III.

Liberatore ed eroe. Non siete voi gli uomini che chiamarono in ogni tempo gloriose le insurrezioni trionfanti, e magnanimi i popoli che le compievano, e che perseguitan oggi coi nomi di demagoghi e settarî gli animosi che tentano rifarle e soccombono? Non diceva il Gioberti, vostro, belle, sublimi e portentose le parole Dio e il Popolo che splendono sulla nostra bandiera? Non ci salutava egli, quando eravamo potenti del favore di tutta la gioventù, precursori della nuova legge e primi apostoli del rinnovato Evangelo[140], per poi versare l'insulto sui nostri nomi, quando la gioventù, traviata da false lusinghe, ci abbandonava? Non udii io, nel 1848, parecchî tra gli oratori a voi propizî, ch'oggi dichiarano—perchè credono il principato rifatto potente—essere la guerra regia unica speranza d'Italia, dichiarare a me ed agli amici miei—perchè credevano, caduta Milano, condannato ad impotenza il principato—che, pentiti dell'errore commesso, fidavano esclusivamente alla guerra del popolo l'emancipazione italiana? Non cospiravano meco dieci anni addietro, in nome di una fede rigeneratrice, gli uomini che, nella vostra Camera, citano Machiavelli a provare che la politica non conosce principî, ma solamente calcoli d'utile a tempo, e che son buone le alleanze coi tristi purchè potenti? Non recitano ogni giorno i gazzettieri di parte vostra lodi al Bonaparte imperante in seggio, che abominavano quando non era che pretendente? Non siete voi, signore, presto a cedere, con vero tradimento al paese, il mezzogiorno d'Italia a Murat, purchè l'impero v'assicuri compenso d'una zona di terreno al di là della vostra frontiera? Partito d'opportunisti, voi non avete diritto d'invocar principî. Adoratori del fatto, voi non potete assumere veste di sacerdoti di moralità. La missione educatrice d'ogni Governo v'è ignota. La vostra scienza vive sul fenomeno, sull'incidente dell'oggi; non avete ideale. Le vostre alleanze non sono coi liberi, sono coi forti; non posano che su nozioni d'un utile materiale immediato. Taluni fra' vostri scrittori proponevano, prima del 1848, altri più recenti ripetono, che si dovrebbe sottrarre il Lombardo-Veneto all'Austria, dandole a compenso le terre Moldo-Valacche, come se quelle terre non avessero gli stessi diritti che noi abbiamo. Materialisti col nome di Dio sulle labbra, nemici in core e veneratori a parole del Papa, tendenti per cupidigia d'ingrandimento a rompere i trattati del 1815, sui quali v'appoggiate per contendere ai popoli il diritto d'insorgere, voi siete gli eredi di quella politica europea, che iniziava in Navarino lo smembramento dell'impero turco, e invadeva ultimamente, in nome dell'integrità dell'impero stesso, la Grecia, perchè tentava riconquistarsi provincie sue. Obbedito dunque alle intimazioni del Bonaparte; ma non vi vantate di obbedire, proponendo leggi restrittive della libertà, a un senso morale che tutta la vostra dottrina rifiuta: non accusate noi di disegni tristi ed assurdi ad un tempo, dei quali in cuor vostro non ci credete capaci.

La moralità politica non vive oggi se non negli uomini di parte nostra: in noi che diciamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che diciamo; in noi che, fondando tutta la nostra scienza politica sopra una fede di dovere e sulla nozione, come la mente e il core la inspirano, del Diritto e del Giusto, possiamo rallentare a seconda dei casi l'opera nostra, non disviarla mai, o mutarle natura; in noi che, credenti nell'unità del Pensiero e dell'Azione, non accettiamo l'immorale dissenso fra la teorica e la pratica, che campeggia ogni tanto nei discorsi dei vostri; in noi che non diciamo: la tirannide è delitto verso gli uomini e Dio, per poi stringere alleanze col tiranno, purchè forte d'eserciti pretoriani; in noi che non mutammo coi tempi, ma cerchiamo, colla parola e coi fatti, mutare progressivamente i tempi, a seconda dell'ideale che abbiamo nell'anima; in noi che non siamo nè piemontesi nè lombardi, nè siculi, nè vincolati ad una dinastia, nè patrocinatori d'interessi o d'ambizioni locali, ma italiani, e legati ad una fede di unità nazionale da conquistarsi colle forze vive dell'intero popolo e a pro del popolo intero; in noi che, vivendo poveramente, non aspirando nè a conforti nè ad onori, non temendo nè sperando da chicchessia, sprezzando noje, accuse e persecuzioni, non seguendo che un intento attraverso la vita, abbiamo diritto di esser creduti, e—che che facciate—siamo creduti. La straordinaria vitalità del partito —che a voi, signore, piace di chiamare mazziniano, ed è il partito repubblicano, il partito della Sovranità Nazionale—è dovuta a questo concetto di moralità che noi, da ormai trent'anni, rappresentiamo. Voi potete, imposturando terrori che non sentite, affratellandovi la destra della vostra Camera colla guerra alla nostra stampa, affratellandovi la tiepida incerta sinistra con lo spauracchio d'un Ministero deliberatamente retrogrado, carpir voti di fiducia e concessioni codarde; ma non potete togliere a noi gli affetti della crescente generazione, a me la coscienza di ottener fede quando io dico: spegnere una vita—di contadino o di re poco monta—in virtù di teoriche d'espiazione, di vendetta o gastigo, è delitto: spegnere il tiranno, se dalla sua morte dipenda l'emancipazione di un popolo, la salute dei milioni, è fatto di guerra, e—se l'uccisore è puro d'altro pensiero e pone la vita in ricambio—virtù. Qualunque diversa opinione mi si apponga, è calunnia.

IV.

Ho detto che salutereste liberatore ed eroe l'uomo dal cui pugnale escisse, come dal dardo di Tell, l'insurrezione trionfante d'un popolo. E dico che salutereste glorioso fra tutti i popoli quel popolo che, sprovveduto d'altre armi, trovasse modo d'emanciparsi dall'oppressore straniero con soli pugnali. I vostri poeti inneggiarono in ogni tempo ai pugnali che liberarono col Vespro la Sicilia dagli invasori Francesi. I vostri scrittori politici, Balbo fra gli altri, proposero venti volte all'Italia l'esempio della Guerra d'Indipendenza spagnuola; e fu, come la intimava il grido energico di Palafox, guerra a coltello. Tra voi e me non corre differenza se non quest'una: ch'io dico: santa è ogni guerra contro lo straniero, e onoro chi la tenta s'anche soccombe; voi dite: santa è ogni guerra che vince, e insultate ai caduti. Voi gittate l'oltraggio sugli arditi popolani Milanesi del 6 febbrajo: li avreste detti magnanimi e salvatori del paese, se avessero vinto. Voi di certo non credeste che un popolo servo dello straniero e capace di liberarsi non debba farlo, sol perchè l'armi rimaste in sue mani non raggiungono una data lunghezza; voi credete morale l'uso d'un'arme da fuoco sparata di dietro da una barricata, o di una granata avventata in una insurrezione nazionale da un tetto di casa, e gridate immorale l'uso d'un pugnale brandito sul petto al soldato straniero da chi avventura nel tentativo la vita. Voi non credete, in guerra, colpa le sorprese o infamia le mire: voi non offrireste duello al masnadiere che v'occupasse la casa, ma fareste arme d'ogni cosa a liberarvene speditamente e col menomo vostro pericolo. A voi riesce mal gradita l'insurrezione iniziata da popolani. Come piegare davanti al prestigio monarchico moltitudini che hanno raggiunto coscienza di emanciparsi da sè? Dietro a tentativi come quello del 6 febbrajo, voi intravedete il fantasma, che vi turba i sonni, della sovranità popolare; dietro a un Vespro, la dittatura indipendente degli uomini che lo diressero: quindi l'ire. Non millantate moralità. Se i popolani d'Italia vibrassero i loro coltelli al grido di Viva il re Sardo! e vincessero, voi li abbraccereste fratelli. E se vincessero anche senza quel grido, voi li abbraccereste il dì dopo, per cercare d'impossessarvene e sviarne e tradirne i nobili istinti a benefizio d'un concettuccio ambizioso della monarchia.

Ma intorno al pugnale adoprato com'arme di guerra dal popolo, a cacciar dalla terra, ch'è sua, il ladrone straniero, non occorre ch'io spenda parole. Se gl'Italiani, determinati una volta a conquistarsi libertà e patria coll'insurrezione, si ritraessero, per dubbiezze intorno ai palmi e pollici delle loro armi, sarebbero, più che stolti, ridicoli. Se la bestemmia d'un popolo tormentato potesse, concentrata miracolosamente a veleno, spegnere in un subito e senza tempo a difesa quanti violano le nostre Alpi per avidità di potenza e d'oro, quanti contaminano di sozza tirannide e di pianti materni e di sangue di onesti le contrade che Dio ci diede, la bestemmia sarebbe santificata agli uomini e a Dio.

V.

Ben giova ch'io noti come voi, dopo avere raccolto dai cadaveri di Orsini e di Pieri argomento a un artificio oratorio contro me e contro gli uomini del Partito d'Azione Italiano, abbiate dalle sciagure, alle quali i vostri volontariamente soggiacquero in Lombardia, tratto argomento, confondendo uomini e date, a calunniare le intenzioni dei repubblicani di Francia. Parlo del rifiuto dato alle domande d'ajuto contro l'Austria, indirizzate dal vostro Governo al Governo francese; rifiuto dal quale voi e il vostro collega Lamarmora avete desunto che: le repubbliche ebbero sempre una politica egoista, e che voi dovete allearvi all'impero.

Ogni membro della vostra Camera, che—pur corrivo ad accettare come verità di fatto le vostre dichiarazioni—avesse semplicemente serbato lume di logica, avrebbe potuto sorgere e dirvi: «La repubblica francese ricusò combattere le vostre battaglie; non volle scendere in campo per l'indipendenza italiana. Luigi Napoleone scese in campo contro l'indipendenza italiana; distrusse le libere instituzioni che s'erano impiantate sulla base del suffragio universale in Roma; i suoi soldati mantengono tuttora negli Stati Romani il dispotismo papale. Come potete biasimar la repubblica e lodar l'impero? Tra chi non compie il proprio dovere e chi viola patentemente il vostro diritto, perchè insultate al primo e adulate al secondo?»

