III.
Voi siete ingrato all'Inghilterra, o signore. Senza l'Inghilterra, senza l'ajuto che, in un malaugurato momento, il Governo inglese vi porse, non sareste più da gran tempo. Voi dovete all'Inghilterra quella specie di adozione fra i poteri costituiti di Europa, che, solo, non avreste mai conquistata. L'alleanza inglese ha tenuto in freno sin qui l'Italia e la Francia. A voi piace oggi por ciò in oblìo. Alludete sovente ai vantaggi procacciati dall'alleanza agli Inglesi, e ne parlate come di evento concepito e creato da voi. Ambo le asserzioni sono false. E dacchè molti Inglesi sono proni a lasciarsi ancora ingannare dall'audacia delle vostre parole, non sarà senza frutto ch'io qui, in nome della verità, suggelli la mia doppia protesta contr'esse.
L'alleanza anglo-francese non fu vostro concetto. Esso è concetto della Francia e dell'Inghilterra: a voi fu forza obbedirvi. Le relazioni amichevoli sorsero a grado a grado da naturale riazione contro le lunghe, mortali, storiche lotte, che toccarono il colmo sotto il primo impero; dal sentimento de' tristi effetti della contesa per ambedue le nazioni; e dallo spirito che agita provvidenzialmente il core della Umanità, sospingendola a universal fratellanza. Voi vi giovaste di relazioni sì fatte pe' vostri ambiziosi disegni, pervertendole per un tempo. Nel vostro segreto, l'Inghilterra v'è in odio. L'antagonismo alla sua grandezza è tradizione di famiglia per voi. E il sentimento còrso della vendetta cova profondo nella gretta anima vostra. E l'aver vissuto esule, povero, negletto in Inghilterra, lo rese più acerbo. Noi apprendiamo facilmente ad amare il rifugio della nostra vita raminga; ma le nature sensuali ed egoiste non sentono nel beneficio che un peso importuno. Nel 1836, dichiaraste innanzi ai Pari che «un principio, una causa, una sconfitta si personificavano in voi: Waterloo, la sconfitta; voi inteso a vendicarla». Odio alla perfida Albione, fu la parola consegnata da voi alle caserme dopo il colpo di stato: l'insolenza recente de' vostri colonnelli non è che l'eco di quella. Guerra all'Inghilterra era allora, com'oggi, il vostro sogno impotente, e ne farebbero, all'uopo, testimonianza le carte geografiche, strategicamente punteggiate, nel vostro cabinet de travail. Ma vi sentiste debole, isolato, biecamente guardato, però cedeste alla necessità, seguendo le crescenti popolari tendenze, voi non creaste l'alleanza: la firmaste con restrizione mentale.
L'alleanza anglo-francese, ripeto, è pensiero delle due nazioni: nè gl'Inglesi, ora troppo sovente ingiusti alla repubblica del 1848, dovrebbero dimenticarlo. Il moto di febbrajo fu salutato con favore, non certamente dall'Inghilterra officiale, ma dalla maggioranza del popolo inglese. Nè mai fu saluto con tanta gioja e gratitudine accolto come il saluto dell'Inghilterra dai repubblicani del 1848. La tradizione diplomatica fra le due nazioni non fu un solo istante interrotta. Lord Normanby—mantenuto officiosamente nella sua rappresentanza durante il primo periodo—fu accreditato officialmente dall'Inghilterra, appena l'Assemblea ebbe sanzionato la mutazione di Stato. L'ambasciatore di Russia, Kisseleff, offerse, sino dai primi giorni, patto di alleanza collo Tsar contro l'Inghilterra, chiamata da questi la comune nemica, e la giovine Repubblica rifiutò l'offerta. Un noto generale, Changarnier, ora in esilio, fece indi a poco proposta di scendere a guisa di pirata in Inghilterra, minacciando distruzione a Londra e ai depositi della ricchezza inglese. Dichiarava bastargli, ad eseguire il disegno, un dato numero di soldati, di navi e di battelli a vapore. La proposta fu sdegnosamente respinta, e il generale rimandato al suo comando militare, da cui s'era, per quell'insano proposito, improvvisamente allontanato. Mercè tali disposizioni, una qualsiasi opportunità, un primo segno di buon volere del Governo inglese avrebbe senz'altro dato nascimento ad un'alleanza assai più sincera, più morale e feconda di quella alla quale l'Inghilterra fu indotta da voi.
Voi vi cacciaste di mezzo fra i due popoli, e su ciò ch'era buono e sacro innestaste disegni egoisti e ambiziosi. Di una solenne riconciliazione, che, sotto il vessillo della libertà, sarebbe stata come benedizione dall'alto sul genere umano, faceste un tristo e sterile connubio tra la libertà e la tirannide, tra la vita e la morte. L'Inghilterra non fu per voi che strumento a brame dinastiche: l'alleanza ponte fra voi e le Potenze diffidenti d'Europa.
