III.

In una vostra lettera, s'io non erro, del 28 maggio, voi decretavate Vittorio Emanuele re unificatore d'Italia.

Nella vostra del 26 giugno, voi professate d'insegnare, per mezzo della stampa inglese, agl'Italiani di Napoli, il modo d'ottenere che Ferdinando ridiventi monarca costituzionale delle Due Sicilie. Se migliaja, anzi milioni d'uomini, schiavi d'una tirannide illimitata, possano quetamente intendersi a praticare universalmente un rimedio più che difficile e rare volte tentato là dove vivono libertà e diritti custoditi da corpi deliberanti—se, dove potesse raggiungersi armonia di voleri siffattamente miracolosa, non valga meglio scendere in piazza ed emanciparsi a un tratto dall'esoso governo—è questione che gli uomini del regno sciorranno, se giunge ad essi il vostro consiglio. Io scrivo a chiedervi, a chiedere agli amici vostri, come si concilii la unità d'Italia sotto Vittorio Emanuele col ristabilimento d'una monarchia costituzionale in Napoli. L'Italia ha lungamente deplorato, Manin, il vostro silenzio; temo che voi dovrete deplorare tra non molto l'ora, in cui i suggerimenti di falsi o d'incauti amici v'indussero a romperlo.

Che cosa è che volete? In chi credete? qual via pratica di risurrezione additate voi all'Italia? Qual è il principio, il metodo che vi guida? Ogni uomo che s'arroga il diritto di consigliare un Popolo, ha debito di dirlo chiaro. Voi accarezzate il linguaggio reciso, laconico, dittatoriale, dell'uomo che si sente capo, e domanda d'esser seguito; non potreste avere aperto, logico, definito il pensiero? Volete l'unità d'Italia sotto un solo monarca, o volete sette principi che, di fronte a minaccie interne o straniere, giurino oggi e sgiurino domani costituzioni? Volete un'insurrezione nazionale che ci conquisti colla forza delle armi la Patria comune, o volete riforme locali, che ci diano una dose omeopatica di libertà, concessioni che ci addormentino, amnistie che ci disonorino? Quando chiedete al Popolo agitazione, intendete agitazione di petizioni, dimostrazioni pacifiche, come quelle che precedettero nel 1848 le cinque giornate, e che oggi sarebbero accolte dalla mitraglia, o le sommosse parziali, che annunziano e talora affrettano l'insurrezione? Quando dite che la rivoluzione è forse vicina, accennate a un levarsi di moltitudini o ad una mossa spontanea del monarca unificatore? Quando scongiurate che Roma non mova, insegnate codardia all'insurrezione o fidate in arcani disegni dell'uomo del 2 dicembre?

A voi, ai vostri, incombe rispondere; e nol farete. Nol farete, atteggiandovi a sprezzatori di richieste che chiamerete imprudenti, a diplomatici che non possono, senza grave danno, rivelare il loro segreto. Ma il vero è che non potete rispondere. Voi non avete segreto; non avete programma; non avete principio che vi guidi. Voi non vivete di vita italiana, ma d'inspirazioni straniere. Voi cercate l'Italia, non nelle aspirazioni e nella potenza, provata pochi anni addietro, delle sue moltitudini, ma nei suggerimenti, nelle instigazioni di gabinetti, che ci hanno sempre traditi. Io ne conosco gli agenti, e potrei nominarli.

I governi europei tremano dell'Italia. Questa povera Italia, Cristo delle nazioni pei patimenti, ha pure fidata a sè dalla Provvidenza la parola della grande universale risurrezione; e lo sanno. Sanno che il giorno in cui, inspirata da un momento di fede suprema, essa oserà proferirla, la sepoltura, nella quale son posti a giacere i popoli, si aprirà in un subito a dar varco alla nuova vita. Sanno che noi teniamo in pugno la questione delle nazionalità, il nuovo assetto d'Europa. Sanno che un grido potente di redenzione non può sorgere da questa terra, che ha dato due volte la parola d'Unità alle razze europee, senza suscitare Ungheria, Polonia, Germania, Francia, Grecia, e Slavi meridionali. E quando, frutto dei casi europei, delle nuove delusioni, della rinfierita tirannide, ed opera del partito al quale io mi onoro d'appartenere, sorse il fermento confessato dai memorandum, dai discorsi ministeriali e dalla stampa europea, essi, i governi, s'affrettarono impauriti a cercare, poichè non potevano spegnerlo, il come sviarlo, e s'appigliarono al vecchio artificio del 1831 e del 1848, dividere in due correnti la piena che minaccia sommergerli, smembrare in due campi il campo della nazione, incitar gli uni, i più lenti, sì che, non movendo mai, accennino pur sempre di movere, frenar gli altri, i più fervidi, colle speranze di eventi prossimi e d'una unione generale di forze, che non verrà mai, se non da un audace fatto compiuto. A questo concetto, sorgente in oggi di quanto s'opra o si mormora nelle sfere governative, era necessaria una bandiera, un'autorità di nome italiano, noto e caro all'Italia, che impiantasse il dualismo nelle nostre file: e scelsero voi. Voi siete, inconscio, il Gioberti del 1856.

Tornate a noi, Manin; tornate al campo della nazione; tornate agli uomini che difendevano l'onore d'Italia in Roma, mentre voi lo difendevate in Venezia; tornate al Popolo, al Popolo che combatte e muore, al popolo che non tradisce, al Popolo delle cinque giornate, al Popolo dei grandi fatti di Sicilia, di Bologna, di Brescia, della città che v'ha dato vita. Siete in tempo. Lacerate tutte le vostre lettere, e serbate unicamente il se no, no della prima: un anno d'ambagi, di codarde dubbiezze, e d'inadempite speranze, ha ormai cancellato quel se. Vi rassegnaste a un'ultima prova; dichiaratela or consumata, e venite a noi. Dite agli Italiani: accoglietemi: io non ho più fede che in voi. V'accoglieranno plaudenti; e risponderanno, credete a me, all'accordo unanime degli uomini di tutte le frazioni, con fatti, che saranno ai bei fatti del 1848, ciò che l'incendio è alle annunziatrici scintille.

L'Italia versa oggi in uno di quei momenti supremi nei quali il Partito deve decidere tra il fare ed essere domani, o soggiacere a un decennio di schiavitù. Nella guerra delle nazioni oppresse, le circostanze geografico-politiche, in consenso noto degli animi dall'Alpi al mare, e l'opinione europea, hanno decretato che l'iniziativa spetta all'Italia: bisogna accettarla, o abdicare e aspettar salute dalla lentissima, incerta modificazione delle cose europee.

Da un lato, le insurrezioni antivedute, prenunziate inevitabili dall'opinione, sono appoggiate dall'opinione; la nostra proromperebbe come incarnazione, rappresentanza materiale d'una idea, d'un principio, che ha già ricevuto la cittadinanza europea. Le confessioni della diplomazia, l'attenzione rivolta da tutti i governi alle cose nostre l'agitazione seminata dagli uomini della monarchia piemontese, le previsioni della stampa di tutti i paesi, l'ordinamento spontaneo, o provocato dagli uomini di parte nostra tra il popolo delle città tutte quante, dentro e fuori d'Italia, hanno a gara preparato il terreno a chi vorrà impossessarsene. Ogni fatto, splendido d'ardire e di volontà, compito in nome della Nazione e delle Nazioni, apparirà come segnale inaspettato, invocato dagli oppressi di tutti i paesi. Dieci bandiere di popoli risponderanno, sorgendo a guerra, a quel fatto.

Dall'altro, non giova dissimularlo, l'opinione delusa rovescierebbe su noi giudicio severo; il terreno conquistato dalle prove del 1848 e del 1849 sarebbe perduto. Il core dell'Europa batteva, concitato di speranza e di fede, per la Polonia molti anni dopo l'insurrezione del 1830; l'inerzia sistematicamente adottata, per calcoli d'opportunità menzognere, dagli uomini di quella nazione nel 1848 e negli anni che vennero dietro, ha spento quel palpito d'affetto; e l'opinione, ch'io so mal fondata, pure universalmente diffusa, che la Polonia sia morta, russa, impotente, fu una delle principali cagioni che trattennero il popolo inglese dal comandare al proprio governo di mutare le tendenze dell'ultima guerra. Lo stesso avverrebbe di noi, s'or tradissimo le speranze vive per ogni dove. Abbiamo tanto snudato le nostre piaghe all'Europa, abbiamo svelato con tanta insistenza la storia dei nostri dolori e a un tempo stesso del nostro fremito e delle nostre minaccie, che non dovremmo lagnarci fuorchè di noi, se l'Europa, stanca e vedendoci pur sempre fallire al momento opportuno, gittasse su noi la condanna: sono millantatori codardi; meritano pietà, non favore ed ajuto.

Bisogna fare, o scadere.