Altri avrebbe potuto ridere della vostra scienza storica, e in risposta al vostro: mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di Roma—son le sole che ricordate—per cui si possa dire che esse portarono civiltà, chiedervi dove sarebbe la civiltà d'Europa se i repubblicani greci non avessero vinta la battaglia di Maratona e respinto l'elemento orientale, negativo d'ogni progresso;—come si sarebbe costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo latino e il germanico, senza l'opera livellatrice delle conquiste di Roma repubblicana:—poi, se il programma delle nostre lotte contro il dominatore teutonico non sia stato dato in Pontida dai repubblicani lombardi:—se alle tendenze improntate dalle nostre repubbliche del medio evo non si debba il senso d'eguaglianza civile che, tra le oppressioni politiche d'ogni genere, ci colloca anch'oggi, in fatto di convivenza sociale, innanzi a parecchie nazioni d'Europa;—se non escissero dalle conquiste dei repubblicani veneti la civiltà delle spiaggie illiriche e i vincoli che ad esse ci stringono; chi arrestasse la fatale invasione del Maomettismo se non un figlio della repubblicana Polonia, Sobieski; a chi, se non ai repubblicani francesi della fine dell'ultimo secolo sian dovuti i due terzi delle instituzioni di libertà e d'eguaglianza civile esistenti oggi in Europa.

Altri finalmente avrebbe potuto levarsi e dirvi: «La vostra affermazione, signore, è la vostra condanna. Voi potete dimenticare, ma noi non dimentichiamo, che voi, sostituendo al sacro pensiero nazionale la gretta ambizione d'una dinastia; alla Italia Una dall'Alpi al mare, il meschino concettuccio d'una Italia del Nord; all'emancipazione d'una razza intera, la tentata preponderanza di una frazione di quella, perdeste la nostra causa ed isteriliste i frutti d'un moto che aveva l'Europa con sè. In nome d'Italia, noi avevamo costretto i nostri principi a lasciar scendere le loro milizie sul campo delle sorti future della Nazione: parlando in nome del Piemonte, voi porgeste al Papa, al re di Napoli, al duca di Toscana l'ottimo fra i pretesti per retrocedere e ridiventare tiranni. La Francia repubblicana era presta ad appoggiare colle armi il popolo italiano; ma perchè una repubblica avrebbe dato il sangue de' suoi per fortificare i dominî territoriali di un re poco amante di libertà, odiatore di ogni instituzione repubblicana, non tenero della Francia, e pericoloso ad essa il giorno in cui egli avesse voluto, ristabiliti gli accordi coll'Austria, movere a' danni dell'imprudente soccorritrice? Voi non chiedeste mai per l'Italia. E a chi chiedeva per la monarchia di Piemonte non aveva la repubblica francese diritto di rispondere queste parole:—ove si tratti di soccorrere l'Italia, siam presti: possiamo anche combattere a fianco delle legioni piemontesi: ma rompere guerra per sostener gl'interessi del re di Sardegna, intrecciare la bandiera della Francia a quella di casa Savoja, la repubblica non può farlo—?»

Io vi dico invece: Signore, voi mentite alla storia; e parmi impossibile che contro le asserzioni vostre e dei vostri nessun deputato si sia richiamato ai documenti officiali.

Io non sono tenero, da molti anni in qua, delle cose francesi. So che la politica estera del Governo repubblicano di Francia nel 1848 non fu, per difetto d'omogeneità tra i membri che lo componevano, quale i tempi e la missione del principio repubblicano in Europa chiedevano. Le tendenze rappresentate da Ledru-Rollin nel primo Governo, poi nella Commissione esecutiva—tendenze che, per rispetto non foss'altro all'esilio determinato per Ledru-Rollin da un nobile tentativo a favore di Roma, voi, signore, non avreste dovuto mai calunniare—non erano secondate abbastanza da' suoi colleghi. Ma io affermo che la repubblica francese voleva ajutare coll'armi la emancipazione d'Italia, e affermo che il Governo Sardo non volle. È questione di fatto e non altro per me. Io credeva allora—e pubblicai la mia opinione sull'Italia del Popolo in Milano—che l'Italia, a patto di suscitare e porre in azione tutte le forze vive della nazione; a patto di non fidare la direzione della guerra a chi per inettezza o mal animo doveva fatalmente tradirla; a patto di combattere le battaglie d'Italia in Tirolo, sull'Alpi venete, a Trieste, non intorno alle quattro fortezze: a patto di combattere per l'unità, non per l'ingrandimento della monarchia sarda, poteva emanciparsi da sè. Lo credo tutt'ora. Ma voi, signore—e dicendo voi accenno al sistema che rappresentate, al Governo in nome del quale gittate l'accusa ai repubblicani di Francia—voi che, per terrore dell'elemento popolare, rifiutaste gli ajuti che la nazione poteva darvi all'impresa, voi che tradiste doppiamente il paese rifiutando quei che la Francia v'offriva, non dovreste oggi tornare sopra un argomento intorno al quale la menzogna sola può esservi puntello e difesa.

L'8 maggio, la Francia, per bocca di Lamartine, diceva: Se nazionalità conculcate, diritti calpestati, indipendenze legittime ed oppresse sorgessero, si costituissero con forze proprie, entrassero nella famiglia democratica dei popoli, e ci chiamassero a difesa dei loro diritti, ad ajutare la fondazione d'instituzioni conformi alle nostre, la Francia è pronta. La Francia repubblicana non è solamente la patria, ma il soldato democratico dell'avvenire.

Il 22 maggio, la Commissione esecutiva, parlando della questione italiana, ripeteva più esplicita:

Se i popoli d'Italia fossero troppo deboli—se questa indipendenza, questo diritto di rinascimento della nazionalità Italiana, che tutte le pagine della storia attestano, fossero assaliti, la Francia è presta; appiedi dell'Alpi, armata. Essa dichiara altamente ad amici e nemici, che al primo segnale varcherà le Alpi e stenderà agli Italiani una mano liberatrice. Fin dai primi giorni, noi abbiamo fatto comunicare alle potenze italiane la ferma volontà d'intervenire alla prima chiamata che ci si facesse; e conformemente a quella dichiarazione, abbiamo riunito appiè dell'Alpi, dapprima un esercito di 30 mila uomini, poi un altro che può, nello spazio di pochi giorni, sommare a 60 mila. E v'è tuttavia. Noi abbiamo aspettato una chiamata dall'Italia, e sappiatelo, malgrado il nostro rispetto per l'Assemblea Nazionale, se quel grido avesse traversato l'Alpi, noi non avremmo aspettato, ma avremmo creduto compiere anzi tratto la vostra volontà, movendo a soccorrere l'Italia.

La Commissione esecutiva parlava all'Assemblea Nazionale, e l'Assemblea Nazionale rispondeva il 24 con un decreto, nel quale ingiungeva alla Commissione di mantenere, a norma della sua condotta, il voto unanime dell'Assemblea, l'emancipazione dell'Italia.

Qual era intanto il vostro linguaggio?

Io non noterò come il 13 marzo il vostro ambasciatore in Parigi non avesse ancora col Governo della repubblica relazioni officiali. Non dirò i rimproveri fatti al Governo provvisorio lombardo per un timido indirizzo alla Francia. Non parlerò delle istruzioni date agli agenti vostri perchè esagerassero in Parigi le diffidenze italiane, e spegnessero, calunniando colla stampa, ogni simpatia coi Lombardi. Ma il 6 aprile protestavate formalmente contro l'assembrarsi dall'esercito alle Alpi.—«Non posso intendere»—scriveva il vostro ambasciatore Brignole—«quali siano i motivi che hanno potuto spingere a credere la sicurezza e la gloria della repubblica esigere l'avvicinarsi dei suoi soldati alla frontiera delle Alpi. Non è quella una frontiera amica?... Perchè parlare di guerra, d'entrare in campagna?... L'agglomerazione di un corpo considerevole presso ai dominî del re potrebbe suscitare inconvenienti gravissimi». Ed il 7 aprile insisteva in nome vostro l'ambasciatore: «È necessario che la Francia intenda ben questo: se mai l'esercito della repubblica varcasse l'Alpi senz'essere chiamato... l'influenza della Francia e delle idee francesi in Italia sarebbe per lungo tempo perduta. Non si vuole l'appoggio militare della Francia, se non il giorno in cui una strepitosa disfatta avrà provato che l'Italia sola è impotente a cacciar l'Austria al di là dell'Alpi... Ove la Francia intervenga prima dell'ora segnata dallo spavento pubblico, si griderà da un punto all'altro d'Italia: la Francia, della quale non avevamo bisogno, viene unicamente per dare sfogo alle tendenze che l'animano e che minacciano di trasarginare: essa non viene per conto nostro, ma per proprio conto. Essa aveva detto, nel suo programma, che rinunziava ad ogni conquista; e mentiva. Essa intende sostituirsi all'Austria... E si desterà in tutti i cuori un odio implacabile, un odio italiano...».

E poco dopo l'ambasciatore diceva: «Io sono espressamente incaricato dal mio Governo d'esprimervi il suo desiderio che le truppe francesi siano tenute lontane dalla frontiera».

Il 22 maggio, il ministro Parete gridava alla Camera Torinese: «L'esercito Francese non entrerà se non chiamato da noi: e siccome noi non lo chiameremo, non entrerà».

E il 30 maggio, l'agente del Governo Provvisorio Lombardo, udendo che un buon numero di volontarî francesi s'ordinava per movere alla volta d'Italia e rassegnarsi al comando supremo—che era il vostro—della vostra guerra, s'affrettava ad interporre proteste: «La formazione di legioni di volontarî per la guerra lombarda potrebbe cagionare disturbi.... Il Governo di Lombardia non vede con piacere l'organizzazione di corpi ausiliarî siffatti»[141].