Le vostre prime pratiche furono volte alla Russia. Naturali tendenze, logica di despota, e non so che ricordi delle conferenze del Kremlino, vi spronavano a quella parte. La Russia non accolse le offerte. Lo Tsar sentiva di non poter fare a fidanza colla vostra parola. I vostri agenti, quasi a legittimarvi con nozze regali, avevano tentato indarno tutte le corti germaniche, in cerca di una sposa per voi. L'Europa dinastica v'era chiusa; la leva della rivoluzione vietata; suicidio l'agitarla contro le Potenze. Però pensaste all'Inghilterra. Vi occorreva tal cosa, che vi additasse ad un tratto partecipe del sodalizio de' poteri legittimi; vi occorreva una conferenza diplomatica, un trattato di pace, al quale apporre, insieme con essi, la vostra firma. Strada alla pace era la guerra; e voi la provocaste. L'Inghilterra v'entrò, renitente, al vostro fianco, ma con animo perfettamente sincero, e mosse il primo passo con fermo proposito di trarne qualche pratico e permanente effetto. Ma volendo voi evitare il risvegliarsi delle nazionali insurrezioni, e fare, ad un tempo, le prime parti nella guerra, sacrificaste per ciò la questione strategica al vostro intento politico. A Riga e a Odessa preferiste la Crimea. Non era ivi pericolo di un moto polacco: e le vostre forze di terra, in un assedio lungamente protratto, doveano, per loro naturale superiorità, risplendere su quelle dei vostri alleati. Oltrechè, concentrata la guerra ad oppugnare un avamposto lungi dalle parti vitali dell'impero nemico, v'era lasciata possibilità di negoziazioni amichevoli collo Tsar pel futuro, ed argomento a dirgli quando che fosse: l'Inghilterra, posta davvero alla prova, v'avrebbe colpito nel core: io vi salvai. Così, mercè vostra, e per la condiscendenza colpevole del Governo britannico, la guerra, traviata dal suo naturale indirizzo, si ridusse ad un brillante duello au prémier sang, senz'altro risultamento, da quello in fuori che voi avevate prefisso alla giostra. Quando, al chiudersi del primo periodo, l'Inghilterra cominciò a intendere la necessità di una lotta seria, e l'importanza europea della contesa, e lo Tsar consentì a differire la esecuzione lungamente vagheggiata de' suoi disegni in Oriente, voi vi affrettaste a soddisfarlo a qualunque patto, e senza salde guarentigie per l'avvenire; e, come avevate trascinata la Gran Bretagna, contro suo grado, all'esperimento dell'armi, così la forzaste ad accettare, riluttante invano, l'inganno di una pace precaria. Fu convocato a Parigi un congresso, il vostro fine raggiunto, la questione d'Oriente prorogata, non sciolta: e la Polonia giace avvolta tuttavia nel suo sudario; la Turchia si dissolve fra civili discordie, conscia della propria impotenza; nè alcuna barriera fu inalzata a rattenere la Russia da novelle invasioni. Lo Tsar ristaura rapidamente, in silenzio, le forze militari dell'impero: la guerra balena da lontano: ma il vostro nome apparve, fra nomi di sovrani da lungo tempo regnanti, appiè di un Protocollo di Pace; e voi potreste, favorendovi i casi, susurrare allo Tsar «Io vi salvai!» e combattere l'antica alleata al suo fianco.
I vantaggi dell'alleanza furono tutti côlti da voi, non uno dall'Inghilterra. Avete, ricoverando il vostro usurpato dispotico potere sotto le pieghe della sua libera nazionale bandiera, seminato diffidenza e rancore contro di lei nel cuore delle oppresse nazioni. Le avete alienato le simpatie delle razze Slave, Elleniche e Rumene della Turchia, abbandonate al loro fato. Riusciste a distorre i suoi uomini di stato da quella ch'esser dovrebbe loro politica nazionale—la libertà civile, religiosa e politica per tutta Europa. Or non dovreste esser pago? Non dovreste prudentemente astenervi dal millantar pretese alla sua gratitudine e alle sue simpatie?
Sdegno discutere con voi intorno a ciò che esigete dall'Inghilterra rispetto ai proscritti. Io sono esule e vostro nemico; nè mi abbasso a ragionare su quanto io riguardo mio diritto e dovere, con un potere tirannico. Potendo, lo abbatto. Le mie parole potrebbero essere fraintese come volte a difendermi, ed io rifuggo dal possibile orrore. Qualunque legge sia fatta a nostro riguardo, m'è eguale; giusta, l'accetto; ingiusta, mi assumo di violarla, che che ne avvenga. Il nostro è stato di guerra. Noi nol scegliemmo: ci fu e ci è tuttora imposto. La tirannide ci ha tolto la patria; non vi è potere che ci protegga; non sono per noi passaporti, non leggi alle quali appellarci, nè giustizia sulla terra, se non quando possiamo imporla noi stessi. In tutto il Continente, solo perchè repubblicani, o sostenitori della nostra bandiera nazionale, noi siamo dichiarati sospetti, e come tali imprigionati, confinati, privi di ogni possibilità di sicuro stato, perseguitati, trattati come paria, cacciati come iloti. Accetto per la mia parte le conseguenze della mia condizione, e non ho, io esule, da render conto delle mie opinioni ad un uomo, ora imperatore e oppressore, una volta esule anch'egli. Ma certo, ogni individuo nato in quest'isola avrebbe diritto di rispondere alle vostre querele e alle vostre pretese a un dipresso con queste parole:
«Voi foste, o signore, esule in Inghilterra. Da questa terra cospiraste senza tregua contro un re costituzionale, a cui avevate sull'onore promesso di non cospirare mai più; ed operaste da ultimo una discesa armata sulle coste di Francia. Noi non vi facemmo attenzione. Perchè muteremmo noi le nostre leggi a sorvegliare e perseguitare uomini che tentano alla lor volta di rovesciare il vostro usurpato potere? Perchè dovremmo noi per amor vostro abbandonare le tradizioni antiche di una libertà individuale che fu benedizione al nostro paese, adottando misure che implicherebbero, se realmente attuate, un intero sistema di spionaggio, atti di polizia segreta e interpretazioni arbitrarie? Perchè abbandoneremmo il nostro chiaro, preciso, onesto metodo di definizioni legali, per aver ricorso a quelle formole indefinite di eccitazione e di instigazione, che nel vostro paese promossero i procès de tendance, così sovente vituperati da voi mentre eravate cospiratore non coronato? Perchè, insomma, dovremmo noi in alcun modo proteggervi? E da che nasce che abbisognate di protezione? Forse che la nostra Regina vi chiede soccorso contro insidiatori ed assassinî? Voi eleggeste di porvi al di sopra e al di fuori della legge: dovrà per ciò l'Inghilterra far leggi speciali a pro vostro? Voi saliste al potere attraverso cadaveri: sta forse in noi lo impedire che la memoria vivente delle vittime evochi vendicatori? Voi spediste e spedite tuttora migliaja di uomini, non sottoposti a giudizio, a languire e morire nei paduli di Cajenna; possiam noi cacciar l'odio e gli effetti dell'odio dai petti dei loro amici e parenti? Eleggeste sopprimere la libertà in ogni sua forma:—stampa, adunanze, associazioni, parola: avete ermeticamente chiusa ogni uscita al potente spiro di una nazione che ama eccezionalmente la vita esterna: possiamo noi fare che la forza compressa non iscoppii per qualche adito imprevisto, irregolare? Voi, repubblicano ancora, mandaste un esercito a bombardare, far serva, uccidere, schiacciare Roma repubblicana: quell'esercito d'ingiusti invasori è là tuttavia: possiamo noi spegnere la vendetta di Roma? Dobbiamo noi convertire la nostra libera isola in un uffizio di polizia, per sicurtà di quanti amano diventare tiranni? pel re di Napoli, pel Papa, per lo Tsar, per voi o per Soulouque? Non balenan pugnali dove il voto può esprimere il pensiero dell'uomo; non si avventano bombe a carrozze di presidenti o di re, in America, nella Svizzera, in Inghilterra, nel Belgio, in Piemonte. Non ci vengono richieste di leggi contro le cospirazioni da quei paesi, ma solo da voi. Non è da ciò manifesto che «v'ha del marcio nello Stato[136]» di Francia? E dobbiamo noi gratificarvi di privilegi a mantenere la «putredine?» I cospiratori, voi dite, vivono in Inghilterra: d'Inghilterra giungono quelli che attentano alla vostra vita. Chi li spinge qua, se non voi? In quale altra terra sarebbe loro dato di vivere? Da quale altra movere a voi? Ogni anno, ogni sei mesi, i vostri gendarmi ci apportano, sotto scorta, quanti sono malcontenti, o tenuti per tali; possiamo noi addossarci l'incarico di strettamente sorvegliarli in segreto, di circondare ciascun di loro di gendarmi e di spie? Possiamo noi impedire che taluni, quali che siano le loro intenzioni, non ritornino in Francia?
«È forse da imputarsi a noi se Kelch e Deron—pure ammettendo che quanto asserite nel vostro manifesto sia vero—ritrovan la via di Parigi? Dovrem noi rispondere di Mazzini se di tanto in tanto gli è a grado di traversare la vostra Francia, sebben guardata, spiata e organizzata a guisa di un campo? Voi disponete ora di 3 milioni di franchi—2 di più che non a' tempi di Luigi Filippo—apertamente destinati allo spionaggio: noi non spendiamo un obolo per tale ufficio. Or non potete difendervi da voi stesso, senza vessare, calunniare e minacciare vicini pacifici, che non ci han nulla che fare?—Voi citate apologie del tirannicidio, stampate in Inghilterra; e che per ciò? Dovrem noi escludere dalle nostre scuole l'antica storia di Roma e di Grecia? Abolire la traduzione del Guglielmo Tell di Schiller, proibire, per decreto, la ristampa di Milton? La stampa è libera tra noi: in Francia è schiava; voi imbrigliate ogni manifestazione del pensiero ne' sudditi. Noi non vi chiediamo però di vietare l'apologia del macello degli Ugonotti, nè la ristampa del legato di vostro zio a Cantillon. Siatene certo, o signore, il tirannicidio non è conseguenza di poche pagine di ragioni teoriche, ma dell'odioso fatto della tirannide. Togliete questo di mezzo, e sarà rimosso il pericolo contro il quale invano cercate soccorso da fuori. Voi non potete esigere da noi che, mentre il fatto esiste, ci assumiamo di prevenire le conseguenze fatali che possono derivarne.»
