra, dei figli! Spira nei padri i virili concetti e l'ardita virtù che sola può far nostra la nostra terra! Benedici le spade dei nostri giovani, finch'essi possano scioglierti dalla tua Roma un cantico degno di te, il cantico dell'Italia redenta.

E salvaci, oh salvaci dalla morte dell'anima! Sperdi da noi, checchè avvenga nel tempo di prova che ancor ci avanza, l'ateismo della disperazione, il soffio gelato del dubbio. Come il ferro s'affina sotto i colpi che par minaccino di spezzarlo, così s'affinino i nostri cori sotto il martello della sventura. Come il forte licore diffonde il suo profumo all'intorno quand'è infranto il vaso che l'accoglieva, così si diffonda, tra le ferite dell'ingratitudine, da noi sui nostri fratelli l'amore, ch'è il profumo dell'anime.

E quando nel freddo della solitudine, ch'è il peggiore dei mali, saranno presso a spegnersi le sorgenti della tua vita, suscita, o Padre, a ravvivarle, il pensiero dei morti che amammo e che ci amano. E scenda a lambirci la fronte riarsa il bacio delle madri e delle sorelle perdute, e c'insegni i segreti dell'immortalità, tanto che vivi e morti siamo tutti uno in te nella fede e nella speranza.

XXII.

E stetti sull'Alpi: sull'alto dei Monti che ti ricingono come diadema, o mia Patria, là dov'è eterno il candor delle nevi, eterna la purezza dell'aria, eterno il silenzio se non quando lo rompono lo scroscio della valanga e l'invisibile scorrere, eterno anch'esso, dell'acque che di là scendono a fecondare l'intera Europa; e l'uomo sente se stesso come più presso a Dio.

E le stelle si dileguavano ad una ad una come i fochi d'un campo che si prepara sull'alba alla mossa. E l'alba incoronava l'estremo orizzonte di una luce di vita nascente.

Correva sul vasto ripiano un alito come di creazione, pregno di freschezza e potenza di vita, che affondava sotto a' miei piedi la nebbia delle falde, come un puro e forte pensiero affonda le misere vanità, e le basse passioni tentatrici del core. Ed io sentiva l'anima stanca ringiovanirsi a quel soffio.

E pensai agli istinti profetici della vita immortale, che nè delusioni nè lunghi inconfortati dolori avevano mai potuto spegnere in me, al rinascere solenne di Roma dopo secoli di tenebra profonda e servaggio, alla giovine libertà Ellenica risuscitata dai Klephti delle montagne, quando il mondo la credeva spenta per sempre, al sorriso dei morenti sul palco per l'Unità della Patria, al tiremm innanz del povero Sciesa, quando, a due passi dal supplizio, gli offrivano vita, purchè invocasse perdono, e ai pochi ma rari affetti seminati, come fiori tra le nevi dell'Alpi, sul cammino della mesta mia vita, o all'anima femminile che Dio mi mandava, com'Angelo de' miei giorni cadenti, perch'io la amassi sovra ogni cosa terrena. E dissi a me stesso: No, la vita e il martirio non sono menzogna: l'amore consacra l'uno e l'altro all'eternità. Il dolore è santo; la disperazione è codarda.

E il Sole sorgeva; simbolo, eternamente rinascente, di vita, grande, maestoso, solenne: il Sole d'Italia sulle Alpi! Ed io affondava lo sguardo fin dove poteva, giù dove si stende il sorriso interminabile della bella mia Patria. E la luce si diffondeva come aureola promettitrice sovr'essa colla rapidità del mio sguardo. E la mia anima, sorvolando quel torrente di calore e di luce, nuotava con fede irresistibile e nella speranza e nell'antico orgoglio del nome d'Italia.

Tu sorgerai, o mia Patria! grande nel mondo come il sole sulle tue Alpi: santa del tuo lungo Martirio: bella del duplice tuo Passato e dell'infinito Avvenire. E il tuo sorgere sarà segnale al sorgere delle Nazioni; e rinnovellerà, onnipotente contro ogni nemico, la faccia dell'Europa. E questo avverrà, quando, cacciati gl'idolatri dal Tempio e disperse le nebbie delle false dottrine che t'indugiano sulla via, i tuoi figli non avranno altra via che la linea retta, altra scienza che la verità senza veli, altra tattica che il coraggio e l'ardire, altro Dio che il Dio della Giustizia e delle Battaglie.

XXIII.

Ed io so che parecchî fra voi, incadaveriti in ogni libera facoltà per troppo lungo soggiorno appiè dell'Idolo Forza, dell'Idolo Tattica, dell'Idolo Lucro, s'irriteranno delle mie parole e diranno raca! al fratello; e appiattati, siccome ladri in viottoli, in qualche angolo oscuro dei loro diarî e libercoli, schizzeranno contro me fango, bava e veleno. Ma essi non hanno potere sull'anima mia, nè contro le verità ch'io parlo ai giovani e ai figli del Popolo, e che i giovani e i figli del Popolo ascolteranno quando che sia.

Però che Dio mi diede, chiamandomi a vita quaggiù, una inesauribile potenza d'amore ed una di spregio. E come Giovanni Huss di sul rogo, vedendo un uom del contado affaccendarsi per aggiungere legna a quella che già lo ardeva, esclamava: o semplicità santa! io diffondo la prima sulla testa di quei che m'oltraggiano per errore di mente debole: e la seconda, io la verso sulla testa degli idolatri che calunniano per basso livore d'invidia o per secondi fini. Nè guardo o curo più oltre.

Ma il Vero ch'io parlo, come m'è inspirato dalla tradizione d'Italia e dalla pura coscienza, è immortale; nè calunnia di codardi o malia di false dottrine o bastardure di corti può soffocarlo se non per poco.

E in nome di quel Vero oggi io grido:

XXIV.

Giovani d'Italia, sorgete!

Sorgete sui monti! Sorgete sul piano! Sorgete in ciascuna delle vostre città! Sorgete tutti e per ogni dove! Non vedete che il sorgere subito o universale è vittoria certa, senza i sacrificî della vittoria?

Sorgete tutti e per tutti! Non siete voi tutti figli d'una stessa Italia, in cerca d'una stessa Patria?

Non dite, voi che avete terreno libero ed armi: perchè non sorgono come noi gli uomini delle altre provincie? In verità, quella è parola di Caino, e se voi poteste proferirla, meritereste di perdere la libertà conquistata, e la perdereste.

Non v'è che una Italia, e, su quella, non provincie, ma zone di operazione e un esercito Italiano composto di quanti si concentrano in armi intorno alla bandiera della Nazione. Voi siete quell'esercito e dovete muovere senza riposo, ingrossando per via, alla conquista di quelle zone.

Non dite, voi che gemete tuttora nella servitù: perchè non vengono a scacciare i nostri tiranni gli uomini delle terre già libere? Se voi sorgeste, verrebbero, e scacciereste, uniti, più rapidamente i vostri padroni.

Figli delle terre affrancate, non troverà la Patria fra voi un Cesare della libertà che valichi il Rubicone? Figli delle terre schiave, non troverà la Patria fra voi un solo Procida che osi chiamare gli oppressi ai Vespri sugli oppressori?

Sorgete, oh sorgete! Sorgete oggi: domani avrete più gravi ostacoli. Perchè, se nei loro Conciliaboli i Principi potranno dire: là vi è quiete, sanciranno coi loro patti la durata di quella quiete, e voi avrete nemici tutti, mentr'oggi è in vostro potere dividerli.

Sorgete oggi! Il tempo è tutto per voi. Oggi ancora le moltitudini sperano e fremono: domani ricadranno incredule, sfibrate, pervertite dall'arti assidue dei vostri nemici.

Sorgete oggi! Un'ora di schiavitù rassegnatamente patita, quando la vittoria è possibile, merita un secolo di tirannide e d'obbrobrio al Popolo che la patisce. E chi può darvi condizioni migliori per vincere di quelle d'oggi? Le migliaja dei vostri fratelli in armi, le forze dei vostri padroni titubanti e smembrate, uno straniero spossato dalla disfatta, l'altro dalla vittoria e impotente a mutar di campo e di bandiera ad un tratto, e i consigli dell'Europa divisi, e le Nazioni deste al vostro destarsi, non vi dicono che il momento è venuto?

Uomini delle terre Napoletane! A che state? Sapete voi quale nome serpe per voi tra i Popoli dell'Europa attonita della vostra immobilità? È il nome che l'uomo non ode senza ricorrere all'armi: il nome che stampa sulla fronte a un Popolo il marchio del disonore. In nome dell'onore d'Italia e del vostro, in nome del vostro passato, in nome degli esempî di fortezza che vennero da voi primi a tutta la nostra contrada, sorgete, e fondi il vostro sorgere la Patria d'un getto!

Figli dell'Isola che disse undici anni addietro ai suoi tiranni: noi sorgeremo il tal giorno, e attenne la sua parola, siete voi fatti simili a fanciulli pendenti dal labbro del pedagogo? L'ora della vostra Libertà non può venirvi per messaggio segreto di Firenze o Torino. L'ora della vostra Libertà scoccherà il giorno in cui, in una delle vostre città, cento generosi fra voi, congiunte le destre e l'armi, ripeteranno la parola dei padri: tradisce la Patria chi tarda. Morte pria che servire!

Tradisce la Patria chi tarda. Gittate, o giovani d'Italia, l'anatema a chi vi parla d'indugio, e sorgete. A che ammirate l'impeto sublime di Francia nel 1792 e i quattordici eserciti spinti alla sua frontiera? La Francia non contava allora più milioni d'uomini che non son oggi i milioni d'Italia. A che dir grandi i combattenti della Grecia risorta? Non potete esser grandi com'essi? I Greci erano un milione contro un nemico dieci volte più forte; ma s'armarono tutti, giurarono di sotterrarsi sotto le ruine delle loro città, anzichè piegare innanzi alla Mezza-luna, mantennero a Missolungi il loro giuramento, e vinsero. Fate com'essi: vincerete com'essi.

Su, sorgete! Non piegate alle lodi che vi vengono, per gl'indugi accettati, da quelli ai quali giova che voi indugiate: in verità io vi dico che quei lodatori sogghignano nel loro segreto, e vi scherniscono creduli e puerilmente arrendevoli. I cinque mesi d'inerzia durata dovrebbero pesarvi sulla fronte come cinque anni di vergogna non meritata. L'insurrezione d'Italia è iniziata: diffondetela, allargatene la base, afforzatela, per quanto vi è caro. Le insurrezioni che s'arrestano muojono. A voi bisogna andar oltre, o perire.

Sorgete, sorgete! Non corre sangue d'Italia nelle vostre vene? Fra la minaccia del nemico e i cenni del Brenno alleato, non sentite ribollirvi nel core vita e orgoglio di liberi? È terra nostra questa o d'altrui? Feudo o proprietà di cittadini padroni di sè? A che l'armi, su non le adoperate? A che il grido fremente di Viva l'Italia? Su per Perugia! I protocolli non vi pagheranno il sangue che vi fu versato. Su per Venezia! Dai conciliaboli regî non avrete che paci di Campoformio o di Villafranca. Su per quanti gemono dall'Alpi al Mare! Sorgete, come le tempeste dei vostri cieli, tremendi e rapidi! Sorgete, come le fiamme dei vostri vulcani, irresistibili, ardenti! Fate armi delle vostre ronche, delle vostre croci, d'ogni cosa che ha ferro! Sfidate la morte, e la morte vi sfuggirà. Abbiate un momento di vita volente, potente, Italiana davvero, come Iddio la creò; e la Patria è vostra.

E Dio benedica voi, le vostre spade, i vostri affetti e la vostra vita terrena, e l'anime vostre e le maledizioni stesse escite talora dal vostro labbro su me che scrivo col vivo sangue del core, e la cui voce, tremante per febbre d'amore e di desiderio, voi spesso scambiaste in voce d'agitatore volgare, irrequieto e importuno. Sperda l'oblio ogni ricordo di me, purchè sventoli, fra un Popolo di liberi, pura d'innesti, la bella, la santa, la cara Bandiera dai tre colori di Italia, sulla terra ove dorme mia Madre.

14 novembre 1859.


NÈ APOSTATI NÈ RIBELLI [144]

La diffidenza cieca, come la cieca fiducia, è morte alle grandi imprese. I maneggiatori politici del moto Italiano peccano in oggi della prima, e vi aggiungono l'ingratitudine; il Popolo d'Italia pecca della seconda.

Della necessità che il Popolo d'Italia non segua passivamente servile l'inspirazione che scende dalle sfere governative, ma senta la vita iniziatrice che ha in sè, e la svegli e provveda, più che non fa, con le opere proprie alle proprie sorti, ho parlato sovente e riparlerò. Parlo oggi per conto mio e de' miei amici repubblicani, della diffidenza sistematica che perseguita di calunnie e di stolti sospetti essi e me. Ne parlo, non perch'io creda debito nostro giustificarci o difenderci con gli uomini che diffondono quelle calunnie o affettano di nudrire quei sospetti: nei più tra essi calunnie e diffidenze non sono sincere, ma solamente basso calcolo politico e codarda guerra d'uomini meschini contro uomini che paventano, a torto, rivali possibili sul campo dov'essi mietono; però non li stimo. Ne parlo pei molti che credono senza appurare, o perdono così la speranza d'una concordia che nell'intimo core desiderano; pei molti che, ineducati a scegliere tra le cose messe loro innanzi, travedono pericoli ove non sono, e credono, ingannati non colpevoli, salvare il Paese vigilando sospettosi su noi ed allontanandoci da un campo che aprimmo noi primi in Italia. Davanti al Popolo non v'è dignità offesa che comandi il silenzio. Giovammo—e questo lo confessano gli stessi avversi—alla Causa del suo avvenire. Vogliamo giovarle ancora, tentarlo almeno, e per questo bisogna intenderci. Agli accusatori sistematici vorrei ricordare soltanto che le ingiuste diffidenze generano ingiuste ire, traviano l'opinione Europea su le cose nostre, scemano le forze della Nazione, e cacciano i germi di quel sistema che contaminò, sessantasette anni addietro, la Rivoluzione francese, e finì per affocarla nel sangue.

Da quali fatti movono i sospetti che oggi ancora si accumulano contro i repubblicani? Per quanto io cerchi, non ne trovo uno solo che non sia un'assurda calunnia smentita dieci volte da prove documentate.

Ebbe luogo, in un sol punto d'Italia, un solo tentativo di sommossa repubblicana? Fu trovata, fu letta, negli ultimi due anni, una sola linea scritta pubblicamente o privatamente, dagli uomini che più o meno rappresentano il principio del Partito, che accenni a Repubblica? Fu mai promossa da noi, dal primo svolgersi del moto d'Italia, la questione di forma d'instituzioni politiche?

No: e mi smentisca co' fatti chi può. Prima della pace di Villafranca, parecchî tra noi protestarono contro il commettersi de' nostri fati alle armi straniere e ad armi dispotiche: sapevamo d'antico che nessuna Unità Nazionale s'era fondata a quel modo, e la subita pace, e lo smembramento di Nizza e Savoja vennero poi a giustificare l'antiveggenza. Dopo la pace di Villafranca, appena l'emancipazione Italiana rimase opera di menti e braccia Italiane, anche quei che non avevano fatto se non astenersi, senza badare alla bandiera che padroneggiava il moto, s'affrettarono a unirsi. Il programma monarchico di Garibaldi fu il loro. Le file di Garibaldi son piene di repubblicani. Essi pugnano, vincono, muojono lietamente sotto di lui. Nè prima nè dopo l'infausta pace escì dalle loro labbra altro grido che quello dell'Unità; di quella Unità alla quale i loro tentativi, i loro scritti, le loro associazioni, i loro martiri, avevano educato l'Italia. Ovunque fu pericolo onorato da corrersi per promoverla, là furono. La sola sfera nella quale i loro nomi non si trovano più che rari è quella degli impieghi lucrosi. Sdegnati, calunniati, respinsero le calunnie senza una parola che riconducesse l'antica questione sul campo. Perseguitati, oggi sorrisero, e il dì dopo giovarono, come fu loro dato, alla causa della Patria e dell'Unità. I più tra loro promossero, stimandola giovevole, l'annessione combattuta delle provincie del Centro. Taluni si tennero, in Toscana segnatamente, a contatto col Governo per rassicurarlo e appoggiarne più validamente le mosse, quando tendessero all'Unità. Io che scrivo dichiarai sull'onore e pubblicamente che se mai nuovi smembramenti di terra Italiana, o il rifiuto deliberato dell'Unità da parte dei reggitori ci riducesse, disperati da altre vie, alla nostra vecchia bandiera, noi lo annunzieremmo anzi tratto con la stampa agli avversi.

Può un Partito dar pegni più solenni di questi? Può spingersi più oltre, per amore della concordia, l'abnegazione? Può la riverenza alla sovranità dell'opinione Nazionale esigere altro da noi?

Il Popolo d'Italia, lasciato alle proprie aspirazioni, non traviato da calunnie, risponderebbe: non può. I raggiratori che strisciano intorno alla piramide del potere vorrebbero di più. Diseredati di fede e veneratori materialisti dell'opportunità e della forza, essi vorrebbero rapirci la nostra. Non basta ad essi che da noi si chini riverente il capo alla sovranità dell'opinione dei più; vorrebbero che, dichiarando di avere errato nel passato, noi ci dicessimo credenti nella fede monarchica. Vorrebbero che non fossimo accettatori, ma propugnatori della dottrina che in oggi domina. Non lo vogliamo, nè lo possiamo. La nostra è fede; possiamo tacerla per un tempo, rinunziare ad ogni tentativo d'attuarla; non rinnegarla e dirla falsa per l'avvenire.

Nè ribelli, nè apostati; in queste parole si compendia la nostra condizione dell'oggi. Non possiamo andare d'una linea più in là. Essere cittadini non significa per noi cessare d'esser uomini.

Cittadini onesti e leali accettiamo, purchè guidi all'Unità della Patria, la monarchia dal consenso dei più: non tentiamo di sostituire alla sua bandiera la bandiera repubblicana. Che volete di più? Abolire la coscienza? Siate allora inquisitori e tiranni: non vi fregiate del santo nome di libertà.

La libertà esige la coscienza della libertà. Volete servi, non liberi alleati all'impresa? Raccoglierete una menzogna di libertà e nuova servitù poco dopo. Preferireste averci cortigiani, ipocriti e gesuitanti, all'averci cooperatori leali e salvo il pudore dell'anima, salva la dignità d'uomini in noi? Qual pegno avreste del nostro non tradirvi domani?

Movendo all'emancipazione delle Marche e dell'Umbria—emancipazione che voi dichiaravate inopportuna e pericolosa cinque giorni prima di compierla colle armi vostre—noi inalzavano la bandiera dei tre colori d'Italia, senza lo stemma Sabaudo. Con qual diritto avremmo noi, pochi iniziatori e semplici cittadini, detto alle popolazioni alle quali imprendevamo di portar libertà: noi vi ajutiamo a patto di padroneggiarvi? Non dovevamo aspettare che la volontà dei nostri fratelli, come altrove, si dichiarasse?

Non rimase la bandiera pura d'ogni stemma in Toscana, prima che il voto popolare dell'annessione si rivelasse? Inalzarono altra bandiera che l'Italiana gl'insorti della Sicilia, quando per sei settimane Rosalino Pilo e i compagni di lui tennero vivo, aspettando Garibaldi, il combattimento? Perchè voler noi, noi soli repubblicani, usurpatori della Sovranità del Popolo? Non bastava a voi la promessa che il nostro grido repubblicano avrebbe taciuto? che avremmo accettato il vostro vessillo dal primo libero Municipio che l'avrebbe—e non v'era dubbio—inalzato? Perchè pretendere che ci mostriamo in sembianza d'iniziatori monarchici? Perchè l'Italia impari a rigenerarsi convincendosi che non v'è partito entro i suoi confini capace di non vendere o calpestare la propria fede, e nondimeno capace di sacrificarne la realizzazione immediata all'opinione dei concittadini e all'Unità della Patria?

Scorrete le file dell'esercito di Garibaldi. Là, tra quei forti che numerano i giorni con le battaglie, voi trovate il repubblicano a fianco dell'uomo della monarchia. Nessuno diffida del compagno, nessuno sospetta ch'egli covi un pensiero d'insidia nell'anima. Perchè non è lo stesso nei ranghi della vita civile? Perchè non potremo parlare di Patria e Unità, senza che voi diciate: intendono parlare di Repubblica?

Nè apostati, nè ribelli. Noi, serbando fede al nostro ideale, ci serberemo il diritto di non apporre il nome nostro in calce d'inni monarchici; di non dire oggi ai nostri concittadini: vogliamo che siate Regî e non altro; di esprimere pacificamente, conquistata l'Unità della Patria, davanti al Paese le nostre credenze; d'astenerci dagli ufficî che altri si contenderanno; di ripigliare taluni fra noi la via dell'esilio. Oggi chiediamo di essere ammessi, senza calunnie, senza sospetti villani, senza interpretazioni maligne date ad ogni nostra parola, senza testimonianze d'ingratitudine—che a noi, securi nella coscienza, importano poco, ma che disonorano la Patria nostra—a lavorare noi pure per l'Unità, a combattere qualunque straniero o italiano la avversi, lasciando al Popolo ogni decisione sulla forma che deve incarnarla.

Ma il diritto di lavorare per l'Unità importa diritto di consiglio; e di questo intendiamo usare liberamente quant'altri, come uomini ai quali l'Italia è patria, e che hanno operato costantemente a fondarla.

Non vi è tra noi contesa sul fine dell'oggi; accettiamo tutti il voto della maggioranza; la contesa è sui mezzi di raggiungere sollecitamente l'Unità che tutti vogliamo. Su quel terreno comincia il dissenso. Chi pretende impedirci di esprimerlo è intollerante, esclusivo, settario: continua, con nomi diversi, il sistema dei padroni che i nostri sforzi hanno rovesciato.

Chiediamo libertà per dire, non che la Repubblica è il migliore de' Governi, ma che noi, 25 milioni d'Italiani, dobbiamo essere in casa nostra padroni; che possiamo esser tali se tutti lo vogliamo; che la nostra libertà sta sulla punta delle nostre bajonette e nella ferma determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di Francia o delle Aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un immiserirla anzi tratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente, dichiarandocene immeritevoli.

Chiediamo libertà per dire che, tra il programma di Cavour e quello di Garibaldi, scegliamo il secondo: che senza Roma e Venezia non v'è Italia; che, eccettuata la guerra del 1859, provocata dall'Austria e sostenuta, a prezzo di Nizza e Savoja, dall'armi dell'Impero francese, eccettuata l'invasione delle provincie Romane, provocata da noi, dalla necessità che creammo noi, nessuna iniziativa d'emancipazione Italiana appartiene al programma Cavour; che Roma e Venezia rimarranno schiave dello straniero, se l'insurrezione e la guerra dei volontarî non le conquistano a libertà.