E fare e riescire si può, se—lasciate da banda le vie oblique, rinunziando, non a giovarsi della diplomazia, ma ad accettarne le inspirazioni, rassegnando alla nazione emancipata i programmi dell'avvenire, accettando, fin dove importa, la cooperazione d'ogni elemento, ma non sottomettendo la propria azione ad alcuno—gli uomini che amano il paese più che sè stessi, vogliano unirsi tutti ad azione incessante, ardita, virile, nelle norme seguenti:

Vogliamo una Patria, vogliamo la Nazione; vogliamo che una Italia sia. Possiamo accettare, a giovarcene, non chiedere, riforme o miglioramenti amministrativi e civili. Sappia l'Europa che venticinque milioni d'uomini, figli d'una terra che ha dato all'Europa incivilimento e unità morale, non chiedono elemosina di condizioni più miti, ma chiedono d'essere ammessi, Nazione, tra le Nazioni.

La libertà e l'unità d'Italia non possono conquistarsi che colle nostre forze, col nostro sangue, colla battaglia di tutti per tutti. I nostri più potenti alleati devono essere i popoli oppressi come noi siamo. Li avremo a seconda dell'energia che riveleremo sorgendo. I forti son certi di essere seguiti.

Qualunque sia l'intenzione, qualunque il disegno della monarchia piemontese, l'iniziativa del moto spetta necessariamente al popolo. L'insurrezione popolare può sola preparare freno e rimedio ai disegni, se tristi; sola porgere opportunità al loro sviluppo, se buoni.

Qualunque sia quindi l'opinione in proposito di ogni italiano che ami davvero l'Italia, egli deve rivolgere tutti i suoi sforzi a promovere l'iniziativa insurrezionale.

L'Italia è matura per sorgere e vincere, più assai che non era nel 1848, quando eravamo incerti del popolo, oggi deliberatamente nostro in tutte provincie, in tutte città. Non bisogna consecrarsi a lavori già fatti. Non bisogna smarrir tempo e cure in vasti preordinati disegni, scoperti, traditi sempre, prima di tradursi in fatti: bisogna chiamare gli audaci all'azione aperta, coll'azione aperta:

Spirar fiducia negli irresoluti, provando ad essi col fatto, che sorgere, trascinarsi dietro le moltitudini e vincere, è cosa possibile; provare, come il filosofo antico, la possibilità del moto, movendo:

Diffondere per ogni dove il fermento, l'aspettazione, l'ansia del segnale; e concentrare il lavoro pratico, definito, sopra un punto dato d'onde abbia a sorgere quel segnale, è questo il segreto della vittoria per noi.

Ogni provincia, ogni città importante d'Italia può essere quel punto; ogni provincia, ogni città d'Italia deve lavorare ed essere quel punto. Ogni terra d'Italia ha in deposito il Diritto e il Dovere della Nazione; ogni terra d'Italia può assumersi l'iniziativa del moto, e formare l'antiguardo del grande esercito nazionale.

La prima che sorge deve sorgere in nome di tutte: tutte devono senza indugio seguirne il segnale:

Fuori gli stranieri; giù le tirannidi quali esse siano: la Nazione è una e sovrana; in essa sola vive eterno, incancellabile, il diritto di prescriver forma ai proprî destini: chi non accetta programma siffatto non appartiene al Partito Nazionale; è uomo di setta o di fazione; chi lo accetta, lo dica, lo diffonda a un nucleo d'uomini intorno a sè, raccolga sollecito danaro e materiale da guerra quanto più può, e comunichi direttamente, o attraverso il nucleo che gli è vicino, col centro della sua provincia o città.

Un Governo d'Insurrezione, uscito e approvato dall'insurrezione stessa, ne regga le parti. Quei che scendono in campo ad appoggiare il moto iniziato, siano accolti, quali essi siano, come alleati e fratelli, non come padroni.

Fatti e non parole; sagrifici e non frasi pompose di retori o discussioni interminabili su programmi; cartuccie e non libri; ogni cosa è concessa a un Popolo schiavo fuorchè il cader nel ridicolo; e noi, schiavi di stranieri, di papi, di preti, di re, di gendarmi, di tutti e di tutto, ciarlando sempre di sorgere, e non sorgendo mai, vi camminiamo a passi veloci.

Venite a noi, Manin; date il nome vostro a norme siffatte; la Nazione dimenticherà le vostre lettere, per non ricordar che Venezia. E se no, no. La Nazione, temo, dimenticherà che foste capo, grande talora, d'un Popolo di prodi, per ricordarsi soltanto dell'uomo, che, acclamato capo d'una Repubblica, sagrificava ripetutamente alla monarchia il principio giurato, vietava alla futura Capitale d'Italia di cacciar lo straniero, e decretava ad un tempo, il Borbone re costituzionale di Napoli, e Vittorio Emanuele monarca unificatore d'Italia.

2 luglio.

Giuseppe Mazzini.


A GIORGIO PALLAVICINO

Signore,

Io onoro il vostro passato; non intendo il vostro presente. Ammiro e ammirerò sempre in voi uno di quei nostri martiri che primi, mentre la patria dormiva e l'idea Nazionale era sogno di pochi, rappresentaste nobilmente allo Spielberg l'antica protesta del Diritto Italiano contro la forza brutale; ma mi geme l'animo in vedervi, or che la Patria si è desta, or che l'Idea Nazionale è fremito di tutto un popolo, trascinarvi miseramente dietro a un fantasma di forza, rinegare, pur balbettandone il nome, la coscienza della Nazione, e protestare, con una ostinazione che non ha scusa, il Dritto Italiano a' piedi d'un re tentennante che guarda altrove e di pochi ministri inetti, diseredati di ogni grande concetto, che si giovano di voi a logorare d'illusione in illusione la fede operosa di quei che vorrebbero far salva davvero l'Italia.

Ricordo gli anni nei quali noi, giovanotti allora, tendevamo, palpitanti di riverenza e d'amore, l'orecchio a ogni voce che movea dal luogo ove sorgevano le vostre prigioni, come s'essa dovesse recarci un messaggio di fede. Lo Spielberg era per noi il Golgota dell'Italia e voi eravate gli apostoli perseguitati, confessori d'una religione nazionale nascente, destinata a ritemprare una gente caduta in fondo per idolatria d'interessi, e risollevarla all'adorazione dei principî, del Vero eterno, del Dritto immortale. Ah! dovea tanta espansione d'affetti, tanto entusiasmo d'anime pure e fidenti, condurci a vedere il nostro Pellico morire della morte dell'anima prima che di quella del corpo, e a udir voi, Giorgio Pallavicino, gridare all'Italia l'atea parola: prostrati a un re, adora l'idolo dell'interesse dinastico, o rimanti schiava!

Io non so chi suoni quel noi frequente nelle vostre pagine del 15 ottobre[113]. Parlate, accettate, in nome degli uomini che si dicono di parte regia? È il vostro ultimatum una risposta collettiva alle nostre conciliatrici proposte? Sale dell'anonimo ex-prigioniero di Stato, al quale io accennava pochi dì innanzi, fino all'aule nelle quali, in nome d'Italia, si patteggia coll'impianto d'una dinastia straniera nel Sud? Veggo, in cima allo scritto vostro, le parole: Partito Nazionale Italiano. Quelle parole, usurpate a noi, come s'usurpa una parola d'ordine a cacciare scompiglio in un campo, e poste oggi in capo a scritti, che sembra abbiano assunto di travolgere nel ridicolo la causa italiana, furono usate nel senso regio, prima che da altri, da Daniele Manin. Assente egli al vostro dilemma? l'altero se no no, che suonava naturalmente: liberi con voi o senza voi, si tramuterebbe oggi dunque nella formola servile: liberi per opera vostra o schiavi? Gioverebbe saperlo. Gioverebbe sapere se, mentre gli stranieri s'agitano per noi col grido l'Italia per gl'Italiani, gli uomini della Monarchia piemontese hanno core di presentare ai loro fratelli il programma: o nostri o dell'Austria. Se mai ciò fosse—se mai le imprudenti parole: noi respingiamo la bandiera neutra, giudicando la conciliazione impossibile, fossero le parole, non d'uno o di pochi individui, ma d'un intero Partito—quel Partito diventerebbe immediatamente setta, fazione. Chiunque ha core in Italia e senso di dignità si leverebbe per dirgli: «O non sorgeremo o sorgeremo per essere liberi e padroni di noi; possiamo donarci, non soggiacere a condizioni prescritte.» E a noi, uomini non di re ma della Nazione, non rimarrebbe che spiegare esclusivamente la vecchia nostra bandiera, e dirvi: Noi accettiamo l'arbitrio del paese, non quello d'una frazione: se respingete ogni conciliazione, se rovesciate l'altare della sovranità nazionale, noi ci riconcentreremo alla nostra fede individuale e grideremo Repubblica.