Tale fu, fin verso il finire di luglio, il linguaggio tenuto al Governo Francese dai vostri. Nè credo che, da quando il trattato di Vestfalia inaugurò quel congegno di menzogne e d'inezie che nominano diplomazia, si tenesse mai da un Governo linguaggio più imprudente e più stolto. Alla Francia, della quale si pronunciava potersi un dì o l'altro richiedere l'ajuto, il Governo Sardo diceva: «Non vi stimiamo leali: diffidiamo altamente di voi. Non vogliamo gli ajuti che ci profferite, oggi che le vostre armi congiunte alle nostre vincerebbero senz'altro la guerra; ma, se un giorno cadremo, allora, cadendo, vi chiameremo. Non potremo più allora secondarvi. I danni, i pericoli della guerra saranno tutti vostri. Nondimeno, dopo avere ricambiato le vostre offerte con orgoglio e disprezzo, v'invocheremo, giacendo, a fare per noi, senza vostro pro, ciò che noi non potemmo; e se non vorrete, vi accuseremo di tradimento al principio, aborrito da noi, che rappresentate.» E all'Italia, pur predicando: fate, da voi, temete gli ajuti di Francia, il Governo liberatore diceva: «tenete le baionette di Francia in serbo pel giorno nel quale dovrete invocarle nel terrore e nella vergogna della disfatta: rifiutatele oggi che potete averle onorevolmente alleate; le accetterete quando avrete perduto ogni diritto a moderarle e giovarvene senza pericolo. Sdegnate, irritate col sospetto lo straniero che vi si offre fratello, e che voi, forti e rispettati, potete contener nei limiti della fratellanza; ma preparatevi fin d'ora a chiamarlo supplici, quando nulla gl'impedirà d'esservi padrone; quando, trovandovi inermi ed impotenti, ei potrà rivendicare, senza ostacolo da parte vostra, i diritti del benefattore insolente, e sarà tanto più allettato ad esercitarli quanto più ei ricorderà d'essere stato offeso da ingiusti sospetti da voi.» Son queste le avvedutezze politiche della monarchia piemontese.

Dopo gl'infausti moti del giugno, la Repubblica perdeva intanto, per terrore d'una anarchia che avrebbe potuto e non seppe padroneggiare, coscienza di sè; si sviava affidandosi a una dittatura militare, a tendenze illiberali di resistenza. Il 24, Cavaignac, uomo d'anguste vedute, per difetto d'ingegno e per abitudini soldatesche, repubblicano solamente di nome, assumeva il potere. Allora la Francia, che aveva sinceramente desiderato combattere con noi per lacerare gli aborriti trattati di Vienna, cominciava a riconcentrarsi nell'egoismo di paese, e desiderava astenersi da imprese più di principio che non d'interesse. Pur, se voi volevate, cedeva: cedeva, vincolata dalle solenni profferte anteriori e dall'ingenito orgoglio. Non volevate. Al vostro Governo pareva meglio fin d'allora perder la guerra con un titolo monarchico in portafoglio per le contingenze future, che non vincerla con l'aiuto di soldati repubblicani e a rischio di risuscitare nel nostro popolo le idee che gli avevano procacciato l'ardire della vittoria sulle barricate. Quel titolo, quel documento, l'atto della fusione, era fin dal 13 giugno nelle mani di Carlo Alberto. Che importava dell'Italia al re e agli uomini della Monarchia? Non l'amavano come l'amiamo noi; e non avevano genio nè audacia per tentare di conquistarne il dominio.

Il giugno e il luglio passarono fra positive sconfitte e bandi di vittorie ideali, senza che si fiatasse sillaba d'intervento. Il ministro Pareto parlava, se ben ricordo, sul finire del luglio, di resistere apertamente ai Francesi, ove si attentassero di varcare le Alpi. Il 31 bensì, sotto il fremito delle popolazioni, che incominciavano a indovinare la disfatta e a sentirsi tradite, si mutava linguaggio, e si annunziava officialmente ai Lombardi che il Ministero piemontese chiedeva formalmente l'intervento di Francia. Non era vero. S'era, tra per deludere il popolo e sviarlo dall'ordinarsi a difesa, tra per contrabilanciare presso il Governo francese l'influenza dei lombardi Guerrieri, Trivulzi e Mora, accorsi in Parigi a sollecitare ajuti, spedito da Torino Alberto Ricci; ma non richiedeva, impediva; e ne abbiamo la prova in un documento indirizzato in quel torno al Cavaignac da Felice Foresti, Tommaso Gar, Aleardi, colonnello Frapolli, Giulio Carcano, segretario del Governo provvisorio, ed altri. Anche su quegli estremi, e benchè a malincuore, Cavaignac si dichiarava pronto a operare purchè le domande lombarde venissero appoggiate dal Governo piemontese, sulle cui terre bisognava por piede. Ma il 2 agosto, quando gli Austriaci erano a qualche lega da Milano, il vostro ambasciatore era muto: muto il 3, il 4, il 5 e il 6. Non fu che sul mattino del 7 agosto, due giorni dopo la dedizione di Milano, quando non un solo milite piemontese rimaneva sul territorio lombardo, che il Brignole richiese intervento. Era derisione o stoltezza? E fu stoltezza o impudenza di chi sa che la maggioranza della Camera accetta ciecamente ogni affermazione ministeriale, quella che v'indusse a muovere accuse ai repubblicani francesi? Le date v'uccidono, e lo sapevate. Che importa il dispaccio spedito il 23 luglio dal marchese Brignole, sul quale la vostra stampa ha menato tanto romore? Opporrete, voi ministro, ai documenti ufficiali il ragguaglio essenzialmente incerto d'una discussione segreta del Comitato degli affari esteri? E se anche il ragguaglio fosse esattamente conforme al vero, come poteva darvi diritto di assalire, per compiacere all'Impero, quei che, nel vostro discorso del 16, voi chiamate gli amici i più spinti della rivoluzione, i Ledru-Rollin e i Bastide? Il nome di Ledru-Rollin non è nel dispaccio, e Bastide dichiara, a detta dell'ambasciatore, non curarsi della Savoja o di Nizza; la Francia dovere, lietamente o no, concedere ajuto, se chiesto. Ben risplende in quel dispaccio l'arte solita di voi e dei vostri di attribuire senza cagione alcuna agli uomini che vi sono avversi i disegni men buoni. Ricordo Balbo, che, mentre io fondava la più unitaria di tutte le nostre associazioni politiche, stampava che io voleva ricostituire le repubblichette del medio evo. Così il vostro Brignole accusa il Bastide, perchè avverso a un ingrandimento territoriale di casa Savoja, di voler favorire la divisione dell'Alta Italia in piccoli Stati. Al patrizio Brignole non si affacciava la semplice idea che un repubblicano potesse vagheggiare nell'animo la Italia Una fatta repubblica.

Voi rifiutaste gli ajuti della Repubblica Francese, quand'essa li offriva. Li invocaste, quando, disfatti, impotenti—e lo provò più tardi Novara—a rifar la guerra, e mutato già, in Francia, l'andamento delle cose, sapevate che avreste rifiuto: e lo accertaste più sempre, aggiungendo alla domanda, per tutelare le istituzioni contro i pericoli di una propaganda politica[142], condizioni indecorose, inaccettabili dalla Francia. Questo è ciò che la storia dirà. E dirà, come, respinti anche i semplici volontarî francesi, disarmati siccome masnadieri i militi della Legione Antonini appena scesero sul vostro suolo, ricusaste pure il soccorso offertovi da un colonnello del Canton di Vaud, di 2000 carabinieri svizzeri. Più assai che non gli Austriaci, il vostro Governo temeva l'apparire in Italia di soldati repubblicani.

Le linee dunque del vostro discorso del 16 aprile, nelle quali, senza citar date, anzi travolgendole,—dacchè il nome di Ledru-Rollin come membro del Governo indurrebbe a credere che la domanda di cooperazione fosse anteriore all'agosto,—gittate l'oltraggio ai repubblicani, sono a un tempo, o signore, una menzogna, una calunnia e un indegno artificio, che i vostri Deputati, se curassero d'appurare la storia dei tempi, avrebbero dovuto respingere. Il sangue d'un popolo italiano, tradito nel 1848 dalla monarchia, vi comandava di non tornare su quell'argomento. Bastavano per arra di servilità al nuovo vostro alleato la Legge Deforesta, l'oscena caccia data agli esuli italiani sul vostro terreno, e le persecuzioni alla libera stampa.

VI.

Questa vostra nuova alleanza col Bonaparte, alla quale la vostra stampa spianava da qualche tempo la via e che voi avete arditamente confessata negli ultimi vostri discorsi alla Camera e più nei vostri atti, dovrebbe, parmi, aprir gli occhî agli uomini che in buona fede sognano tuttavia iniziatrice della emancipazione italiana la monarchia del Piemonte. E dovrebbe aprirli sul valore del vostro senno politico. Fra i Governi costituzionali e i dispotici, tra l'Inghilterra e l'Impero, voi scegliete di stringervi alla tirannide dell'Impero, e vi stringete ad essa quando appunto essa accenna a rovina.

Non so se gli uomini ai quali alludo si avvedano che l'alleanza col Bonaparte vale inevitabilmente da parte vostra: accettazione dell'assassinio di Roma:—negazione d'ogni unità o unificazione italiana:—negazione di libertà per qualunque parte d'Italia rovesciasse, sotto i vostri auspicî, il suo governo:—patto nefando di promovere la dedizione del sud a un prefetto dell'Impero, Murat, purchè il Bonaparte cooperi a che i dominî del re vostro s'impinguino dei Ducati; dico dei Ducati e non d'altro, perchè le segrete millanterie sul Lombardo-Veneto non sono per voi che artificio di chi chiede il più per ottenere il meno più agevolmente. Nessuno può ragionevolmente supporre che il Bonaparte, senza altro sostegno oggimai che i pretoriani e il clero cattolico, getti disfida mortale a quest'ultimo, assalendo il papato: nessuno, ch'ei possa mai offendere irreconciliabilmente l'orgoglio francese, lasciando che un suo prefetto conceda a Napoli libertà contese alla Francia: nessuno ch'ei, più corrivo di Lamartine, v'ajuti a fondare nel nord dell'Italia un vasto e potente Regno, minaccioso il dì dopo pei dominî ch'egli avrebbe impiantato nel sud. Gli uomini che hanno votato con voi contro la offesa dignità del paese, contro l'indipendenza dei giurati e della stampa, non per sola paura, ma per conquistare alla causa italiana gli ajuti del Bonaparte, hanno tradito, ad un'ora, Italia, logica e senno elementare politico.