Chiediamo libertà per dire che non si fonda la Patria libera ed una annettendo una od altra provincia al Piemonte; ma confondendo Piemonte e tutte provincie dell'Italia in Roma, che n'è core e centro; che l'annessione immediata delle provincie conquistate a libera vita, ponendole sotto il dominio del programma di Cavour e sottraendole a quello di Garibaldi, arresta il moto, toglie le forze del Paese dalle mani di chi vuole usarne, per darle a chi vuol condannarle all'inerzia, e cancella per un tempo l'idea dominatrice.

Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità senza esame è abitudine d'idioti.


DICHIARAZIONE

Quando, consumato l'atto antinazionale, che ha nome di Pace di Villafranca, il Popolo d'Italia sottentrò—colle manifestazioni, colle assemblee, coi plebisciti—iniziatore della Rivoluzione Nazionale, e diede opera a fondare la Patria, sentimmo, noi repubblicani, l'obbligo assoluto di contribuirvi con tutte le forze dell'animo e dell'azione. E poi che la maggioranza del Popolo d'Italia, obbedendo alle circostanze e al bisogno che tutti gli elementi si unissero al grande intento, dichiarò che la via più facile a raggiungerlo era l'unificazione monarchica, noi piegammo, dubbiosi dell'esito ma riverenti, la testa alla volontà del Paese, e dicemmo: tenteremo lealmente per la seconda volta l'esperimento. Colla mano sul core noi possiamo affermare che attenemmo la nostra promessa.

L'attenemmo, fra le amarezze d'una guerra continua di diffidenze, di sospetti sleali, di basse e ingrate calunnie, respinti da ogni consiglio, posposti agli uomini di parte retrograda, condannati come nemici, all'isolamento nello Stato; guardati come strumenti da utilizzarsi per vincere, da rompersi poi. L'attenemmo di fronte a gravi colpe; di fronte a una politica pertinacemente servile allo straniero, di fronte al turpe mercato della Savoja e di Nizza. L'attenemmo, spronando al voto unificatore le popolazioni del Centro, preparando e rendendo necessaria l'emancipazione delle Provincie romane, iniziando l'insurrezione della Sicilia, sommovendo le terre meridionali, e ajutando efficacemente il trionfo del plebiscito, che aggiunse dieci milioni d'uomini alla monarchia.

Era il Dovere Nazionale; e a questo, a questo solo, sacrificammo ogni cosa: aspirazioni, ideale, tradizioni del nostro passato, concetti ben altrimenti vasti e gloriosi che non quei della monarchia reggitrice.

Fare l'Italia; a questo avremmo sacrificato la fama e l'onore. Amavamo, amiamo la Patria, la Patria Una, fino al suicidio. Gli uomini che avevano per trent'anni lavorato in nome di una bandiera repubblicana diedero lietamente all'Europa, in nome d'Italia, lo spettacolo, nuovo nella storia delle parti politiche, d'uomini che combattono a pro di una bandiera avversa ad essi e persecutrice.

Per quella via seminata di dolori e di sacrifici, non ci serbammo che un solo diritto: combattere: agire a danno dell'invasore straniero: agire senza interruzione, perchè l'Unità Nazionale si compia; perchè la Patria, costituita e forte, esca rapidamente dai pericoli di una condizione provvisoria e mal secura, che minaccia le conquiste operate; perchè si cancelli dalla fronte di ventidue milioni di Italiani la vergogna della servitù di Venezia e di Roma, la vergogna di essere forti e non attentarsi di rivendicarle.

Era un solo diritto, ma su quello posava il patto.

Per quello noi riducemmo fin d'allora tutto il nostro pensiero alla breve formula: fare l'Italia Una con la monarchia, senza la monarchia, contro la monarchia, se essa si ribellasse a quel fine.

Per quello, io, presago nell'animo, dichiarai che, mentre il Governo non avrebbe, operando a quel fine, cosa alcuna da temere da parte nostra, noi ci terremmo liberi, ove esso lo abbandonasse, di seguire le inspirazioni, quali si fossero, della coscienza, avvertendone prima lealmente il Governo stesso.

E sciolgo oggi, per ciò che riguarda individualmente me, la promessa.

Quel diritto ci è tolto. Il Governo non opera a emancipare le terre schiave e compire l'Unità Nazionale: vieta a noi, con energia di nemico, il tentarlo. Ogni ragione del patto cessa dunque d'esistere. E credo debito mio dichiararlo.

Io mi sento, da oggi in poi, libero da ogni vincolo, fuorchè da quelli che m'imporranno l'utile del Paese e la mia coscienza.

Ciò poco monta all'Italia e al Governo. Gli anni, la salute malferma, l'influenza degli ordinamenti, segreti un tempo, cessata naturalmente per la semi-libertà del Paese, che può provvedere da sè ai proprî fati, e altri uomini ben altramente potenti ch'io non sono, sorti nelle file della Nazione, fanno di me un fiacco amico e un più fiacco nemico. La mia dichiarazione non ha quindi altro fine che quello di soddisfare all'anima mia. Sento il bisogno di portarla fino al sepolcro incontaminata, e mi dorrebbe che altri potesse dirmi: Vi credevamo alleato, e nol siete.

Di fronte a un dualismo così chiaramente definito dal Potere attuale, tra il tentativo dei nostri a danno dell'Austria, e la violenta repressione governativa—tra gli uomini coperti di cicatrici colte nelle battaglie dell'Unità Nazionale e gli uomini che li consegnano ai birri e li accusano d'alto tradimento per aver voluto combattere lo straniero e liberare i loro fratelli—tra le aspirazioni della parte migliore del Paese e le fucilate date per unica risposta in Brescia—tra il concetto emancipatore di Garibaldi e il Governo che lo nega, e, non osando imprigionare Garibaldi, lo oltraggia—corre debito, parmi, a ogni uomo che ami l'Italia di scegliere, e pubblicamente.

Prego gli avversarî onesti di non fraintendermi. Non si tratta ora per me di repubblica o monarchia; si tratta d'azione o d'inerzia, di Unità o smembramento, d'avere lo straniero in casa, o di averlo fuori.

Il nostro programma dell'oggi è tuttora quello del 1859. Si compendia in due parole: Venezia e Roma: il braccio d'Italia, il core d'Italia. Soltanto, allora speravamo ottenerle alleate colla monarchia; oggi, esaurita quella speranza, diciamo che cercheremo d'averle soli, por vie nostre, malgrado il Governo, e disposti a combatterlo, ov'esso si ostini in attraversarci la via.

Se gli uomini del Governo, non contenti dell'inadempimento del Dovere, vorranno impedire a noi di compirlo, faremo di conquistare in ogni modo la libertà: se violeranno il diritto delle Associazioni pubbliche a pro di Roma e Venezia, torneremo a stringere le nostre fratellanze segrete; cospireremo. Non rinnegammo il dovere Nazionale davanti all'Austria, non lo rinnegheremo davanti a uomini che han nome Rattazzi, Minghetti o Farini.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma sta il segreto della nostra Unità, in Venezia il disfacimento dell'Impero d'Austria, e la nostra alleanza colle Nazioni sorelle, che assicureranno colla loro esistenza la nostra frontiera dell'Alpi.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma soltanto possiamo avere leggi nuove che ci bisognano, e non un vecchio Statuto Piemontese, ma un Patto Nazionale; perchè in Venezia soltanto può cominciare la missione internazionale d'Italia.

Vogliamo sollecitamente Roma e Venezia, perchè l'interrompimento del nostro moto Nazionale e la condizione provvisoria nella quale versiamo, minacciano la nostra Unità; perchè l'Austria nel Veneto è la congiura perenne dei principi spodestati, la minaccia perenne di subita invasione nel core delle nostre terre; perchè la Francia in Roma è la congiura perenne dei satelliti del Papa e del Borbone di Napoli, la perpetuazione del brigantaggio nelle terre Meridionali; perchè Luigi Napoleone, avverso deliberatamente alla nostra Unità, cospira per trarre alimento dai crescenti malcontenti locali al suo disegno federativo, e il tempo gli giova; perchè ventidue milioni di uomini liberi non possono, senza incancellabile disonore, tollerare ciò che susciterebbe a guerra immediata ogni altra Nazione Europea, che lo straniero accampi tranquillo sul suolo che è loro; perchè ogni uomo imprigionato nel Veneto, ogni uomo scannato dai masnadieri Borbonici nel Napoletano, pesa come un delitto, e dovrebbe pesare come un rimorso, sull'anima della Nazione; perchè, se gli uomini del Governo sono incapaci di vergogna e rimorso, noi non lo siamo.

Sperammo che il Governo avrebbe compito il debito suo e che noi avremmo potuto seguirlo e ajutarlo.

E gli dicemmo:

Armate il Paese. Serbate com'è l'esercito a insegnamento, esempio e nervo di guerra. Abolite, pel futuro, la coscrizione, e ordinate la Nazione all'armi, giusta il metodo Svizzero. Avrete l'affetto del Popolo, che non ama esser svelto, senza necessità, da' suoi, e avrete presto, occorrendo, un milione di combattenti.

Affratellate al moto Nazionale il Popolo, allargando il suffragio, facendolo partecipe dell'armi cittadine, dei diritti politici, della vita d'Italia.

Dichiarate che in Roma i delegati di tutto il Paese saranno chiamati a definire, con un Patto Nazionale, le nuove aspirazioni italiane. Fate che l'agitazione per Roma assuma aspetto Europeo. Indirizzate ai Governi e ai Popoli un Manifesto, che chieda loro d'adoperarsi perchè il principio del non intervento sia, non menzogna, ma realtà. Chiedete a Garibaldi di recarsi, con tutti i poteri necessarî, nel Mezzogiorno, commettendogli di spegnervi il brigantaggio, e di risuscitare l'entusiasmo popolare, rendendo alla frontiera del Mincio i sessanta mila soldati ch'oggi proteggono quelle provincie.

Fondate concordia, non di parole, ma di fatti; giovandovi di quanti uomini hanno patito e combattuto per l'Unità dell'Italia, incoraggiando nelle Associazioni la pubblica normale espressione della volontà popolare, chiamando voi stessi a battere più concitati il polso, il core, ogni arteria della Nazione.

E allora, intimate guerra all'Austria sul Veneto. Là sta la salute d'Italia, l'iniziativa d'Italia. Là sta la guerra—battesimo pel Paese e per voi, che non combatteste fin ora, se non a fianco e sotto gli ordini dello straniero.

Queste cose furono dette, ripetute pubblicamente, privatamente, a ogni mutamento di Ministero, da Garibaldi, da me, da quanti amano di vero e vivo amore l'Italia.

Minacciava una sola di quelle proposte la monarchia? Circondata dall'entusiasmo e dalla fiducia del Popolo, padrona per iniziativa propria del solo campo sul quale noi possiamo esser potenti, la monarchia assicurava, accettandole, la propria vita per mezzo secolo.

Il Governo sprezzò i leali consigli. Mantenne il Popolo nella condizione d'elemento sospetto, esiliandolo, dopo il plebiscito, dall'arena politica: volle una Italia senza Patto Nazionale Italiano: mendicò per Roma l'elemosina di concessioni, funeste e disonorevoli, dall'occupatore, ed ebbe rifiuto: non osò levare una voce di generosa protesta davanti all'Europa: negò Garibaldi alle unanimi domande del Mezzogiorno: versò sino all'ultima stilla il calice delle amarezze sui Volontarî e sugli Esuli di Venezia: avversò le manifestazioni popolari per Roma: diede ostracismo nella pubblica vita a quanti non giurano nell'inerzia e nell'alleanza imperiale: dichiarò non doversi avere Roma senza il consenso di Luigi Napoleone: Venezia senza il permesso dei Gabinetti d'Europa: negò Rivoluzione e Nazione; e—coll'esempio di quattordici eserciti levati in un solo anno dalla Francia repubblicana, coll'esempio dei 650 000 uomini levati in pochi mesi da venti milioni di repubblicani d'America—non seppe in quasi tre anni raccogliere se non 250 000 soldati; ed oggi, audace soltanto contro i patrioti italiani, aizza l'esercito contro il popolo, imprigiona gli uomini che liberarono il Mezzogiorno, perchè tentano liberare le terre Venete; perseguita le Associazioni, e ammaestra Garibaldi che suo posto è la solitudine di Caprera.

Spetta al Paese di compiere il Dovere Nazionale che il Governo diserta. E gli uomini del Partito d'azione non falliranno di certo al debito loro.

Voi avete, dicono, un Governo regolare; rispettatelo: non v'assumete un diritto d'azione che impianterebbe un dualismo funesto.

Noi non abbiamo Governo nostro in Roma e Venezia, ma oppressi e stranieri oppressori. I nostri non scendevano l'Alpi per sommovere Torino o Firenze: tentavano salirle per sommovere Trento e Venezia: tendevano a continuare l'emancipazione della Nazione, a continuarla a pro vostro: cercavano un'altra Marsala. Non impiantavano un dualismo: movevano a distruggere quello che pur troppo esiste sulla terra Italiana. Vittoriosi, essi v'avrebbero posto ai piedi il frutto della vittoria: disfatti, voi li avreste sconfessati e perseguitati.

Che se il rispetto al Governo regolare inchiude per voi l'obbligo di sacrificare il Dovere Nazionale agli errori o alle colpe di chi sta in alto, l'obbligo di rinnegare la solidarietà italiana, perchè chi sta in alto la nega e dimentica—l'obbligo di lasciare la libertà dei fratelli all'iniziativa di chi dichiara colla parola e coi fatti non potersi fare iniziatore—l'obbligo di troncare a mezzo la Rivoluzione unificatrice, perchè chi sta in alto si sente fiacco o codardo; se l'esistenza fra voi d'un Governo qualunque, buono o tristo, attivo o inerte, negazione o affermazione del fine Nazionale, importa per gl'Italiani obbedienza passiva—rifatevi Austriaci. L'Austriaco era anch'esso Governo: poteva da un dì all'altro—e molti diplomatici stranieri tentavano persuadervelo—mutare sistema. D'onde nasceva per gl'Italiani il diritto di ribellarsi? Dal Dovere Nazionale. Il Governo Austriaco, come il Governo Borbonico in Napoli, lo negava. Il Paese sorgeva ad affermarlo: il Governo Legale, in virtù di quella affermazione, era in esso.

Il Dovere Nazionale è superiore a ogni formula governativa; esso costituisce la norma, sulla quale è giudicata la legalità o l'illegalità dei Governi.

Una menzogna di Governo non è Governo. Governo è la Vita della Nazione, interpretata, riassunta, diretta.

La vita della Nazione è l'Unità. Il Paese l'ha definita coi Plebisciti. Esiste un solo uomo in Italia dal quale possa affermarsi che i paesi del Centro e del Mezzogiorno s'aggiunsero al Piemonte per altro fine che quello dell'Unità Nazionale?

Conquisti il Governo risolutamente quell'Unità; noi saremo con esso, lasciando al tempo e all'apostolato pacifico, ch'è diritto nostro inviolabile, la soluzione delle altre questioni. Qualunque volta il Governo tradisca il fine del Paese, il Dovere della Nazione, rivive in ogni uomo il debito di compirlo. E faremo per quanto è in noi di compirlo. Lo compiremo con nostre forze o costringeremo il Governo a compirlo.

È impossibile che la parte eletta del Paese, gli elementi nei quali più freme lo spirito dell'azione, i giovani, gli studenti, i volontarî, i figli del Popolo, si rassegnino lungamente a far del santo grido di Roma e Venezia una meschina ironia, una parola di delusione mormorata periodicamente su due sepolcri. È impossibile che i prodi di Magenta, Solferino e Palestro, si rassegnino lungamente a far la parte di protettori della frontiera per conto dell'Austria.

È impossibile che la Nazione si rassegni lungamente a un Governo i cui atti pajono calcolati a creare—e lo scrivo con profondo dolore—nell'Italia nascente tutti i mali che contaminano le monarchie morenti; antagonismo tra i popolani e le classi medie: antagonismo tra l'esercito e il Paese: antagonismo tra i governanti e il Popolo governato.

30 maggio 1862.

Giuseppe Mazzini.


IL SOCIALISMO E LA DEMOCRAZIA [145]

Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe media dalle classi operaje. Questo malinteso consiste nell'aver confuso, sì gli uni che gli altri, i sistemi socialisti col pensiero sociale, col principio d'associazione.

Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana, quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.

Gli altri credettero che l'antagonismo della Democrazia verso i loro sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e condannarono quindi la Democrazia, in nome dell'Associazione.

Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.

Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti uniti.

Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse anzitutto devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.

E neppure può esservi una rivoluzione puramente sociale. La questione politica, cioè a dire, l'organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l'antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale.

È necessaria all'operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.

La parola d'ordine dei nostri tempi è l'Associazione, che deve estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell'avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l'ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell'attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l'intera Società, poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.

Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî ogni giorno maggiore.

Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre, che non cesso di ripetere: LIBERTÀ—ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un'ampia via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?

Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti; progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero democratico, che non s'inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l'associazione?

Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta! I vostri padri vinsero i Mori, non già dividendosi e questionando tra loro sull'importanza del Cristianesimo e dell'Indipendenza nazionale; li vinsero, perseverando uniti in una lotta eroica di 800 anni, e così ottennero finalmente il loro posto di popolo libero in Europa!

Riunitevi tutti adunque, o credenti nella Libertà e nell'Associazione, contro i Mori moderni, contro i nemici di queste due grandi idee, e sono certo che conquisterete il vostro posto fra gli Stati Uniti, liberi ed associati, d'Europa.

1862.Giuseppe Mazzini.


LETTERE D'UN ESULE


AGLI EDITORI DEL DOVERE.

.... Odo che soldati Italiani s'incamminano alla frontiera. Nel Bergamasco, sui gioghi del Tonale e dello Stelvio, ai passi che guidano al nostro Trentino, occupato anch'oggi dagli Austriaci, scintillano addensate bajonette di bersaglieri, dei bersaglieri che pugnarono e vinsero—al grido di Viva Italia!—le battaglie destinate ad affrancare la Patria dall'Alpi all'Adriatico. Perchè questi moti? Hanno quei che imperano sull'Italia sorgente sentito finalmente il debito loro? Ha la guerra eroica che si combatte contro la prima potenza militare d'Europa da giovani, in campo senza base, senza unità di disegno, senz'ordini e quasi senz'armi, insegnato agli uomini della Monarchia ciò che può chi vuole davvero, e additato ad essi, schiusa senza gravi pericoli di disfatta, la via dell'onore e della salute d'Italia? Hanno quelli uomini che ci susurrano da tre anni all'orecchio: aspettate sei mesi e vedrete—scossi dal grido di quei combattenti, taluni dei quali versarono sangue per la nostra libertà a fianco dei nostri bersaglieri, e che suscitano oggi un entusiasmo promettitore in tutte le frazioni del Partito Nazionale d'Italia—indovinato che il momento è sorto; che, afferrandolo spontanei, possono forse ancora, riaffratellare le moltitudini a una instituzione cadente, che la guerra all'Austria, la guerra pei nostri fratelli Veneti, la guerra per le nostre Alpi, è oggi facile, opportuna, invocata, e collocherebbe d'un balzo l'Italia a capo della guerra delle Nazionalità conculcate? Dite, oh ditemi, saremo redenti? Cancelleremo con battaglie nostre tre anni di meschine incertezze e di concessioni alla Dea Paura? Saluteranno finalmente i poveri Veneti, nei bersaglieri italiani, i loro liberatori?

Il moto Polacco è moto iniziatore di quello d'una intera famiglia Europea; i vostri uomini di governo lo sanno. Il moto Polacco è, non solamente nazionale, ma Slavo. Un'anima sola, un solo pensiero, inspirano il Governo segreto dell'Insurrezione Polacca e la vasta Associazione Terra e Libertà Russa, Pietroburgo e Varsavia. Costringendo i Polacchi all'azione quattro mesi prima del tempo prefisso, scegliendo alla battaglia, ch'ei presentiva inevitabile, il tempo e l'ora, lo Tsar ha potuto scindere la manifestazione del disegno comune, non arrestare il lavoro che si stende rapidamente. E quel lavoro non si limita alla Polonia insorta, alla Russia cospiratrice: abbraccia i Polacchi della Posnania e della Galizia, i Cecki di Boemia e Moravia, gli Slavi Meridionali della Bosnia, dell'Erzegovina, del Montenegro, della Voyvodina serbo-austriaca, della Serbia. E la Serbia, ordinata, armata, presta all'azione, avrebbe seguaci al suo moto quattro milioni di Bulgari. E il moto degli Slavi del Sud trascinerebbe in Tessalia e in Epiro gli Elleni, in Bessarabia e nel Banato i Rumani. E l'Ungheria, Magiara e Slava, non aspetta a levarsi se non un assalto all'Austria, da dove che venga, e l'insurrezione Serba alla propria frontiera. Sono due Imperi, l'Austriaco e il Turco, minati per ogni dove, ribelli in ogni elemento e pendenti da una iniziativa subita, ardita. Or questa iniziativa spetta all'Italia; all'Italia forte di ventidue milioni d'abitanti e verso la quale, per virtù dei fati che sono in essa, si rivolgono le speranze di tutti i Popoli oppressi. Poche navi nell'Adriatico, centomila uomini che movano di fianco al quadrilatero su Venezia, trentamila volontarî cacciati all'Alpi, Garibaldi in lettiga, come il cieco Ziska nelle battaglie degli Ussiti, tra essi, bastano a sommovere tutta quella moltitudine d'elementi, bastano a trasformare la carta d'Europa. La Polonia e l'Italia tengono i due poli d'un asse che si prolunga dal Baltico fino all'Adriatico. E questa nostra Patria, alla quale per essere grande fra tutte non manca se non coscienza delle proprie forze, può, volendo, strozzare in sul nascere, com'Ercole in culla, il serpente del dispotismo europeo. L'Austria lo sa: i vostri uomini di governo lo sanno. L'Austria ha fatto prova di tolleranza verso i Polacchi in Cracovia a impedire, a indugiare almeno il moto in Galizia, e a illuder gli insorti tanto che non escisse da essi una chiamata all'Ungheria e agli Slavi meridionali. I vostri uomini di governo hanno cospirato, a modo loro, e cospirano col principe Michele e coi capi del Montenegro; sanno da essi le condizioni alle quali accenno. Perchè non coglierebbero l'opportunità cacciata loro innanzi dal Partito d'Azione in Polonia? Perchè i battaglioni di fanteria e di bersaglieri ch'essi mandano affrettatamente in Valtellina, a Vestone, a Sarnico, altrove, non avrebbero incarico di piombare sopra un nemico minacciato all'interno su tutta la linea, e d'inalzare la bandiera dell'insurrezione Veneta, e di lavare a un tratto l'onta di Villafranca?