No; non è. Voi non siete interprete d'un partito. Le aspirazioni degli uomini di parte monarchica non vanno tant'oltre. Essi non si arretrerebbero di certo davanti a una violazione della libertà nazionale; taluno fra i vostri lo diceva, ingenuamente immorale, poc'anzi: «vinciamo; poi imporremo»[114]. Ma non osano. Il pensiero della unità nazionale è troppo grande per essi: sanno che la corona d'Italia schiaccerebbe le auguste fronti dei nostri principi. Gli illusi patrioti li tentarono tutti, ad uno ad uno, nell'ultimo mezzo secolo, respinti da tutti; il più tristo rispose alla proposta col patibolo di Ciro Menotti: il più debole, Carlo Alberto, colla diserzione al campo nemico. Non si crea una nazione se non da chi l'ama: bisogna venerarne il concetto, incarnarlo in sè, consecrargli la vita, fremere, vegliar le notti, affrontar l'insulto, patire, fare per esso: i re non amano; hanno talora un'ambizione volgare, un interesse—voi stesso lo dite—a guida; e non possono levarsi all'ideale della creazione d'un Popolo. Poveri d'intelletto, corrotti dai godimenti del presente, immiseriti dall'adulazione servile che li circonda, non hanno nè possono avere intuizione dell'avvenire. Legati da vincoli di trattati, di parentela, di tradizioni dinastiche, tra la minaccia della diplomazia collettiva e quella dei popoli, ai quali ogni passo salito rivela un nuovo orizzonte di verità fatale alla monarchia, tremanti dell'una e degli altri, essi non porranno mai a rischio la loro piccola corona dell'oggi per la speranza di conquistarne una maggiore domani. E gli uomini di parte monarchica conoscono i loro padroni, nè s'attentano, nei loro disegni, di là dai confini voluti. Quei disegni non hanno varcato mai, non varcano in oggi, una timida, lontana, incerta speranza di un limitato ingrandimento territoriale, e non da conquistarsi coll'audace iniziativa dell'armi, ma da procacciarsi, quando noi popolo sorgessimo, dalle potenze occidentali, in ricompensa di pericoli più gravi rimossi, e patteggiando con Murat, coll'uomo del 2 dicembre, con qualunque possa ajutarli all'intento.

La parola Unità è bandita, nei conciliaboli, come sovvertitrice dell'ordine europeo, derisa come utopia ineseguibile d'uomini insani e pericolosi. Lo avversarla è patto giurato di gabinetto, e prezzo d'una promessa di protezione straniera all'inviolabilità dei dominî attuali. Il grido che voi proponete apparirebbe suggerimento, provocazione piemontese ai gabinetti proteggitori: essi minaccerebbero ritrarsi; però, i vostri, che non osano, nè sanno, nè possono combattere senza quell'ajuto, rifiutano l'intento, l'una Italia che voi proponete. Essi—da alcuni individui in fuori—parlano dell'Alta Italia, non d'altro. E quel regno sognato non abbraccia neppure tutto il Lombardo-Veneto: i loro progetti, se mai potessero verificarsi, sommano a sprecare onore, sostanze, vite italiane, per fondar quattro Italie, una francese, una austriaca, una papale, una sarda; e le quattro ne trascinano inevitabilmente una quinta, la siciliana, dacchè l'Inghilterra non consentirà mai la Sicilia a un prefetto di Francia. O voi ignorate queste intenzioni e siete cieco, passeggiate coi bambini nel limbo: o voi lo sapete—e allora, perchè illudete i vostri concittadini? perchè li persuadete a sperare in intenzioni che il governo liberatore non ha? perchè v'intitolate Partito Nazionale? perchè dite noi?

Voi non lo ignorate. Voi sapete che l'Idea dell'Unità Italiana, senza la quale la Patria è nome vuoto di senso, non entra nei disegni della monarchia piemontese. Voi volete—sono vostre parole—allettare, sforzare all'uopo il monarca. Possibile! È la causa d'Italia caduta così in fondo, che noi dobbiamo, non accogliere, ma mendicare un padrone? Che? far dipendere da un egoismo allettato la creazione di un Popolo? sforzare un re ad esser grande? voi lo sforzerete a tradirci. Il monarca allettato si ritrarrà davanti al primo ostacolo grave che lo minaccerà sulla via; e quando noi vorremo costringerlo a inoltrare, ci tradirà. Così fece Pio IX; così il re di Napoli; così, per colpa propria o di chicchessia, la monarchia piemontese nel 1848. Non ci costringete perdio, a rimescolar quella storia di vergogna e di sangue.

Se Dio potesse mai oggi mandare nel core d'un re il grande pensiero di farsi liberatore e unificatore della propria Nazione—se il POPOLO non fosse, per decreto di Provvidenza e logico sviluppo di sintesi storica, l'unico re possibile dell'avvenire—quel re porrebbe da un lato, disposto a perderla, la povera sua corona, e snudando la spada e cacciandola attraverso la rete di vecchî iniqui trattati, che gli contendono libertà d'opere, griderebbe ai milioni che lo circondano: ecco: io non sono monarca, ma primo soldato e primo cittadino d'Italia. Noi dobbiamo cancellare insieme un'onta di secoli, insieme conquistare il Diritto di reggerci liberi a unità di Nazione. Serratevi intorno a me, però ch'io mi sento deciso a vincere o cadere con voi. Quel re, vincendo, non avrebbe forse il misero vanto di fondar dinastia; pur di certo ei sarebbe, monarca, preside o dittatore, l'Eletto del Popolo. Ma un re sforzato? un re allettato dall'offerta d'una più ricca corona?

Da un re sforzato voi avreste, presto o tardi, il 15 maggio.

Da un re allettato avreste promesse splendide in sulle prime; poi, per forza di cose, titubanza, come di chi procede, non per impulso proprio, ma per altrui—scelta di capi avversi o ineguali all'impresa, comandati dalle tradizioni aristocratiche di ogni monarchia—limitazione dei disegni di guerra fin dove imporrebbero le monarchie sperate amiche o non nemiche—sospetto d'ogni elemento non interamente dipendente dall'inspirazione monarchica—rifiuto di tutti gli ajuti che tendono a dar, coll'azione, coscienza al popolo della propria forza e dei proprî diritti—prostrazione d'ogni entusiasmo nelle moltitudini, che sole assicurano vittoria ad ogni guerra nazionale—isolamento dell'elemento regolare, inferiore per cifra al nemico—indietreggiamento e tendenza ad accogliere patti disonorevoli e contrarî al primo programma—malcontento del popolo rieccitato—inganni a sopirlo—capitolazioni vergognose—e Novara.

È legge di cose, e voi non potete sfuggirla. Sforzando o allettando, voi preparate al paese la terza rovina, la seconda Novara.

Io vi predissi la prima; ed or vi predirei la seconda: ma non oserete. Voi siete, o monarchici, diseredati d'iniziativa. Nessuno agirà primo in Italia se noi non agiamo. E se, a Dio piacendo e all'Italia, operiamo, respingeremo la vostra esclusiva, tirannica, intollerante bandiera.

La respingeremo, perchè prefiggere anzi tratto un capo a una Insurrezione Nazionale, e darne le sorti al caso, è tutt'uno. I capi delle insurrezioni escono dalle insurrezioni medesime; e allora soltanto possono incarnarne in sè il concetto e l'audacia.

La respingeremo, perchè prefiggere a una Insurrezione Nazionale un re, è lo stesso che condannarla a tutte le tradizioni, necessità, esitazioni, transazioni, inerenti a una guerra regia, fatali inevitabilmente al successo. Dando la condotta d'una insurrezione al principio monarchico, voi affidate lo sviluppo d'una rivoluzione al principio dell'ordine stabilito: e quanto al re guidatore, voi lo ponete nel bivio o di segnare egli stesso gli ultimi fati della dinastia, o di tradire. Non è un solo tra voi che non abbia scritto o detto, l'avvenire dell'Italia libera essere la Repubblica.

La respingeremo, perchè da Vittorio Emanuele non abbiamo pegno alcuno di genio, di devozione all'Italia, di audacia pari all'impresa, di ferrea costanza e di preconcetto disegno. Sappiamo ch'egli trovò lo Statuto legge del regno, che lo accettò, e che non potrebbe, se anche ei volesse, ritorlo. Sappiamo che i ministri, nei quali ei fida, rifiutano, come utopia non verificabile, l'Unità dell'Italia, ne perseguitano i promotori, e accettano, taluni almeno, la vergognosa, funesta influenza imperiale di Francia, al mezzodì dell'Italia.

La respingeremo perchè tutti i municipalismi, che voi Pallavicino enumerate nel vostro scritto presti a confondersi nella grande libera espressione della Volontà Nazionale, riarderebbero, minacciosi, il giorno in cui volessimo cancellarli sotto il dominio imposto d'un re, domandato ad una o ad altra provincia.

La respingeremo, perchè siamo Repubblicani, e se accettiamo, più riverenti che voi non siete al paese, il voto della Nazione, quando anche avverso alle nostre credenze, non vogliamo soggiacere all'arbitrio d'una frazione impercettibile del Partito.

E la respingeremo, perchè è parola—non di codardi: avete provato che voi nol siete—ma codarda, il dire ad un popolo, che deve e vuole farsi libero: da un individuo pende la tua salute; devi acclamarlo o non insorgere. Un popolo, che accettasse questa formola salvatrice, non merita d'essere libero, e nol sarà.