Bonaparte tende a impiantare, scimmiottando Napoleone su scala pigmea, la dinastia di Murat in Napoli. Odiatore cupo dell'Inghilterra d'antico, riconcitato ad odio novello dalla civile condotta del popolo che ci porge asilo, e certo di averlo dichiaratamente avverso ai suoi disegni sul mezzogiorno d'Italia, ei cerca prepararsi una diversione contro l'Inghilterra, stringendo un patto segreto con la Russia e suscitando guerra in Oriente; un'altra contro l'Austria, spingendovi, quand'ei faccia, a dimostrazioni che ne tengano a freno gli eserciti. Voi, noncurante d'onore o di patria comune, avete accettato, in qualità di cooperatore, il disegno, perchè ei vi ha promesso di ajutarvi ad ampliare di zona più o meno angusta i dominî di casa Savoja. È questo il segreto della vostra politica d'oggi. Voi lo negherete, come, giovandovi della dimissione di un vostro collega, negaste la verità di un'altra mia accusa, proferita, non contro voi individualmente, ma contro il vostro governo: io lo affermo. Gli uomini che giudicheranno spassionatamente fra voi e me, sanno che i segreti di Stato possono scoprirsi, non documentarsi, e studieranno le prove del vero che io affermo nei menomi atti dello Tsar di Russia, di quello di Francia e di voi.

Ministro di re costituzionale e promotore, per debito al principio che rappresentate, d'interessi dinastici, voi cercate le vostre alleanze esclusivamente fra i despoti. Italiano, e millantatore di concetti emancipatori, voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Lodovico il Moro; chiamando la tirannide straniera al di qua dell'Alpi, e dando assenso a un nuovo dominio e ad una potente influenza, difficile a sradicarsi, dove un Governo aborrito da tutti e logorato da lungo tempo nell'opinione sta per cadere. Uomo di Stato e pensatore politico, voi create al Governo inglese la necessità di accostarsi all'Austria e condannate all'isolamento il Piemonte, il giorno, inevitabile e non lontano, in cui sotto il colpo ardito di un vendicatore, o sotto l'ira oggi visibilmente ridesta della Francia, l'Impero mal sorto cadrà. Inaugurereste, se mai poteste riuscire, la più tremenda guerra civile che mai si sia veduta in Italia. Intanto voi mutilate, per compiacere al despota straniero, le libertà dello Stato: inacerbite, con la persecuzione sistematica ai suoi giornali, i giusti rancori di Genova, e stampate sulla fronte all'unico popolo italiano, che rappresenti in faccia all'Europa il germe del nostro avvenire, la vergogna di un'alleanza con l'uomo che uccise la libertà della propria patria, e fece mietere in Roma il fiore dei nostri giovani. Questi sono, mercè la vostra politica, i risultati di dieci anni di libera vita pel Piemonte, considerato come provincia e, un tempo, come speranza d'Italia!

VII.

Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni, razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e consacrato dalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi; con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio europeo—e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio, ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di Carlo Alberto—la fede di Carlo Alberto suona ironia—ma dell'Italia; che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede, non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'Unità Nazionale, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a beneplacito altrui: che Unità e Libertà Nazionale non si fondano se non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo; che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia, quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia, interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America, coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci, con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro linguaggio nelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere, ma per farvi rappresentante del Diritto Italiano; per fare intendere a tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana—questo non potevate nè dovevate pretendere—ma d'affratellarci con voi sotto bandiera comune, quella della sovranità nazionale. E a voi, s'anche amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.

Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi. Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare: tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di battaglia—io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare: impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu—profanerei, citandoli, i nomi di Washington e Bolivar—ma d'un ultimo allievo di Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia, tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi, giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.

VIII.

Non so se i vostri s'illudano, ma voi di certo non v'illudete. L'Italia, checchè avvenga, non può farsi Piemonte. Il centro dell'organismo nazionale non può trasferirsi all'estremità. Il core d'Italia è in Roma, non in Torino. Un monarca piemontese non conquisterà Napoli mai: Napoli si darà alla Nazione, non mai a un principe d'altra provincia italiana. Il principio regio non può rovesciare il papato, e aggiungere ai proprî i dominî del papa. Un ministro di re non potrà mai lacerare i trattati, rompere i vincoli che lo legano all'equilibrio attuale d'Europa, e invadere il terreno tenuto a conquista dall'Austria. Voi, uomini della monarchia, non potete iniziare la lotta, non potete fare l'Italia. Il popolo solo lo può. E chi non vede, o non confessa il vero che io scrivo, è stolto, o cerca, ingannando i creduli, pretesti alla propria inerzia. Io dunque non vi accuso perchè non vi cacciate a imprese impossibili; non v'accuso perchè non liberate coll'armi il paese. V'accuso perchè, pur sapendo di non potere e di non volere fare l'Italia, andate millantando che la farete. V'accuso perchè spargete per ogni dove voci di disegni che non avete in animo di ridurre in atto, sviando così molti dal seguire partiti più logici e generosi. V'accuso perchè, congiurando col tiranno di Francia, e cedendo Napoli, per quanto è in voi, a un dominio straniero, persistete ad ammantarvi della veste di emancipatore. Vi accuso perchè, fomentando segretamente odî inutili all'Austria ed al papa, vi giovate dei mezzi che il Piemonte vi dà a impedire di far noi, che soli vogliamo davvero rovesciare l'una e l'altro. V'accuso d'aver fatto quanto era in voi per travisare all'estero il nostro problema e persuadere col vostro linguaggio segreto e pubblico che si tratta per noi di miglioramenti amministrativi e d'ordini civili men rei, da introdursi nei diversi Stati d'Italia, quando la prima, la vitale questione, l'unum necessarium per noi, è l'essere Nazione Una dall'Alpi al Mare. V'accuso di combattere noi colle armi sleali della calunnia, mentre in core siete convinto che noi possiamo essere ogni cosa fuorchè colpevoli; che adoriamo una santa idea; che possiamo essere ostinati, non ambiziosi; utopisti, non ingannatori; rivoluzionarî, non demagoghi o sovvertitori pazzi e feroci.

E v'accuso sopratutto di due gravissime colpe: d'avere impiantato un dualismo fatale di Piemonte e d'Italia dov'era, prima del 1848, concordia assoluta di voti e d'opere; e d'avere corrotto, per quanto è in voi, l'educazione del nostro giovane popolo, sostituendo una politica di artificî e menzogne alla severa, franca, leale politica di chi vuole risorgere.

Era vostra missione d'italianizzare il Piemonte e prepararlo a confondersi nella patria comune, della quale esso avrebbe potuto essere la prima provincia, come il re vostro avrebbe potuto esserne il primo cittadino. Voi, guardando al Piemonte come a Stato destinato a vivere di vita propria, lo avete educato a rinegare la madre comune; a considerare una libertà, figlia del moto nazionale del 1848, siccome conquista propria, a mutare i diritti di libera azione, che dovevano essergli arma ad emancipare i venti milioni di fratelli schiavi, in egoismo che calcola se il tentativo a pro dei fratelli non possa per avventura fruttargli la perdita d'un godimento. Avete inaugurato la politica dell'esempio, come se, a chi vive in ricchezza splendida, non incombesse debito alcuno verso il congiunto che geme nella miseria, fuorchè l'insegnargli il perchè della sua condizione diversa. Prima di voi, si cospirava per l'unità d'Italia, in Piemonte, nell'esercito e nelle classi cittadinesche; una tradizione di martiri per la Nazione, da Garelli e Laneri a Tola e Gavotti, da Santa Rosa a Ruffini, s'inanellava colla lunga tradizione sulla quale poggia la Fede Italiana: oggi, si condannano tra voi alla galera uomini che, come Savi, promovono colla penna la causa dell'unità, e si caccia raminga da Genova la vedova di Pisacane, senza che un deputato alla vostra Camera levi una voce di generosa protesta.

Era vostra missione promovere l'educazione morale d'un popolo che s'affaccia, ingenuo, incauto, corrivo, benedetto oltre ogni altro d'istinti buoni, ma facile a traviarsi, alla vita nuova. E voi gli avete dato la scienza dei popoli incadaveriti, il machiavellismo dei secoli nei quali la coscienza è muta, il culto degli interessi, l'adorazione della forza e del delitto che riesce, l'artificio de' vecchi Stati, retti a monarchia costituzionale, l'ipocrisia che travolse la Francia ove or giace. Gli avete insegnato a mentire al proprio fine, ed allearsi con chi ha il suo disprezzo, a diffidare di quei che lavorano per esso. Lo avete sedotto a spendere sangue ed oro per mantenere l'integrità d'un impero nel quale, come nell'impero d'Austria, le popolazioni indigene s'agitano sotto l'arbitrio d'una minoranza conquistatrice, diversa per razza, lingua, religione, abitudini. L'avete educato alla tattica dei partiti scettici, che hanno per bandiera nome di uomini e non principî: a decidere delle questioni politiche, non dalla nozione del giusto e dell'ingiusto, ma dall'utile fugace di un giorno; a votare in favore di leggi che credete triste, per evitare il possibile ritorno di certi uomini al Ministero. Avete innestato sulla giovinezza di un popolo, che non può meritare la cittadinanza dell'Europa futura se non con una fede rappresentata in tutti i suoi atti, la dottrina materialistica dell'espediente, l'egoismo della paura, l'ateismo del calcolo, che uccide l'entusiasmo, solo operatore di grandi cose.

E tutto questo a qual pro?