No; l'onta di Villafranca non sarà lavata, la Polonia non avrà gli ajuti del Governo Italiano, i Veneti rimarranno per non so quanto condannati a pascersi d'illusioni. I vostri giornali governativi rivelano senza vestigio di rossore il segreto di quelle mosse. L'armi italiane scintillano ai gioghi dell'Alpi per proteggerle contro noi, contro tentativi possibili, a pro dei poveri Veneti, degli uomini che liberarono il Mezzogiorno d'Italia. I vostri bersaglieri sono collocati di fronte agli Austriaci per difenderli da ogni assalto italiano, come i zuavi di Francia difendono in Roma il Papa. Dormite tranquilli, Croati: i soldati d'Italia guardano i passi per voi. I sogni di gloria degli uomini che li mandano non vanno al di là d'un secondo Aspromonte.

Ma perchè? Perchè, tremanti d'ogni straniero, taciti davanti al perenne insulto dell'occupazione di Roma, incapaci d'una deliberazione ardita a pro di Venezia e servi anche oggi, quando un Popolo di ventidue milioni è con essi, della timida, lenta, obliqua politica piemontese, sorgono audaci e rapidi nei propositi contro ogni supposta mossa di cittadini, e trovano coraggio d'azione ad ogni sospettare di spia che accenni a generose aspirazioni negli Italiani? Perchè questi uomini, che a fronte di due anni di guerra ordinata, alimentata da Roma Papale, non osano dire agli invasori francesi: sgombrate la base d'operazione del brigantaggio, diventano a un tratto energici per proteggere l'usurpata frontiera dell'Austria? Perchè, se sospettano che i nostri fratelli dell'Alpi pensino a insorgere, si frappongono in armi fra essi e noi, quasi a dir loro: rimarrete soli e senza il menomo ajuto dai vostri? Vogliono Roma, o preferiscono che duri indefinitamente un mortale pericolo all'Unità? Vogliono Venezia libera o serva? Che importa ad essi s'altri si avventuri a tentare l'impresa che è da tre anni debito loro? Qual rischio corrono? Non son certi di cogliere per ora i frutti dell'altrui vittoria? Non hanno presta, nel caso dell'altrui disfatta, la discolpa—e ne userebbero largamente—delle persecuzioni sui vinti? Perchè, se intendono a fare l'Italia, non salutano in core, non si tengono presti a seguire, dove il successo la coroni, l'iniziativa di popolo, che sola può cominciare la lotta emancipatrice? Che mai sperano, se non dall'azione? Non vedono essi che nell'azione è oggi l'unico argomento potente a convalidare il Diritto? Non vedono l'Europa intera agitarsi a pro della Causa rappresentata dalle bande Polacche? Perchè antepongono il silenzio e l'inerzia alla generosa protesta in nome della quale soltanto essi potrebbero dire all'Europa: o riconoscimento del Diritto Italiano o rivoluzione? Sono essi inetti o tradiscono? Vogliono l'Unità d'Italia, che sola l'insurrezione può darci, o accarezzano tuttavia nel segreto il pensiero di confederazione, che il loro Cavour accettava da Luigi Napoleone in Plombières?

Sono inetti e tradiscono. Tradiscono, non dirò del tradimento volgare che inganna deliberatamente—perch'io non so le intenzioni e quindi non le accuso—ma del tradimento perenne, ineluttabile, egualmente funesto, di chi si assume un ufficio senza possedere uno solo degli elementi necessarî a compirlo. Vorrebbero Roma, vorrebbero Venezia—a chi non sorriderebbe l'acquisto della doppia gemma?—ma le vorrebbero dall'Austria, dalla Francia, dalla Diplomazia, da concessioni codarde e fatali al futuro, da mercati colpevoli verso altri Popoli, da interventi disonorevoli, da ogni Potenza, da ogni raggiro, fuorchè dall'Italia e dalla franca, leale, diretta, morale Politica, che dice: son mie; Dio le dava all'Italia: il Popolo Italiano compie i voleri di Dio. Hanno sognato d'avere Venezia allettando l'Austria a impossessarsi delle terre Moldo-Valacche, coi capi delle quali ricambiavano intanto proteste d'amicizia fraterna: sognano d'averla ajutando un giorno l'Austria nella conquista dell'egemonia Germanica, la Francia in quella delle provincie Renane; e, quanto a Roma, l'aspettano—Cavour lo dichiarava, applaudito alla Camera—dalla conversione del Papa e di tutto l'orbe cattolico. Erano pronti, per avere tre anni addietro Venezia, ad abbandonare ai disegni napoleonici il Centro; abbandonerebbero oggi, per aver Roma, il Mezzogiorno d'Italia. Fiacchi sino al ridicolo, mandarono elucubrazioni rettoriche al Papa, che l'alleato non consegnò. Condannati dall'assenza d'ogni concetto a rinascenti contraddizioni, proclamarono la vuota formula libera Chiesa in libero Stato con uno Statuto il cui primo articolo dichiara il Cattolicesimo religione officiale della Nazione: bandirono solennemente il Diritto del Paese a Roma, poi annunziarono che s'asterrebbero da ogni pratica per tradurre il diritto in fatto, e si tacquero. Da due anni il Papa ha praticamente dichiarato guerra al Regno d'Italia; da due anni escono da Roma, fatta convegno aperto di cospiratori protetti dalle bajonette francesi, bande armate di masnadieri a infestare le provincie meridionali; ed essi si limitano a una impotente difesa. Leggono nel preventivo Francese del 1864 mantenuta la cifra che rappresenta le spese dell'occupazione, e non trovano in sè coraggio che basti, non foss'altro, a protestare pubblicamente davanti all'Europa e chiederle l'onesta applicazione del non-intervento; e—forti del favore dell'Inghilterra e dei Popoli quanti sono—non hanno core, dacchè guerra non osano, di dire almeno a tutti, Papa, Francia, Governi e Popoli: «Lo straniero occupa ad arbitrio la nostra Metropoli e una zona di frontiera della nostra terra; l'Europa è inerte; il Diritto è muto per noi; l'azione legale ci è contesa: noi lascieremo aperta la via ai rimedî anormali. Collocati fra l'usurpazione altrui e il diritto dei nostri, lascieremo ai nostri libertà d'azione contro l'ingiustizia dalla quale nessuno protegge l'Italia. Se alle invasioni delle masnade che vengono da Roma i cittadini risponderanno invadendo essi pure, non ci opporremo; se, a sottrarsi al continuo pericolo d'una irruzione dell'Austria, tenteranno sommovere il Veneto e conquistarsi la frontiera dell'Alpi, non ci opporremo; e nol potremmo senza pericolo. Date giustizia all'Italia, o rassegnatevi ad avervi un foco perenne di rivoluzione.» Quel linguaggio, appoggiato da quattrocento mila bajonette, ci darebbe Venezia e Roma in tre mesi.

Ma per tenere linguaggio sì fatto bisogna avere una fede, ed essi non hanno che opinioni mutabili, tiepide, incerte; bisogna credere nelle forze che sono in Italia, ed essi si credono deboli e s'affaccendano a dirlo agli stessi loro soldati: bisogna credere nella potenza del Diritto, ed essi non credono che nel raggiro, negli artificî della diplomazia; bisogna avere la scienza, l'intuizione che crea l'avvenire, ed essi non giurano se non nella scienza delle epoche morte; bisogna intendersi colle Nazioni vogliose di sorgere, ed essi cospiravano con Ottone e cospirano con Michele; bisogna osare, ed hanno paura; bisogna amare ed essere amati, ed essi non sono amati e non amano; bisogna fare una cosa sola del Governo e del Popolo, ed essi hanno creato e mantengono un dualismo sistematico fra l'uno e l'altro; bisogna desiderare, evocare, occorrendo, una iniziativa dalle viscere del Paese e giovarsene come di punto d'appoggio alla leva, ed essi, incapaci d'azione propria, aborrono, per timore del futuro, da ogni iniziativa popolare, aborrono dalla possibilità che il Popolo acquisti coscienza della propria forza, aborrono dal passato che grida loro: Marsala e Napoli; aborrono dall'avvenire che direbbe loro: Trento o Treviso: bisogna fare, promovere, inspirare, dirigere, progredire, ed essi non sanno altro segreto che di negare e reprimere. Hanno raggiunto l'ideale della repressione, quando, invece di velarsi il capo e gemere come per lutto nazionale, mandavano, otto mesi addietro, un brevetto di promozione all'uomo che versava, sulla via di Roma, il sangue di Garibaldi; raggiungevano, pochi dì sono, l'ideale della negazione, quando, per timore dell'Austria, negavano nome e qualità d'Italiani ai romani e ai veneti. Perchè meravigliare se mandano fanteria e bersaglieri contro ipotesi di tentativi emancipatori—se dicono ai Croati: dormite tranquilli; i soldati d'Italia guardano i passi per voi?

Negare e reprimere: è la formula dei Governi che cadono. I Popoli vogliono vivere, vivere della vita divina ch'è in essi e si chiama Progresso: i Popoli che sorgono a vita nuova, segnatamente. Una nazionalità è un fine, un ufficio, una missione, un Dovere collettivo accennato da Dio: bisogna raggiungere quel fine, compiere quel Dovere: ogni sosta sulla via segnata costa disonore, poi lagrime e sangue. Il Popolo ha l'istinto di questo Vero. Dove si sente guidato innanzi, dove trova sviluppo incessante, espansione di vita sulla via per la quale è chiamato, dove scopre negli atti una virtù iniziatrice, il Popolo saluta una Instituzione, un Governo. Si chiami Dittatura, Monarchia, Impero o Papato, il Popolo segue e protegge: seguiva i Papi quand'essi promovevano, nei primi secoli, l'emancipazione degli schiavi, insegnavano che la Morale era suprema su tutti, padroni e sudditi, e opponevano la parola religiosa Dovere all'arbitrio, alle usurpazioni dei re: seguiva Richelieu e Luigi XI, quando la loro tirannide combatteva il feudalismo e mozzava nel capo la gerarchia dei baroni di Francia: seguiva Napoleone, quand'ei, nella prima metà della sua carriera, rappresentava colle bajonette una idea d'Eguaglianza, e lasciava dietro ogni mossa un Codice, imperfetto ma contenente il riconoscimento dei diritti civili negati dalla aristocrazia, da principi e papi. Dove cessa l'iniziativa del Progresso da compiersi—dove l'Instituzione non rappresenta più il moto, la vita—dove il Governo assume per proprio simbolo il segno d'una quantità negativa, per propria teorica una teorica di repressione, per proprio ufficio quello di conservare e impedire—il Popolo intende che una sintesi è consumata, che la vitalità d'un principio è esaurita, che una forma è irreparabilmente logora, e si volge altrove.

Allora comincia uno spettacolo che la Storia ci addita dieci volte negli ultimi settanta anni. Da un lato, diffidenza e speranza; dall'altro diffidenza e paura. Il Popolo pende, per un tempo, incerto, perchè dubbioso dell'avvenire, ignaro di chi lo guidi, avverso timidamente all'autorità che lo regge, sospettoso della futura. Quei che siedono al governo interpretano quella incertezza come noncuranza, impotenza o mancanza di coraggio, e s'illudono a persistere nel loro funesto sistema: i corrotti nell'anima fiutano il guasto e s'affrettano a cogliere i frutti dell'albero che domani forse rovinerà: i tiepidi, che son pur sempre i più numerosi, si ravvolgono, come chi presente tempesta, nel manto dell'io, s'astengono da ogni atto virile, da ogni affermazione di vita, e prolungano le illusioni e la crisi alla quale, dichiarandosi, imporrebbero fine rapidamente: i buoni, ma fiacchi, disperano: i buoni arditi, credenti e non curanti di conseguenze per sè, inalzano, incerti anch'essi da principio e arrendevoli ad ogni transazione onorevole, la bandiera dell'avvenire. Contro questa minoranza perturbatrice d'una illusione fatta abitudine, il Governo s'irrita, e tende a sopprimerla quasi eresia violatrice del dogma. Incomincia una guerra, sorda dapprima, di spionaggio, d'insidie, d'accuse calunniatrici, di tentativi di corruzione che trionfano su taluni, falliscono sugli altri, e li rendono più sempre convinti che l'Instituzione è guasta e condannata a perire; poi, d'aperta crescente persecuzione: persecuzione contro le facoltà più inviolabili, più indivisibili dall'umana natura, l'associazione, l'espressione libera del pensiero. La resistenza infierisce quella minoranza d'apostoli che, sgominata sopra un terreno, si riordina sopra un altro, muta forme d'opposizione, mina segretamente il punto che essa non può assalire di fronte, stanca con piccoli ma continui assalti il nemico e lo trascina più in là ch'esso, per tattica, non vorrebbe: di conservatore il Governo diventa finalmente retrogrado. Il Popolo intanto studia tacito i segni e le vicende di quella guerra, comincia a leggere sulla fronte di quei perseguitati il proprio segreto, afferra nel martirio affrontato nobilmente da pochi un pegno delle schiette sincere intenzioni di quei che piantano la bandiera sulla loro tomba, e accenna ad affratellarsi. Di fronte al primo pericolo i sostenitori dell'Instituzione minacciata si dividono in due campi; nell'uno, gli eclettici del Partito, quanti in fondo cominciano a dubitar del trionfo, tentano conciliazioni impossibili fra termini che s'escludono, si studiano di sopprimere l'ostilità d'alcuni fra gli elementi progressivi, aprendo loro un angusto varco al sacrario dell'Autorità, offrono transazioni impotenti a fondar la concordia, dànno promesse di meglio che non possono mantenere: nell'altro, si ristringono i cupidi d'autorità senza limiti, gl'intolleranti per natura o educazione di corte, gli uomini che hanno il coraggio inferocito della paura, i pochi ingegni logici che deducono imperturbabili tutte le conseguenze del loro principio. Dal primo campo esce presto o tardi, inevitabile conseguenza del difetto di forte convincimento, uno spettacolo d'immoralità che sparge lo scredito sulla bandiera; dal secondo esce una perenne minaccia di crisi violenta, che accende le passioni dei combattenti e comincia a far sentire ai tiepidi i pericoli d'una condizione precaria e anormale. Il malcontento s'allarga alla base. Il Governo, pauroso e irritato dai nuovi pericoli, smarrisce anche quella apparenza di calma e di coscienza di forza che accennava ancora, nella mente del Popolo, a una Autorità esistente in esso, e da quel giorno è perduto; da quel giorno comincia per esso uno stadio fatale, sul quale anche una vittoria è rovina. Se il Potere s'afforza d'armi e accarezza il militarismo, diffonde sdegni e sospetti funesti negli ordini cittadineschi; se cerca appoggio in uno o altro Governo straniero, offende l'orgoglio nazionale e si confessa separato dalla vita della Nazione; se infierisce nella resistenza, è aborrito come tirannico; se accenna a concedere, sprezzato siccome debole. Un giorno, gli uomini del campo logico si avventurano a un tentativo imprudente, a una tarda illegale manifestazione di forza; gli uomini del campo eclettico si sperdono, come sempre usano, per vie diverse; le frazioni nelle quali le vanità individuali aveano diviso, nella sfera intellettuale, il campo d'azione, si raccolgono tutte di fronte all'assalto nemico. L'Europa ascolta un rumore come di cosa che rovina. È una Instituzione caduta, trapassata alla vita storica. Un'altra sorge in sua vece. Il Popolo ripiglia, emancipato, la propria via verso il fine.

È questa una pagina di storia ripetuta sovente negli ultimi due terzi di secolo in Francia, in Germania, nel Belgio, in Grecia, nella Spagna.

A quale linea della pagina siamo oggi in Italia?

Aprile, 1863.

Giuseppe Mazzini.


I MONARCHICI E NOI

La guerra vigliacca e sleale, combattuta dagli uomini di parte monarchica contro gli uomini di fede repubblicana, ci conforterebbe sulla via, se guardassimo soltanto a noi e al trionfo della nostra bandiera. Un Partito che spende metà della sua polemica a dichiararmi morto per sempre e senz'ombra d'influenza in Italia, e l'altra a provare ch'io minaccio di porre l'Italia a soqquadro, e chiamare il Governo a vegliare e reprimere energicamente:—che, a farci avversi i soldati italiani, ci accusa di chiamarli sgherri, e manda a un tempo circolari segrete per impedire disegni nostri di seduzione sull'esercito;—che consacra periodicamente dieci colonne delle sue gazzette a dimostrare che noi aggiriamo Garibaldi e ne inspiriamo le mosse, e dieci a dichiarare che Garibaldi non è con noi, che noi ne usurpiamo il nome, ch'ei non divide alcuna delle nostre aspirazioni—si condanna deliberatamente ad essere ridicolo. Un Partito—partito governativo, e quindi potente d'influenza, di pubblicità, di prestigio su quanti adorano il fatto—che non trova contro noi individui, pochi, dicono, e di certo con pochi mezzi d'apostolato e d'azione, altr'arme che la calunnia;—che ripete a ogni tanto, contro ogni evidenza storica, che i repubblicani vogliono sangue e rapina;—che non discute, ma insulta;—che non cita mai ciò che si scrive da noi, ma insiste a confutare fatti e detti, provati non nostri;—che ammette falsarî nelle sue file; conia in Torino una circolare, v'appone il mio nome, la manda, perchè s'inserisca, a una gazzetta austriaca, tradisce stolidamente, per gioja insana della propria colpa, il segreto, annunziandola prima dell'inserzione, e la commenta oltraggiosamente, quasi fosse documento storico, il giorno dopo—è partito indegno del nome, e condannato a perire. Una Nazione non può lungamente acquetarsi ad essere guidata da gente immorale.

Ma davanti a questo avvicendarsi di basse calunnie anonime e di villanie; davanti a questa danza d'iloti briachi, che s'intitolano moderati, è impossibile non sentirsi, anche sprezzando, rattristato nell'anima. Quella stampa è pur sempre stampa italiana: italiani son gli uomini che la insozzano di contumelie, italiani gl'insultati da essi. Quelle tristi gazzette viaggiano all'estero, rappresentano agli occhî di molti la politica, le tendenze del Regno, somministrano una base ai giudizî stranieri su noi. «Che!»—dicono quegli uomini, i quali studiano attenti, come oracoli del futuro, i nostri detti, i menomi fatti del nostro sorgere—«volete essere rispettati, e non sapete rispettarvi fra voi? Vi dichiarate capaci di libertà, e la violate, fin dai primi passi, coll'odio? Volete giustizia, e vi presentate per meritarla colla veste dei calunniatori? Invocate progresso, e l'espressione d'ogni opinione diversa dalle vostre v'irrita sino al furore? Taluni fra i perseguitati d'intolleranza da voi ci son noti da lungo: possiamo dividere o non dividere tutte le loro opinioni; ma li sappiamo onesti, profondamente convinti e devoti—senza fini individuali—a una idea. Confutateli, ma non li oltraggiate. L'inviolabilità del pensiero è madre della Libertà; sua primogenita è la tolleranza reciproca.» E cominciano a guardare, con un senso di suprema sfiducia, all'agitarsi di un Popolo che chiede Unità di Nazione, e tinge a danno dei proprî figli, la penna di fiele, e calunnia le intenzioni, e cancella—o lo tenta—la sacra indipendenza delle diverse credenze.

E tra noi? Ah! qual cumulo di rimorsi dovrebbe opprimere un giorno—se i coniatori di circolari potessero esserne capaci mai—l'anima di questi gazzettieri monarchici che diffondono l'immoralità della menzogna e dell'odio; versano nel core dei giovani, in un Popolo nascente alla Libertà, la diffidenza, lo scredito sul principale stromento d'educazione, la Stampa; e irritano colla persecuzione e coll'intolleranza le passioni vendicatrici e di ribellione contro l'ingiustizia, dove non bisognerebbe che seminar l'amore e la riverenza alla libera discussione! Pochi tra noi vi sanno inetti, più che settarî avveduti e calcolatori; d'anima volgare e meschinamente invida, più che profondamente malvagia; irritabili e collerici per natura di fiacchi; adoratori ciechi, per difetto di fede, d'ogni fatto che appaja potente, e servi ad ogni potere confortato di bajonette e d'erario. Sanno che schiamazzaste, prima del 1859, maledizioni, poi adulazioni schifose al Bonaparte; inni, finchè vinse, a Garibaldi, come anch'oggi al re-mito, a Cavour, a Ricasoli, a Rattazzi, a Minghetti, a chi no? Schiamazzereste a noi se vincessimo; però essi vi guardano sorridendo, e vi vedrebbero, stringendosi nelle spalle, mutar linguaggio e mendicare interpretazioni di progresso all'antico, il dì che fosse mutata l'instituzione. Ma gli altri? I non educati dalle lunghe delusioni e dallo studio severo delle umane cose a tollerare e compiangere? A giudizî ingiusti non opporranno giudizî ingiusti, alle calunnie ribellione d'accuse appassionate e violenti? V'odono a insinuare che uomini, la cui vita intera fu culto quasi esclusivo dell'Unità Nazionale, sono oggi affratellati con fautori di moti autonomisti locali o retrogradi: perchè non crederanno voi, lodatori dello sgoverno che minaccia strapparci le provincie meridionali, affiliati consapevoli al disegno di smembramento, persistente nel Bonaparte? Vi vedono imprigionare uomini che patirono per la patria, come Rosario Bagnasco, lunghi anni d'esilio e, a cercar d'infamarli, confonderli coi camorristi: perchè non infameranno voi come pagnottanti e venditori della vostra coscienza agli agî o alla vanità del potere? Così voi alimentate, imprudenti, una guerra ch'oggi è d'oltraggi, domani può essere di sangue; voi falsate il senso morale della Nazione; convertite in fiaccola seminatrice d'incendî la luce che dovrebbe escire, serena e fecondatrice, dall'esame dei diversi concetti; insegnate ai giovani l'intolleranza, e radicate nei cuori la funesta massima, che tutti i mezzi son buoni a spegnere gli avversarî! Dio tolga che un giorno non abbiate a pentirvene!