A questo popolo, grande anche nella sventura—a questo popolo, che gl'istinti europei additano come depositario dei fati delle nazioni oppresse—è tempo, parmi, di tenere linguaggio diverso e più degno. Questo popolo balzò gigante dal fango d'un doppio servaggio, sei anni addietro, commosso da una parola di Nazione e di Libertà, che noi gli avevamo proferita, santificata dal sangue dei nostri martiri. Non chiese un re, ma una Patria; non mendicò, a patto di concessioni servili, promessa di battaglioni ordinati, ma disse a sè stesso: sono italiani e li avrò. Grande a un tratto per un senso di dovere comune, per un lampo di fede che avea solcato subitamente la tenebra in cui giacea, s'inebriò della vista d'una bandiera, sulla quale non era scudo di Savoja, nè altro, fuorchè l'iride dei bei tre colori, si levò a battaglia e vinse, e trascinò dietro a sè i battaglioni ordinati. Poi, prevalsero funesti consigli. Voci d'uomini, taluni tristi, altri illusi, e inetti tutti, e incapaci d'intendere qual tesoro di forze si chiuda in un popolo e in un principio, gli susurrarono di re, di centomila soldati, di liberatori allettati o sforzati. E il moto diventò, di nazionale, dinastico; e all'impeto d'amore sovrumano, che avea convertito una gente schiava e divisa in un popolo di fratelli, sottentrò la diffidenza; poi la discordia e lo sconforto e l'isolamento e l'inganno e la rotta dei battaglioni ordinati; e la tenebra si raddensò sull'Italia: e il popolo ridiscese nella sua prigione ad espiarvi la colpa d'essersi lasciato sedurre ad abbandonare il principio, che gli aveva dato forza e virtù. Allora, i delusi profughi giuravano, giuravano a noi, ch'erano rinsaviti per sempre, che nessuna illusione, nessun sofisma li avrebbe mai più sviati d'un passo dalla bandiera della Nazione. Ora, immemori, incorreggibili, copisti meschini d'un passato che dovrebbe farli arrossire, ridicono al popolo, ridesto al fremito e conscio che l'espiazione è compita, gli errori, i sofismi e le codardie d'otto anni addietro. Io ricordo ogni linea di quella tristissima storia, e grido agli Italiani: «Badate! Guai se porgete orecchio a quei detti! Ricordate il 15 maggio; ricordate Milano; ricordate Novara. I consigli ch'oggi vi danno, sono gli stessi che v'hanno perduti pochi anni addietro; gli uomini che osano darveli sono gli stessi che vi travolsero allora. Non siate, per Dio, popolo di fanciulli! Quegli uomini vi parlano di battaglioni che non hanno, di cannoni che non s'allontaneranno d'un palmo dalle fortezze o dagli arsenali ove giaciono, di re collegati con chi rifiuta l'Unità della vostra terra. Di fantasma in fantasma, di sogno in sogno, servi ciechi e inconsapevoli di un inganno tessuto a frenarvi, essi vi trascinano fin dove comincia il disonore, ch'è la morte dei popoli. E se anche la monarchia, ch'essi presumono imporvi, potesse mai—e nol può—scendere sull'arena prima, essa si varrebbe del vostro moto per ottenere, colla minaccia di peggio, una zona del vostro terreno, e abbandonerebbe, voi tutti quanti non siete compresi in quella zona, alle vendette d'un nemico irritato. Essi vi dicono, come a gente spregevole che non può vivere senza padrone: gridatevi un re o non sorgete; io vi dico: sorgete liberi padroni di voi: darvi senza patti è parte di schiavi. Sorgete in nome dell'eterno Diritto: abbiate, incarnate in voi, la coscienza di quel Diritto: senza quella, non isperate d'essere liberi mai. Voi siete giganti di forza, purchè vogliate esserlo di volontà. Ma se volete essere Nazione—se volete dai popoli d'Europa che studiano i vostri moti, non pietà, ma onore e ajuto fraterno, v'è d'uopo rompere oggimai quel cerchio di menzogne, di piccoli calcoli, d'espedienti immorali o fallaci, che le piccole menti, i politici della giornata, e le scimmie di Machiavelli, v'hanno steso attorno; v'è d'uopo riconsacrarvi a dignità, a riverenza pei santi nomi d'Italia e di Roma, colla memoria della grandezza passata, colla fede nella grandezza avvenire; v'è d'uopo di purificare la Bandiera Nazionale di tutto questo fango d'anticamere e cancellerie, che gli adoratori degli idoli v'hanno cacciato sopra. Voi non dovete adorare altro Dio che Dio, e il Popolo sulla terra. Posate, finchè non v'è dato di sorgere come leoni. Sorgete, venuta l'ora, potenti e subiti come le nostre tempeste. Colpite siccome fulmine. Decisi, volenti, avrete dalla Nazione i battaglioni e i cannoni, che oggi mendichereste invano da un re.»

A voi, Giorgio Pallavicino, ed ai vostri, io dirò: se invece d'ostinarvi a fondare un Partito Nazionale senza la Nazione, e ad evangelizzare una guerra regia senza re e senza esercito, dacchè l'insurrezione sola può darveli, vi adopraste colla tacita opera concorde, colla parola, e col sacrificio di parte dei vostri mezzi, a spianare le vie difficili alla Insurrezione—se, invece di gettare nel nostro campo una nuova semenza di discordia e di riazione coll'intolleranza, abbracciaste con noi la bandiera, non d'un governo locale, ma della Patria comune, e ve ne faceste apostolo instancabile tra i vostri amici—se voi, Manin, Cattaneo, Montanelli, Ulloa, Sirtori, Tommaseo, Garibaldi, e altri uomini cari pel passato all'Italia, firmaste con noi, pegno d'unità di voleri e di riverenza collettiva alla Sovranità del Popolo Italiano, una chiamata simile a questa che io ho scritto qui sopra—voi sareste di certo più giovevoli alla vostra Patria che non siete oggi, stampando foglietti in nome d'un Partito invisibile, che manda il Papa a Gerusalemme e commette la Dittatura a una ipotesi di liberatore. E noi potremmo salutare i vostri anni cadenti colla stessa amorevole riverenza, che avviava i nostri pensieri allo Spielberg, quando voi eravate protesta vivente, fra i ceppi, per l'Italia contro le tirannidi che l'opprimono, senz'altra fede che nel Dio di Giustizia e nella Nazione predestinata a risorgere. Io, se mi è dato di vedere il giorno di resurrezione, ricorderò al popolo quella protesta, perchè sperda fin la memoria degli errori nei quali, per una funesta illusione, vi lasciaste più dopo travolgere.

Ottobre, 25.

Giuseppe Mazzini


RICORDI SU CARLO PISACANE

Un giorno in Roma, nel 1849, mentr'io era ancora semplice rappresentante del popolo e senza parte nella suprema direzione delle cose, saliva a vedermi un giovane ufficiale napoletano. Era Carlo Pisacane. Mi si presentava senza commendatizie; m'era ignoto di nome e, bench'io ricordassi di averlo alla sfuggita veduto un anno prima fra quel turbinìo d'esuli che la dedizione regia rovesciava da Milano e da tutti i punti di Lombardia sul Canton Ticino, io non sapeva nè gli studî teorici e pratici, nè la ferita di palla austriaca che lo aveva tenuto per trenta giorni inchiodato in un letto, nè i principî politici serbati inconcussi attraverso l'esilio e la povertà, nè altro di lui. Ma bastò un'ora di colloquio perchè l'anime nostre s'affratellassero, e perch'io indovinassi in lui il tipo di ciò che dovrebb'essere il militare italiano, l'uomo nel quale la scienza, raccolta con lunghi studî ed amore, non aveva addormentato, creando il pedante, la potenza di intuizione e il genio, sì raro a trovarsi, dell'insurrezione. Da quel giorno in poi fummo amici e concordi nell'opere a pro del Paese.

La fronte e gli occhî di Carlo Pisacane parlavano a prima giunta per lui; la fronte rivelava l'ingegno, gli occhî scintillavano di energia, temperata di dolcezza e d'affetto. Traspariva dalla espressione del volto, dai moti rapidi, non risentiti, dal gesto nè avventato nè incerto, dall'insieme della persona, l'indole franca, leale, secura. Il sorriso frequente, singolarmente sereno, tradiva una onesta coscienza di sè e l'animo consapevole di una fede da non violarsi nè in vita nè in morte.

Era la Fede Italiana: la fede nella Patria avvenire, nell'Unità repubblicana d'Italia e nel Popolo per fondarla.