Che otteneste voi, adulandone le tradizioni, dalla diplomazia? Avete in dieci anni di concessioni, di guerra fatta, per accarezzare i Governi, a noi, e di silenzio obbrobrioso sulla perenne occupazione di Roma, conquistato un solo palmo di terra italiana a libere instituzioni? strappato un solo miglioramento alle condizioni, non dirò politiche, ma amministrative, degli altri Stati? rotto i ceppi a un solo dei miseri che gemono nelle cento prigioni d'Italia? fortificato, ordinato, armato, educato il partito? No. La vostra politica non ha fruttato—lo confessate voi stesso nel vostro discorso del 16 aprile—un solo risultato materiale:—non ha fruttato—questo possiamo arditamente aggiungerlo noi—un solo grado di progresso morale alla causa della nostra Nazione.

S'è proclamato, voi dite, in faccia all'Europa che le condizioni d'Italia abbisognano d'energici rimedî. Signore! Il proclama che voi attribuite alla politica del marchese d'Azeglio e alla vostra, s'è scritto e si scrive, da oltre mezzo secolo, col sangue dei mille martiri, che dai Napoletani del 1799, a Pisacane ed Orsini, spesero la vita combattendo, o sul palco; e non uno è vostro: la spesero, i più, in nome della Fede Repubblicana, tutti in nome della grande Idea Nazionale. Voi, spronato, costretto dal loro sagrificio a balbettare qualche timido, incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete rimpicciolito il grido potente, che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda preghiera; avete, all'immensa aspirazione nazionale, al sacro e veramente divino Diritto d'Italia, ch'essi rappresentarono in vita ed in morte, sostituito l'immorale, disonorevole massima che anche dai nostri tiranni noi possiamo, quasi mendicata elemosina, ottener libertà. Se l'Europa guarda su noi con affetto e speranza, è dovuto, non alla vostra incerta politica, ma alle cinque giornate lombarde, al giuramento d'insorgere, dato e attenuto dai Siciliani, alla difesa di Venezia, ai caduti di Curtatone, alle prodezze di Bologna e d'Ancona, ai fatti di Roma. Se l'Europa ci crede capaci di libertà vera e non violatrice degli ordini eterni sociali, è dovuto a ciò che essa vide di noi, per alcuni mesi, in Roma e Venezia. Se l'Europa conosce i nostri dolori, le nostre guerre, e i nomi dei santi che consacrarono a vittoria la nostra causa, è dovuto a noi, al nostro apostolato di venticinque anni, alle continue nostre pubblicazioni. E s'essa porge attento l'orecchio ad ogni suono che muova dal vostro Piemonte, è perchè, malgrado vostro, il Piemonte è Italia: perch'essa crede, illusa, che compirete il debito vostro, e moverete, un dì o l'altro, alla conquista, non d'una povera zona dei Ducati o della Toscana, ma dell'Italia. Non v'illudete. Il giorno in cui l'Europa avrà scoperto, come noi l'abbiamo da un pezzo, il segreto della vostra politica, essa torcerà il guardo da voi, e non ricorderà i vostri nomi se non per accusarvi con me d'aver ritardato l'emancipazione d'Italia, troncando il Partito in due, e sviandolo in direzioni diverse.

L'unico vitale decisivo progresso compito negli ultimi dieci anni in Italia, è quello delle classi operaje; è la diffusione della fede nazionale fra i popolani delle nostre città; è il loro tacito ordinarsi all'azione. E quel progresso non è vostro: vi cresce ostile. La tradizione nazionale e gl'istinti repubblicani fremono in seno a quell'elemento, ch'è arbitro, checchè facciate, dell'avvenire.

IX.

Tra noi e voi, signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perchè, come noi facciamo, nol dite? Perchè persistere a ingannare l'Italia e l'Europa sul vostro intento?

Noi rappresentiamo l'Italia: voi rappresentate la vecchia, cupida e paurosa ambizione di Casa Savoja.

Noi vogliamo anzitutto l'unità Nazionale: voi non cercate se non un ingrandimento territoriale nel nord dell'Italia ai regî dominî; voi avversate l'Unità, perchè disperate di conquistarla e di dominarla.

Noi crediamo nell'iniziativa del popolo d'Italia: voi la temete, e vi studiate di allontanarla. Voi sperate l'accrescimento sognato, dalla diplomazia, dal favore dei Governi Europei. Ogni iniziativa v'è dunque contesa, e voi non potete porgere alla Nazione opportunità per sorgere e costituirsi.

Noi vogliamo che il paese, sorto una volta che sia, scelga libero la forma d'instituzioni che dovrà reggerlo: voi negate la sovranità nazionale, e fate della monarchia una prepotente condizione d'ogni ajuto all'impresa.

Noi cerchiamo i nostri ajuti fra i popoli che hanno con noi comunione d'intento, di dolori e di lotte: voi li cercate fra i nostri oppressori, fra i poteri deliberatamente, necessariamente avversi alla nostra Unità.

Noi consacriamo tempo, mezzi, anima, vita, a persistere in una guerra che, attraverso una serie inevitabile di sconfitte, educa il nostro popolo a combattere, radica in Europa l'Idea che l'Italia vuole davvero, e deve infallibilmente conchiudersi colla vittoria: voi consacrate tempo, mezzi e politica, ad attraversarci la via, a perseguitarci dovunque potete scoprirci, a denunciarci alle polizie dei Governi assoluti, a dissuggellare le nostre lettere, a cercar di sopprimere, legalmente ed illegalmente, i nostri giornali.

Noi adoriamo una fede: la Fede Nazionale;—un principio: il Principio popolare repubblicano;—una politica: l'espressione ardita, continua, colla parola e coi fatti, del Diritto italiano: voi piegate il ginocchio davanti alla forza, ai trattati del 1815, al dispotismo, a ogni cosa che sia, purchè sorretta da squadre grosse. Non avete scorta di moralità nè di fede.

Noi vi accusiamo: voi ci calunniate.

Tra voi e noi, signore, l'Italia giudicherà. Io penso talora che voi avreste potuto, volendo, fare l'Italia, e che la politica del marchese d'Azeglio e la vostra non sommeranno che a disfare il Piemonte.

Giugno, 1858.

Giuseppe Mazzini.


A VITTORIO EMANUELE

Sire,

Potete, di mezzo al frastuono di lodi codarde e di adulazioni servili, che i cupidi faccendieri, gli ambiziosi d'un giorno e i nati ad essere cortigiani d'ogni potere v'inalzano intorno, discernere e intendere la parola d'un uomo libero che nè teme nè spera da Voi, nè ambisce fuorchè di vivere e di morire in pace colla propria coscienza? Siete tale da porger l'orecchio, fra le premature adesioni d'intere provincie e le note insidiosamente carezzevoli di tutta una Diplomazia, alla voce solitaria d'un individuo, che non ha merito se non quello d'amare d'immenso e disinteressato amore l'Italia, e dirvi: —da quella voce può forse venirmi il Vero?—Allora, uditemi: però che io, parlandovi, non posso dirvi che il vero, o ciò che l'intelletto ed il core mi fanno credere vero. Repubblicano di fede, ogni errore di re dovrebbe, s'io non guardassi che al mio Partito, sorridermi, come elemento di condanna alla monarchia. Ma perchè io amo, più del Partito, la Patria, e Voi potreste, volendo, efficacemente ajutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo. Vi scrivo da terra italiana, dove la persecuzione d'un Governuccio, che ciarla di libertà e manomette ducalmente gli esuli che gl'insegnarono quella parola, e il traviamento d'un Popolo illuso e il freddo abbandono d'uomini, or potenti e che mi furono amici, dovrebbero farmi credere morto ogni senso di libera coscienza e di libero avvenire in Italia. Ma per entro le viscere di questa terra popolata un tempo di Grandi d'anima, e dove il guardo erra dal Sasso di Dante ai ricordi delle patrie difese erette da Michelangiolo, scorre un fremito di vita potente, che tre secoli di tirannide sacerdotale e straniera non hanno potuto spegnere, e che aspetta l'ora di rivelarsi: vita concentrata, energica, collettiva di Popolo che fu libero e repubblicano quando l'Europa giaceva nelle tenebre del feudalismo; che irruppe tratto tratto in getti vulcanici da Procida a Masaniello, dal moto genovese del 1746 alle Cinque Giornate lombarde; e che sommergerà un giorno, nella pienezza della sua onda, le povere, intisichite vite pigmee ch'oggi s'attentano di scimmiarla. In nome di questa Vita—vita d'un Popolo che non è, ma sarà, vita, non d'una o d'altra zona italiana, ma d'Italia, che ha centro in Roma e informa tutte le membra del Paese, da Trento a Capo Passaro—io oggi vi parlo. Voi non la conoscete, Sire, questa vita: se la conosceste, non avreste mendicato all'impresa ajuti stranieri. I cortigiani, che vi ricingono il trono, ve la celano ad arte: sanno che non potrebbero governarla. Gli ingegni mediocri, che vi furono o sono ministri, e che studiano il segreto della terza Vita della Nazione nelle pagine scritte da Machiavelli sul cadavere di lei, non possono rivelarvela. La Diplomazia, che ha posto assedio intorno all'anima vostra, la nega, perchè ne trema. Io la conosco, perchè, nato di popolo, la esplorai nell'amore, nel dolore, nel sacrificio di ogni cosa più cara, e coll'anima pura d'ogni desiderio che riguardi me stesso.

Sire, Voi siete forte; forte, sol che Voi vogliate, di quella Vita; forte di tutta la potenza invincibile ch'è in un Popolo di ventisei milioni, concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro principe che or vive in Europa, dacchè nessuno ha in oggi tanto affetto dalla propria Nazione, quanto Voi potreste suscitarne con una sola parola: Unità:—Voi non avete osato proferirla quella parola: però non sapete ciò che può essere, ciò che può darvi l'Italia. La forza latente che quella parola, risolutamente pronunziata, chiamerebbe in azione, v'è ignota.