Tale, o signore, è la risposta che l'Inghilterra ha virtualmente data, e darà sempre, io spero, colla voce del suo popolo, alle vostre illiberali, ingiuste richieste. Per queste richieste frattanto, e per le indirette minaccie congiunte con esse, voi scendeste un grado più basso nella vostra rovinosa carriera. Avete disperso il solo prestigio che vi circondava tuttora, l'approvazione e l'amicizia di una libera gente. Voi vi trovate ora, o signore, che che ne dica la diplomazia adulatrice e bugiarda, solo in Europa.
IV.
E l'Europa vi guarda, come Banquo guardava le fatidiche sorelle, apparecchiata a chiedervi:—«È vita in voi? o siete cosa ch'uom possa interrogare?»[137]
Ed ogni interrogazione tornerà sinistra alla vostra artificiale, accattata grandezza; voi sbigottiste le menti degli uomini colla improvvisa audacia, coll'apparenza del compiuto successo. Cessato lo sbigottimento, la vostra causa è perduta. Voi non potete sostenere esame.
L'Europa cercherà le origini del vostro potere, e troverà la risposta nella pagina di storia che segue:
REPUBBLICA FRANCESE.
Decreto.
L'Assemblea Nazionale, straordinariamente convocata alla mairie del decimo circondario,
Visto il sessantesimo ottavo articolo della Costituzione,
Considerando che l'Assemblea è impedita dalla violenza di adempire i suoi ufficî,
Decreta:
Luigi Napoleone Bonaparte è destituito dalle funzioni di Presidente della Repubblica.
I cittadini sono tenuti a ricusargli obbedienza.
I giudici dell'Alta Corte di Giustizia sono chiamati immediatamente a radunarsi e pronunciare giudizio sul Presidente e sui suoi complici.
Firmato
duecentoventi membri dell'assemblea.
Parigi, 2 dicembre 1851.
ALTA CORTE DI GIUSTIZIA.
In virtù dell'articolo sessantesimo ottavo della Costituzione, l'Alta Corte di Giustizia dichiara:
Luigi Napoleone Bonaparte è chiamato in giudizio come reo d'alto tradimento,
L'Alto Giurì Nazionale è chiamato a pronunziare speditamente giudizio.
- Firmato
- Hardouin—Presidente
- Delapalme, Pataille, Moreau
- Cauchy—Giudici.
Parigi, 2 dicembre 1851.
L'Europa chiederà per quali mezzi manteneste il potere usurpato. La risposta sarà: col terrore e colla corruzione, cancellando ad un tratto ogni libertà di parola e d'azione, costituendo unica potenza nello Stato l'esercito, cacciando dal paese, senza giudizio, tutti gli uomini d'influenza pericolosa per voi, seminando sistematicamente il dissenso fra la borghesia e la blouse, spaventando la prima col fantasma del socialismo, e corrompendo la seconda con egoismo e promesse di felicità materiale.
L'Europa vi chiederà conto delle vostre disposizioni e tendenze a suo riguardo, e la risposta sarà: «Quell'uomo è l'assassino di Roma: ei vi mantiene, senz'ombra di diritto, un esercito, quasi avamposto ad incarnare un giorno disegni di ambiziose invasioni; ei cospira celatamente a pro d'una insurrezione Muratiana in Napoli; s'intromette senza tregua ad impedire il pacifico progresso della libertà nel Piemonte, nel Belgio, nella Svizzera; e, impiantando lo Tsarismo nel centro di Europa, prepara i germi di una immensa e pericolosa reazione nel cuore dei popoli.»
L'Europa investigherà la vostra condizione attuale e la risposta sarà: «finanziariamente ei precipita a rovina; moralmente, agli ultimi saturnali d'una condannata tirannide; politicamente, all'isolamento assoluto, e alle pazze disperate imprese di chi è costretto a distruggere ogni libertà intorno alla Francia, o a cadere.»
Cadete, or dunque, e la giustizia si adempia! La Francia, che or va ridestandosi, pronuncierà da qui a non molto il suo decreto, e l'Europa lo approverà. Questo io vi dico, io, voce di Roma che assassinaste.
I tempi sovrastano minacciosi: la marea imperiale retrocede visibilmente. Voi lo sentite.
Cesare—il quale, credendo che non vi fossero più Romani, avea cancellato il nome della repubblica,—quando si avvide, al lampo di una daga, che v'era ancora un Romano, si avvolse nel manto, piegò la testa davanti ai fati, e morì in silenzio. Per l'onore del nome che portate, fatevi imitatore di Cesare.
Piegate il capo davanti «all'invisibile daga» della pubblica opinione, colla quale la Francia ridesta e l'Europa condannano a rovina il vostro usurpato potere, e morite, come Orsini moriva, con calma e rassegnazione.
Londra, aprile 1858.
Giuseppe Mazzini.
AL CONTE DI CAVOUR
I.