Fede, io dico, e non opinione: l'opinione nazionale è oggi universale in Italia: la fede rara tuttavia, fuorchè tra i popolani delle nostre città, nei quali riposano le migliori speranze d'Italia. L'opinione commossa dalle ingiustizie e dalle pazze ferocie che tuttodì si commettono dai nostri padroni in Italia, dal desiderio di sicurezza personale e di più largo sviluppo all'industria e ai guadagni, dalle condizioni migliori in che versano le nazioni più libere, crede che una Italia dovrebbe essere; la fede—convinta che noi tutti siam posti quaggiù per compiere quando che sia un intento comune; che l'associazione di tutte le nostre facoltà e forze per raggiungerlo è nostro dovere; che il dito di Dio ha segnato nei caratteri geografici, nelle lingue, nelle tradizioni delle diverse terre, la distinzione dei gruppi nei quali deve partirsi l'associazione universale—sa che una Italia sarà. L'opinione, vagante nella sfera del pensiero e presta a salutare e seguir l'azione da dove che venga, non sente il bisogno d'iniziarla e, rifuggendo dai pericoli che l'accompagnano, fa velo all'intelletto e trasforma volentieri le difficoltà in impossibilità: la fede anela alla azione, martirio o vittoria: sa che bisogna educare il Popolo a fare, e fare con esso. L'opinione diplomatizza, si prostra, sprezzando nel suo segreto, a qualunque potere le faccia sperare un milionesimo di libertà; insozzerebbe dello stemma turco la santa bandiera, se il sultano s'arrendesse a dire: innesterò sul mio dispotismo una frazioncella di miglioramento; la fede intende che non si rigenerano i Popoli con la menzogna; intende che le Nazioni non siano se non hanno coscienza del loro diritto, e chiama coll'esempio il Popolo a conquistarsi patria ed emancipazione col proprio sacrificio e col proprio sangue. L'opinione, piegando a seconda di tutti eventi, accoglie, come grado a salire, le costituzioni strappate ai principi nel 1821; rinnega la fratellanza Italiana coi Governi provvisorî del 1831; sostituisce alla bandiera nazionale la bandiera bianca dei moti di Rimini nel 1843; fantastica le tre, le quattro, le cinque Italie, coi Balbo, Azeglio, Durando; l'Italia del Nord con Gioberti, l'Italia Muratista, Papale, Piemontese con Cavour e gli eunuchi politici che gli fan codazzo:—la fede, logica, diritta, leale, non riconosce se non una Italia, una Sovranità, quella della Nazione, una guerra di tutti, in nome del diritto e dei principî che chiamano i Popoli ad esser padroni di sè, per procacciare vittoria e vita normale a tutti. L'opinione cede cogli anni, sfibrata dalle delusioni e dai patimenti inseparabili da ogni grande impresa; la fede si ritempra nei santi dolori, e splende, come il sole sulle nevi dell'Alpi, sulle fronti incanutite nell'apostolato e nei tentativi d'azione. L'opinione sta alla fede politica, come la filosofia alla religione. E religione, quali pur fossero le altre di lui credenze, era l'amor patrio di Pisacane: occupava in esso tutte le facoltà della vita, non illanguidiva per anni o per sventura, non s'addormentava nello sconforto, egoismo ammantato d'orgoglio, che oggi pur troppo sottrae tante anime, un dì generose, alla lotta. L'ultimo giorno in cui ci abbracciammo, gli lampeggiava sul volto quel sorriso di fede ignara del tempo, che mi strinse a lui nel primo nostro colloquio a Roma. Gli uomini dei quali io parlo tradiscono ne' stanchi lineamenti e ne' moti snervati il guasto che si è fatto, consumando il bollore del sangue giovanile nell'anima loro; li diresti reliquie galvanizzate di una vita spenta, fantasmi di un tempo che fu.

Erano giorni quelli nei quali gli affetti sgorgavano singolarmente rapidi e schietti fra i seguaci della bandiera. Non v'era menzogna tra noi; il vero sfavillava, sereno e limpido, dal simbolo che aveva sostituito Dio al papa, il Popolo all'aristocrazia di un clero incredulo, inetto, corrotto; e nella luce di quel vero l'anime buone si ravvisavano, imparavano a conoscersi ed amarsi più facilmente. Fra noi non era diplomazia. Quando il nome d'Italia suonava sulle nostre labbra, volea dire Italia davvero; non una Italia del Centro o del Nord. Quando dicevamo libertà, intendevamo libertà vera e per tutti, non una libertà di pochi, e salvi i diritti d'una dinastia e de' suoi faccendieri. Roma era convegno d'uomini viventi la vita piena, attiva, volente, che Dio ci assegnava creandoci, e che noi stessi dovevamo serbarci, non di liberti, di servi emancipati, che ne affidano la tutela ad un re e a un pugno di milizie assoldate da lui; tra i giorni sospettosi, dubbiosi, trepidi, di Milano dopo l'ingresso di Carlo Alberto e i giorni di Roma repubblicana, correva lo stesso divario che fra un'alba dei cieli sereni d'Italia e le fredde nebbie di Londra. Luciano Manara di monarchico si tramutava in repubblicano, e mi chiamava fratello; uomini imbevuti fino allora delle calunnie che ci chiamavano alleati dell'Austria, dopo un giorno trascorso in Roma, si ricredevano e venivano, accolti con amore, a dichiararcelo lietamente. Da poche vanità incorreggibili in fuori, vivevamo tutti nella patria e nell'avvenire, non nei proprî meschini rancori, nelle povere ambizioncelle di un'ora, o nei gretti sistemi architettati nel gabinetto. Era vita collettiva d'un Popolo trasformato dal subito apparirgli del vero tradotto in fatti, e d'uomini scelti liberamente a capi, che avevano fiducia in quel Popolo.

C'intendemmo rapidamente con Pisacane, e mi occupai di metterlo in luogo dov'ei potesse rivelare le potenti facoltà che gli fremevano dentro, e giovare alla causa d'Italia.

Gli uomini che circostanze straordinarie e necessità imprevedute avevano chiamato al sommo delle cose, avevano potuto far poco per un avvenire imminente: forse la coscienza d'un diritto moralmente innegabile e la purezza delle intenzioni li allettavano a sperare che non verrebbero assaliti mai. Il dicastero di guerra era singolarmente negletto: non ordini, non armi, non allestimento di un esercito nazionale. Io, Pisacane ed alcuni altri sentivamo il turbine che si addensava tacitamente da lungi. Sapevamo che la bandiera repubblicana non poteva sventolare dal Campidoglio senza diventare più o meno rapidamente bandiera d'Italia: come potevano gli eterni nemici della libertà delle Nazioni lasciarla in pace? E d'altra parte, a che la libertà in Roma, se non significava libertà dell'Italia intera? Il turpe spettacolo d'una forte provincia italiana, libera e in armi per dieci anni, tra il gemito di venti milioni di fratelli e l'insulto dello straniero, e nondimeno inerte e inutile, anzi dannosa per lunghe inadempite speranze, all'Italia, era privilegio serbato ai monarchici di Piemonte; i repubblicani da Roma guardavano alle Alpi. D'offesa o difesa, a seconda dei casi, la guerra era dunque inevitabile a ogni modo per noi. Il 19 marzo 1849 io proponeva all'Assemblea Romana di costituire una Commissione di guerra, composta di cinque individui, che si occupasse, dando conto ogni dieci giorni dei suoi lavori, d'apprestare armi, armati, ordinamenti e studî guerreschi. Richiesto di consiglio quanto a quei che dovessero comporla, indicai fra gli altri Pisacane. Ed egli fu l'anima della Commissione e l'inspiratore de' suoi lavori. Se le di lui cure attive non avessero apprestato i materiali alla difesa, i generosi propositi di Roma sarebbero forse stati strozzati in sul nascere.

Il piccolo esercito romano era male ordinato: gli ufficî degli elementi diversi che lo componevano erano mal definiti; le paghe non erano eguali per tutti i corpi; non esisteva, se non di nome, stato-maggiore. E questo piccolo esercito era disseminato in piccoli distaccamenti attraverso lo Stato. Un lungo cordone, steso parallelamente alla frontiera napoletana, ne assorbiva la maggior parte. L'idea di proteggere uno Stato con una forza smembrata in piccoli nuclei posti a difesa d'ogni punto esposto ad assalto era militarmente falsa. Gli Stati si difendono non sul confine, bensì col concentramento delle forze ordinate sui punti strategici interni. Ma il sistema contrario era suggerito e appoggiato da tutte le paure locali: ogni paesetto della frontiera fantasticava difesa, purchè avesse un gomitolo di milizia regolare collocato sul proprio terreno: ed io solo ricordo la tempesta di opposizioni, lagnanze e deputazioni provinciali, che mi fu forza affrontare quand'io e i miei colleghi decretammo il riconcentramento di tutte le truppe sui due campi di Bologna e di Terni. Quel riconcentramento, avversato da presidi, deputati e cittadini delle terre poste lungo il confine, sostenuto con ostinazione pari al convincimento da Pisacane e da me, fu cagione che noi potessimo, al primo apparire dei Francesi, raccogliere in Roma le forze.

L'unità dell'esercito, l'abolizione in esso di ogni privilegio e disuguaglianza, il miglioramento degli elementi direttivi, il concentramento su punti che gli assicurassero in un momento dato l'iniziativa, furono opera in gran parte di Pisacane. E quei che sentono quanto l'onore raccolto nel 1849 dalle armi italiane in Roma debba fruttare nell'avvenire all'unità della patria comune, gli serberanno lunga ed amorosa riconoscenza.

Ricordo le ore notturne che passavamo sulla carta d'Italia, parlando dell'ultimo fine che la Repubblica Romana doveva proporsi; della guerra della nazione; dei modi coi quali avremmo potuto iniziarla; dei disegni che avrebbero dovuto presiedere al vibrarsi dei primi colpi. Parevami che in lui il concetto della guerra insurrezionale vivesse limpido, logico, rapido più che in qualunque altro da me interrogato; e gli studî da lui pubblicati intorno alla malaugurata campagna del 1848 lo riveleranno a chi vorrà leggerli attentamente. Ma quando, ad esplorare l'animo suo, io gli chiedeva chi guiderebbe militarmente, ei m'additava, senza pensiero di sè, un suo commilitone, allora colonnello, nel quale infatti ebbi campo a riconoscere doti singolari, e concetto altamente strategico della guerra nazionale, oscurato in oggi miseramente da progetti colpevoli di monarchismo straniero. Pisacane aveva, come dissi più sopra, giusta coscienza di sè, non ombra di ambizione o di vanità.