L'Italia cerca Unità. Essa vuole costituirsi Nazione Una e Libera. Dio decretava questa Unità quando ci chiudeva tra l'Alpi eterne e l'eterno Mare. La storia scriveva Unità sulle mura di Roma; e il concetto unitario ne usciva così potente, che, varcando i limiti della Patria, unificava due volte l'Europa. Il lento lavoro dei secoli ha logorato di tanto le differenze che invasioni, colonie e conquiste aveano posto tra le famiglie seminate sulla nostra terra, che più d'ogni altro forse il nostro Popolo rappresenta quasi universalmente, comechè servo e smembrato, nelle usanze e nella convivenza sociale, il sentimento della eguaglianza. L'Unità d'Italia fu l'ideale dei nostri Grandi, da Dante a Machiavelli, da Machiavelli ad Alfieri. Nel nome della Unità muoiono da mezzo secolo, col sorriso sul volto, sui patiboli o coll'armi in pugno, da Messina a Venezia, da Mantova a Sapri, i nostri migliori. Nel nome dell'Unità noi iniziammo e mantenemmo, privi di mezzi e influenza, e perseguitati, e cento volte sconfitti, tale una crescente agitazione in Italia, da far della Questione Italiana una Questione Europea, e somministrare a Voi, Sire, ed ai vostri il terreno ch'oggi vi frutta lodi e potenza. L'Unità è voto e palpito di tutta Italia. Una Patria, una Bandiera Nazionale, un solo Patto, un Seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a Metropoli: è questo il simbolo d'ogni Italiano.

Voi parlaste d'Indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50 000 volontarî. Ma era la metà del problema. Parlatele di Libertà e di Unità: essa ve ne darà 500 000.

Che cos'è l'indipendenza per Napoli, per la Sicilia, per la metà delle provincie Romane? Oltre a dodici milioni d'Italiani gemono sotto una tirannide domestica, eguale a quella esercitata sul Veneto dallo straniero. Il birro e il prete contendono ad essi ogni sviluppo di vita. Le galere, il bastone, il carnefice, sono sostegno ai Governi. Che importa ai miseri Perugini, che importa ai tormentati di Napoli e di Sicilia che la potenza dell'Austria non s'estenda oltre il Mincio? E Venezia? E Roma? Dov'è, senza Roma, l'Italia? Là stanno, come belva accasciata su cadavere di generoso, diecimila Francesi, stranieri anch'essi; e la tirannide papale non vive che di quell'ajuto. Voi v'alleaste con essi. La vostra Indipendenza non protegge il Santuario d'Italia. Ah, Sire! Non rimproverate l'Italia per non avervi dato di più: ammiratela per aver gettato a' vostri piedi, senz'ombra di patto, 50 000 vite di giovani, dietro un programma sì monco, sì meschino e ingannevole, come quello che Voi le affacciaste.

E badate. Malgrado le angustie e le contradizioni di quel programma, tanta era la fiducia in Voi, Sire, tanto l'impeto del lungo dolore e della lunga speranza, tanto il convincimento che il Piemonte non avrebbe voluto, una volta sguainata la spada, rimanersi a mezzo la via, che l'Italia era presta a ben altro. Se non che i vostri non vollero; tremavan del Popolo; paventavano in esso la coscienza, crescente coll'azione, de'suoi diritti; in voi temevano che imparaste a conoscerlo. Sapete Voi, Sire, con quanto artificio, con quanta insistenza di predicazione codarda, s'ammorzò, per cinque mesi, ogni passione generosa, ogni fiamma d'entusiasmo, ogni nobile impulso di sacrificio in questo Popolo che si volea chiamare a rivivere? Come s'insegnò, da quei che parlavano in nome vostro, unica virtù la disciplina, l'inerzia, quasi le Nazioni s'educhino a forti fatti cogl'instituti gesuitici? Come fummo sistematicamente calunniati presso le moltitudini, noi che insegnavamo ad esse—in nome dell'Unità (Unità inevitabilmente regia, se il re la facesse)—la virtù della lotta, del sacrificio e del saper morire, pegno certo di vita? Come si profanò di scherno, quando non di sospetti feroci, dalle gazzette patrocinanti la vostra causa, l'ardita impresa degli uomini del febbrajo 1853, la protesta di Bentivegna, la sepoltura deserta di Pisacane? Sapete come fu dai vostri ricusata l'iniziativa che il popolo di Milano offriva di assumersi poco prima della guerra, quando gli Austriaci erano tuttavia pochi e potevano cogliersi alla sprovveduta? Sapete come alla Sicilia, ordinata a insorgere e irrequieta per gl'indugî durante la guerra, fu detto: no; attendete il cenno; e il cenno, per arcane ragioni, non andò mai? L'insurrezione del Sud, fervente la battaglia al Nord, fondava d'un getto l'unità del moto; fondava, in vostro nome, l'Unità dell'Italia: e nessuno, tra i maneggiatori che vi s'agitavano intorno, voleva o s'attentava di voler l'Unità. Intanto questo povero Popolo s'addottrinava a non credere in sè, a perdere ogni virtù iniziatrice, ad aspettar salute, non dal proprio furore, ma solamente dai battaglioni ordinati, dalle artiglierie e dai Generali in capo. E ne vedemmo gli effetti. Ma se, dall'inerzia di molti e dalle titubanze di tutti, Voi desumeste, Sire, che questo Popolo non ha in serbo altra vita da quella infuori che rivelava negli ultimi mesi, mostrereste di non conoscerne la natura nè la storia, e d'aver dimenticato i fatti d'undici e di dieci anni addietro. Le manifestazioni della vita d'un popolo stanno in ragione dell'intento che gli si propone, e dell'audacia dei capi che lo dirigono.

Sire, non bisogna dimenticarlo: Voi non v'affratellaste col Popolo d'Italia, nè lo chiamaste ad affratellarsi con Voi. Sedotto dalla trista politica d'un ministro, che antepose l'arti di Lodovico il Moro alla parte di rigeneratore, Voi rifiutaste il braccio del nostro Popolo, e chiamaste, senza bisogno, in un'ora infausta, alleate ad una impresa liberatrice l'armi d'un tiranno straniero; senza bisogno, dico, perchè se voi dicevate ai Lombardo-Veneti d'insorgere subitamente, quando l'Austria era, in Italia, debole e improvvida, e vi tenevate apparecchiato a seguire, i Lombardo-Veneti riconquistavano senz'altro la terra loro fra l'Alpi e il mare, e a Voi non rimaneva, per vincer la guerra, che correre, sprezzando gli avanzi nemici appiattati nelle fortezze, sui gioghi del Tirolo e dell'Alto Veneto. In quell'ora, della quale Voi dovete ancora ammenda all'Italia, Voi perdeste i nove decimi delle forze che il Paese era presto a darvi: perdeste gli uomini—e son più molti che i faccendieri non curan di dirvi—i quali, come noi, non adorano ciecamente l'idolo della forza, e non sagrificano a una menzogna la loro coscienza; perdeste tutti coloro che, davanti all'immenso apparato di guerra regolare, dissero a sè stessi: non hanno bisogno di noi; perdeste il Popolo, che sentì la diffidenza e pensò: il re non ci vuole; perdeste la consacrazione del santo entusiasmo, dell'ire sante, delle sante audacie che creano la vittoria; perdeste l'ajuto onnipotente della Rivoluzione, senza la quale non si fonda, in Italia, Unità. Però che, Sire, stringendo la malaugurata alleanza, Voi rapivate alla Causa d'Italia, l'aureola di virtù che la faceva cara agli uomini e a Dio, per affratellarla col vizio e coll'egoismo; la facevate scendere dall'altezza di un principio al fango d'un interesse e delle oblique ambizioni altrui; mettevate un'opera di libertà sotto la tutela del dispotismo; toglievate ogni sanzione di moralità all'impresa; stendevate la mano liberatrice alla contaminazione del tocco d'un uomo la cui mano gronda del miglior sangue di Roma e Parigi; e quanto a Voi, Sire, invece d'un alleato, vi davate un padrone.

No, Sire; non rimproverate di freddezza l'Italia; non diffidate di questa terra che, schiava e smembrata, ha saputo, colla costanza dei tentativi e colla pertinacia de' suoi Martiri, farsi centro di tutte le questioni d'Europa—che, ridesta per brev'ora, fu capace di sperperare in Lombardia, in cinque giorni, un esercito di 75 000 uomini; capace di resistere per due mesi, in Roma, con 14 000 uomini raccolti sotto una bandiera di Popolo, a 30 000 e più Francesi; capace di resistere, con armi di militi improvvisati, per diciotto mesi in Venezia, ad Austriaci, fame e colèra; capace di combattere come combattè, colle braccia dei popolani, a Brescia, a Bologna, a Palermo, a Messina. Voi non l'avete voluta mai.

Sire, volete averla? Averla splendida davvero di entusiasmo, di fede e d'azione? Averla con forze tali da far sì che ogni Diplomazia s'arresti impaurita, ogni disegno d'avversi si sperda davanti a essa?

Osate.

La prudenza è la virtù dei tempi e delle condizioni normali. L'audacia è il Genio dei forti, in circostanze difficili. I popoli la seguono perchè vi scorgono indizio di chi non li tradirà nel pericolo. La fede genera la fede. Maturi i tempi per una impresa, nella potenza della iniziativa sta il segreto della vittoria. S'anche oggi seguiamo noi tutti, ammaliati o tementi, le fortune di Francia e le sue volontà, è perchè, mezzo secolo addietro, un potente—Danton—ne compendiò l'iniziativa nella parola audacia; e una Assemblea si fece, davanti all'Europa in armi, incarnazione di quella parola. Da quel giorno ha data l'inviolabile Unità della Francia.

Sire! L'Italia vi sa prode in campo, e presto, per l'onore, a far getto della vostra vita. Sire, il giorno in cui sarete presto, per l'Unità Nazionale, a far getto della vostra corona, Voi cingerete la Corona d'Italia.

L'Italia vi sa prode in campo. Ma, comunque virtù sì fatta sia rara in un re, l'ultimo tra i vostri volontarî può farne mostra; e la vita è per lui sacra d'affetti di madre, di sorella, d'amica, che son la corona dell'anima sua. L'Italia ha bisogno or di sapervi prode nel consiglio; potente di quella volontà che fa via di ogni ostacolo: forte di quel coraggio morale che, intraveduto un dovere, un'alta impresa da compiere, ne fa sua stella, e la segue intrepido, irremovibile sulla via, senza arretrarsi davanti a lusinga o minaccia. Voi potete, io lo credo, mostrarvi tale, e per questo vi scrivo: pur, finora, Sire, non vi siete mostrato tale.