Signore,
Io vi sapeva, da lungo, tenero della monarchia piemontese, più assai che della Patria comune; adoratore materialista del fatto, più assai che d'ogni santo eterno principio; uomo d'ingegno astuto più che potente, fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e tendenze ingenite, alla libertà; non vi credeva calunniatore. Or voi vi siete chiarito tale. Avete, nel vostro discorso del 16 aprile, calunniato deliberatamente e per tristo fine, un intero Partito, devoto, per confessione vostra, all'indipendenza e all'unità nazionale. A questo partito, che conta fra' suoi da Jacopo Ruffini a Carlo Pisacane, centinaja di martiri, davanti alla memoria dei quali voi dovreste prostrarvi:—a questo Partito che salvò, senza un solo atto d'oppressione o terrore, l'onore d'Italia in Roma e Venezia, quando la vostra monarchia sotterrava nel fango in Novara la bandiera tradita poco prima a Milano; a questo Partito—alla cui straordinaria vitalità, confessata oggi da voi in onta ai vostri che lo dichiarano ad ogni ora morto e sepolto, il Piemonte deve le libertà di che gode, e voi dovete le occasioni di farvi patrocinatore ozioso, ingannevole d'Italia nelle conferenze governative—voi avete avventato, in occasione solenne, e da luogo ove ogni sillaba di ministro rivendica pubblicità europea, una di quelle accuse che la credulità umana raccoglie e magnifica, ad argomento di sospetto perenne e di persecuzione. Avete, su gente contro la quale vi fanno potente prigioni, proscrizioni, birri, e soldati, e alla quale i sequestri dei vostri agenti rapiscono ogni libertà di difesa, cercato di stampare un marchio d'infamia. Avete, da osceni libelli di poliziotti stranieri, dissotterrata a nostro danno l'accusa della teoria del pugnale, ignota all'Italia. Avete, sapendo che la menzogna poteva fruttarvi un aumento di voti, dichiarato alla Camera che la legge liberticida proposta aveva per intento di proteggere i giorni di Vittorio Emanuele, minacciati da noi. E questa accusa voi, due volte mentendo, l'avete gittata contro noi per mero artificio politico, ad allontanare possibilmente da voi la taccia di sommesso conceditore all'impero di Francia. Perciò, s'io prima non vi amava, ora vi sprezzo. Eravate fin ora solamente nemico: or siete bassamente, indecorosamente nemico.
Non per voi dunque, che accusate per tattica, ma pei molti creduli che raccolgono senza esame le accuse, io mi giovo del vostro nome per indirizzare ed altri, e sarà l'ultima volta, una franca dichiarazione che ponga fine fra gli onesti—i tristi che vi fanno coda calunnieranno per sempre—ai sospetti oltraggiosi e agli stolti terrori. Se a voi, nemico accusatore, fosse sembrato, come a me sembra, obbligo elementare di moralità e parte d'avversario generoso appurare, attraverso i miei scritti e le azioni mie, la mia fede l'avreste prima d'ora raccolta dalla mia condotta in Roma e dalle lettere ch'io indirizzai due anni addietro a Manin[138]. Ma quanti serbano, avversi o no, desiderio o pudore d'imparzialità a mio riguardo, devono, non foss'altro, essersi a quest'ora avveduti che nè la natura, nè la fede, nè l'alterezza dell'animo mi consentono di mascherar le opinioni. Ho taciuto talora: non mai mentito: perchè mentirei e per chi? Per quel tanto di vita individuale che m'avanza dalle sciagure e dagli anni, non temo nè spero, se non da chi mi ama. E il trionfo della bandiera che io seguo m'appare, in un tempo incerto, non lungo, infallibile; nè sento quindi la tentazione d'agevolarlo coll'arti gesuitiche della menzogna.
II.
Credo, nella sfera dei principî, ogni giudizio di morte—se applicato dalla società o dall'individuo non monta—delitto; se n'avessi potere, stimerei debito mio abolirne la facoltà. Non ch'io creda, come altri, la vita sacra e inviolabile: la santità della vita non comincia coi moti organici o coll'agitarsi d'una esistenza fisiologica che abbiamo comune cogli animali; bensì coi doveri compiti, coll'intelletto della missione della vita stessa; e finchè sarà santa la guerra per la libertà della Patria, o la protezione armata del debole contro il tiranno potente che lo calpesta, o la difesa a ogni patto del fratello su cui pende il ferro dell'assassino, l'inviolabilità assoluta della vita è menzogna. Ma noi tutti, società e individui, abbiamo, dalla missione della madre fino a quella del legislatore, un primo e sommo dovere: educare, sviluppare per quanto è in noi, tentarlo almeno, i germi di progresso che Dio ha messo nel core di ogni uomo. E non s'educa spegnendo. Inoltre, l'infallibilità non è retaggio di giudizî umani; e per uomini, non ciarlatori di moralità, ma morali, il solo pensiero che un innocente può essere quando che sia gettato al carnefice col marchio del colpevole in fronte, dovrebbe bastare a rovesciare per sempre la feroce instituzione del patibolo.
Credo dunque l'abolizione della pena di morte dovere assoluto di ogni popolo libero. E perchè io credo in questo dovere, quando in Roma la Commissione militare m'affacciò, per ottenerne conferma, una sentenza di morte contro un milite dichiarato reo di ladroneccio domestico, respinsi il foglio e salvai la vita a quel misero. A voi, ministri di monarchia, che attingete ai legislatori dei tempi dispotico-feudali, o a De Maistre, teoriche crudeli di espiazione o di vendetta sociale, firmare, fra un trionfo parlamentare e la cena, una condanna nel capo, pare atto normale governativo; a me, repubblicano, pareva ch'io non avrei mai più riposato sonni tranquilli, se avessi, mentre i mezzi di difesa sociale abbondavano, rapito per sempre ad una famiglia ogni speranza di gioja, a un mio simile la possibilità di ravvedersi quaggiù.