Il 29 marzo 1849, dopo la rotta di Novara, fummo eletti triumviri, io, Saffi e Armellini. Ci affrettammo a porre in atto le principali tra le idee maturate coll'amico. Un decreto del 16 aprile dichiarava che l'esercito romano raggiungerebbe la cifra di 45 000 uomini ed 80 cannoni, più due batterie di montagna. Se ci fosse stato dato tempo sino al finire di maggio, Carlo Pisacane sarebbe forse caduto, ma col sorriso della vittoria sul volto, appiè dell'Alpi Lombarde, non a Padula per mano di fratelli, e senza conforto di vicina speranza per la patria giacente.

Gli eterni nemici della Nazionalità Italiana sentivano intanto il pericolo, e determinarono di prevenirlo. La morte della Repubblica Romana fu decretata nei conciliaboli di Gaeta. Importava che il principio repubblicano apparisse disonorato in Europa; e la Francia, allora repubblicana di nome, fu scelta a vibrare il primo colpo. La Francia accettò. Il 24 aprile fummo assaliti dalle armi francesi codardamente e sotto colore di proteggerci contro l'invasione austriaca, in Civitavecchia. La subita occupazione di Civitavecchia ci tolse 4000 fucili, che avevamo comprato a denaro dal Governo di Francia, un battaglione di bersaglieri, ingannato prima, poi disarmato, e tra sei mila soldati lombardi che s'apprestavano a ricongiungersi sotto le nostre aquile, e ai quali il naviglio francese vietava il mare. Nondimeno l'onore della Nazione, la necessità di provare con fatti che il Paese, fatto segno di sozze calunnie da tutta la diplomazia straniera, voleva davvero ed unanime le libere instituzioni proclamate in febbrajo, l'immensa forza che una splendida difesa in Roma doveva procacciare alla futura Unità Nazionale, comandavano resistenza ad ogni costo; e decidevamo resistere. Pisacane fu scelto a capo dello stato maggiore; nessuno de' suoi colleghi certo mi smentirà, s'io qui dico che, condannati pur troppo a pentirci di parecchie scelte suggerite da circostanze insuperabili o dalla poca conoscenza degli elementi individuali coi quali ci trovavamo per la prima volta a contatto, sceglieremmo oggi di nuovo l'aulico, s'ei vivesse, a quello o a più alto incarico, senza timore d'illuderci.

Per me egli non era solamente il capo dello stato maggiore, esecutore rapido e diligente delle intenzioni del generale in capo e delle nostre; era l'ufficiale nato per la guerra d'insurrezione, dotato di quella potenza d'iniziativa che trova la vittoria dove il nemico, fidando nella scienza tradizionale, non prevede l'assalto, ed al quale io potevo affacciare i più arditi consigli, securo ch'ei non li avrebbe respinti unicamente perchè in apparenza contrarî alle così dette regole dell'arte bellica. E da lui solo ebbi approvazione ed appoggio—mentr'altri, in nome di quelle regole, protestava—in due di quelle determinazioni che sembrano gravi di pericoli agli ingegni timidi e pedanteschi, e trascinano, se non riescono, biasimo universale sulla testa di chi le prende. La prima fu quella di vuotar Roma d'ogni milizia per inviarle tutte contro l'esercito Napoletano accampato in Velletri e dintorni; la seconda, quella di convertire, verso la fine dell'assedio, la difesa regolare in una giornata campale.

I Francesi stavano, quando il nostro piccolo esercito mosse alla volta di Velletri, appiè delle mura. V'era armistizio, ma a tempo indeterminato; ed io sapeva che Oudinot era tale da romperlo e ordinare l'assalto, qualunque volta ei vedesse l'occasione propizia a impadronirsi di Roma. Togliendo a Roma ogni difesa di milizia regolare, io avventurava dunque i fati della città; e ricordo ancora i giusti terrori e i rimproveri di parecchî tra i membri dell'Assemblea, i quali, vedendo reggimento dopo reggimento avviarsi fuori della cinta, correvano sospettosi a chiedermi ragione degli ordini dati. Ma d'altro lato, i Napoletani erano giunti senza ostacolo ad Albano e Velletri, e minacciavano Roma; ed io sapeva che le istruzioni date al generale francese gli commettevano di vietare l'ingresso in Roma ad ogni altro straniero. L'assalire dei Napoletani trascinava quindi inevitabile la subita rottura dell'incerta tregua; e, stretta fra due nemici operanti ad un tratto, Roma era inevitabilmente perduta. Bisognava dunque scegliere tra un pericolo, al quale potevamo in ogni modo opporre una difesa di popolo, ed una certezza di rovina. Bisognava liberarsi per sempre dai Napoletani per poter poi concentrare tutte le forze a sostenere l'urto dell'altro nemico. E bisognava, ad accertare la rotta dei Napoletani, cacciar loro addosso quante forze avevamo: il dimezzarle non avrebbe raggiunto lo scopo, nè salvato Roma. Forte dell'approvazione di Pisacane, m'avventurai. E il disegno riescì; riusciva ben altrimenti se l'incauto ardire del corpo di battaglia, guidato dal generale Garibaldi, non mutava in un assalto a Velletri le istruzioni date, che erano quelle di raggiungere con una contromarcia Cisterna, e troncare le comunicazioni e la via della fuga al nemico.

Più dopo, quando i Francesi stavano per aprir la breccia, e le cose alloramai disperate di Francia e l'inerte silenzio di tutta Italia non lasciavano alcuna via di salute visibile, pensai si dovesse convertire l'assedio in una battaglia. La disfatta avrebbe senz'altro accelerato il cadere di Roma; ma una decisiva vittoria ci avrebbe ridato due mesi forse di vita; e ad ogni modo il fatto splendido per sè e audacissimo, in chi era ridotto agli estremi, avrebbe coronato Roma di nuovo lustro, prezioso, come dissi e sentivo profondamente, per l'avvenire davanti all'Italia. Apersi il mio pensiero a Pisacane ed ei lo accolse lodandolo, e lo tradusse in un disegno pratico che gli dava, s'altri non lo rimutava poco prima dell'esecuzione, tutte le possibili probabilità di trionfo. Il disegno fu descritto da Pisacane medesimo in una Relazione storica, ch'egli inserì, nel 1849, in un fascicolo dell'Italia del Popolo, pubblicato in Losanna; e lo ricopio, perchè rivela singolarmente, parmi, la tempra dell'ingegno militare di Pisacane.

«I monti delle Cave della Creta sono risentite ondulazioni di terreno, comprese fra la strada di Tiradiavoli, che parte da Porta San Pancrazio, costeggia Villa Pamfili e, svolgendo verso destra, conduce al canale di Pio V, e l'altra che, movendo da Porta Cavalleggieri, rasenta le mura Vaticane, passa per la Madonna del Riposo, e curvandosi a sinistra, si unisce alla precedente.

«Queste due strade formano quasi un triangolo mistilineo, la cui base si estende lungo la cinta di Roma, compresa fra le due parti nominate; e su questa base è un terreno intricato da casette e giardini, facilissimo a difendersi palmo a palmo. Il rimanente del terreno, compreso nell'area del triangolo, è sgombro affatto, e vantaggioso a ogni truppa che marciasse all'assalto di Villa Pamfili.

«L'esercito Romano fu diviso in 5 brigate.

«La prima doveva uscire da Porta Cavalleggieri, prendere per punto di direzione il Canale di Pio V, e portarsi a ridosso di Villa Pamfili, cercando penetrarvi.

«Tre brigate l'avrebbero seguita a giusta distanza; ma, giunte alla svolta, propriamente all'altura dell'angolo di Villa Pamfili, dovevano far alto e porsi per massa in battaglia, parallelamente e di fronte alla strada dei Tiradiavoli, dalla quale erano separati dai monti della Creta; quindi, cominciando il movimento dalla diritta, marciare in iscaglioni per assalire la detta Villa, non dovendo percorrere che uno spazio di circa 1200 metri. L'artiglieria doveva prendere posizione sopra una delle più vantaggiose elevazioni; e la quinta brigata, marciando lungo la base del triangolo, avrebbe occupato tutte le casette e giardini sgombri affatto dal nemico, assicurando la sinistra della linea. Guadagnata Villa Pamfili, era girata la prima parallela, e per conseguenza tutti i lavori sarebbero stati presi da rovescio, e con tale manovra si poteva anche accollare al fiume il campo nemico.

«La marcia doveva principiare due ore prima del giorno... Tutto era pronto e non restava che spedire gli ordini.»

Del come l'operazione fosse strozzata in sul nascere, non importa qui favellare: chi vuole può rintracciarlo nel lavoro sopra citato, Fascicolo VI dell'Italia del Popolo.

Roma cadde; infamia eterna all'assalitore; ai Governi che, intitolandosi pure Italiani, non protestarono allora, nè protestano oggi, contro l'oltraggio straniero; e agli ipocriti per codardia, che inalzano un guaito di servi contro chi tenta frapporsi tra l'oppressore e gli oppressi, mentre taciono davanti all'assassinio, che ancor dura, d'un popolo. Roselli, generale in capo dell'armi repubblicane e uomo degno di tempi migliori, diede, protestando, la sua dimissione e quella di pressochè tutti gli ufficiali del piccolo esercito; Pisacane la diede con essi, e ripigliò le vie dell'esilio.