Sire, Voi accettaste la pace di Villafranca e rifiutaste—però che l'accettazione sottomessa all'arbitrio di Governi stranieri è rifiuto—il voto d'alcuni milioni d'Italiani, che, credendo darsi all'Unità, si davano a Voi.

Il primo atto cacciava l'Italia a' piedi d'un uomo straniero: il secondo cancella il Diritto Italiano a pro d'un principio straniero. E l'uomo e il principio sono ambi incarnazioni del Dispotismo.

Sire, troppi adulatori fanno a gara per isterilire i germi del bene che possono essere in Voi, perch'io non vi dica la verità. L'accettazione della pace di Villafranca sarebbe atto di codardo, se non fosse vostro.

La lode al padre, Sire, non può giungervi grave, quand'anche racchiuda un rimprovero per Voi: avete tempo per darle solenne e gloriosa risposta. Sire, vostro padre non avrebbe apposto il suo nome a quel Patto. Il padre vostro mancò egli pure, nella sua combattuta ed incerta vita, d'energia di proposito e di fede nel Popolo d'Italia. Ma quando, dopo la battaglia di Novara, ei vide ch'altro non gli rimaneva se non regnare vinto e sommosso, e segnar del suo nome patti umilianti, gettò sdegnoso la corona da sè e s'incamminò volonteroso sulle vie dell'esilio. Voi segnaste il patto umiliante, uscendo da tre, da quattro vittorie. Segnaste un patto che tradiva Venezia, l'Italia, le vostre promesse e gli uomini che, sulla fede di quelle, s'erano da ogni parte d'Italia affrettati a combattere intorno a Voi: un patto che v'era imposto dallo straniero; imposto da chi era sceso come vostro alleato e si faceva a un tratto insolente padrone; imposto, senza pur chiamarvi a discuterlo; imposto col tratto villano di chi vi tiene per nullo e incapace di ribellarvi. E perchè l'Europa potesse fraintendervi avido, più che d'onore, di preda, accettaste—offesa mortale all'Italia ed a Voi—che la Lombardia vi fosse trasmessa come feudo di seconda mano dal Signore straniero. Sire, un privato a' tempi nostri non soffrirebbe l'oltraggio. Io non so di qual tempra s'informino l'anime dei re; ma so che s'io fossi Voi non potrei dormire una notte, senza che l'imagine della povera, santa, eroica, tradita Venezia, mi apparisse, rimprovero tremendo, fra i sonni; nè potrei scorrere, il giorno, coll'occhio le file de' miei e vedervi i volontarî di Perugia e di Roma, senza che il rossore mi salisse su per le guancie.

Dell'accettazione condizionale, data al voto delle provincie del Centro, non parlo: è tristissima conseguenza del primo fatto. Voi non siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo della Francia imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte all'Italia, inspirazioni a Parigi.

Sire, Sire! In nome dell'onore, in nome dell'orgoglio Italiano, rompete l'esoso patto! Non temete che la Storia dica di Voi:—ei fece traffico del credulo entusiasmo degli Italiani per impinguare i proprî dominî?

Sire! io nol credo. Io vi credo—e lo scrissi anni addietro, quando i vostri mi condannavano a morte, per aver tentato di promovere con armi liguri il tentativo d'un prode amico nel Sud—migliore dei vostri ministri e dei faccendieri politici che vi circondano. Credo che viva in Voi una scintilla d'amore e d'orgoglio Italiano. Ma s'è vero—se ciò ch'io sentii, leggendo alcune vostre recenti, semplici, spontanee parole di risposta a non so quale adulatrice deputazione, non è illusione di chi desidera—non avete energia che basti per vivere di vita vostra? Sperdete, perdio, lungi da Voi quel brulichio di pigmei consiglieri di codardia, come il leone sperde, scotendo i velli, gl'insetti che gli si affollano intorno. Perchè assumeste, sul cominciar della guerra, la Dittatura? Per accarezzare le voglie dispotiche dell'Alleato? Per imporre silenzio, con abbiette persecuzioncelle, ad uomini che, come me, osano dirvi la verità? I padri nostri assumevano la Dittatura per salvar la Patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purchè siate Liberatore. Ma cominciate dal liberar Voi medesimo dagli uomini che tradirono il concetto Italiano nelle mani del carnefice di Roma, e dalla turba impotente che incatena negli artificî diplomatici il pensiero dell'anima vostra.

Sire! La guerra Italiana non è finita; non è se non cominciata. Per Voi, le vittorie di Lombardia non debbono costituirne che la prima campagna.

A Voi spetta, per le date promesse, il far che riarda; all'Italia, il sostenerla e compirla.

Ma non è col guadagnar tempo che potete ottenere l'intento. I dieci, i venti, i trenta mila uomini che potrete aggiungere al vostro esercito, son nulla a petto di ciò che perdete, indugiando. L'Italia si sfibra nello scetticismo e nello sconforto: l'entusiasmo si spegne: la Diplomazia diffonde i germi del dissolvimento; le questioni si localizzano: il moto perde il suo carattere nazionale.

Voi avreste dovuto respingere sdegnosamente il patto di Villafranca: avreste dovuto dire a Luigi Napoleone: io non tradisco le mie promesse; e dire all'Italia: l'alleato straniero ci abbandona; io continuo solo la guerra, e chiedo al Paese la cifra d'uomini, sottratta da quell'abbandono, all'esercito.

Voi nol faceste, ma siete in tempo. Affratellatevi al Popolo: affratellatevi, senza tremarne, alla Rivoluzione. In essa troverete forza più che sufficiente all'impresa. I centoventimila uomini di milizie regolari, che il Piemonte e il Centro vi danno, sono nucleo che basta a determinare l'insurrezione generale d'Italia; Voi trarrete altri centoventimila uomini di milizie regolari, e tutto un Popolo in armi, ad afforzare ed agevolare le operazioni dell'esercito, a fiancheggiarne le mosse, a creare una perdita al nemico in ogni passo ch'ei mova; a rapirgli in un subito forza e coraggio.

Un esercito, e l'Insurrezione di tutto un Popolo: Voi potreste, Sire, aver questo in brev'ora; ma per averlo, è necessaria una cosa:

Osare.

Dite a Luigi Napoleone: «Io diffidai dell'Italia; accettai una pace non mia. Ma l'Italia non ha diffidato di me; ed io sento gli obblighi che quella fiducia m'impone. Io ritratto l'accettazione. Farò, libero d'ogni vincolo, ciò che Dio e la mia Patria m'inspireranno. A Voi non chiedo se non una cosa: l'astenervi da ogni intervento nelle cose nostre, e lasciar, come prometteste, l'Italia libera di compiere coll'opera propria l'impresa che iniziaste con me. E a quel patto, avrete me grato, l'Italia amica sempre alla Francia.»

Dite ai Governi d'Europa: «Voi avete cancellato il vecchio Diritto Europeo, i Trattati del 1815, in Polonia, nel Belgio, in Oriente, per ogni dove. L'esperienza degli ultimi quarant'anni vi ha dimostrato—e lo avete confessato più volte—che non v'è pace possibile in Europa, se non accettando il principio che ogni Popolo assetti da per sè le proprie faccende interne. Ci apprestiamo a farlo. In nome del Diritto Italiano, io vi chiedo di lasciarci liberi e soli. Contro l'Austria noi non chiediamo ajuto fuorchè alle nostre spade: fate soltanto che nessuno l'ajuti: statevi custodi del campo: e rendete tarda giustizia al Popolo dal quale vi venne gran parte dell'incivilimento che allieta le vostre contrade.»

Dite agli Italiani: «Voi mi salutaste primo soldato della vostra Indipendenza, ed io non tradirò la missione che m'affidaste. Non v'ha indipendenza per gli schiavi, nè forza possibile pei divisi: siate dunque Popolo libero ed uno; chiuda la vittoria la lunga serie dei vostri Martiri: dal 1848 voi provaste con fatti che i tempi sono maturi per questo. Sorgete or dunque: sorgete tutti. Rovesciate le barriere artificiali che vi disgiungono, com'io lacero ogni vecchio patto avverso alla vostra Unità. Liberatevi da quanti v'opprimono, e accentratevi dove vedrete, sotto la bandiera tricolore, splendere la spada ch'io snudo. Se Dio m'ajuta e voi compite il debito vostro, io non la riporrò nella guaina che in Roma, dove i vostri rappresentanti detteranno il Patto di amore pei ventisei milioni che popolano la nostra Italia. Ma badate! Io vi chiedo, oltre quello che io qui raccolgo d'intorno a me, duecentomila uomini in armi: vi chiedo i mezzi necessarî a mantenerli in azione: vi chiedo illimitata fiducia; vi chiedo, per vincere, di esser presti, com'io sono, a morire. Schiavi o Grandi; non v'è via di mezzo per noi.»

Sire, gl'Italiani saranno grandi il giorno in cui Voi proferirete parole sì fatte: i Partiti saranno spenti fra noi. Due sole cose avranno vita e nome in Italia: il Popolo e Voi.

Sire! di che temete? Dell'Austria? Coll'Italia intera—però che il linguaggio ch'io vi propongo vi dà Napoli e la Sicilia—schierata sotto la vostra bandiera? Coll'Ungheria presta a insorgere ed affratellarsi?—Dell'Inghilterra? L'Inghilterra è con Voi, purchè Voi non siate con Luigi Napoleone.—Dell'alleato? L'alleato scese, collegandosi con Voi, in Italia, per tentare di riacquistarsi, patrocinando una nobil causa, un'aura popolare perduta: ei non può scendere oggi a combatterla: non può dire alla Francia: chiesi jeri l'oro e il sangue de' tuoi figli contro l'Austria a pro dell'Italia: oggi li chiedo a pro dell'Austria contro l'Italia.—L'alleato affrettò la pace perch'ei si sapeva minacciato ne' suoi dominî dall'invasione Germanica; e quella invasione pende, minaccia perenne, sul di lui capo. Ei poteva jeri fare, pe' suoi fini, la parte d'emancipatore; quella del tiranno gli è oggimai, al di fuori dei confini Francesi, vietata dalla Prussia, dalla Germania, dall'Inghilterra e dalle tendenze ch'or ricominciano in Francia a manifestarsi.