E quello ch'io credo della società, lo credo dell'individuo; tanto più quanto più mancano all'intelletto solitario d'un uomo gli elementi che la società possiede abbondanti per accertare i gradi di colpa di chi è segno al giudizio, e l'efficacia del colpo che vuol vibrarsi. I due primi, che nel 1848 annunziarono al popolo di Milano che il patto di dedizione era firmato, che Carlo Alberto, mentre giurava di voler sotterrar sè e i suoi figli sotto le rovine della città, apprestava celatamente la fuga, furono spenti da chi li giudicava agenti prezzolati dell'Austria, ed erano patrioti ed avevano parlato il vero. I traviati che nel 1849, instigati dall'ambizione delusa di un tristo, uccidevano in Ancona gli uomini noti per appartenere alla parte dispotica, credevano salvar la repubblica, e la minavano coll'anarchia, la deturpavano davanti all'Europa, e schiudevano la via alle infinite calunnie che oggi trovano, o signore, un'ultima eco sulle vostre labbra. I miseri che, oppressi, angariati, irritati in mille modi dai satelliti del papato e dallo straniero, e abbandonati, illusi, delusi perennemente dai vostri fautori, sfogano l'ira trucidando birri e spie, non alleviano d'un atomo i proprî mali, non giovano menomamente la causa della Nazione, alla quale solo un ardito sforzo collettivo può dar salute. E gli sconsigliati che dissanguavano, nel 1793, sistematicamente la Francia, ordinando, suprema riazione delle loro stesse paure, il terrore contro i sospetti, non impedivano, affrettavano la caduta della Repubblica; non salvavano il paese dalla tirannide gloriosa di Napoleone, nè dalle due monarchie Borboniche, nè dal volgare dispotismo dell'oggi; somministravano bensì pretesto, vivo tuttavia contro l'avvenire repubblicano, alle diffidenze borghesi e alle ripugnanze dei poveri ingannati coltivatori del suolo francese. Però, io abomino egualmente—e non lo tacqui mai scrivendo o parlando—il terrore eretto a sistema, ogni teoria di pugnale, e i giudizî di morte, e l'idea, fondamento anche oggi a tutte le vostre legislazioni, che a noi, società o individui non monta, spetti mai un ministero di vendetta, d'espiazione o castigo. Noi non abbiamo che un diritto di difesa, e il dovere di tentare la riforma, il miglioramento, l'educazione del colpevole. Ogni sistema penale che non mova da questo principio è reliquia di barbarie più o meno mascherata e fatale.
E queste credenze ch'io ho predicate sempre ad amici e nemici, e mantenute in Roma tra i fautori nostri dei partiti estremi e gli uomini che cospiravano, pur mandandomi dichiarazioni solenni che non cospiravano, coll'invasore straniero, ed oggi siedono nella vostra Camera;—queste credenze che movono in me da una fede religiosa ignota a voi ed ai vostri, sono non solamente mie, ma di quei che promossero con me la diffusione della Giovine Italia, e promovono oggi il Partito d'Azione. Veggo tra i vostri sostenitori e tra quei ch'or gridano, commossi in visita, contro l'inventata teoria del pugnale, uomini che s'avvolgevano faccendieri, prima del 1848, fra le mene della Carboneria. E l'uso del pugnale vendicatore era sancito dai giuramenti e da giudizî solenni nella Carboneria. Ma la Giovine Italia, che voi tentate infamare col nome di setta, e che prima osò piantare apertamente, con libri e giornali, la bandiera dell'unità repubblicana d'Italia in faccia a' suoi oppressori, bandiva il pugnale, e non condannava lo spergiuro fuorchè all'abominio dei suoi fratelli. L'Associazione non ebbe condanne mai, se non d'esclusione. Mutammo nome, non instituti nè fede. A voi non riuscirebbe trovare una sola delle nostre pubblicazioni, dal 1831 sino al mese in cui scrivo, contenenti dottrine dissimili da questa mia. Ond'è che, quando non vi giovi, con credulità d'idiota, accogliere siccome storia accuse come quella di Rodez[139] smentite da' tribunali, e le novelle delle quali s'ingemmano tratto tratto le gazzette cattoliche, voi, deplorando che per noi si torcesse nel 1849 la nostra dottrina alla santificazione del pugnale, avete detto, sciente, il falso: siete peggio che stolido, o calunniatore.
Stolto e calunniatore foste di certo ad un tempo, quando, a carpire un voto di concessione obbrobriosa, dichiaraste alla facile Camera che si minacciava per noi la vita di Vittorio Emanuele. Se la vita di Vittorio Emanuele fosse minacciata davvero, non la proteggerebbero le vostre leggi. Ad uomini della tempra di Pianori, di Milano, di Orsini, poco importa di giudizî o giudici: uccidono, o muojono. Ma la vita di Vittorio Emanuele è protetta, prima dallo Statuto, poi dalla nessuna utilità del reato. Anche mutilata e spesso tradita da voi, la libertà del Piemonte è tutela che basta ai giorni del re. Dove la verità può farsi via nella parola; dove, anche a patto di sacrificî, l'esercizio de' proprî doveri è possibile, il regicidio è delitto ed insania. Ci credete scellerati ed insani? A che mai gioverebbe, ed a chi, la morte di Vittorio Emanuele? Egli regna, ma non governa. L'indole indifferente, non tirannica, può procacciargli biasimo forse da chi ricorda quali solenni doveri ei potrebbe e non cura compiere; non odio mai. Io lo credo—malgrado i difetti della sua natura—migliore dei suoi Ministri. Per chi lo uccidesse, avremmo noi tutti il ribrezzo che s'ha per l'assassino.