Or noi non v'abbiamo dato l'esempio. La nostra polemica contro voi può essere acerba, sdegnata, sospettosa talora; non fu mai deliberatamente calunniatrice. Noi non coniammo circolari, citiamo le vostre; citiamo documenti firmati da ministri vostri, citiamo lettere di Roverbella, ragguagli dati da agenti officiali stranieri, che vi provano presti ad abbandonare chi si dà a voi, presti a transigere sull'onore italiano collo straniero, presti a combattere, per ossequio a un despota potente o avversione innata all'azione popolare, chi ha fatto, per l'illusione di concordia, sacrificio d'ogni idea più cara, ma non può sacrificarvi l'Unità della Patria. Noi vi rimproveriamo gli impotenti metodi di terrore spiegati nel Mezzodì dell'Italia; condanniamo le fucilazioni lasciate ad arbitrio di militari, cacciati a un tratto in paesi ove ignorano uomini e cose e devono commettere inevitabili errori, non le inventiamo: voi avventate, insistenti, contro noi l'accusa di sanguinarî, quando sapete che, da un unico vecchio e severamente biasimato esempio francese infuori, voi non potete citare un solo atto di feroce arbitrio, commesso da quei che reggono le repubbliche Svizzere, o ressero le brevi repubbliche di Roma e Venezia. Voi accusate sistematicamente le nostre intenzioni; noi registriamo fatti continui di guerra all'Associazione e alla Stampa, stati d'assedio, imprigionamenti di deputati, rifiuto di cittadinanza agl'italiani romani e veneti, paci disonorevoli, alleanza servile con chi occupa a forza quella che voi proclamaste a parole vostra Metropoli; Nizza, Savoja, Aspromonte. Stringete in una tutte le nostre polemiche: esse sommano a dirvi, che voi non adorate un principio, ma servite a una precaria opportunità: che, per documenti firmati da voi, voi non foste nè siete gli uomini dell'Unità Nazionale, ma sapete talora giovarvi, fin dove non si frappone il divieto straniero, dell'opera di quei che son tali: che non avete nè avrete mai virtù iniziatrice: che non siete pianta indigena in Italia, ma innesto: che non amate il Popolo e ne temete, e siete quindi e sarete trascinati fatalmente ad avversarne la Libertà: che non avete nè tradizione, nè vita vera nell'oggi. Confutateci, se potete; ci avrete vinti: perchè noi, dissimili dai vostri sostenitori, non cerchiamo altro terreno che questo.

Io conosco un Paese—ed è il solo—dove la Monarchia ha tuttora radici inviscerate colle tendenze, colle idee, colla vita storica della Nazione. È l'Inghilterra. Là, la Costituzione non escì improvvisata, strappata dalla paura, in un angolo del paese; crebbe spontanea per opera lenta di secoli, colla potenza collettiva, col naturale sviluppo degli elementi innestati dalla conquista sugli elementi anteriori. La Monarchia compì una missione, frapponendosi tra la tendenza a smembrare, innata nel feudalismo, e le tendenze unificatrici: diede il suo nome all'incremento progressivo delle forze nazionali. Una aristocrazia, forte di possedimenti, d'una tradizione d'uomini illustri, d'affetto orgoglioso all'indipendenza e alla grandezza del paese e—nel passato—d'una costante iniziativa in tutte le instituzioni di beneficenza, sta, con unità di concetto e di disciplina, tra la Monarchia e l'elemento democratico, moderatrice. Questa aristocrazia, indispensabile in ogni ordinamento di monarchia costituzionale, cede oggi terreno all'elemento finanziario industriale e sparirà un giorno, e con essa la Monarchia; ma or vive, rigogliosa tuttavia e venerata. La Monarchia è in Inghilterra immedesimata ancora colla vita del Regno. E perchè lo è e sa d'esserlo, non teme, non sospetta, non s'irrita, non vive, come in Italia, di repressione. Là, le instituzioni che dichiarano libero l'uomo non sono lettera morta: hanno mallevadori Governo e Popolo. La facoltà d'associazione è, politicamente, illimitata: il diritto delle pubbliche adunanze, protetto: l'espressione del pensiero, santa, inviolabile. Uno scrittore pubblicò per due anni una Rivista mensile, intitolata: Repubblica, senza che potesse sognarsi un sequestro. Altri perorano contro l'instituzione monarchica, contro l'ordinamento attuale della proprietà, contro il cristianesimo, con un uomo di polizia alla porta, incaricato di tutelare, occorrendo, a pro dell'oratore, l'ordine nella sala.

Un ministro, Lord Palmerston, propone, per compiacere a Luigi Napoleone, alcune modificazioni al diritto di libertà illimitata, che gli stranieri, gli esuli politici, possiedono in Inghilterra: 50 000 uomini si raccolgono a convegno pubblico in Hyde-Park, per protestare contro le intenzioni ministeriali: il ministro ritira il dì dopo la proposta, e torna alla vita privata. Un altro ministro, Lord John Russell, rimproverato di trascurare le riforme elettorali credute necessarie, rimprovera alla sua volta di freddezza il Paese: perchè non agitate? ei dice; perchè non provocate adunanze pubbliche, che esprimano la volontà del Paese? La Monarchia non ha vigore d'iniziativa; ma segue, desidera, invoca l'iniziativa popolare. E per questo vive rispettata dal Paese, e sicura: ciò che da noi si chiama rivoluzione è ignoto in Inghilterra; ignoti sono i consorzî segreti, ignoti i tumulti di piazza: la piazza, quando è unanime, ha dominio legale. Gli avversarî politici discutono pacifici e rispettosi; nessuno sogna d'accusare il più accanito nemico del Governo d'essere alleato segretamente con una o altra cospirazione straniera, o con fazioni avverse all'Unità del Paese: nessuno conia circolari a suo danno.—Ma voi? Voi, immemori dell'anno 1830 e del 1848, immemori delle dieci rivoluzioni che punirono, nell'ultimo terzo di secolo, i governi ostili alle libertà popolari, ricopiate servilmente la politica dei dottrinarî francesi: tenete per nemico vostro ogni uomo che invochi sviluppo progressivo di libertà, e lo trattate siccome tale: avversate ogni manifestazione d'opinione pubblica: aborrite e perseguitate, quando non v'obbedisce ciecamente, il pensiero: ricusate voto e armi al Popolo per paura—ignota in Inghilterra—ch'esso ne usi contro di voi: tremate dei volontarî, che vi diedero mezza Italia, mentre l'Inghilterra addita con orgoglio centocinquantamila volontarî armati dalla monarchia; vi circondate di forze artificiali: restringete nel cerchio angusto d'un partito l'amministrazione del Paese: avete sospetti quanti fanno prova d'ingegno e d'animo indipendente: trascinate l'incerta esistenza nella sfera fattizia degli impiegati da voi, tra i responsi, calcolati a non turbarvi i sonni, dei vostri prefetti, e respingendo e cercando sopprimere ogni espressione della volontà del Paese, ogni avvertimento che vi venga da esso. Voi non dirigete, non governate: vi difendete. Accampate in Italia.

A voi, come a noi—più che a noi, dacchè all'espressione del nostro pensiero son posti limiti da non potersi facilmente varcare—sono aperte le vie di pubblicità. Perchè, senza oltraggi e calunnie, dimenticando gl'individui e non guardando che alle idee, non ne usate a confutarci, a convincerci? I sequestri, gl'impedimenti alle riunioni, le diffamazioni da trivio, possono darvi vittorie d'un giorno, vittorie di Pirro, ma confermano nella mente degli assennati ciò ch'io vi dico a ogni tanto: che siete e vi sentite deboli. Provateci che la monarchia compie da lungo in Italia una missione storica unificatrice: provateci che fu per secoli iniziatrice di progresso al Paese: provateci che i grandi periodi della nostra vita e della nostra potenza non furono di Popolo, ma ebbero moto e nome da Principi: provateci che la Monarchia non s'insinuò in Italia sotto il patronato straniero, ma vi crebbe spontanea per grandi servigi resi, per entusiasmo di popolo riconoscente; provateci che non aprì mai gli sbocchi dell'Alpi agli invasori stranieri, che non militò alternativamente per Francia, Austria o Spagna sui campi d'Italia; provateci che la Lega Lombarda, la difesa di Firenze, l'insurrezione di Masaniello, i Vespri di Sicilia, la cacciata degli Austriaci da Genova, le giornate di Milano, di Palermo, di Bologna, di Brescia, le nobili resistenze di Venezia e Roma, furono capitanate da Principi; provateci che la cessione di Milano e la pace di Villafranca non portano la firma d'un re. Avrete rivendicato all'instituzione il potente sostegno d'una tradizione; avrete rovesciato la metà dei nostri argomenti e distrutto la metà della nostra forza. Ponete il vostro nome e date virtù di decreto all'utopia, che Giorgio Pallavicino ripete con gloriosa insistenza al deserto da ormai tre anni: armate il Paese: date 400 000 soldati all'esercito e 50 000 volontarî a Garibaldi; affidate, porgendo loro ajuti d'armi, danaro e autorità, a commissioni locali composte d'uomini noti per energia e devozione all'Unità Nazionale, la distruzione dei masnadieri meridionali: date prova di fiducia al Popolo chiamandolo al voto: provocate colle adunanze pubbliche, una espressione generale di volontà nel Paese: riconfermate il Diritto Italiano, dichiarando cittadini eguali e liberi quanti nascono e nacquero tra l'Alpi e il Mare: ripartite ai Comuni, perchè li vendano o li affidino ad associazioni industriali e agricole, i beni del clero; protestate prima solennemente, a Popoli e Governi d'Europa, contro l'occupazione francese in Roma; poi intimate; se per altra via non riuscite, lo sgombro: chiamate il Veneto a insorgere, e appoggiatene l'insurrezione colle armi. Avrete confutato l'altra metà dei nostri argomenti, e provato che è in voi un elemento di vera vita, una potenza d'iniziativa, capace di guidar la Nazione.

Fino a quel punto, tollerate ch'io vi dica: Voi non avete in Italia tradizione, nè virtù di vita nell'oggi—e vendicatevi come potete, coniando circolari, o tentando sotterrare coi sequestri la mia parola.

Venezia e Roma: voi non potete sotterrare le due città; non potete cancellarne il nome dal core degl'Italiani. Quelle due parole vi uccideranno. Di mese in mese, d'anno in anno, d'indugio in indugio, di promessa in promessa, voi finirete per convincere i Veneti e i Romani illusi, gl'Italiani tutti titubanti anch'oggi, tra la diffidenza crescente e una incerta servile speranza, che non è in voi risolvere il doppio problema. Quel giorno, cadrete.

Noi siamo convinti, e però siete caduti per noi. Checchè scriviate nei vostri diarî, checchè scriva un uomo[146], a cui la canizie e un passato onorevole dovrebbero vietare d'affermare alla leggera sul conto d'altrui, non è vero ch'io voglia la Repubblica a qualunque prezzo. Io mi sento troppo certo dell'avvenire, per affrettarlo a prezzo dell'Unità Nazionale e contro il volere riconosciuto del mio Paese. Per tre anni, finchè l'immensa maggioranza del Paese si dichiarava soddisfatta e fidava in voi, finchè era possibile illudersi a credere che intendereste la missione, la forza e la via di salute che la Nazione v'offriva; finchè l'esperimento potea dirsi non assolutamente compiuto, io tacqui religiosamente d'ogni questione che non fosse di azione per l'Unità della Patria: noi tutti, Partito d'Azione, ponemmo, qualunque fosse la bandiera, in mano vostra mezzi, uomini, voto, imprese, concessioni di tempo, consigli, quanto era in noi. Sacrificavamo, non a voi, ma alla pronta liberazione di Roma e Venezia. Oggi—dopo Aspromonte, dopo il rifiuto della cittadinanza Italiana ai Romani e ai Veneti, dopo il voto che sancisce in ogni ministro il diritto di sopprimere ad arbitrio la libera espressione del pensiero del Popolo, e poi che tutti i vostri uomini di stato, esauriti a cerchio, hanno rappresentato miseramente, l'un dopo l'altro, lo stesso sistema: impotenza per la questione nazionale: repressione per ciò che concerne la Libertà—s'illuda chi può. A me parrebbe d'essere, tacendo il vero a' miei concittadini, stolto a un tempo e colpevole.

La Nazione non avrà salute, Unità, Libertà, se non dal suo Popolo.

Giuseppe Mazzini.


A FEDERICO CAMPANELLA [ [147]

Mi chiedi perchè taccio? Taccio perchè ho il dolore nell'anima e il rossore sulla fronte per la mia Patria. Taccio perchè, tra la codarda servilità degli uni e il difetto di spirito pratico e virtù di sacrificio negli altri, temo oggimai che la parola non giovi. Taccio perchè ogni qual volta mi sento spronato a prender la penna mi torna alla mente il grido del povero Savonarola, quando ei, predicando a un popolo inerte, indifferente, dileggiatore, prorompeva in parole rotte da singhiozzi: «Signore, stendi, stendi dunque la tua mano, la tua potenza! Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più altro che piangere.»

Ricordi tu, vecchio e fedele amico, le visioni dell'Italia che splendevano sull'anime nostre quando tentavamo, trenta anni addietro, la spedizione di Savoja, e nei lunghi anni d'esilio che durammo insieme? L'Italia sorgeva—poco importava il quando—in nome dell'eterno Diritto, santificata dal martirio de' suoi migliori, a impadronirsi, continuando il passato, dell'iniziativa che la Francia aveva dal 1814 perduta; ad assumere una missione di Verità e di Giustizia in mezzo all'Europa incadaverita per opera del Papato e della Monarchia: sorgeva, non riconoscendo padroni da Dio e dal Popolo infuori, fidando in sè e nei Popoli che avrebbero—come fecero sempre a chi seppe chiamarli—risposto al suo grido, con un doppio programma di Nazionalità e di Libertà, suscitando a nuova rivelazione la vita fremente nel profondo delle genti aggiogate sotto l'Austria, smembrate fra esse e l'impero Turco, e dicendo ad esse: per noi e per voi. Governavano il periodo della sua insurrezione pochi uomini acclamati dal Popolo, mallevadori ad esso, fidenti in esso, senza vincoli di passato avverso al sorgere collettivo, senza vincoli di presente a corti, trattati o diplomazia, credenti, logici, arditi. E, compita la lotta, un'Assemblea eletta da tutti, interrogava la vita, i bisogni, le aspirazioni del nuovo Popolo e dettava da Roma, nuovo anch'esso, discusso da tutti, eguali per tutti, il Patto della Nazione; promulgava al mondo la morte del Papato e la libertà di coscienza; annunziava, in una dichiarazione di Principî, la fede degl'Italiani nel secolo XIX; armonizzava con una immensa libertà di Comune l'Unità morale e la politica Nazionale; schiudeva con un semplice equo sistema di tributi, cogli impulsi dati alla produzione, con ajuti alle Associazioni operaje, la via del meglio alla classe più numerosa e più povera; aboliva, proclamando libertà di commercio, dogane, monopolî, proibizioni; aboliva, ordinando il paese intero all'armi, la coscrizione; aboliva, riordinando la legislazione penale sul concetto del miglioramento individuale e della difesa collettiva, il palco e il carnefice; inaugurava gratuito, universale, uniforme e desunto dall'idea religiosa Progresso, un sistema di Educazione Nazionale.

Quel sogno è per ora sfumato. Era necessario, perch'esso potesse trapassare nel dominio della realtà, che il nostro risorgere escisse dall'iniziativa popolare: l'iniziativa fu regia e straniera. E da quel fatto, colpa di tutti noi, le conseguenze dovevano sgorgare irrimediabili per un tempo, fatali. Per legge storica, derivazione della legge morale, ogni colpa deve espiarsi. La Francia espia da tredici anni, colla negazione di gran parte delle sue conquiste politiche anteriori, l'assassinio di Roma: noi espiamo la rassegnazione servile colla quale aspettammo a emanciparci da un padrone straniero che un altro scendesse, come nel medio evo, a combatterlo. La vita nuova della Nazione, segnata d'un marchio d'impotenza, mancò di sviluppo e di interprete: la monarchia non poteva dare che la propria, misera, locale, legata al passato, e lo fece: s'aggiogò ad una ad una le provincie italiane come se fossero territorio inerte, e diede a tutte come Patto un patto che non rappresenta se non la vita del passato e di una sola frazione d'Italia. Nel conflitto fra le due vite è il segreto di tutte le nostre piaghe, di tutti i nostri dolori: nè cesserà se non quando l'iniziativa trapasserà, come nelle nostre visioni, nel Popolo; se non quando il compimento di un grande Dovere, raggiunto con forze e battaglie proprie, avrà dato alla Nazione coscienza del proprio diritto e vigore per esercitarlo. Quel giorno avremo la libertà. Gli uomini, nostri un tempo, che oggi si affannano a conciliar le due vite, tentano un problema insolubile, che li guiderà nuovamente a noi o li travolgerà nell'apostasia. Gli uomini, nostri anche oggi ma traviati, che s'illudono a credere che la Nazione possa conquistare la vita nuova, prima di averla meritata col sagrificio, prima d'aver cancellato quell'onta dell'intervento straniero, pretendono essi pure l'impossibile. Non basta predicare al Paese il diritto: bisogna dargli volontà e potenza di conseguirlo; migliorarlo, sollevarlo dall'elemento di machiavellismo, di materialismo in cui vive; moralizzarlo coll'azione a pro di quella parte di paese che ha diritto essa pure a contribuire al patto d'Associazione e di Libertà, alla manifestazione della Vita d'Italia, e che, occupata dallo straniero, nol può.

Nè io dunque gemo o mi taccio perchè vedo tradite dagli inetti, che usurpano il nome di governanti, le nostre speranze di libertà e di interno progresso; accetto rassegnato il periodo d'espiazione. Ed esortandovi a proseguire, come fate, nel vostro apostolato educatore, perchè gl'Italiani intendano il significato e il valore delle libere instituzioni promesse e non date, v'esorto pure a non irritarvi degli indugi limitati che si frappongono. Ma v'è tal cosa che può perpetuar quegl'indugi e uccidere una Nazione in sul nascere: il disonore del pensare e sentir da codardi. Se una Nazione tollera ch'altri le pianti sulla fronte quel marchio, è perduta. Or l'Italia versa in questo pericolo. E per questo io gemo, per questo io mi sento talora spronato a disperato silenzio.

Io guardo a Venezia. Là, sta l'onore della Nazione, ed è confitto sulla croce, ludibrio ai Popoli e insulto perenne a noi, dalla potenza straniera che più d'ogni altra ha meritato, per tirannide, persecuzioni e morte dei nostri, l'aborrimento d'Italia. Cento mila soldati vegliano appiedi di quella croce: altri cento mila sono presti a raggiungerli.

Al di qua della frontiera artificiale che la pace, comandata da un altro straniero alla monarchia, ci diede, io vedo un esercito regolare sommante nelle dichiarazioni governative a 380 000 uomini: una leva d'altri 50 000 che il Governo afferma poter chiamare immediatamente: una cifra di 130 000 guardie nazionali mobilizzabili a termini di una legge del 1861; e 30 000 volontarî che il Governo non può, dopo l'impresa meridionale, dubitare di vedere raccolti, al primo grido di guerra, intorno a Garibaldi. Sono 590 000 armati dei quali può volendo, disporre l'Italia. Dietro a quelli stanno da ventun milioni d'altri italiani, unanimi a desiderare l'emancipazione del Veneto e presti agli ajuti quando piaccia al Governo di rimovere, col suo cenno, dagli animi ogni dubbiezza sull'opportunità dell'impresa. Davanti ad essi si stende, campo di guerra, un terreno nostro, sul quale due milioni e mezzo di oppressi s'agitano irrequieti e più o meno audacemente ci presterebbero ajuto, non foss'altro—e per chi dubita di tutti e di tutto—d'informazioni, di mezzi e di quel fermento che inceppa la libertà, tanto essenziale, di moti al nemico. Tra il Veneto, il Trentino e l'Impero sta una serie di posizioni inaccessibili alla cavalleria e all'artiglieria e che, occupate in parte dall'esercito, in parte dall'insurrezione—facile a suscitarsi quando il Governo accenni volerlo—troncano le comunicazioni fra il nemico e la sua base di operazione. Al di là, popolazioni Serbe, Magiare, Romane, Ceke, malcontente e ricordevoli del 1848. E, scendendo dall'Alpi di fronte a Venezia lungo la costa orientale dell'Adriatico, una zona di Popoli italiani e slavi, amici naturali i primi, vogliosi gli altri di sbocchi indipendenti ai loro prodotti sul mare, avversi all'Austria e presti a secondare l'azione di chi offra loro patti sinceri e utili di alleanza. Diresti che Dio stesso, ordinando gli elementi a quel modo, additi all'Italia dovere e vittoria ad un tempo.

La monarchia sequestra, rivelando all'Austria il pericolo, l'armi invocate dai Veneti. La stampa governativa insulta ai Veneti dichiarando non esistere sul loro terreno elementi d'insurrezione.

E l'esercito? I 380 000 soldati d'Italia? Leggono i loro ufficiali che si torturano or nuovamente col bastone i fratelli dai quali li separa un fiume? Hanno culto di patria e senso d'onore, o intendono confermare per sempre coll'indifferente contegno la vergognosa pace di Villafranca? Sanno che l'Europa, guardando ai fatti passati o al linguaggio presente dei ministri d'Italia, ripete colla Francia ch'essi sono incapaci di combattere e vincere soli? Non freme in essi l'orgoglio del nome italiano? Non giurarono all'Unità? Non ebbero dai loro capi un programma che diceva: dall'Alpi all'Adriatico? Non hanno molti fra essi madri, padri, fratelli, sorelle sul Veneto? Non ricordano, i nati lombardi, le sacre promesse del 1848 a Venezia? E gli esciti dall'esercito dei volontarî, i compagni d'armi di Garibaldi, i difensori di Venezia e di Roma, son essi fatti macchine senz'anima e vita? Ha la nuova assisa soffocato ogni antico ricordo nel loro cuore? Non è l'assisa d'Italia? Non è simbolo d'una forza che mancava negli anni addietro, e che crea in chi la porta doveri proporzionati? Perchè non esce da quell'esercito, nei modi che non toccano la ribellione ma fanno palese il desiderio, una voce unanime che dica al re loro: Sire! non vogliate che una macchia contamini l'assisa Italiana! Guidateci sul Veneto! Lasciateci provare all'Europa che sappiamo combattere e vincere senza stranieri a fianco!

Noi abbiamo lo straniero in casa: abbiamo incontrastabilmente le forze per vincerlo. E il Paese tace. Il Paese si lagna dei mali, delle incertezze che accompagnano inseparabili ogni condizione provvisoria di cose: deplora il masnadierume: sa che l'assenza di frontiere secure e il soggiorno dello straniero tra noi confortano quanti nemici abbiamo alle trame: mormora delle somme ingenti consecrate a un esercito inutile; e nondimeno, tace. Il Paese sa che non è in Europa una sola Nazione alla quale il soggiorno dello straniero armato per entro i proprî confini non ponesse un grido d'insurrezione sul labbro: sa che le Nazioni d'Europa stanno guardando ai primi passi dell'Italia sulla nuova via, per decidere se devono cercare in essa l'alleanza del forte o la soggezione del debole; e nondimeno tace e non osa, non dirò insorgere, ma parlare unanime colla stampa, colle petizioni, colle adunanze pubbliche, il proprio volere.