No; la prima guerra di Luigi Napoleone non sarà contro Voi, Sire; sarà tra lui, l'Inghilterra e Germania.

Ma, Sire; a che parlarvi di cose che vi sono, o dovrebbero esservi note più assai che a me?—Io vi chiamo, in nome d'Italia, ad una grande impresa: ad una di quelle imprese nelle quali il forte numera gli amici, non i nemici. Vi chiamo all'alleanza con 26 milioni d'Italiani, padroni, purchè uniti e guidati, dei proprî destini. Vi chiamo a porvi a capo d'una Rivoluzione Nazionale, che troverà, s'altri mai s'attentasse reprimerla, alleati nei Popoli quanti sono ai quali manca una libera Patria. Vi chiamo a una Iniziativa che può diventare Iniziativa Europea. Metà dell'Europa, Sire, trasalirà plaudente al sorger d'Italia, come trasalì, plaudente ed ajutatrice, al sorgere degli Stati Uniti, della Grecia, d'ogni guerra di Popolo che vuol farsi Nazione, d'ogni grande fatto provvidenziale: l'altra metà si ritrarrà sospettosa, ma trepida. La Diplomazia è come i fantasmi di mezzanotte: minacciosa, gigante, agli occhî di chi paventa, si dissolve in nebbia sottile davanti a chi le mova risolutamente incontro. Osate, Sire: allontanate da Voi qualunque tema, o vi suggerisca temenza. Circondatevi di pochi uomini la cui vita intera parli fermezza di principî, schietto amore d'Italia e potenza di volontà. Date pegno al Popolo di libertà; lasciate vita alla stampa, alle Associazioni pubbliche, alla pubblica parola: stampa, associazioni, convegni pubblici, vi creeranno intorno quel fermento, quell'entusiasmo, dal quale trarrete quante forze vorrete; la libertà non ha pericoli se non per chi ha in animo di tradirla.

Dimenticate per poco il re, per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato della Nazione. Siate grande come l'intento che Dio vi ha posto davanti, sublime come il Dovere, audace come la Fede. Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi, con Voi. Movete innanzi, senza guardare a dritta o a manca, in nome dell'eterna Giustizia, in nome dell'eterno Diritto, alla santa Crociata d'Italia. E vincerete con essa.

E allora, Sire, quando di mezzo al plauso d'Europa, all'ebbrezza riconoscente dei vostri, e lieto della lietezza dei milioni, e beato della coscienza d'aver compito un'opera degna di Dio, chiederete alla Nazione quale posto ella assegni a chi pose vita e trono perch'essa fosse Libera ed Una—sia che vogliate trapassare ad eterna fama tra i posteri col nome di Preside a vita della Repubblica Italiana, sia che il pensiero regio dinastico trovi pur luogo nell'anima vostra—Dio e la Nazione vi benedicano!—Io, repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, esclamerò nondimeno coi miei fratelli di Patria:—Preside o Re, Dio benedica a Voi, come alla Nazione per la quale osaste e vinceste.

Firenze, 20 settembre 1859.

Giuseppe Mazzini.


PREFAZIONE DI GIUSEPPE MAZZINI
ALL'EDIZIONE DI NAPOLI
DELLE
PAROLE AI GIOVANI

Io scrissi queste pagine, coll'anima in pianto, poco dopo la pace di Villafranca. D'allora in poi, la Provvidenza che vuole l'Italia Nazione, la costanza degli uomini del Partito d'Azione e la santa audacia di Giuseppe Garibaldi, hanno affrancato le nostre terre meridionali: l'armi capitanate dalla Monarchia Piemontese hanno vendicato Perugia. Ma l'Italia non è. Venezia è schiava. Un Governo che trae le sue inspirazioni dallo straniero ci contende Roma. Una terra Italiana è oggi, per opera di quel Governo, terra Francese. I materialisti pagani del XIX secolo, che sostituiscono il culto della forza e del calcolo all'adorazione dell'eterno Vero e dell'eterna Giustizia, tengono tuttora il campo, e imbastardiscono su torte vie, dietro tattiche immorali indegne d'un Popolo che sorge, l'intelletto de' giovani. Vorrebbero che questa Italia, iniziatrice perenne dell'Unità della Vita—questa Italia che ebbe Roma antica e il Papato, e la cui tradizione intellettuale si svolve da Gregorio VII a Dante, da Michelangiolo a Napoleone—si componesse in sembianza di cortigiana, servilmente adulatrice e ipocritamente idolatra. E non credo di dovere mutar sillaba di questo libretto.

Mi suonano, mentr'io scrivo, all'orecchio le grida di morte! che un pugno d'uomini, comprati dalla gente che s'intitola moderata, o pazzamente briachi, m'avventa contro. E penso alle calunnie che perseguitarono l'amico mio Rosalino Pilo, sei mesi prima che ei morisse per la libertà dalla Patria. Io lo rividi quand'egli esciva di carcere dove l'avevano tratto gli uomini della monarchia, accusandolo fautore dell'Austria. Sorrideva allora, come prima d'entrarvi, del sorriso mesto e amorevole che erra sul labbro ai Martiri del Pensiero.

Ciò ch'io scrissi è un riflesso di quel sorriso di fede, di dolore e d'amore. Gli uomini d'oggi non possono intenderlo; ma i giovani di domani lo intenderanno.

Napoli, 12 ottobre 1860.

Giuseppe Mazzini.


AI GIOVANI D'ITALIA

Predica verbum; insta opportune;
importune; argue, observa, impera.
Paul., ad Tim.

I.

Voi cercate la Patria. Un istinto che Dio ha infuso nel vostro core, una voce che vi viene dalle sepolture dei vostri Grandi, un segno che la potente natura d'Italia ha messo sulla vostra fronte e nel vostro sguardo, vi dicono che siete fratelli, chiamati ad avere una sola Bandiera, un solo Patto, un solo Tempio, dall'alto del quale splenda, in caratteri visibili a tutte le genti, la Missione Italiana, la parte che Dio commise, pel bene dell'Umanità, alla nostra Nazione.

E per questo ogni uomo tra voi pronunzia ardito o mormora sommesso quel santo nome di Patria. Per questo i migliori fra voi muojono da mezzo secolo, martiri d'una Idea, sul patibolo, nelle segrete o nella lenta agonia dell'esilio, col sorriso di chi intravede l'avvenire sul volto, colla parola Italia sul labbro. Per questo le vostre moltitudini fremono di tempo in tempo d'un fremito che solleva il coperchio della tomba dove i papi e i re le han poste a giacere, poi ricadono spossate per ritentare dopo il silenzio d'un tempo.

La Patria è il sogno, il palpito, il desiderio segreto d'ogni anima che s'informa a vita sulle nostre terre. Come il bambino che s'agita cercando fra i sonni il seno materno, come quei fiori che si volgono nella notte nera verso la zona del Cielo dove apparirà sul mattino il sole fiammante, voi, nei sonni irrequieti della servitù, nella tenebra fredda e greve dell'isolamento, andate brancolando in cerca della Madre comune che ha nome Patria, e interrogate ansiosi l'orizzonte a scoprire da qual punto accenni sorgere il Sole della vostra Nazione.

II.

Ma perchè cercate e non trovate la Patria? Perchè a voi soli il lungo martirio non frutta vittoria? E perchè la pietra del sepolcro, dove papi e re v'han messi a giacere, si leva soltanto di tempo in tempo a metà per ricadere più pesante sulle vostre teste? Quale strana fatalità s'aggrava su voi, poveri Israeliti delle Nazioni, perchè Dio vi neghi la Patria concessa da secoli a popoli che oprarono e patirono meno di voi?

La vita di Dio freme in seno alla vostra terra più che altrove potente. Imagini di bellezza e di forza s'avvicendano singolari su questo suolo, dove il sole accende vulcani e che gli uomini salutano del nome di Giardino d'Europa. La natura sorride per voi d'un sorriso di donna. I languenti per morbo vengono dalle brume settentrionali a ribever la vita nell'aure balsamiche de' vostri prati, sotto l'azzurro profondo de' vostri cieli.

L'Alpi eterne vi guardano solenni dall'estremo della vostra contrada come per dirvi: siate grandi! E appiè di quell'Alpi, i fiori più belli che all'uomo sia dato vedere vi guardano, dovunque moviate, coi loro occhi innocenti, come per dirvi: siate buoni! E tra quell'Alpi e quei fiori errano, quasi murmure d'angeli, melodie che gli uomini chiamano Musica, e sono un'eco della lingua che si parla in cielo.

Splendide come le stelle dei vostri sereni furono l'opere del Genio tra voi: splendide di pensiero e d'azione, che voi soli sapeste congiungere in bella armonia.

L'Europa era—dalla vostra sorella, la Grecia, in fuori—semibarbara, quando le vostre aquile passeggiarono di trionfo in trionfo sovr'essa; e insegnaste ai popoli conquistati una sapienza di leggi che dura tuttavia riverita, i conforti della vita civile, e quella tendenza all'Unità che preparò un mondo a Gesù.

L'Europa giaceva ravvolta fra le tenebre del servaggio feudale, quando voi, sorti a seconda vita, affermaste nei vostri Comuni la libertà repubblicana dell'uomo e del cittadino, e diffondeste alle più lontane contrade i beneficî della civiltà, delle lettere e del commercio.

I vostri sacerdoti dell'Arte pellegrinarono di terra in terra, disseminando per ogni dove forme di bellezza immortale e insegnando come si svolva dal simbolo l'ideale.

E quando l'Europa ingrata vi pose in fondo, dividendosi le vostre spoglie, il genio Italiano, prima di velarsi per un tempo, gettò dalla sua croce, quasi pegno di ciò che un giorno potrebbe, un Nuovo mondo all'Europa.

Genio, forza, natura bella oltre ogni altra e feconda, concento d'aura e ineffabile sorriso di cieli, Dio tutto vi diede. Perchè non vi diede la Patria? Perchè, mentre ogni abitatore delle terre che inciviliste, interrogato del chi ei si sia, risponde alteramente: sono Francese, sono Inglese, sono Spagnuolo, voi non potete rispondere se non come espressione di desiderio: sono Italiano?