Le nostre teoriche, bensì, le credenze che propugniamo, mal s'adattano alle condizioni anormali nelle quali si producono fatti simili a quei di Bruto, di Tell, di Pianori e d'Orsini. A che parlar di doveri, quando la Libertà, senza la quale l'idea del Dovere non ha più base, è cancellata dalla violenza, e tutte le vie a compierli sono chiuse? A che ripetere oziosamente: la vita è sacra, dove la definizione della Vita, ch'è moto, sviluppo, progresso, è falsata, soppressa? A che contendere all'individuo il diritto di rivendicare le condizioni prime di ogni vita, per sè e pe' suoi fratelli, quando tribunali non sono: quando ogni potenza collettiva è negata; quando è vietata ogni interpretazione sociale della legge? Ciò che rende illegale, immorale, colpevole nell'individuo il richiamarsi alle forze proprie per combattere ciò ch'ei crede ingiustizia, è l'esistenza d'un terzo elemento, d'un terzo potere, d'un arbitro tra l'ingiusto e lui: dove questo elemento intermedio non esiste; dove la coscienza di tutti non ha più voce, direte all'oppresso: dacchè non esiste tribunale a cui tu possa richiamarti, soggiaci; l'ingiusto ha vinto?—La coscienza dell'individuo che sente il proprio diritto, e trova in sè il coraggio per tentare di riconquistarlo ad ogni patto, vi risponderà sempre, d'epoca in epoca: dacchè la società è impotente a tutelarsi e tutelarmi contro l'oppressore, i suoi diritti, i diritti dell'umanità conculcata, vivono in me, e me li assumo.—O legge, o guerra; e vinca chi può. Dove ogni vincolo è spezzato tra la legge e gli uomini d'uno Stato, ogni forza è santa che s'adopera, per qualunque via, a riconnettere gli uni coll'altra. Dove è rotto l'equilibrio fra la potenza d'un solo e la potenza di tutti, ogni individuo ha diritto e missione di cancellare, potendo, la cagione del vizio mortale, e ristabilir l'equilibrio. Davanti alla sovranità collettiva il cittadino tratta riverente la propria causa; davanti al tiranno sorge il tirannicida.
È fatto, non teoria: legge di logica inesorabile, non sistema d'ingegni irrequieti e sovvertitori. E se questa logica delle cose non balenasse tratto tratto subita, onnipotente attraverso la tenebra che la tirannide stende fra l'uomo e Dio, la tirannide, come gli ultimi imperatori di Roma, farebbe sè stessa Dio. Il lampo del ferro tirannicida rompe quella tenebra e rivela alle attonite, incodardite migliaja, che il tiranno davanti a cui piegano non è Dio, ma un idolo di delitto e menzogna. L'uomo che vibra quel ferro è una incarnata, tremenda negazione della tirannide; ei dice, spegnendo e morendo all'umanità: «Quel violatore della vita universale pensava d'essere superiore alla legge; ei non era che fuor della legge. Ei s'illudeva a credere d'aver sotterrato giustizia e coscienza, perchè alcune migliaja di pretoriani e molte di vili gli si assiepavano intorno, difensori e schiavi: egli stimavasi forte perchè s'era ricinto di patiboli e spie; io ho provato a lui e all'umanità che la punta di un ferro di libero vale tutto quel corredo di forza, e basta a sperdere i satelliti e ridestare a vita gli schiavi».
E perchè questo è il senso segreto del tirannicidio, gli uomini, come salutano il nembo purificatore d'un'atmosfera corrotta, salutano e saluteranno il tirannicida—comunque accumuliate, voi, signore, ed i vostri, sofismi a infamarlo e leggi a punirlo—siccome il rivendicatore dell'eterno diritto; e ripeteranno pur sempre commossi la vecchia canzone d'Armodio; e cercheranno tra gli antichi marmi, a spiarle riverenti, le sembianze di Bruto; e scriveranno, quasi mallevadori della giustizia del fatto, i loro nomi sui muri della cappella di Guglielmo Tell; e tramanderanno, rispettando, ai posteri i nomi di Milano e d'Orsini: tra le lettere che formano quei nomi s'affaccia per essi la tentata vendetta di Napoli e Roma.
La vita è sacra, voi dite. Ma la vita degli uomini che muojono di languore nelle isole, convertite in ergastoli pei migliori, delle spiaggie napoletane; la vita degli uomini che muojono di miasmi pestilenziali a Cayenne, senza colpa, senza giudizio, senz'altra cagione che il terrore sospettoso di un despota; la vita delle madri, delle sorelle che muojono di dolore per quei miseri in Francia e in Italia, non è sacra essa pure? E la vita d'un popolo—la coscienza dei suoi diritti, delle sue speranze, del suo avvenire, della missione che gli è data da compiere—non è sacra per voi? Voi avete per l'assassino del viandante il carnefice; perchè serbate l'inviolabilità alla vita dell'assassino d'una nazione? voi spegnereste, con qualunque arme vi trovaste dinanzi, l'uomo che minacciasse rovina, tentando l'incendio d'una polveriera, a mezza città; perchè non volete che altri spenga l'uomo artefice di rovina continua a cento città; persecutore di milioni, tiranno del corpo e dell'anima d'una gente intera? Sofisti ed eterni contraddittori di voi medesimi! Voi vi assumete il sacerdozio della santità della vita ogni qual volta vi sta davanti un reo coronato e dimenticate che i vostri gendarmi, i vostri doganieri, hanno da voi l'autorità di far fuoco sul masnadiere, sul contrabbandiere che fugge.