Da forse quarantamila Veneti or sono esuli tra noi: hanno la terra ove nacquero profanata dal bastone austriaco: ciascun d'essi dovrebb'essere centro d'apostolato incessante a pro di Venezia, centro d'ajuti raccolti a pro dell'impresa emancipatrice; e, da pochi infuori, tacciono, obliano. I rappresentanti d'Italia, gli uomini del Mezzogiorno segnatamente, giurarono all'Unità, come condizione dell'assenso dato dalle loro provincie alla monarchia; e tacciono: udirono il ministro a proferire le cifre d'armati accennate più sopra, e non una rimostranza, non una mozione, non una voce sorse dal Parlamento Italiano a dire: siam forti: compiamo dunque il Dovere: al Veneto, all'Alpi! Gli agitatori, gli arditi della Sinistra consacrano l'audacia a speculare su qualche rielezione, tacciono di Venezia. Gli uomini che rubarono a noi, vivente Manin, il se no, no, e ci dissero: dateci tempo perchè la monarchia raccolga 200 000 soldati, e vedrete, oggi, davanti ai 380 000, tacciono e sostituiscono la formola: «aspettiamo pazienti il quando ignoto indefinito di chi governa» alla formola altera delle Cortes Aragonesi. Dimenticano che il servile silenzio lascia crescere una taccia di viltà sulla loro monarchia, e che un Popolo perdona ogni cosa a un Potere fuorchè d'essere codardo.

Per questo io gemo temente dell'avvenire e chiedendo a me stesso: siam noi fatti per la libertà? Eccoti uomini che si dicono convinti di ciò ch'io non credo possibile, l'unione della monarchia collo sviluppo delle libere istituzioni, coll'Unità nazionale, coll'indipendenza, coll'onore d'Italia. Erranti o no, essi sono vincolati dal loro programma a tentare di convertire in fatto quella possibilità, a esaurire tutte le vie che potrebbero praticamente condurvi. Crederesti che s'affannassero intorno alla monarchia a indicarle i desiderî del Paese, a esprimerle liberamente i bisogni ai quali essa deve dare soddisfacimento, a spronarla, nelle sue colpevoli e pericolose esitazioni, sulle vie dell'onore, ad affratellarla colle aspirazioni dei più, a farla rispettata e temuta in Europa? Non uno di questi uomini che, interrogato, non ti dica: non avremo pace, sicurezza o capacità di progresso senza Roma e Venezia; non avremo Roma se non dopo Venezia; e tacciono tutti. Discutono intrepidi con Minghetti, Rattazzi o Ricasoli, giornalisti e lontani dal potere; tacciono con essi se diventati ministri; l'Autorità è sacra ai loro occhî: gli uomini che l'hanno possono, dunque sanno: bisogna lasciarli fare. Perchè non dicono loro: badate; noi ci assumemmo di provare al Paese che la monarchia si concilierebbe coi diritti e colle necessità dell'Italia; ma noi possiamo senza l'opera vostra?—No; tacciono tremanti, insolenti soltanto contro noi perchè non partecipi del potere: passeggiano le vie della libertà colla catena del servaggio al piede e sul collo; educano la giovine Nazione al progresso, insegnandole che il segreto del progresso sta nell'arbitrio di cinque o sei uomini scelti, non da essa, ma dal monarca: sopprimono, col tacere sistematico, l'elemento vitale d'ogni Governo, che è la trasmessione continua del pensiero dei governati a quei che governano: spingono, senza avvedersene, il Paese sulla via che dice: Rivoluzione. Tal sia di loro. Ma gli uomini di parte nostra? Gli uomini che gemono com'io gemo pel disonore della Nazione? Gli uomini che, assumendo il nome di Partito d'Azione, dichiarano la trasformazione di Popolo in Nazione non esser compita e doversi, se non si vuol retrocedere, sollecitamente compire? Gli uni s'affannano a costituire comitati elettorali, inefficaci dove prima non si muti la legge in virtù della quale si compiono le elezioni: gli altri, smembrati a tre centri di direzione e a due punti objettivi, consumano forze che concentrate darebbero risultanze potenti e rapide. Taluni spendono l'obolo che dovrebbe esser sacro alla liberazione del suolo Italiano inalzando monumenti a Martiri i quali, se mai potessero favellar dalla fossa, respingerebbero quelle testimonianze e direbbero: emancipate prima dallo straniero la Patria per la quale morimmo. Centinaja, migliaja d'uomini giovani versano danaro in celebrazioni d'anniversarî gloriosi o pellegrinaggi al soggiorno di Garibaldi, dimentichi che, se sta bene celebrare le antiche glorie, meglio è l'imitarle; e che Garibaldi li amerebbe più assai se serbassero quel danaro all'impresa patria, scrivendogli: verremo a vedervi quando sarem fatti degni di voi. Che! Non avremmo noi mezzi sufficienti al bisogno, non trascineremmo noi Paese e Governo, non vinceremmo, forti di numero come siamo, la prova, se commossi davvero e tormentati dal pensiero che ventidue milioni d'uomini non possono senza infamia tollerare lo straniero in casa, e ricordevoli che nel massimo concentramento di forze sotto un'unica direzione e sopra un dato punto sta il segreto della vittoria, consacrassimo tutti, per mezz'anno, attività e sacrifizio al porro unum, Venezia—se per mezz'anno ciascuno s'assumesse di rappresentare nella propria sfera un grado d'apostolato, una cifra di mezzi—se il pensiero di Venezia soffocasse per un tempo ogni altro pensiero—se ogni scrittore ripetesse in cima ai suoi scritti per l'Austria la parola di Catone sopra Cartagine—se ogni adunanza a qualunque scopo raccolta s'iniziasse e si conchiudesse col grido di guerra all'Austria—se ogni madre patriota mormorasse Venezia a' suoi figli, ogni fanciulla buona alle amiche, ogni volontario ai militi che gli furono fratelli sul campo, e tutti al Governo?

Un Popolo può ciò che vuole. Ma un Popolo che, forte di mezzi, sopporta d'anno in anno, immobile, muto, che lo straniero gli vieti Unità, imprigioni, tormenti, bastoni i suoi fratelli, non merita libertà, e non l'avrà.

Ho detto forte e avrei potuto dire onnipotente di mezzi. Ricordi tu Roma? Ricordi quella pagina storica del 1849, che tanti fra i nostri, tanti fra i nati in Roma oggi dimenticano, ma che nessuno potrà cancellare? Là—coll'Italia incodardita dalla catastrofe di Milano e dalla rotta di Novara, con quattro Governi avversi, colla congiura pretesca a fronte, abbandonati da tutti e ridotti alle forze d'una sola città, con un erario vuotato dal Papa fuggiasco, con armi scarse e mediocri—noi semplici cittadini, senza prestigio di passato, senza credito fuorchè quello che la nostra condotta ci dava, governammo amati, impedimmo senza terrore ogni tentativo avverso, trovammo danaro bastante alla guerra e a nudrire i nostri quattordici mila militi, volgemmo in fuga l'esercito del re di Napoli, combattemmo lungamente l'Austriaco in Ancona, tenemmo fronte per due mesi ai soldati francesi che sommarono, prima del finir dell'assedio, a trentamila e più. Fu l'amore e la fiducia che ponemmo nel Popolo che ci fruttarono amore e fiducia da esso? Fu il nostro non ispendere un obolo solo che non fosse direttamente utile alla difesa? Fu il sistema di Governo fondato, non sul reprimere, ma sul dirigere? Fu il fascino esercitato dalla bandiera? Lo diranno gl'Italiani della generazione che sorge. Io so che se, invece d'una città, l'Italia d'oggi, l'Italia dei ventidue milioni, avesse le sue forze concentrate in mano d'uomini che avessero quella fede nel Popolo, quel sistema economico, quel metodo di Governo, quella ferma, irrevocabile volontà di seguire quel programma, avvenga che può, e quella bandiera, le forze, nonchè dell'Austria, di tutta Europa non basterebbero a vietarle Venezia e Roma. Il contrasto fra quei giorni e le vergognose condizioni presenti m'addolora l'anima, m'avvelena i giorni cadenti e spiega a te, amico, il silenzio per lungo tempo serbato.

Ama il tuo

Giuseppe Mazzini.


A FRANCESCO CRISPI [ [148]

Il 17 novembre, Voi, parlando alla Camera sulla Convenzione tra Luigi Bonaparte e il Governo d'Italia, dichiaravate che Vittorio Emanuele non può rovesciare il trono del Papa—che la Convenzione monarchica rinunzia a Roma—ch'essa è quindi violazione aperta dei Plebisciti, dai quali si poneva, condizione dell'annettersi alla Monarchia di Savoja, l'Unità della Patria. Voi compivate in quel giorno un dovere di cittadino.

Ma il 18, irritato dall'accusa d'illogico—scagliatavi machiavellicamente contro da chi violava, votando per la clausola ch'è suggello alla Convenzione, ben altro che logica—Voi dichiaraste che la vostra bandiera era: Italia Una e Vittorio Emanuele; e v'aggiungeste che chi solleva un'altra bandiera non vuole l'Unità dell'Italia.

Se a Voi giova, sul cader della vita, rinunziare a una bandiera per acclamare ad un'altra, io non mi assumerò, per molte ragioni, di riconvertirvi. Ma proferendo la seconda affermazione, Voi non solamente contradicevate, cosa in oggi frequente, al vostro passato—non solamente offendevate la maestà della vostra sorgente Nazione—ma dimenticavate, ingiusto e ingrato ad un tempo, che tra gli uomini morti e viventi, ai quali un giorno foste amico e collega di cospirazione, i migliori furono e sono unitarî e repubblicani. Bastino, tra gli estinti, Carlo Pisacane e Rosalino Pilo. Ma, tra i vivi, io la sollevo questa bandiera diversa. E tra voi, quanti siete novellamente convertiti e diplomatizzanti fra la coscienza e il linguaggio, chi osi scrivere che io non adoro l'Unità della Patria, e non l'ho predicata altamente fin da trentadue anni addietro, quando stranieri e italiani la deridevano siccome utopia, e voi tutti balbettavate di costituzioni regie e federazioni?

Io la sollevo; e mi giovo della dolorosa opportunità che m'offriste per ridirlo a tutti; non solamente perchè i principî l'additano unica malleveria di vero e libero progresso—perchè intorno ad essa si avvolgono i più splendidi ricordi del nostro passato, quando la vostra non ha tradizioni di gloria in Italia, nè origine indipendente, nè coscienza di moralità educatrice, nè intelletto della missione italiana—perchè è sola logica deduzione delle credenze e delle negazioni dei tempi, mentre la vostra vive d'una transazione artificiale tra elementi inconciliabili, sempre provata menzognera in Europa, fuorchè nel paese singolare ov'io scrivo, dagli ultimi sessant'anni—ma perchè cerco, proscritto tuttavia e dannato nel capo dalla monarchia vostra, l'Unità della Patria; perchè, mercè l'ingenito antagonismo dei vostri padroni ad ogni sviluppo di vita popolare, e le vostre tattiche secondatrici, vedo rapidamente disfarsi quella unità di propositi e di speranze che spinse per ogni dove, fuorchè in Lombardia, ventidue milioni d'Italiani a congiungersi in uno; perchè, esaurita ogni via, tentata ogni concessione possibile, soffocata lungamente nel silenzio la fede dell'anima mia—tanto che nessuno potesse rimproverarmi di sostituire l'arbitrio d'una ragione individuale fallibile all'opinione dei più—ho raggiunto, costretto dai fatti, l'intimo convincimento che noi non avremo mai, dall'azione spontanea della Monarchia, Venezia, Roma e Unità. E mi stanno davanti, mentre io scrivo, i patti della Convenzione che segna l'abbandono di Roma, e le parole del vostro ministro che abbandonano Venezia:

L'Italia avrà Venezia quando l'Austria, persuasa non da noi—noi non siamo—ma dall'autore dei patti di Villafranca, ritirerà volontariamente i soldati ch'oggi v'accampano:

L'Italia avrà Roma quando il Papa, convinto ch'ei regna tiranno, e fatto amico della libertà, inviterà egli stesso i nostri ad entrarvi:

Così unifica la Monarchia.

Di fronte a queste codarde e assurde dichiarazioni, proferite da chi s'appoggia su 380 000 soldati, può averne in breve ora mezzo milione, e rappresenta legalmente 22 milioni d'uomini che anelano farsi Nazione, Voi avete evocato un momento dell'antico entusiasmo, per gridare con volto agitato, con accento commosso, un saluto di gladiatore morente alla Monarchia, e un anatema a quei tra i vostri fratelli che hanno serbata intatta quella che fu vostra fede. Io non meraviglio della vostra potenza di volontà; bensì vi compiango perchè abbiate creduto doverla spiegare per una causa nella quale, se interrogate l'intimo core, voi non credete.

Conosco troppo il vostro passato e vi so d'ingegno troppo arguto, per ammettere un solo istante che voi siate oggi monarchico di fede, monarchico teoricamente, monarchico come lo erano settant'anni addietro gli uomini della Vandea: s'io vi sapessi tale, pur combattendovi per dovere, mi dorrei d'esservi costretto. Ogni fede suscita in me, in questi tempi d'immorale e stolido scetticismo, rispetto. Ma gli uomini della Vandea credevano nel diritto divino: Voi no:—giuravano sui loro preti e ponevano la croce protettrice nella regia bandiera: Voi fate guerra ai preti e vorreste vedere in due campi separati, indipendenti l'uno dall'altro, la croce e la monarchia;—sorgevano a combattere e morire pei discendenti di san Luigi, senza badare a probabilità di successo, senza calcolo delle forze nemiche, come si muore per una idea: Voi non morreste, nè altri in Italia, per la sola Casa di Savoja, per la mistica trinità dell'elemento aristocratico, del democratico e del monarchico. Voi siete, come oggi barbaramente dicono, opportunista. Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli: un esercito, che Voi credete monarchico, e ch'io credo, come tutti gli eserciti, semplicemente governativo; e un'Italia officiale, forte d'una vasta rete d'impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci ciechi, muti, servili, tra per abitudine d'obbedienza passiva, tra per paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d'essere chiamati a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch'io potrei chiamare guicciardinesche, Voi porgete omaggio alla Forza o ad un sembiante di Forza. Voi trovate che la Monarchia potrebbe agevolmente, volendo, fare l'Italia; e l'accettate, siccome mezzo all'intento. Se domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi.

Pur tuttavia l'opportunismo accenna inevitabilmente a limiti di tempo e di condizioni transitorie, che un principio non cura. L'opportunismo genera un metodo proprio, diverso da quello che guida chi ha una fede. E questo metodo logico dovrebbe insegnarvi linguaggio più temperato e meno assoluto. La Monarchia potrebbe, non v'ha dubbio, volendo, fare l'Italia. Ma se la Monarchia non volesse? Se, antivedendo nella guerra all'Austria una serie di insurrezioni nazionali, come quelle del 1848, e conseguenze probabilmente fatali all'interesse dinastico, s'arretrasse deliberatamente dall'impresa Veneta? Se, impaurita di quel potente nome di Roma, e presentendo a ogni modo che, sciolta la questione Nazionale, gli Italiani verserebbero tutta la piena della giovine vita sulla questione di Libertà, scegliesse di tenersi lontana dal Campidoglio repubblicano e dalle mura segnate dai ricordi del 1849? Se, intendendo che non possono tentarsi le due imprese, senza suscitare l'entusiasmo e gli ajuti del Popolo a guerra che gli darebbe coscienza di sè e delle proprie forze, paventasse le esigenze inevitabili dell'avvenire e non vedesse rimedio al pericolo, fuorchè nell'afforzarsi unicamente dell'alleanza col dispotismo straniero? E se Luigi Napoleone, cupido di predominio sul Mediterraneo e su noi, e aborrente quindi dalla nostra Unità, preparasse, di concerto colla Monarchia—prezzo della protezione invocata—la triplice divisione d'Italia, architettata da lui già prima del 1859? Io non intendo di discutere con Voi la verità di queste ipotesi; dico che nessun italiano ha, dopo i fatti degli ultimi tre anni, diritto di affermarle impossibili e trascurarle: Voi, repubblicano un tempo, men ch'altri. E dico che la loro possibilità avrebbe dovuto bastarvi per adottare, anche non disertando il nuovo campo opportunista accettato, altra tattica che non la seguita, per non gittare anatemi al rimedio che potrebbe diventare necessario, e per non cacciare a' piedi del trono l'assurda immorale promessa di rimanergli fedele quand'anche. Ed è per dolore d'antico affetto, memore di ciò che faceste pel Paese, ch'io parlo. S'io non guardassi che al trionfo della mia fede, m'appagherei nel ricordar sorridendo, che i Monarchici del quand'anche furono in tutti i tempi artefici di rovina alla monarchia.

Parte vostra—e, parlando a Voi, parlo ai miei amici ed ex amici della Sinistra—era quella di piantarvi, poichè così volevate, nella Camera a guisa di scolte vigili e diffidenti; di piegare, poi che lo credevate opportuno, la bandiera ch'ebbe i vostri giuramenti, ma tenendovi su la mano, in atto di chi è deliberato a nuovamente spiegarla s'altri non attiene le sue promesse; di giovarvi delle leggi esistenti a sviluppo progressivo di quel tanto di diritto ch'esse affermano e che i governanti tradiscono, ma senza teorizzare sovr'esse, accettandole come modelli di perfezione; di buttare in viso ai ministri diversi ogni violazione del loro Statuto, ma senza mai venerarlo Arca di Libertà e affermare racchiuso in esso il germe di ogni progresso futuro, quando il suo primo articolo inaugura, religione dei sudditi, l'infallibile autorità di chi maledice al Progresso; di sollevare di tempo in tempo, sugli occhî dei gaudenti del Governo e della sua maggioranza, la santa bandiera che porta scritti con sangue di martiri i nomi di Venezia e di Roma; di guardare più al Paese bisognoso e capace di educazione, che non al recinto d'una Camera, dove l'educazione è impossibile; di protestare colla parola e minacciar col silenzio; di serbarvi compatti come un sol uomo; di parlar pochi, rare volte e solenni: poi d'afferrare uniti una delle molte opportunità offertevi dall'aperta violazione della legge fondamentale e dell'onore della Nazione, per dire ai vostri concittadini: Esaurimmo, e senza riescire, ogni tentativo per giovarvi coll'armi legali: e ritrarvi, come Trasea, da un Senato irreparabilmente servile e corrotto. Così governandovi, voi non vi facevate di certo possibili a chi oggi governa, ma educavate il Paese, gli additavate dove cercare un giorno gli uomini suoi e salvavate la dignità dell'anima vostra.

Seguiste altra via. Vi atteggiaste a convertiti adoratori della Monarchia, prima che la Monarchia avesse compito il debito suo, e come se alla Monarchia importassero alcuni adoratori di più. Miraste con frequenti dichiarazioni a rassicurarla sul conto vostro, quando unica via, se pur una n'esiste, di trascinarla a bene è il mostrarle pendente la spada di Damocle. Non pagaste il debito vostro a Roma con una solenne rimostranza collettiva, ch'io vi proponeva, che prometteste, poi non osaste: non il debito vostro a Venezia quando, raggiunta la cifra di 380 000 soldati, viva tuttavia l'insurrezione polacca, vivo il conflitto Dano-Germanico, bisognava proporre apertamente al Gabinetto e al Paese la guerra. Non escì da voi collettivamente un solo atto d'energia nazionale. Ma sprecaste, smembraste la vostra forza e la vostra importanza, cinguettando individui e inutilmente su tutte minuzie, movendo interpellanze e dichiarandovi soddisfatti di spiegazioni che nulla spiegavano, o di promesse che sapevate non doversi attenere. Taluni fra voi cercarono, rosi da vanità di pigmei, di isolarsi da tutti, ciarlando sofismi balzani, cozzanti, francesi. Taluni si ritrassero con piglio nobilmente sdegnoso da un recinto che dissero prostituito, poi vi rientrarono senza che cosa alcuna vi fosse mutata. Erraste quasi tentone fra gli equivoci e il Vero, tra le formole artificiali d'un costituzionalismo bastardo e gli eterni principî d'una Rivoluzione Nazionale fermata a mezzo e che vuol compimento; finchè, dopo leggi eccezionali, stati d'assedio, imprigionamenti di deputati, scioglimenti arbitrarî d'associazioni, divieti frequenti d'adunanze pubbliche, persecuzioni sistematiche e preventive della stampa, violazioni giornaliere della libertà individuale—dopo un rifiuto di leggi comuni ai Veneti e ai Romani—dopo Aspromonte—caldo ancora il sangue dei cittadini trucidati in Torino—trovaste core, voi, Mordini, di votare l'abbandono di Roma; il conte Ricciardi d'esclamare comicamente: Io sono repubblicano, ma amo la monarchia: Voi di provare che la Convenzione rompe il Plebiscito e condanna l'Italia a rimanersi smembrata e acefala, e nondimeno conchiudere: La Monarchia ci unisce, la Repubblica ci divide. Così passano le glorie della Sinistra: i pochissimi che seppero rimanersi puri, mutano seggio o si allontanano dal cadavere.

Se non che l'origine prima dei traviamenti risale più in su, e doveva generare fatalmente le conseguenze che vennero dopo.

Il vizio della situazione dell'oggi ha origine—e l'Italia dovrebbe ora avvedersene—dall'annessione, dal cieco entusiasmo degli uni e dalla funesta debolezza degli altri, che falsarono, fin dal cominciamento del nostro moto, la posizione del problema italiano. E voi tutti, Dio vi perdoni, v'aveste parte.

Statuita dallo straniero e accettata dalla Monarchia Sarda la pace di Villafranca, l'iniziativa popolare protestò nobilmente nel Centro, e poco dopo nel Mezzogiorno, contro i disegni federalisti del Bonaparte; e decretò che l'Italia sarebbe. Allora due vie vi stavano innanzi. La prima guidava a fondar la Nazione; la seconda all'ampliamento della Monarchia Sarda, finchè tutto quanto il Paese si confondesse successivamente, annettendosi ad essa.