Ci ricongiungemmo a Losanna dove io lo vedeva ogni giorno, sereno, sorridente nella povertà, com'io l'aveva veduto in mezzo ai pericoli. Fondai allora l'Italia del Popolo, raccolta periodica di scritti politici; ed egli v'inserì uno scritto sulla Guerra Italiana; alcuni Pensieri, notevolissimi, sulla Scienza della guerra; una eccellente Relazione storica delle operazioni militari eseguite dalla Repubblica Romana; una serie di Osservazioni sulla Relazione scritta dal generale Bava della Campagna di Lombardia:—lavori che dovrebbero raccogliersi in un volume[115]. Poi, spronato dalla necessità d'una occupazione utile, impossibile nella Svizzera, partì per Londra, dove visse otto mesi, ajutandosi di qualche lezione di lingua; quindi ripartì per l'Italia, dove io lo rividi nel 1857.

In questa sua vita errante, egli aveva un conforto. La maledizione del vae soli non si adempiva per lui. Unico raggio ai giorni di chi cerca patria e non l'ha, gli era compagno un amore nato fino dal 1830; infelice, pur costante per diciassette anni; ricambiato apertamente e con rara e lieta fedeltà dopo quel tempo e sino agli ultimi giorni. Dal 1847 in poi, la donna del suo core lo seguiva e gli accarezzava della suprema carezza l'incerta vita. È storia d'amore questa che rivelerebbe, s'io la raccontassi, come all'indomita energia, di ch'ei fece prova, s'accoppiassero in Pisacane una potenza singolare d'affetto e un sentire delicato, raro a trovarsi, e che onorerebbe ad un tempo l'anima sua. Ma non mi sento il diritto di sollevar quel velo che parmi debba quasi sempre lasciarsi sospeso tra i più e il santuario delle vita individuale. Dirò soltanto che quell'amore, mercè le nobili aspirazioni della donna, non infiacchì mai l'anima dell'amico, non si trovò mai a contrasto coll'adempimento de' suoi doveri, e gli accrebbe forza a lietamente compirli. Fu l'amore delle epoche di credenza, l'amore che ritempra l'animo a grandi cose, e tradizionale, più che altrove, in Italia, prima che noi ci facessimo, come nell'ultimo mezzo secolo, imitatori servili—salve le eccezioni—delle idee e delle foggie straniere.

Da Genova, dov'ei rimase per due anni celatamente, poi tollerato, ei mantenne corrispondenza con me; corrispondenza liberamente fraterna, come dovrebbe correre fra uomini che sentono la propria dignità, e onorano anzi tutto il Vero, ma intendono la suprema necessità d'unità del Partito, e non si allontanano, per dissidî o vanità individuali, dal terreno comune, conquistato coll'opera di tutti. E noi dissentivamo su parecchî punti; sulle idee religiose, ch'ei non guardava—errore comune ai più—se non attraverso le credenze consunte e perciò tiranniche e corrotte dell'oggi; sul così detto socialismo, che riducevasi a una mera questione di parole, dacchè i sistemi esclusivi, assurdi, immorali delle sètte francesi erano ad uno ad uno da lui respinti; e sulla vasta idea sociale, fatta oggimai inseparabile in tutte le menti d'Europa dal moto politico, io andava forse più in là di lui; sopra una o due cose delle minori, spettanti all'ordinamento della futura milizia; e talora sul modo d'intendere l'obbligo che abbiamo tutti di serbar fede al Vero[116].

Ma il differire di tempo in tempo sui modi d'antiveder l'avvenire, non ci toglieva d'esser intesi sulle condizioni presenti e sulla scelta dei rimedî. Pisacane sapeva che tra le sue opinioni e le mie sarebbe sempre giudice supremo l'arbitrio della Nazione, alla cui Sovranità io avrei sempre piegato riverente il capo: io sapeva che ogni qualvolta avessi potuto additargli una via di libertà o d'onore al Paese, l'avrei trovato pronto a cacciarvisi. Però duravamo amici, benchè talora discordi. Se tutti sentissero a un modo come, sopra una terra oppressa e disonorata, davanti all'insulto perenne di chi ci nega Patria, libertà, dignità d'uomini e vita e bandiera ed ogni cosa ch'è santa e cara, il richiamarsi a piccole gare e lagnanze individuali, per giustificare l'isolamento e la inerzia, sia colpa a un tempo e meschinità, noi saremmo compatti come Legione, e concordemente operosi e potenti e liberi forse a quest'ora.

Pisacane credeva, com'io credo, nel dovere e nella potenza educatrice dell'Azione; credeva che dalle vittorie popolari del 1848-49 in poi non fosse più concesso, senza sofisma o innata viltà, ciarlare dei tempi immaturi, di popolo da educarsi. Quel popolo, ch'altri giudica senza curar di conoscerlo, ei lo aveva studiato e lo studiava dappresso, convivendo famigliarmente con esso e ajutandone l'ordinamento; e lo sapeva capace d'emancipare la propria terra, se guidato da capi che vogliano e sappiano. Credeva con me che una splendida vittoria basterebbe a risuscitarlo da un capo all'altro d'Italia; e non sentiva così bassamente della nostra terra da dichiararla diseredata d'iniziativa, e commetterne i fati a una vittoria straniera: vergogna senza nome, che alligna tuttavia in molto anime, e le accusa di servilità e di mentito o tiepido amore alla Patria. Pisacane non dimenticava che le insurrezioni d'Europa aveano, nel 1848, seguìto, non preceduto l'insurrezione della Sicilia; avea veduto i vecchî soldati Austriaci fuggire davanti ai giovani volontarî Lombardi, e le temute insegne francesi dar volta davanti ai militi improvvisati della Repubblica appiè delle mura di Roma. Ei raccoglieva insieme a me dall'attenzione di tutta Europa, or volta su noi, dai vincoli che inanellano tutte le cause nazionali, dai terrori, dalle cure gelose dei Governi risolutamente avversi, e dalle speranze ipocritamente date dai Governi codardamente ambiziosi, che qui, sul nostro terreno, premio del martirio generosamente affrontato per lunghi anni dai nostri migliori, sta oggimai la potenza iniziatrice delle battaglie nazionali. E ripeteva spesso a ogni modo con me che, o le nostre moltitudini non erano preparate alla lotta suprema, e bisognava educarle con forti fatti, o lo erano, e bisognava guidarle. A questo dilemma non abbiamo mai, nè egli nè io, trovato risposta chiara da quei che dissentono; ben egli ed io abbiamo incontrato sovente diserzioni mute e doloroso abbandono dove meno l'aspettavamo. Se non che vi sono uomini ai quali è impossibile tradire il proprio dovere perchè altri tradisce il suo: ed egli era tale. Però studiando, scrivendo, e vivendo con povertà lieta su qualche lezione di matematica, fissava l'occhio voglioso su qualunque angolo della Penisola rivelasse indizio di vita; tendeva intento l'orecchio, presto a seguirla, ad ogni chiamata.

E la chiamata venne da quella parte d'Italia dov'egli avea imparato a patire, a fare, ad amare: venne dalle insanie feroci di un Governo che un conservatore inglese definì una negazione di Dio; dalle torture dei migliori del Regno; dal cupo malcontento di tutti; da una serie di dimostrazioni, piccole in sè, pure indicanti una crescente tendenza al fare: dal tremendo appello d'Agesilao Milano; dal linguaggio dei moderati stessi, ai quali è da parecchî anni fatto famigliare il mal vezzo di bandire all'Europa il fremito del Paese per ottenere un brano di tiepida frase in un memorandum o in un discorso ministeriale, a patto di frammettersi con ogni sorta d'ostacoli agli audaci che s'affidano in quel fremito ed operano; venne dai nostri pure; or dirò in quali termini.

I nostri dissero: venite e faremo. Posero condizioni, alcune delle quali ci parvero inattendibili; altre esigevano mezzi ch'io sperava raccogliere e non raccolsi. Ma, al di sopra di ogni particolare, stava avverato per noi che i nostri—forti d'ardire, d'attività, d'elementi mal collocati tra un Governo insospettito e potente e la genìa moderata, avversa a ogni moto e ad ogni generoso concetto—avevano bisogno d'una scintilla che suscitasse a fermento le vaste moltitudini; e ci richiedevano d'applicarla, indicando il come. Esaminata la proposta, Pisacane l'approvò, e me ne scrisse, sollecitandomi, s'io pure approvassi, a recarmi ov'esso era. Esaminai, approvai: parvemi che le numerose difficoltà potessero vincersi; e, traversando Parigi e Lione, mi affrettai a recarmi in Genova.

Nessuno s'aspetta ch'io dica i concerti presi, i provvedimenti, gli ostacoli superati. Il fatto ha provato, credo, che anche sotto gli occhî di un Governo ostile, volendo si può; e noi volevamo, e volevano davvero gli uomini che ci secondavano. E quanto ai modi tenuti, ai preparativi fatti, perchè una prima vittoria fosse veramente la scintilla che dà moto all'incendio, è debito assoluto il silenzio. Ben devo alcune parole all'energia singolare di Pisacane e alla condotta dei nostri in Napoli. Delle accuse gittate contro a chi tenta da chi non fa, dopo fallito un disegno, nè io devo occuparmi, nè Pisacane, s'ei vivesse, si occuperebbe. Ma le accuse gittate alla spensierata, da chi non sa, contro quei che non fecero, son poscia invocate dai nemici come prova che il Paese, rimasto inerte, non vuole o non può, e giova ribatterle e togliere ai raggiratori il pretesto di cui si valgono a infondere lo scetticismo negli animi.