La vita è sacra! E la guerra? Non la intimate voi, quando l'onore e l'utile del paese o della monarchia, alla quale servite, vi sembra richiederlo? Non cacciaste due mila vite di soldati nostri a spegnersi sui campi della Crimea in battaglie non nostre, sol perchè intravedeste in quel sacrificio una probabilità d'accrescere in Europa lustro alla monarchia piemontese? Non insegnano i vostri libri di guerra l'arte delle sorprese? Non si addestrano i vostri bersaglieri a strisciarsi rapidi, inosservati, tra le lunghe erbe dei prati, a meglio colpire di palla il nemico? Non mirano sovente i vostri disegni a trascinare, ingannandolo, il soldato che combattete, nelle imboscate? Non v'impadronite delle batterie, piombando notturnamente e con ogni artificio di silenzio sovr'esse, e trafiggendo con arme corta—la baionetta—gli artiglieri sui loro cannoni? Non decreterebbe il vostro Lamarmora una lode al soldato che, spegnendo all'impensata una sentinella, gli avesse dato adito a impadronirsi di una fortezza nemica? Noi bandiamo guerra prima, risponderete, assaliamo poi. Che! fra il tiranno e l'oppresso non è guerra naturale, continua? Guerra bandita fin da quando il primo Martire di una Patria calpestata, del Diritto violato, gettò il guanto dell'eterna sfida dal patibolo all'oppressore? Noi bandimmo guerra all'invasore francese e all'austriaco dalle barricate del 1848, dalla prima resistenza di Roma nel 1849. Traditi o sopraffatti dal numero, i soldati della Nazione furono costretti a ritirarsi. Ma l'occupazione del Lombardo-Veneto e della sacra terra Romana dura tuttavia; e se v'è tra noi chi trovi in sè tanta energia da sprezzare numero e certezza di morte, e continuar solo la guerra nel modo più efficace a conquistare indipendenza e libera vita al paese, Dio, che vede se il di lui animo è puro d'ogni bassa passione, lo giudichi: io non mi sento da tanto; io so ch'ei salva, spegnendo il tiranno, migliaja di vittime dalla prigione, dall'esilio, dal palco; e so ch'ei rivendica a un popolo intero la vita, ben altramente solenne, dell'anima, la Libertà, ch'è la vita di Dio. Voi coniate nuove leggi e decreti e tribunali a proteggere i giorni del potente che opprime; è parte vostra: ma non atteggiatevi a moralisti severi, ad apostoli d'un principio. Finch'io vedrò le vostre leggi architettarsi a proteggere la vita di un usurpatore, che rompeva, senza bandirla, guerra al suo popolo e alle libertà dell'Europa, e invadeva su migliaia di cadaveri il trono, non mai in benefizio del popolo trucidato:—finch'io vi vedrò inerti e muti davanti ad ogni delitto coronato di successo, e senza ardire che basti a dire una sola volta in nova anni all'invasore di Roma: in nome del diritto Italiano, ritratti da quella terra che non è tua—io vi crederò ipocriti, e nulla più.
Ho accennato or ora all'efficacia del fatto, e all'assenza di ogni basso affetto nell'animo di chi lo compie; e son gli estremi senza i quali, anche per me, il tirannicidio è delitto o follia. È delitto, se tentato per senso, non dirò di vendetta, ma d'espiazione: delitto, se tentato dove altre vie sono aperte all'emancipazione: colpa e follia se tentato contro chi non trascina la tirannide nel sepolcro con sè. Bonaparte, esule una seconda volta, dovrebbe passeggiare impunemente fra noi. La libertà, non di voto, ma anche sol di parola, dovrebbe proteggere da tentativi siffatti, non dirò ogni monarchia costituzionale, ma ogni temperata tirannide. E dove, per inettezza o impotenza di popolo, è certo che al tiranno caduto sottentrerebbe un altro tiranno, a che pro l'ucciderlo? Ma quando, per circostanze evidenti, l'esistenza della tirannide è concentrata in quella d'un solo,—quando quel solo è deliberatamente, pazzamente, ferocemente tiranno,—quando il popolo che, dominato da un fascino di terrore, gli giace davanti, ha provato aver nondimeno coscienza di libertà; chi, per puro amore della Patria comune, rompe d'un colpo quel fascino, risparmiando al paese una lunga vicenda di tentativi e di vittime, e alla crescente generazione l'educazione corrompitrice del dispotismo, combatte e non assassina. Voi potete, s'ei non riesce, oltraggiarlo; ma i posteri gli porranno sul capo la corona del Martire. S'ei riesce, lo saluterete, voi pure, Liberatore ed Eroe.