Annunziare come fine supremo e sorgente perenne di sovranità la Nazione—sommergere tutti, nomi antecedenti e fini locali, nel grande nome d'Italia—dichiarare la Vita Nuova che, preparata, fecondata d'antico, assumeva di recente sostanza e corpo—chiamare ogni terra posta fra le Alpi e il Mare a connettersi, ad affratellarsi coll'altra, in una Patria comune di liberi e di eguali—far escire da una Costituente la formola di quella nuova vita, la legge del nuovo Patto, il Patto della Nazione—poi, dacchè i tempi volgevano a Monarchia, scrivere nell'ultimo articolo del Patto, che l'Italia si sceglieva un re, e quel re aveva nome Vittorio Emanuele.

O porre attività di vita, sovranità, diritto nel solo Piemonte; annettere ad esso, quasi terreno dell'unione e successivamente, ogni provincia Italiana; accettar quindi una tradizione locale, una Dinastia, una Legge anteriore alla Vita della Nazione, una serie predeterminata di vincoli diplomatici, un sistema, un metodo di governo prestabilito.

Tra queste due vie sceglieste—voi tutti, politici opportunisti—quest'ultima. Io perorai, scrivendo e parlando, a pro della prima; poi, quando vidi prorompere irresistibile la piena, e il povero Popolo d'Italia, travolto dietro agli uomini che avevano meritato negli anni anteriori affetto e fiducia da esso, versarsi all'urne col Sì sul cappello, e m'udii richiedere che cosa io preferissi tra la dedizione incondizionata e il separatismo, mi strinsi nelle spalle, e—fidando nei fati d'Italia, più potenti che non gli errori degli uomini—assentii e ajutai.

Sceglieste la seconda: in quel giorno decretaste, per quanto era in voi, l'abdicazione d'Italia; e poneste in seggio il sistema che or chiamate piemontesismo. Poco importa che, stretti dal pudore, inseriste non so quale menzione di Roma e dell'Unità nelle vostre formole. Scrivendo sulla vostra bandiera e nei vostri proclami eguali ed indivisibili, prima che l'Italia fosse compita, Vittorio Emanuele e la Patria—come se questa non potesse vivere senza quello—porgeste l'arme, che dovea trafiggervi, alla Monarchia. Oggi, la Monarchia risponde, in virtù della dedizione, a chi le chiede Venezia: quand'io vorrò e coll'ajuto, da ripagarsi, dello straniero. A chi le chiede Roma: com'io vorrò e coll'assenso del Papa. Strozzati dall'antecedente, e senza virtù che basti per chiedere perdono a Dio e all'Italia dell'equivoco adottato quattro anni addietro, voi, pari a quei miseri che gridavano, morendo per mano del carnefice regio: viva il re, gridate, pur protestando: Unità—che v'è tolta—e Vittorio Emanuele—che vi dice: protestate, purchè serviate; e servite. Se non che quei miseri credevano, e la loro era sublime follia: chi non crede è sublime d'ipocrisia o di paura.

Or voi potete a vostra posta combattere il piemontesismo. Il piemontesismo che è, non cosa d'individui o di terra, ma sistema e metodo essenzialmente monarchico, ha data da quella deviazione e durerà—sia Torino o Firenze l'alloggio—finchè, esaurite le conseguenze dell'iniziativa del 1859, una nuova iniziativa di Popolo non ricollochi sul vero terreno il problema e non ribattezzi il Paese alla coscienza del proprio Diritto.

L'Unità è suprema su tutte forme, monarchiche o repubblicane. Le forme sono buone, in quanto armonizzano col fine e gli giovano; tristi e da rompersi, nel caso contrario. Sovranità e vita sono nell'Italia che vuole esser Nazione; gli individui—re, presidenti o consoli poco monta—non sono che ministri scelti di quel concetto; fedeli al mandato, sono servi lodati dalla Nazione; traditori o dimentichi, meritano pena e che altri sottentri. L'Unità d'Italia è cosa di Dio; parte del disegno provvidenziale che vuole il Progresso dell'umanità, per mezzo di ciò che noi chiamiamo Nazionalità, ed è la divisione del lavoro tra i Popoli: è scritta nella nostra configurazione geografica, nelle tendenze manifestate dalla Storia nostra, nella lingua che noi tutti scriviamo, nell'indole e nelle attitudini di quanti abitano la nostra terra: fu il Verbo dei più potenti fra i nostri intelletti, l'aspirazione visibile, da Roma in poi, del nostro Popolo nelle sue grandi e spontanee manifestazioni; la fede di centinaja, di migliaja di martiri, taluni monarchici, repubblicani i più. Ciascuno di noi la presentiva, per iniziativa regia o insurrezione di Popolo, presto o tardi inevitabile; ciascuno di noi sa che, per qualunque via, a seconda degli intelletti diversi, avremo Venezia e Roma. Chiunque, come Voi, presume d'aggiogare il fatto divino a uno o ad altro individuo, la Vita della Nazione alla povera esistenza d'un re, un principio eterno a una forma fenomenale e mutabile, bestemmia e disonora la Patria; rinnega Dio per farsi idolatra. Debito nostro e vostro è di conquistar l'Unità, con, senza o contro la Monarchia. Al di fuori di questa formola, adottata da noi anni sono, io non posso vedere che inetti o cortigiani insanabili.

Or Voi non siete nè l'uno nè l'altro: non siete che opportunista. Io so che solo, tra le quattro pareti della vostra camera, e guardandovi attorno a vedere che non vi siano onorevoli, Voi balbettate tre volte ogni sera, quasi giaculatoria d'espiazione, la nostra formola. Ma oggi, le circostanze non corrono favorevoli al recitarla in pubblico. La Monarchia è tuttora forte; potrebbe, come dissi, volendo; noi forse, volendo, non potremmo. Voi quindi, pubblicamente, siete monarchico. Pur nondimeno, ha la vostra coscienza prefisso un limite alla Monarchia, oltre il quale direte: non vuole? Potranno mai gli uomini, che un tempo vi stimarono fratello, incontrarvi, riaffratellato dai fatti, sulla loro via? Quante cessioni di terre italiane allo straniero esigerete per romper guerra? Quanto aumentare di servilità alle inspirazioni di Parigi? Quanti eserciti da farsi e disfarsi? Una legge che dichiari non solamente stranieri, ma sospetti, in Italia, i Romani e i Veneti? Otto, dieci violazioni dello Statuto? Tre, quattro Aspromonti? Quante città devono veder sangue di cittadini illegalmente versato dai gendarmi regî? Fin dove si estenderà la robusta vostra pazienza? Vogliate dircelo. Perchè se mai il: se no, no di Manin e dei Plebisciti dovesse ripetersi, eco sterile e perduta nell'aria, per un tempo indeterminato e senza sapersi a che mira—se il: perdio... badate... protesto... di Voi e dei miei ex amici, dovesse conchiudersi sempre e checchè si faccia col grido di: Viva, quand'anche, la Monarchia—io vi ricorderei un tipo lasciato ai posteri da Carlo Porta. Parmi che, comunque privilegiati, gli elettori del Regno mai possono aver decretato che i loro eletti debbano recitare nell'aula parlamentare la parte di Giovannin Bongée.

Tento sorridere, ma nol posso. L'anima mi s'abbevera di tristezza, pensando al povero Popolo d'Italia, buono ma ineducato—d'onde mai avrebbe esso potuto desumere educazione?—e, come tutti i Popoli ineducati, facile ai traviamenti, ai subiti sconforti, al dubbio su tutti e su tutto. Come insegniamo noi a questo Popolo—del quale usiamo, a modo d'arme democratica, il nome, lasciandolo senza voto, senz'armi, senza ajuti economici—la sua vita futura, la vita italiana, la vita della fede, dell'amore, dell'entusiasmo, del culto morale ai principî, al Giusto, al Vero, alla Libertà? Ove sono i suoi capi, gli uomini ch'esso s'era avvezzo a considerare, non solamente come apostoli d'insurrezione, ma come sacerdoti di rigenerazione morale, d'un santo concetto di sacrificio e costanza? Per venti, per trent'anni predicarono ad esso con noi che la salute d'Italia non scenderebbe nè da principi nè da papi, ma dalle forze associate del Paese, dalla coscienza del Diritto, dalla religione del Dovere, dalla persistenza nell'Azione; oggi predicano inerzia, sommessione, fiducia illimitata nel principe, l'ateismo del lasciar fare a chi spetta.

Predicarono non dovere un Popolo, che vuol farsi Nazione, sperare dallo straniero; non dovere un popolo, che vuol farsi libero, affratellarsi colla tirannide: oggi additano, perno di emancipazione nazionale e di libertà, l'alleanza col monarca straniero che affogò nel sangue la libertà della propria. Giurarono solenni e gl'insegnarono a giurare all'instituzione repubblicana; oggi giurano acclamando all'instituzione monarchica; promisero che l'Unità darebbe al popolo miglioramenti economici, alleviamento alle piaghe che rodono i più; oggi sanciscono col voto e colla presenza un sistema che, aprendo le vie d'una male acquistata ricchezza ai pochissimi, aggrava di contribuzioni i consumatori più poveri, colloca in mano a speculatori stranieri le sorgenti del nostro sviluppo, inaugura la corruzione, coglie, a superare le angustie presenti, il frutto troncando l'albero; pugnarono, militi e veneratori di Garibaldi, per Venezia e Roma, dichiarando che senz'esse l'Italia non è; oggi oziano soddisfatti, beati di croci e pensioni, colonnelli e generali nell'esercito regio, senza una parola, senza un palpito visibile per Roma e Venezia, imprendendo a proteggere le frontiere dei dominî papali, proteggendo quelle dell'Austria, imprigionando i giovani che, per recare ajuto ai loro fratelli, tentano di violarle, non avendo più fede che l'obbedire e il tacere: parlarono, scrissero d'un Patto nazionale, discusso, votato liberamente da tutti, interprete del nuovo fatto italiano, suggello alla volontà della Patria; oggi invocano sacro, inviolabile, per l'Italia venuta dopo, un embrione di Statuto regio, dettato subitamente da un calcolo d'egoismo e da paura, sedici anni addietro, ad un re, per 4 milioni e mezzo d'Italiani del settentrione.

Oh! qual criterio morale, qual senso di verità, quale idea di dovere può formarsi, con siffatti esempî sugli occhî, questo Popolo infante? Chi potrà impedire ch'esso non cada nell'indifferenza, nella pratica dello scetticismo, in uno sconforto supremo d'uomini e cose? Chi salverà l'anima dell'Italia nascente dai vizî di diffidenza, d'egoismo e di ipocrisia che disonorano le Nazioni morenti?

Ingannammo noi tutti questo Popolo d'Italia, che avevamo giurato di redimere e far libero e grande: io, promettendo con voi, voi acquetandovi a veder violate le promesse. Ma io prometteva, illuso sulla generazione d'uomini cresciuta meco nel lavoro concorde delle sante congiure; e quando mi vidi illuso, lo dissi: piegai la fronte non potendo altro, davanti all'onda irruente, ma dichiarando ch'io m'inchinava afflitto al voto dei più, non a Governo o a monarca veruno: tentai giovare al Paese, senza riguardo a bandiera, ma sempre tenendo aperta la via per la nostra: non acclamai, non giurai ad altra: non proferii altro evviva, fuorchè quello dell'Italia Una, con, senza o contro; ed oggi, esauriti visibilmente i due primi stadî, posso senza contradizione risollevare l'antica bandiera e chiamare i giovani al terzo. Voi, ex amici miei, persistete, strozzati dalle conseguenze di una diserzione e contro l'evidenza, nel far durare, parlando o tacendo, l'inganno.

Questa religione dell'anima dell'Italia, questo problema morale, che è supremo per me, questo vincolo di Dovere, che ci chiama tutti ad essere Educatori dei primi passi della Nazione e sacerdoti dell'Avvenire, furono e sono, pur troppo, dimenticati da voi. Davanti a una santa missione, santa per la Patria nostra, santa per l'Europa che, diseredata oggimai d'ogni fede pur non potendo vivere senza, ha diritto d'aspettarla da un Popolo dal quale ebbe due volte un vincolo d'Unità; io vi vedo, attonito, circondarvi di formole artificiali, scimiottare il vuoto frasario parlamentare d'uomini che hanno, da lungo, patria, unità, potenza non minacciate; spendere, inascoltati e inesauditi sempre, l'energia e l'ingegno in particolari, in minuzie, giovevoli soltanto dove le basi d'ogni vivere sociale, Indipendenza e Libertà, sono conquistate da secoli; armeggiare di tattiche intorno a fini secondarî, come se non aveste lo straniero in casa, un padrone in Parigi, la Menzogna incarnata nella nostra Metropoli. Lo sdegno e la vergogna, che dovrebbero far correre il vostro sangue a concitamento di febbre, non v'hanno fatto dimenticare una volta sola nei vostri discorsi il titolo d'onorevoli, dato periodicamente ai colleghi quand'anche non li crediate tali: non v'hanno strappato mai uno di quei gridi d'angoscia e di minaccia, che violano il cerimoniale parlamentario, ma sommovono e talora salvano una Nazione. Vergniaud, Isnard e Danton sarebbero per voi violatori del Regolamento. L'anima vostra, raffreddata subitamente dal contatto colla Monarchia, ha smesso i bollori plebei d'anni sono, ha chiuso con sette chiavi le sacre audacie delle antiche congiure, per assumere il gelato contegno dei parlamentari inglesi. Ma i parlamentari inglesi non sono oggi chiamati che a desumere lentamente, pacatamente, le conseguenze e le applicazioni pratiche di principî radicati da molte generazioni nel paese; e apparirebbero, credo, assai diversi, se avessero gli Austriaci in Edimburgo, i Francesi in Liverpool, il Papa in Dublino. La questione che v'è posta innanzi, è questione di vita o morte: è l'enigma della Sfinge: bisogna trovarne la soluzione o perire; perire, non voi, badate, chè non sarebbe gran fatto, ma l'Italia. Se voi l'amaste davvero, non recitereste, siccome fate, copisti inopportuni, la commedia dei quindici anni. Ricordereste che quella commedia, recitata allora da liberali tattici che, credenti in ben altro, conchiudevano i loro discorsi, come voi i vostri, col grido di viva la Carta, inoculò nell'anima della Francia quel gesuitismo politico, quella ipocrisia negatrice dei principî e del Vero che ha messo in trono la tirannide del Bonaparte.

Il Vero! L'Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L'Italia nascente cerca in oggi il proprio fine, la norma della propria vita nell'avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l'errore, senza il quale non può esistere per essa responsabilità, quindi non Libertà. Secoli di schiavitù, secoli di egoismo, unica base all'esistenza dello schiavo, secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un cattolicismo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito, cancellato quasi l'istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in essa. E voi intendete a educarla, insegnandole che un principio, il principio della sua vita, dipende da un interesse, l'interesse dinastico. L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando conoscenza dei proprî doveri, della propria forza, della virtù del sacrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date una teorica d'interessi, d'opportunità, di finzioni; un machiavellismo male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo, direbbe: io aveva dinanzi la sepoltura, voi, stolti, la culla d'un Popolo. L'Italia nascente ha bisogno d'uomini che incarnino in sè quel Vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checchè avvenga, fino alla tomba: e voi le date l'esempio d'uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchî la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un'ora con essi. Così preparate al giogo del primo padrone straniero o domestico, che vorrà inforcarla di tirannide una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di sè stessa e d'altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio di tradurla in opera.

Io non so se la Repubblica ci unirebbe—e dipenderebbe in parte dai primi uomini chiamati a dirigerla—so che la monarchia, tale quale oggi l'abbiamo, ci corrompe; e so che la corruzione è principio di dissolvimento supremo.—So—e Voi che viaggiaste recentemente nel Mezzogiorno lo sapete—che da tre anni al giorno in cui scrivo, pel mal governo sociale, politico, economico, amministrativo, la causa dell'Unità è andata perdendo terreno, e che le popolazioni minacciano d'attribuirle i danni che derivano da chi non ne cura e v'antepone l'interesse dinastico. E so che solo mezzo a salvarne l'idea e a compirla praticamente, è separarla da chi, non intendendola o non volendola, ne usurpa il nome;—additare, a raggiungerla, una nuova via—insegnare al Paese che unico mezzo è oggimai la rivoluzione, continuata dal Popolo—e gridare ai giovani, com'io grido: conquistate all'Italia Venezia affratellandovi ai Popoli che devono essi pure farsi Nazioni, sorgendo per essi e per voi, assalendo l'Austria nell'interno del Veneto e da ogni terra italiana; preparatevi a conquistare all'Italia Roma; ma in nome del Diritto Nazionale, colla fronte levata, per decretarvi, a beneficio di tutti i Popoli, la libertà di coscienza; conquistate a voi tutti col voto e per vantaggio di quanti son nati fra le Alpi e il Mare, il Patto Italiano, formola detta vita collettiva presente, e sorgente della vita collettiva dell'avvenire. Fatelo a ogni patto, con ogni mezzo, e rovesciando ogni ostacolo che s'attraversi. E se tra gli ostacoli incontrate la Monarchia, in nome di Dio e dell'Italia, non v'arretrate davanti al fantasma, e sorgete a Repubblica.

A Voi tocca di rivelarci, e senza indugio soverchio, una Monarchia che faccia suoi i voti, i bisogni, l'onore del Paese—che invece di rimandare a casa i soldati, li cacci sul Veneto—che non aspetti la conversione del Papa per darci Roma—che fidi nel Popolo, e lo chiami a parlare e ad agire—che non desuma le sue inspirazioni da Parigi—che rispetti la libertà delle Associazioni, delle adunanze, della Stampa, degli individui—che scelga i suoi ministri fra i migliori della parte più progressiva—che chiami i delegati di tutto il Paese a promulgare un Patto Nazionale. E la seguiremo noi tutti, lasciando al tempo di maturare all'Italia ordini egualmente buoni e più filosofici. Ma se nol potete, parlate più prudente o tacete. Altri potrà ammirare sublime la vostra costanza intorno a una illusione fondata sopra un equivoco. Io richiamerò alla vostra mente la vecchia sentenza, che dal sublime al ridicolo non corre se non un passo.

E parmi che Voi e i miei ex amici v'affrettiate a varcarlo.

Dicembre 1864.

Giuseppe Mazzini.


MAZZINI E VITTORIO EMANUELE


A PROPOSITO DI UNA FRASE DI FRANCESCO CRISPI [149]

Al Direttore del «Dovere.»

In una lettera del deputato Crispi, inserita nel Diritto del 6 giugno, trovo le parole: «Mazzini, il quale ha solo l'arte di restare repubblicano offrendo i suoi servigi ai principi.»

Quelle parole sono indegne, ma non mi sorprendono. La caduta dell'anime segue, come quella dei gravi, le leggi del moto accelerato. Smarrita la fede che le guidava, precipitano, in balìa di subiti impulsi e dell'ira, d'abisso in abisso.

Nè mi curerei di rispondere a un oltraggio smentito da tutta una leale impavida vita. Se non che il dubbio sul quale speculano quelle parole, affacciato già da altri, può serpeggiar facilmente tra giovani buoni ma proni a uno scetticismo che le fraintese dottrine di Machiavelli hanno impiantato nell'anime. Scrivo dunque per essi quel tanto ch'è necessario a provar loro come qualcuno almeno possa, in un contatto regio, serbare inviolata, non dirò la fede, ma la dignità della fede repubblicana.

Nel novembre del 1863—mentr'io lavorava come meglio poteva per l'unica impresa possibile allora, e di necessità suprema oggi come allora—l'impresa Veneta—mi venne da persona che praticava col re un messaggio la cui sostanza era questa: «il re non intendere questo cospirare continuo e impiantare un dualismo tra il Governo e il Partito d'Azione in cose nelle quali si era, in sostanza, d'accordo: volere egli Venezia quanto me: aver egli fede nell'onesta lealtà del mio procedere: perchè non si verrebbe a un patto per l'intento comune?»

Io sono repubblicano; ma ho sempre creduto e credo che sarebbe colpa e follìa introdurre la questione repubblicana nell'impresa Veneta. La questione Veneta è Nazionale, non politica: questione di terra nostra da conquistarsi sullo straniero, sotto qualunque bandiera rappresenti l'Italia nel momento in cui l'impresa si tenterà. La guerra all'Austria ha bisogno di tutti gli elementi di forza esistenti nella Nazione: dell'esercito, come dell'insurrezione e dei volontarî. Ajutare rapidamente, potentemente, universalmente, senza suscitare questioni generatrici di discordia, una iniziativa Veneta, perchè il Veneto emancipato s'unisca all'Italia: è questo tutto il programma. Solamente, è necessario vincere, e vincere in modo che dia all'Italia coscienza di sè. Quindi, indispensabili alcune condizioni all'impresa; non ajuti stranieri che c'imporrebbero soggezione e patti funesti: iniziativa di Popolo, per determinare il disegno pratico della guerra, e non lasciare alla pedanteria dei generali governativi facoltà di concentrarla, come nel 1848, per entro al Quadrilatero, dove saremmo forse battuti: l'elemento importantissimo dei volontarî schierato intorno a Garibaldi. Queste mie convinzioni erano tali da potersi esporre a popoli e principi; e le esposi.

Il 14 novembre io aveva ricevuto il messaggio: risposi il 15.

Risposi non potere nè volere stringere patto alcuno. Ricordai: «che più d'un anno addietro»—dopo Aspromonte—«io aveva dichiarato pubblicamente ch'io ripigliava tutta la mia indipendenza e non avrei più patti se non colle inspirazioni della mia coscienza e delle circostanze» e dissi: «credere debito mio verso me stesso e il Partito serbare inviolata quella mia indipendenza.» Dissi: «ch'io non potevo avere fiducia nella fermezza delle deliberazioni di chi seguiva le inspirazioni dell'Imperatore Francese e presentiva che, dove le intenzioni di Luigi Napoleone diventassero favorevoli all'Austria, un telegramma di Parigi agghiaccierebbe in un subito le tendenze bellicose governative. Una politica Nazionale non poteva soggiacere a variazioni sì fatte e a me conveniva quindi rimaner libero da ogni vincolo o patto.

«E d'altra parte, a che i patti? Era noto che io sentiva necessaria l'Unità di tutte le forze nazionali all'impresa: noto ch'io non pensava a inalzare la bandiera repubblicana sul Veneto: noto che noi tacendo, per coscienza e dignità, di V. E., e limitandoci al grido di Guerra all'Austria, Ajuto ai nostri Fratelli, avremmo lasciato il programma ai Veneti, i quali, volendo l'esercito, avrebbero senz'altro invocato la monarchia. Voleva il re, come noi, l'emancipazione del Veneto? Lasciasse fare e s'apprestasse a cogliere rapidamente l'opportunità che noi cercheremmo di suscitare. Il metodo naturalmente indicato dalle circostanze era: iniziativa insurrezionale nel Veneto: risposta da nuclei di volontarî italiani e manifestazioni del Paese; intervento governativo. Mandasse il re pe' suoi agenti una parola al Veneto che consonasse colle nostre: rallentasse verso noi l'azione governativa: non cordoni ostili, non sequestri d'armi; mentre dal nostro lato s'opererebbe con ogni prudenza possibile: provvedesse all'esercito e segnatamente agli apprestamenti navali: bandisse dall'animo ogni idea d'ajuto francese a noi o d'ajuto italiano alla Francia, se mai la Francia movesse guerra sul Reno: lasciasse Garibaldi capo libero indipendente dei volontarî, e intendesse che mal si compie una impresa nazionale con un ministero screditato nel paese e avverso deliberatamente a noi.»

Nè scenderò in particolari del contatto che seguì: ripugna all'indole mia di rivelare fuori del necessario, sensi e disegni altrui, poco importa di chi. Affermo soltanto—e se v'è chi possa smentirmi, lo faccia—che nessuna mia lettera ebbe una sola sillaba che sviasse dal contenuto di quella del 15 novembre. Non proferii parola intorno ai nostri elementi, ai lavori iniziati, alle nostre intenzioni. Spinsi l'indipendenza sino a rispondere con un rifiuto esplicito all'incerta ipotetica offerta d'ajuti pecuniarî all'intento; dissi che ajuti sì fatti costituirebbero tra chi li darebbe e me un vincolo ch'io non voleva accettare; e suggerii si volgessero a pro dei poveri Polacchi e Ungheresi.

Il 25 gennajo 1864, nojato dei continui tentennamenti e volendo pur essere leale, io dicevo: «che il linguaggio della Stampa Governativa, le circolari ministeriali pronunciavano un voltafaccia codardo, fatale più assai alla monarchia che non alle nostre idee: che avremmo tentato e ritentato; ma che, se fossimo impediti davvero, tutta la mia attività si sarebbe inevitabilmente rivolta alla questione interna e all'apostolato repubblicano.» E ripetevo che: «dare ai Veneti una parola d'ordine a pro dell'azione—lasciare che nuclei di volontarî movessero a soccorrerla quando s'iniziasse—non opporsi a manifestazioni popolari invocatrici d'ajuto ai Veneti—dichiarare, come fece Carlo Alberto nel 1848 ai Governi Europei, il governo Italiano essere costretto a movere—era il da farsi.»

Quando nell'aprile ebbi notizia del sequestro dei fucili in Brescia e Milano, dichiarai «non voler essere mistificato da principi o da chicchessia: si restituissero immediatamente l'armi, o si sostituisse un numero eguale e, mallevadorìa del futuro, si togliesse all'ufficio Spaventa: dove no, terrei per chiarite le intenzioni avverse, e porrei fine ad ogni contatto.»

Il 24 maggio finalmente io scrivevo: «È chiaro che non possiamo intenderci... S'è cominciato per dichiarare che non poteva sollevarsi iniziativa dal di fuori: risposi, dichiarando che si trattava di iniziativa interna. Si disse allora che sarebbe stato necessario un moto anteriore in Galizia: risposi—che, comunque m'increscesse mutare a un tratto disegno e linguaggio coi nostri Alleati, mi vi adoprerei. Oggi si vuole anche l'Ungheria. Domani si vorrà la Boemia, l'Impero Austriaco assolutamente sfasciato prima d'assalirlo. Intanto, l'anno venturo avremo la Polonia morta, la Galizia impossibilitata ad agire, la questione Danese finita, l'Ungheria in braccio al partito conciliatore[150]. Questa non è politica italiana: è politica di paura, politica indegna d'un popolo di 22 milioni e d'un esercito di 300 000 uomini. È impossibile trattare di cose vitali, senza un limite di tempo determinato. Non deve farsi, mi si dice, se non a tempo opportuno. È appunto perch'io credo il momento opportuno, che io cerco si colga. Bisognava dirmi per quali ragioni non è opportuno; bisognava dirmi: s'intende agire nel tal tempo e non prima. Il dirmi oggi che non possono darsi armi all'interno per timore che agiscano, è un ricacciarmi nell'indefinito. Il dirmi che anche con una insurrezione interna s'impediranno gli ajuti; è un dirmi: il Governo è deciso a far le parti dell'Austria.

«..... Rinunzio quindi a un contatto inutile... Rimango libero, sciolto da ogni vincolo, fuorchè quello che ho colla mia coscienza, terreno sul quale cittadini e re sono eguali.»

Se linguaggio sì fatto valga offrire servigi ad un re, vedano gl'Italiani. Nauseato oggimai delle pazze accuse che l'immoralità dei nemici e degli ex amici m'avventa, io dichiaro esser questa l'ultima volta ch'io scendo, di fronte alla causa d'un Popolo, a parlare di me e a giustificare o spiegare la mia condotta.

12 giugno.

Giuseppe Mazzini.


AI ROMANI [151]

Romani,

Non so a che, nelle nuove circostanze, voi vi apprestiate; ma so a che dovreste apprestarvi; e m'assumo di dirvelo: prima, per coscienza d'Italiano e di cittadino di Roma, dacchè a voi piacque, in tempi gloriosi alla vostra città, farmi tale: poi, perchè gli uomini di parte monarchica imposturarono come mia una stolta lettera nella quale v'è predicata pazienza e sono tacciati d'imprudenti i vostri bei fatti del 1849. Taluni fra voi possono aver creduto nella verità di quell'impostura, e m'importa sappiate che io, triumviro un giorno in Roma, incanutito oggi nella chioma ma non nell'anima, serbo incontaminata la Fede che noi annunziavamo allora uniti e volenti all'Italia dal Campidoglio.

Ignoro quale situazione impreveduta possano creare per voi le tattiche oblique del Governo del Regno e le trame degli agenti francesi con esso e col Papa; e spero che voi vi governerete in ogni modo da forti, a seconda dei casi. Ma io vi parlo come se la Convenzione Franco-Italiana dovesse essere unica norma alle vostre condizioni. E di fronte a quella Convenzione, che comanda al Governo Italiano di non promovere azione contro la potestà temporale del Papa, di non tollerare ch'altri la promova dalle terre Italiane, e di serbare capitale d'Italia Firenze, voi avete due solenni doveri da compiere: il primo verso Roma e voi tutti, che portate sulla fronte quel santo nome: il secondo verso l'Italia e l'Europa.

Voi dovete agire: levarvi contro la ciurmaglia accozzata dal rifiuto dei paesi stranieri e sperderla. Una accusa serpeggia—perchè celarvelo?—a vostro danno in Europa, e ha trovato sovente espressione nelle gazzette inglesi e francesi. La singolare pazienza colla quale voi avete, per diciassette lunghi anni, tollerato, senza una virile protesta, gli invasori stranieri nelle vostre mura, fu guardata come sommessione di Popolo che s'arretra davanti ai pericoli, e avvalorò la menzogna che Roma fosse, nel 1849, difesa da uomini appartenenti ad altre terre d'Italia. Io vi vidi in quel tempo, e però la dichiarai sempre, e la dichiaro menzogna. Le influenze che v'inspirarono quell'attitudine mi son note tutte, e non dimentico la singolare e difficile posizione in cui vi mantenne, chiamando ad alleata la Francia, la Monarchia Italiana. Ma se oggi, liberi da quell'equivoco, voi persisteste in soggiacere a quelle influenze addormentatrici—se non v'affrettaste a provare che, non la forza nemica, ma l'essere quella forza della Nazione che l'Italia chiamava alleata, e che combatteva in Solferino e Magenta, fu ostacolo al vostro sorgere—voi confermate la pazza accusa. Or voi non dovete—non dirò mostrarvi codardi—ma poter essere sospettati di codardìa.

Ma sorgendo, quale deve essere il vostro grido? Quale programma dovete scegliere?

La risposta fu già data, diciassette anni addietro, da voi: non dovete scegliere; avete scelto.

Il 9 febbrajo 1849, liberi e legalmente rappresentati, dichiaraste unanimi, che il grido dal quale venne la grandezza dei vostri padri era il vostro; che il programma di Roma all'Italia futura si compendiava nella parola Repubblica. E quel programma, accettato con entusiasmo in quante terre dipendevano allora da Roma, fu segnato ogni giorno, in due mesi di lotta, col sangue dei vostri migliori, in Roma, in Bologna, in Ancona.

Il 2 luglio, un ostacolo—la forza brutale—si frappose tra voi e l'espressione della vostra volontà, del vostro Diritto. Quell'ostacolo sparisce in oggi. La vostra volontà ricomincia a manifestarsi qual era. L'eterno Diritto rivive. Voi siete, sorgendo, ciò che il 9 febbrajo eravate: repubblicani e padroni di voi medesimi.

Il 3 luglio, un giorno dopo l'ingresso delle truppe francesi, il Popolo di Roma levò una volta ancora la mano per affermare, di fronte al nemico, la propria fede: la Costituzione Repubblicana fu solennemente letta alla moltitudine dal Campidoglio. La bandiera straniera s'abbassò, come velo, tra quella mano, che mostrava il Patto, e l'Italia. Quel velo oggi si squarcia. La mano del Popolo di Roma riappare levata in alto.

È questo il solo programma che logica, onore, coscienza del passato e dovere verso l'avvenire v'additino. Riaffermate, prima d'ogni altra cosa, voi stessi, la vostra vita, la potenza che è in voi: farete poi ciò che Dio e la coscienza del Dovere Nazionale vi inspireranno. Siate; poi disporrete di voi.

E allora—quando il vostro voto non sarà il muto, immediato, cieco suffragio che inaugurò la tirannide di Bonaparte e consegnò Nizza alla Francia—quando potrà escire solenne, pensato, forte d'inspirazione collettiva, illuminato dal consiglio dei buoni e dalla libera discussione sulle vostre condizioni e su quelle d'Italia—deciderete se Roma debba darsi, come città secondaria, diseredata di vita propria, a una monarchia condannata, provata impotente a ogni forte fatto, che riceveva jeri, come elemosina dallo straniero, Venezia, e che scriverebbe sul Campidoglio Custoza e Lissa:—o se la Tradizione, gloriosa sopra ogni altra, del suo passato, e la missione ch'è in essa e dalla quale escì due volte l'unificazione materiale e morale del mondo, la chiamino a parte più degna e feconda pei giorni futuri della Nazione.

Intanto affermatevi; affermate Roma.—Chi vi dà consiglio diverso—chi vi sprona ad aggiogarvi senza maturo, collettivo e libero esame nel fatto esistente—disonora Roma senza giovare all'Italia.

Non m'accusate di contradizione coi consigli che io diedi ad altri in passato.

Quand'io, nel 1859 e nel 1860, consigliai il Mezzogiorno d'Italia ad annettersi, l'Unità materiale, avversata in tutti i disegni del Bonaparte, non esisteva: l'Italia intera consentiva—non monta se a torto o a ragione—nel concedere alla Monarchia il benefizio d'un esperimento a pro della possibilità d'un accordo fra essa e il Paese: nè le città alle quali io, riverente alla Sovranità popolare, parlava portavano il grande nome di Roma.

E nondimeno io suggeriva, anteriori a ogni plebiscito, le Assemblee, tanto che le annessioni si compissero a patti, e con certezza di libertà vera e d'onore alla Nazione futura. Non m'ascoltarono—ed oggi si pentono d'essersi dati alla cieca.

Ma io parlo ora a voi, uomini di Roma, in condizioni radicalmente mutate.

L'Unità materiale d'Italia è ormai irrevocabilmente fondata; nè le vostre decisioni o i vostri indugi possono farle correr pericolo. Quel ch'oggi importa non è che voi siate d'Italia il tale o tal altro giorno; importa che lo siate in modo degno di voi, e che promova i fati d'Italia e l'Unità morale, mancante tuttora e inaccessibile alla Monarchia.

L'esperimento è compiuto. Una lunga serie di fatti incontrovertibili ha provato, a quanti hanno senno e core, che la Monarchia non può essere se non servile al di fuori, strumento di resistenza al di dentro. L'Instituzione è moralmente condannata. Il Paese può trascinarsi per un tempo ancora tra le esitazioni dell'opportunismo; non è più monarchico.

E io parlo a voi, Romani di Roma, eccezione fra quante città s'inalzano sulle nostre terre. Roma non è città; Roma è una Idea. Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che furono vita al mondo nel passato, e il Santuario d'una terza che albeggia e darà vita al mondo nell'avvenire. Roma è la missione d'Italia fra le Nazioni: la Parola, il Verbo del nostro Popolo: il Vangelo Eterno d'unificazione alle genti. Posso io dirle di annettersi, appendice subalterna a Firenze? Posso io suggerirle, senza delitto di profanazione, di consacrare del suo prestigio una Instituzione incadaverita; di coprire coll'immensa ombra della sua gloria le colpe, gli errori, la servilità allo straniero d'una Monarchia, che non ebbe una protesta per voi nel 1849, che non trovò una parola da proferirsi a pro vostro nei vostri diciassette anni di servitù; che disse per bocca de' suoi ministri: non andrò in Roma se non col beneplacito della Francia e del Papa?

No: Roma non deve annettersi a Firenze; dobbiamo noi tutti annetterci a Roma. Ma per questo abbiamo bisogno che Roma risorga quale era quando salvò l'onore d'Italia, perduto in Milano e Novara dalla Monarchia: abbiamo bisogno ch'essa si levi dal suo sepolcro, in nome, non del passato, ma della nuova vita dell'avvenire; abbiamo bisogno ch'essa splenda, per breve tempo isolata, siccome faro di Verità e di Progresso, alle incerte, desiose popolazioni d'Italia.

L'Unità materiale d'Italia è pressochè fondata: oggi, è necessario un simbolo che rappresenti l'Unità morale; e quell'Unità non può venirci che dalla fede repubblicana. Ciò che abbiamo è forma senz'anima: noi l'aspettiamo da Roma; ma Roma non può spirarla nell'inerte forma, se non a patto di serbarsi pura dalle sozzure presenti. Accettandole, Roma cade; e con essa cadono, per non so quanto, i grandi fatti d'Italia in Europa.

Addio—ora e sempre vostro

5 dicembre 1866.

Giuseppe Mazzini.


1869.
AI NEMICI [152]

Scrivo a voi, non perchè io intenda— voi l'aspettate da me—difendermi dalle vostre accuse o spiegare la mia condotta: le vostre accuse mi onorano, e sulla mia condotta non vi riconosco diritto alcuno. Scrivo per dirvi e dire al Paese, che quelle recenti accuse, suggerite da voi alle vostre gazzette, vi chiariscono a un tempo immorali, codardi e stolti: immorali, perchè voi le sapete false e nondimeno le profferite; codardi, perchè, padroni d'ordini costituiti, di vasti mezzi finanziarî, d'un esercito che dite vostro e d'una stampa che è vostra, vi giovate a combatterci d'armi sleali, delatori segreti e calunniatori, dichiarandovi così da voi stessi impotenti ad altro; stolti, perchè vi illudete a credere che il Paese, ingannato da voi da lunghi anni ogni giorno, accetti credulo le vostre accuse, e ritenga me e gli amici miei uomini capaci di assoldare accoltellatori o fomentare saccheggi e violazione di proprietà.

Il Paese ricorda—da quando il Governo del padre del vostro re spargeva in Genova, nel 1832, voce nelle caserme di veleni destinati al presidio—che calunnie siffatte ricomparvero a ogni minaccia di moto, a ogni paura che la coscienza dei vostri falli vi suscitò dentro; chiarite poco dopo menzogne architettate ad aizzare i pregiudizî d'una o d'altra classe di cittadini contro i vostri avversarî. Il Paese—e per Paese non intendo le poche centinaja di raggiratori che servono oggi, lucrando, voi, e servirebbero noi domani se potessimo mai accettarli, ma i milioni di onesti cittadini che possono essere talora traviati, non corrotti e calunniatori—conosce voi e comincia a conoscere noi. Quei milioni hanno veduto voi escir dal potere impinguati di facoltà, e noi quanti siamo escirne più poveri; hanno udito di Manin maestro di scuola in esilio, del generale romano Roselli traente per anni, con tacita dignità, esistenza di povero popolano nella Liguria, della modesta vita di Carlo Cattaneo in Lugano, di Gustavo Modena rassegnato a vendere paste e cacio in Bruxelles, dei molti nostri periti nella miseria su terra straniera; e intendono che se noi, come tutti, possiamo avere errori nell'intelletto, non abbiamo basse avidità nè vizî da soddisfare a danno del paese o dell'altrui proprietà; hanno veduto voi pazzamente feroci contro il masnadierume nel Mezzogiorno e prodighi di domicilî coatti, di persecuzioni arbitrarie, di stati d'assedio nel Centro, e di repressioni sanguinose in Torino; noi, saliti al potere in Venezia e Roma, serbarci, di mezzo al concitamento d'una guerra contro stranieri e soldati della monarchia napoletana, puri di proscrizioni e di intolleranza; e intendono, che noi possiamo essere uomini d'arditi e tenaci propositi, non di sangue e vendette, e che la nostra Repubblica non è nè può mai essere la francese del 1793; hanno udito d'una gloriosa tradizione di martiri repubblicani, morti tutti, dai grandi napoletani del 1799 sino a Carlo Pisacane e Rosalino Pilo, sul palco o in battaglia, col sorriso della coscienza incontaminata sul labbro e col raggio d'una speranza, che il sangue loro frutterebbe al futuro della Patria, sulla fronte serena; hanno udito del venerando e canuto Giuseppe Petroni—abbandonato da voi perchè amico mio e repubblicano—e del suo duplice e glorioso rifiuto, a me, che gli offrivo di agevolargli la fuga, perchè ei non voleva abbandonare i compagni di prigionìa; e ai satelliti del Papa, che gli offrono, dopo quindici anni di patimenti, libertà, perchè l'offrono a patti codardi; e hanno oggimai conchiuso che, mentre i men tristi fra voi sono uomini d'una opinione o d'un interesse dinastico e incapaci di martirio o di sagrificio, noi siamo uomini d'una fede, purificati da essa nell'anima e incapaci di delitti ch'essa rifiuta. Molti fra gli Italiani si affacciano oltre l'Alpi alla Svizzera repubblicana e vi trovano spettacolo di virtù semplici, di perenne concordia civile e di proprietà largamente diffusa e inviolata; viaggiano oltre il mare, agli Stati Uniti repubblicani, e vi trovano vita rigogliosa e crescente, lavoro universale e onorato, educazione pressochè universale, dignità di liberi in tutti, potenza, quando occorre, di sagrificio in armi e denaro, quale nessuna delle vostre monarchie può sognare; e si convincono che l'Instituzione Repubblicana significa onnipotenza di legge, ufficî dati al merito e alla virtù, eguaglianza d'anime promossa da eguaglianza d'educazione, governo iniziatore di progresso, ricchezza fondata sul lavoro, libero e vigilante consenso di cittadini in ogni cosa che li concerna, impossibilità quindi di rivoluzioni violente; mentre, volgendo gli occhî alle monarchie, vi trovano arbitrio, ufficî dati al privilegio d'oro o di nascita, ineguaglianza, corruzione scendente dall'alto, lavoro inceppato a ogni passo nella produzione e nella circolazione, ignoranza, accarezzata siccome strumento di servitù, nelle moltitudini, assenza d'armi e di voto nei più, e quindi rivoluzioni periodiche o frequenti tentativi d'insurrezione, fatali alla pace, all'industria, ai commerci, ma inevitabili dove diritti e doveri sono sistematicamente negati.

E finalmente, alcune migliaja tra gli uomini ai quali mentite, hanno letto ciò ch'io e parecchî dei miei amici repubblicani andiamo da ormai trentacinque anni scrivendo, e v'hanno raccolto che noi abbiamo sempre combattuto a viso aperto ogni terrore eretto a sistema, ogni vendetta del passato, ogni atto che sommova una classe di cittadini contro l'altra—che abbiamo virilmente respinto, affrontando per amore del Vero, il biasimo e l'ira di taluni fra i nostri più stretti amici, ogni sistema di comunismo, di spogliazione violenta, di violazione di patti accettati dalla Nazione, o di diritti individuali legittimamente acquistati—che abbiamo invariabilmente predicato ai nostri concittadini: voi non potete mutare in meglio le sorti del vostro Paese, se non a patto d'essere migliori, più virtuosi e più giusti di quelli che rovesciate.

Però, quando uno dei vostri ministri, al quale consiglierei d'imparare, prima di governarlo, la lingua del suo Paese, deplora, sgrammaticando, nel Parlamento «che uomini che ardiscono vituperare il nome della libertà, vantandosene campioni, possano dar luogo a iniqui tentativi, che se fossero stati seguiti dal premeditato effetto avrebbero avuto conseguenze veramente da assassini;» poi, parlando d'armi scoperte, afferma: «è inutile dire che questi strumenti erano diretti contro galantuomini;» e finalmente attribuisce agli arresti virtù «d'aver dimostrato che la congiura era più che altro ordita contro l'esercito,» il Paese ride del ministro, delle insensate affermazioni, delle strane ipotesi e della patente contraddizione del congiurare contro un esercito che, a detta vostra, ci adoperiamo con ogni artificio a sedurre. Ma quando v'ode a infamare davanti all'Europa la Sicilia, come capace di spedire, viaggiatori commessi a sgozzare, duecento accoltellatori a una città del Settentrione italiano, e i repubblicani della nostra tempra come capaci d'assoldarli, il Paese torce nauseato il suo sguardo da voi, che non rifuggite, per combatterci, dal calunniare la Patria vostra, e desume intanto, dalla scelta delle vostre armi, che le altre vi sfuggono, che siete oggimai vittime votate alla Dea Paura, che siete e vi sentite perduti. Noi, per provarvi tristi, inetti e fatali all'Italia, non abbiamo bisogno d'arti siffatte.

Io—dacchè l'insistenza vostra ad attribuirmi ogni cosa che vi conturba mi riduce a parlar di me—vi sono e vi sarò, finch'io viva, nemico irreconciliabile: voi avete crocefisso al cospetto delle Nazioni l'onore della mia Patria e fatto, per quanto è in voi, retrocedere un avvenire che Dio le assegnava, e che bastò a me intravedere, perchè io gli consecrassi anima, vita e affetti, sentendomi largamente compensato d'ogni possibile sacrificio. Ma nè l'immenso amore che io porto all'Italia, nè lo sdegno profondo contro ognuno che la vituperi e cerchi di corromperla e traviarla, m'hanno fatto mai adottare armi sleali con voi, o scendere ad accuse ch'io non credessi fondate, o rifiutarvi quella libertà d'esperimenti, che voi con ipocrite promesse invocaste più volte negli anni addietro. Quando nel 1848 dichiaraste solennemente che la monarchia scendeva in campo contro l'Austria per compiere un dovere verso l'Italia e promettendo al paese di lasciarlo, a guerra vinta, arbitro delle proprie sorti—quando nel 1859 e nel 1866 diceste, per bocca dei vostri dittatori, a noi tutti: «la monarchia ha esercito, forze da lungo ordinate e tesori; essa può e vuole dare all'Italia ciò che cercate, Roma, l'Alpi, indipendenza al di fuori, libertà vera al di dentro, con sacrificî minori e certezza di successo che voi non avete»—io, incredulo a voi, ma riverente al Paese che vi credeva, e tratto da un ingenito amor di giustizia a concedervi modo di tentare l'adempimento delle vostre promesse, tacqui di repubblica, ajutai come per me si poteva le vostre guerre e le vostre annessioni nel Centro e nel Mezzodì, m'astenni da ogni lavoro segreto e da ogni cosa che voi poteste chiamar congiura; aspettai che il tempo chiarisse gl'intendimenti vostri, e vi promisi che se mi sentissi mai costretto a rifarmi nemico e ripigliare l'antica via, v'avvertirei. D'allora in poi, i fatti, fatti ripetuti, innegabili, coordinati a sistema, provarono a quanti vogliono intendere, che le promesse erano menzogne, che voi non sapevate, non potevate, non volevate darci Roma, nè le nostre frontiere, nè indipendenza, nè libertà, nè prosperità materiale, nè vita e dignità di Nazione. E, sul finire del 1866, io risollevai pubblicamente, con un manifesto stampato, quella bandiera repubblicana, che porta fra le sue pieghe i fati d'Italia; e in nome dei credenti in essa vi dissi: volete guerra? l'avrete. Chi è sleale tra noi? Noi, che aspettammo, pazienti, esaurite tutte le possibili vie d'accordo nel presente; e soltanto quando fu compito ogni esperimento e tradita ogni speranza, ci distaccammo apertamente da voi, o voi che trafficaste del sangue dei nostri martiri dai quali vi fu preparato il terreno, delle illusioni di tutto un popolo credulo nelle vostre promesse, e del nostro silenzio, per impiantarvi, potenti e armati dominatori, sul collo d'Italia e dire ad essa: non siamo tuoi, ma d'una dinastia—a noi: siete assassini ed espilatori?

Reprimete, finchè avete modo, e tacete. Avete troppo mentito perchè altri vi presti fede. La coscienza irritata del Popolo italiano vi toglie oggimai il diritto della parola.

Voi avete avuto incitamento ad essere grandi e virtuosi, ciò che nessuno ebbe mai: un popolo forte, numeroso, capace d'ogni entusiasmo, che v'era ciecamente devoto e vi offriva ogni cosa sua perchè lo guidaste alla meta, e l'avete prostrato ai piedi dello straniero, privato d'armi e di voto, coperto di disonore davanti all'Europa. Avevate il prestigio d'un nome, Roma, sacro fra i popoli e pegno, pel ricordo storico di due epoche di civiltà date al mondo, del loro rispetto e del loro amore; e avete, pur giurando il contrario, annientato quel prestigio abbandonando Roma al fantasma papale, e tollerato, tacendo, che un ministro francese vi dicesse: non l'avrete mai. Avevate radicato financo nelle moltitudini dal lungo nostro apostolato e da sagrificî di sangue dei migliori fra noi, un culto all'Unità, che in una Nazione di venticinque milioni costituisce potenza gigantesca, vincolo sicuro d'amore e pegno di missione comune; e avete, sostando a mezzo e facendo, a furia di sgoverno, parere amaro anche quel misero incominciamento, ridato vita a uno spirito di federalismo che riescirebbe, se mai durasse, fatale alla Patria. Avevate, insegnamento a fondar durevole quell'Unità, una splendida tradizione storica che v'additava due soli e inseparabili elementi della vita Italiana, la Nazione e il Comune; e voi avete, col suffragio ristretto e colla tirannide governativa di prefetti, viceprefetti, delegati e carabinieri, soffocata ogni attività di Comuni e soffocato—negandogli un Patto e costringendolo in uno Statuto anteriore al fatto dell'Unità e dettato, in un momento di paura, dal re che tradì Milano—il pensiero della Nazione. Avevate una terra che fu granajo e maestra d'industria e commerci ai popoli e sarebbe, sotto un Governo Nazionale davvero, anello tra l'Europa e l'Oriente e deposito centrale delle merci d'Europa verso esso; avevate nei beni demaniali, nei possedimenti incamerati del clero, nella Sicilia, in Sardegna, nel Mezzodì, nei sei milioni d'ettari di terreno incolto, una immensa sorgente di ricchezza; e avete, con un sistema di contribuzioni ostile alla produzione, inceppata l'agricoltura, tormentato, insterilito il commercio coi dazî, colle dogane, col monopolio, ucciso il credito con una economia d'espedienti e colle condizioni provvisorie nelle quali v'ostinate a mantenere il paese; avete sprecato quelle ricchezze nel vortice della speculazione straniera e negli imprestiti rovinosi, che non sollevano, se non d'anno in anno, il presente e disseccano le sorgenti dell'avvenire. Avevate una linea, unica in Europa, di frontiere pressochè insuperabili, e l'avete spezzata abbandonando allo straniero, che tiene già Roma, Nizza e Savoja:—un Esercito di prodi, presto a tutelare quella frontiera, e l'avete avvilito, ricevendo com'elemosina dalla Francia imperiale quelle terre, che avreste potuto conquistarvi coll'opera sua, e tradito in tutte le sue speranze a Villafranca, nel Trentino, a Lissa, a Custoza;—un cominciamento della Nazione Armata nei volontarî che vi diedero il Mezzogiorno d'Italia e potevano procacciarvi il favore e l'entusiasmo di quanti popoli anelano a farsi Nazioni; e li avete spiati, ricinti d'insidie, perseguitati;—Garibaldi, e l'avete ingannato, combattuto, imprigionato, ferito. Onore, amore del paese, sicurezza, esercito, Roma, tutto giace per voi a' piedi dello straniero, sol perchè, sentendovi mal fermi sulla vostra terra, sperate d'averlo un giorno alleato contro di noi. Ricordo le parole d'un principe della vostra dinastia, Vittorio Amedeo II, che, men servile degli altri, richiesto da Luigi XIV di Verrua e della Cittadella di Torino, gli dichiarò guerra esclamando: Sono stato da lungo trattato come vassallo: ora vogliono fare un paggio di me: è giunto il tempo di mostrar ciò ch'io sono. Ciò che voi siete, l'Italia lo sa. Voi avreste, come a Mentana, comandato ai vostri d'assistere, spettatori inerti, all'invasione di Luigi XIV e alla strage dei difensori italiani di Torino e Verrua.

Ma, perchè a voi piace di travolgervi nel fango imperiale, dobbiamo farlo noi? Perchè non vive nell'anima vostra scintilla d'amore e d'orgoglio italiano, avete sperato che noi dovessimo spegnerla nella nostra? Perchè voi potete contemplar sorridendo l'agonia dell'anima della Patria, vi siete illusi a credere che noi ci rassegneremmo a non tentare di farla rivivere?

Pensate che tutti debbano tradire la fede nel Dovere, perchè voi la tradite?

Io non logorerei quest'ultimo minacciato avanzo di vita per una semplice questione politica, per affrettare di pochi anni o di mesi l'impianto dell'Instituzione Repubblicana; la Repubblica è, in Italia, inevitabile tra non molto; e lascerei al tempo e ai vostri errori l'opera loro a pro nostro. Ma se una questione di libertà o di finanza può affidarsi al più o meno lento svolgersi delle idee progressive, una questione d'onore non può. Il disonore è la cancrena delle Nazioni; ne spegne, se non è combattuta a tempo, la vita. Un Popolo che si rassegna, potendo altro, all'insulto straniero, che avendo in sè forze per essere popolo libero e padrone dei proprî fati, si trascina in sembianza di liberto fin dov'altri vuole e non oltre, è un popolo perduto: abdica potenza e avvenire. Noi siamo oggi, mercè vostra, disonorati; e ogni giorno che passa aggiunge alla coscienza del disonore uno strato di corruzione ai molti, che quattro secoli di servaggio, l'educazione gesuitica, le influenze straniere, il materialismo inseparabile dalla servitù, il machiavellismo ch'è la politica dei popoli incadaveriti, hanno messo intorno all'anima della Nazione. Ponendo la macchia nera del disonore sulla giovine bandiera d'Italia, voi ci avete intimata la necessità dell'Azione. S'altri, che più lo dovrebbe sentire, nol sente, tal sia di lui. Noi lo sentiamo; ci apprestiamo quindi e ci appresteremo, checchè facciate, all'Azione. Ci ordineremo a quel fine, pubblicamente dove potremo, segretamente, dove le vostre leggi ci costringeranno al segreto. Provvederemo ad armarci, non come bassamente voi ci apponete, per accoltellare gli onesti, o conquistarci l'altrui, ma per non darci, stolidamente inermi, il giorno in cui chiameremo il popolo d'Italia a decidere tra voi e noi, ai vostri birri, ai vostri carabinieri, a quei fra i vostri soldati che, durando nella servitù e nell'inganno, non scenderanno nell'Azione con noi. E diremo e ridiremo a stampa pubblica o clandestina, a seconda delle vostre persecuzioni, le parole che l'amico mio Lamennais, santo dei nostri oggi troppo dimenticato, diceva, prima di morire, al popolo: «Sappiate questo. Quando l'eccesso del patire v'inspira la determinazione di ricuperare i diritti dei quali i vostri oppressori v'hanno spogliati, essi vi accusano perturbatori dell'ordine, e cercano infamarvi come ribelli. Ribelli a chi? Non v'è ribellione possibile se non contro il vero sovrano, contro il popolo: e come può il popolo esser ribelle al popolo? Ribelli son quelli che creano a sè stessi, in suo danno, privilegi iniqui, che coll'astuzia o colla forza riescono a imporgli la loro dominazione: e quando il popolo rovescia quella dominazione, non turba l'ordine, compie l'opera di Dio e la di Lui volontà sempre giusta.»

È con voi il popolo? Avete, oltre le vaste forze ordinate e il prestigio, potente sui più, della lunga esistenza, la maggioranza del Paese, dei governati, a pro vostro? Perchè ci temete? Perchè ci calunniate? Perchè v'arretrate irritati davanti all'apostolato delle nostre idee? Dateci libero quell'apostolato: libera da sequestri la stampa; libera, qualunque ne sia il programma politico, l'associazione; libera da ogni arbitrio, da ogni imprigionamento di precauzione, da ogni invasione di domicilio, da ogni violazione di corrispondenza, la nostra vita individuale; date a me che scrivo facoltà di viaggiar libero di città in città, raccogliere a convegno i vogliosi d'udirmi e spiegar loro le nostre dottrine repubblicane. Noi vi promettiamo solennemente di astenerci da ogni ordinamento segreto, da ogni preparativo di quella che voi chiamate ribellione, e non sarebbe se non un ridare al popolo, a compimento della nostra Rivoluzione Nazionale, l'iniziativa interrotta, soppressa da voi. Perchè non osate ciò che l'Inghilterra osa, l'ammissione dell'inviolabilità del Pensiero? Perchè confischerete voi questo scritto? Perchè fate argomento di delitto ai vostri soldati la lettura dei nostri giornali? Perchè chiedete alla Svizzera di cacciarmi? V'ha mai richiesti la Svizzera di cacciare un de' suoi per paura d'un apostolato monarchico?

No: voi nol farete; non lo potreste, volendo. Voi non siete Governo Nazionale. Non potete reggervi che colla forza. Fatelo, finchè la forza vi vale. Ma non vi lagnate se noi, opponendo all'apostolato l'apostolato, opporremo un giorno—in nome di Roma tradita, in nome dell'onore italiano violato, in nome dell'incompiuta Unità, della nostra Indipendenza gittata ai piedi dello straniero, del traffico delle nostre terre, dell'avvilimento versato sul nostro esercito, della rovina finanziaria del paese, della Vita Nazionale lasciata senza patto, senza espressione legale da voi—la forza alla forza.

Voi non siete Governo Nazionale in Italia; in questo sta la vostra condanna, il segreto delle nostre attuali condizioni, il nostro eterno diritto. La vita Italiana nacque e crebbe repubblicana, origine del Comune, fin da quando Roma non era; nacque e crebbe repubblicana e creatrice dell'idea Unità con Roma, anteriormente all'Impero; rinacque e crebbe repubblicana nel medio evo colle nostre città rivelando la Missione dell'Italia in Europa e diffondendo ai popoli vincoli di morale unità, religione, arte, industria e commercio. Repubblicani sono tutti i nostri grandi ricordi; repubblicani pressochè tutti i nostri potenti di intelletto e di cuore: repubblicane le tendenze, le abitudini del viver civile, le appena abbozzate instituzioni sociali. L'Italia ebbe patrizî, non patriziato; condottieri, signori, mercanti, che si inalzarono al di sopra dei cittadini coll'armi, coi tradimenti, colla ricchezza: non una aristocrazia simile a quella dell'altre terre europee, intesa, compatta, guidata da capi universalmente accettati, diretta da un solo disegno politico. La monarchia si impiantò, nel decadimento morale d'Italia, sotto gli auspicî e la protezione armata di invasori stranieri: smembrò, non unì, soffocò l'intelletto della Nazione sotto inspirazioni non italiane: fu serva, vassalla, scolta inoltrata di Parigi, di Madrid, di Vienna: ingrandì tentennando fra le diverse Potenze che scendevano a derubarci, trafficando codardamente sull'alterna vicenda della guerra straniera, non richiamandosi mai all'intima vita, alla forza latente della Nazione, e negandola per terrore. E, noi tempi più vicini a noi, la dinastia che servite perseguitò gli apostoli dell'Unità Nazionale e tentò spegnerne nel sangue la fede, finchè impaurita, costretta dall'onda dei moti popolari, trapassò dalla guerra all'inganno, e s'insignorì, promettendo, giurando e non attenendo mai, d'un terreno non suo, d'un lavoro iniziato e quasi compìto da uomini repubblicani, per farne monopolio a pro dei proprî meschini interessi. Oggi l'Italia è fatta, per essa, prefettura dell'Impero di Francia. Io non vedo un uomo tra voi, che non attinga dalle tradizioni straniere le idee, i modi di governo, i metodi amministrativi; non ne ricordo un solo che abbia avuto, prima dei fatti compìti, concetto d'Unità o fede nel popolo d'Italia o amore schietto e profondo della missione ch'essa è chiamata a rappresentare nel mondo, o senso di Dovere o, non fosse altro, orgoglio di Patria. La vostra morale è quella d'un machiavellismo bastardo: la vostra economia è scienza d'espedienti suggeriti o ricopiati da mezzi ingegni stranieri: la vostra politica è politica di resistenza: la vostra religione è ateismo mascherato d'ipocrisia.

Però cadrete, cadrete rapidamente, e ve ne avvedete. Com'è vero Dio, l'Italia sarà tra non molto repubblicana. E voi dovete il breve periodo di misera affannata esistenza che vi avanza, non alle vostre calunnie, ma alle nostre titubanze, alle passioncelle individuali, che non sappiamo ancor soffocare nella santa coscienza del fine, ai sospetti, alle mal ferme determinazioni, ai piccoli vizî di mente o di anima, inerenti a schiavi, che ruppero jeri soltanto la loro catena.

Queste cose ho voluto dirvi, interprete dei vostri fati, perchè sappiate ciò ch'io penso e com'io disprezzi le vostre accuse. Avversai deliberatamente coi migliori tra' miei amici l'immaturo tentativo ch'or v'ha empito l'animo di terrori: ma non intendo che ciò mi valga di difesa con voi. Se crederò di poter giovare quando che sia a rovesciarvi, lo farò per debito d'Italiano e con lieta, serena coscienza.

Addio.

Maggio.

Giuseppe Mazzini.


1870.
L'INIZIATIVA [153]

I.

Il 16 maggio 1791, in Francia, nella discussione sulla facoltà di rieleggere i deputati, Duport, uno dei migliori dell'Assemblea, dichiarava, insistendo, che la Rivoluzione era compita. Quell'idea, adottata per norma di legislazione dall'Assemblea, fu sorgente a quanto accadde più dopo. Resistenza a quei che s'adopravano a continuare l'opera iniziata, irritazione di questi, diffidenza reciproca, guerra di parti e terrore, tutto giaceva latente in quella errata imprudente parola e si svolse, per legge di logica, inevitabilmente. Una idea era a capo d'eventi, che s'attribuirono e s'attribuiscono ancora dagli ingegni educati nella scuola storica di Voltaire a piccole cagioni, a piccoli errori commessi, a piccole gare tra individuo e individuo.

Lo stesso errore si commette oggi e da più anni in Italia: genera le conseguenze di resistenza, di diffidenza e di irritazione visibili ad ogni uomo, e che s'attribuiscono dagli ingegni superficiali a mene d'individui irrequieti, a piccoli errori d'uno o d'altro ministro: genererà ben altro, se dura.

L'Italia officiale—Governo, Parlamento e Stampa governativa o parlamentare—dichiara che la Rivoluzione Italiana è compita: noi, viventi al di fuori di quella sfera, affermiamo il contrario. In questo dissenso sta il secreto della crisi perenne, che affatica e minaccia di perder l'Italia.

II.

Quale è il carattere predominante nel moto d'Italia? Quale il fine immediato al quale tende quel moto?

Il carattere predominante nel nostro moto è anzi tutto di nazionalità. L'Italia vuole Libertà, Eguaglianza, prosperità materiale; e sa che saranno per essa conseguenze della Rivoluzione compita; ma non è sorta per quello. L'Italia è sorta per essere Nazione. Grande un tempo e iniziatrice nel mondo per opera di Roma, grande e iniziatrice più dopo per opera dell'ordinamento dato al Cristianesimo dal Papato, grande e iniziatrice una terza volta per virtù di popolo e delle sue città repubblicane, l'Italia, caduta da oltre tre secoli in impotenza e nullità civile e politica davanti a sè stessa e all'Europa, serva spregiata di dominazioni o influenze Austriache, Francesi e Spagnuole, ma memore e presaga, raccolse dalle aspirazioni de' suoi Grandi di mente, dal martirio de' suoi Grandi d'azione, dal lento continuo moto d'assimilazione de' suoi popoli e dalla necessità d'essere forte, la sacra parola Unità, e si riscosse con un pensiero di vita collettiva nell'anima, col grido di Nazione sul labbro. Un nome, una bandiera, una esistenza riconosciuta e onorata dai popoli, una parte e non ultima nel lavoro europeo, una missione da compiere degna delle compite: fu questo il voto Italiano. Per questo l'Italia acclamò, illudendosi, a Pio IX: per questo essa gettò, ingannata, tutte le sue forze a' piedi della Monarchia. Speranze, errori, esperimenti, inquietudini, tentativi, aspirazioni, minaccie, tutto è, non giustificato, ma spiegato dal predominio di quel pensiero.

È la Rivoluzione Nazionale compita?

Una Rivoluzione Nazionale non è compita se non quando, libero da ogni straniero, il Paese ha indipendenza accertata da una linea di frontiere, che comprendono e proteggono tutti gli elementi che tendono a ordinarsi in unità di nazione:—se non quando sono egualmente accertate e fatte norma di legge le tradizioni, la fede comune e le tendenze, in virtù delle quali tutto il popolo compreso per entro a quelle frontiere sente dovere, diritto e volontà di costituirsi in associazione speciale e distinta dall'altre. Senza libere e secure frontiere, senza Patto Nazionale, non esiste Nazione.

Noi non abbiamo nè le une, nè l'altro.

La Francia imperiale, già dominatrice dell'Alpi frapposte, occupa e vieta all'Italia il suo centro Nazionale, Roma. L'Austria ha il Trentino e l'Istria. Da Nizza fino al Carnero, «che Italia chiude e i suoi termini bagna,» la frontiera italiana è schiusa a Governi stranieri.

E quanto all'interno, l'Italia presenta il fatto anormale, mostruoso, unico nella Storia, d'un popolo che sorge muto, che vuole esser Nazione e non dichiara l'insieme dei principî in virtù dei quali è chiamato ad assumerne il nome; che intende a vivere di vita una e comune, e non esprime, solennemente e universalmente interrogato, la legge della propria vita; che mira a costituirsi, senza Autorità costituente. La Monarchia alla quale dobbiamo la condizione delle nostre frontiere, ha detto all'Italia: La tua vita è la vita, come fu definita, prima che tu fossi, da un principe di una tua estrema provincia. Mercè lo Statuto sardo del 1848, l'Italia è un'appendice del Piemonte: ventidue milioni d'Italiani son dichiarati clienti di quattro.

La Rivoluzione Nazionale non è compita: e gli uomini della Monarchia che l'hanno, fermandola a mezzo, dichiarata tale, hanno sull'anima i mali presenti e preparano, ostinandosi, ben altrimenti gravi i futuri.

Una rivoluzione fermata a mezzo è una somma di forze che, usate come mezzo di propulsione, schiuderebbero, contro qualunque ostacolo, innanzi la via, ma, concentrate e rivolte in sè stesse, determinano esplosione e rovina: è una piena d'acque che, libero il corso, purificano e fecondano; arrestate da ostacoli artificiali, ristagnano, avvelenano, isteriliscono. Velato l'intento del moto nazionale, arrestate subitamente le forze che tendevano a raggiungerlo, dileguata anche quella menzogna di iniziativa che la Monarchia s'era assunta, e vietata al Paese quella che s'assumerebbe, noi abbiamo oggi in Italia un Governo senza concetto, senza missione, senza scopo, fuorchè quello di prolungare la propria esistenza e resistere agli elementi che lo minacciano:—un popolo deluso, diffidente, senza via, senza fine determinato, agitato dagli impulsi d'una vita crescente e condannato all'inerzia:—forze impedite nella loro direzione naturale, che si sfogano in moti irregolari, sconnessi, sterili:—nuclei politici senza programma possibile, costretti quindi a concentrarsi intorno a bandiere d'individui e diventare fazioni:—elementi di ricchezza e di vita economica virtualmente potenti, ma inceppati nella loro azione dalla certezza d'una crisi inevitabile, dal senso che tutto è provvisorio all'intorno. In condizione siffatta, gli uomini possono mutare, le cose non possono.

L'immobilità non è vita: i popoli non furono creati per essa. Bisogna che la Rivoluzione retroceda o si compia. Retrocedere è ipotesi inammissibile: pochi in Italia lo desiderano e non oseranno tentarlo. È forza dunque inoltrare. Ed è forza per questo suscitare una iniziativa ch'oggi non è.

Come? Dove? Quale è l'elemento dal quale può sperarla il Paese?