La spedizione in Ponza doveva aver luogo il 10 giugno. Un incidente, di quelli che niuno può prevedere o combattere, s'attraversò e distrusse tutto il nostro lavoro lo stesso giorno in cui doveva tradursi in atto. Avevamo intanto, poche ore prima, certi com'eravamo di mantener la promessa, avvertito i nostri del Regno che il battello partiva. Mancavano i mezzi per sollecite spiegazioni, e, più assai della perdita del materiale ed altro, temevamo gli effetti morali della delusione e i pericoli che il subito attivo prepararsi a seguire poteva moltiplicare sugli amici di Napoli. Partiva a quella volta un legno a vapore la stessa sera, e Pisacane determinò di portare egli stesso ai nostri la spiegazione dell'indugio e d'accertarsi a un tempo della realtà degli elementi sui quali si fondavano le nostre speranze. In due ore ei decise; fece tutti i preparativi opportuni, abbracciò la donna del suo cuore, che si mostrò in tutto degna di lui, e partì. Era determinazione per lui più grave dell'altra; era l'esporsi a tortura e a morte solitaria, senza difesa, non coll'armi in pugno e lottando. E nondimeno, chi lo vide in quelle ore avrebbe detto ch'ei s'avviava a diporto. Era tanta in lui la religione del Dovere, che la coscienza di compirlo bastava a infiorargli la via.

Partì, giunse, rimase tre giorni in Napoli e tornò dov'io era. Tornò lieto, convinto, anelante azione, e come chi sente, toccando la propria terra, raddoppiarsi in petto la vita. Gli balenava in volto una fede presaga di vittoria. I nostri non lo avevano ingannato; non gli avevano celato le gravi difficoltà che si attraversavano alla riscossa; avevano ripetuto che un indugio le avrebbe spianate. Ma, al di là delle objezioni pratiche, egli aveva veduto gli animi risoluti e vogliosi, il terreno disposto, il fremito dei popolani; ei sentiva che uno splendido fatto, un trionfo, sarebbero stati più assai potenti, che non protratti e pericolosi preparativi; e mi scongiurò di rifar la tela pel 25, giorno di partenza del Cagliari. Fui convinto, e diedi opera ai preparativi. Il tempo era breve, breve di tanto ch'io disperava quasi di condurli a termine. Ma il fervore dei nostri compagni di lavoro era tale che si riescì. Il 25 ei partiva. Genova doveva seguire, farsi padrona di sè e de' suoi materiali da guerra, consecrarsi ad afforzar l'impresa in Napoli, operare come riserva e chiamare coll'esempio alla crociata italiana il Nord e parte del Centro. Io rimasi a dirigere il moto. Genova, che nessuno oggimai può rapire alla causa della Nazione, avrebbe fatto e, al sorgere d'una generosa chiamata, checchè provveda il governo, farà.

Il tentativo riescì quale l'avevamo ideato. La nostra parte era fatta; perchè Napoli non fece la sua?

Io accennai altrove, e lo ridico oggi più esplicitamente, provocato dalle menzogne degli avversi a noi, e dalle ingiuste accuse gittate contro ai nostri da uomini buoni, ma precipitosi nei giudizî e incauti nel proferirli; se Napoli non rispose, è dovuto alla frazione così detta dei moderati.

Gli uomini che oggi s'adoprano a smembrare il nostro campo e impedire il moto, furono—prima del 1848, taluni anche dopo—cospiratori, su tutti i punti d'Italia, con noi. E questo aver cospirato con noi li addita tuttavia al Popolo come amatori caldi, attivi, volenti d'Italia, e rende impossibile una mossa imminente, senza che essi vengano a risaperlo. Il Popolo ricorda i loro lavori, gli imprigionamenti patiti, le persecuzioni governative; ignora il loro mutamento, e non sospetta la tattica perenne che essi adoperano in oggi.

E questa tattica, identica negli uomini del Governo Piemontese e nei moderati costituzionali delle altre parti d'Italia, ha invariabilmente tre stadî: promettere, agitare, illudere a sperare in cose giuste—dissuadere, ingigantire i pericoli e le triste conseguenze d'un moto inopportuno, e diffondere sfiduciamenti e paure, quando altri s'appresta a fare—affratellarsi, frammettersi apparentemente a chi fa, quando il fare sembra inevitabile, a strozzare in sul nascere o sviare lentamente il moto dalla via diritta. Tattica siffatta fu adoperata con successo dai moderati, dal 1848 in poi, dieci volte su dieci punti diversi; tanto che pare oggimai più idiota che credulo chi tuttavia s'abbandona a quelle arti. E tattica siffatta fu adoperata in Napoli, a tradire il concetto dei generosi.

All'annunzio della discesa su Sapri, fu deciso dai nostri d'agire in Napoli. Furono presi i concerti opportuni. Fu determinato il giorno. I capi-popolo aderivano tutti. Il momento era solenne; e, dimenticate tutte le gare, i nostri chiesero agli influenti fra i moderati cooperazione ad un fatto già iniziato da Pisacane e da' suoi compagni. Gli influenti fra i moderati non solamente risposero con un rifiuto alla generosa proposta, ma s'adoprarono a tutt'uomo a infiacchire, sviare, dividere i capi-popolo; e vi riuscirono; venne allora proposta una vasta manifestazione tra il pacifico e l'ostile, che suscitasse fermento nelle moltitudini. I moderati aderirono e s'assunsero l'ordinamento della dimostrazione; tradirono la promessa e non ne tentarono il compimento; poi, quando giunse l'infausta nuova della rotta di Padula, e indovinarono diffuso lo sconforto nei ranghi, si ritrassero subitamente. Più dopo s'avvilirono, protestando anonimi contro il fatto di chi moriva per tutti.

A queste mie affermazioni potrei dare appoggio di dichiarazioni scritte; ma or non giova; e potrei dir nomi; ma finchè vive la tirannide, non per essi, ma per la dignità dell'anime nostre, nol devo.

Io non ho dunque accusa pei nostri, per gli uomini veduti da Pisacane, se non quest'una, che in parte li onora: l'avere essi, uomini di pure, generose intenzioni, sperato soverchiamente nelle altrui. E lo dico, perchè alcune parole scritte da me nell'Italia del Popolo potrebbero essere interpretate a loro danno, e me ne dorrebbe. Sia sprone ad essi, nella santa impresa iniziata col proprio sangue dall'amico, il dolore profondo che la delusione deve aver confitto nell'anima loro.

Non mi tratterrò sugli ultimi fatti; mancano tuttavia i particolari: nè io scrivo la vita di Carlo, ma soltanto alcuni ricordi del mio contatto con lui. Altri potrà forse dire un giorno le sue sensazioni scendendo sul suolo napoletano, i divisamenti che ne diressero i moti, l'arti inique del Governo che, annunziando la discesa di una banda di prigionieri rei di delitti comuni fuggiti da Ponza, gli sospinsero contro le popolazioni ignare dei villaggi che ei traversava; i due scontri, vittorioso l'uno, fatale l'altro, e le ultime sue parole. Io imagino gli ultimi suoi pensieri; cadde mentr'ei credeva incamminarsi a vittoria, cadde per mano di uomini che avrebbero dovuto secondarne l'impresa e abbracciarlo fratello e iniziatore di vita italiana ai giacenti; e nondimeno io sono certo che se egli avesse potuto, cadendo, mandarci un ultimo grido, questo grido ci avrebbe detto: rifate, tentate, tentate sempre fino al giorno in cui vincerete. Pisacane non era simile ai tanti che, dopo aver cacciato il guanto al nemico, si ritraggono per alcune disfatte, e dopo aver giurato che ora e sempre consacrerebbero anima e vita a fondare una Patria, tramutano il sempre in alcuni anni di sforzi, e tradiscono nell'inerte stanchezza giuramento e Patria ad un tempo, perchè non riescono a creare in quei pochi anni una Italia.

Perdendo Pisacane noi abbiamo fatto una perdita grave: perdemmo l'ufficiale che avrebbe un dì o l'altro guidati i nostri alle battaglie del Popolo: perdemmo il cittadino al quale noi avremmo potuto fidare quell'alto incarico, senz'ombra di timore che ei ne abusasse mai per ambizione o voluttà di basso egoismo: perdemmo l'uomo che, fra quanti io conobbi, identificava più in sè il pensiero e l'azione e le doti generalmente disgiunte, scienza e spontaneità d'intuizione guerresca, energia e riflessione pacata, calcolo ed entusiasmo. Guardava dall'alto le cose, e nondimeno ne afferrava i menomi particolari. Amava di amore intensamente devoto l'amica e la fanciulla che gli era figlia, ma non sacrificava a quei santi affetti un solo de' suoi doveri verso la Patria. Moveva ad una impresa che doveva costargli la vita, e dava lo stesso giorno l'ultima lezione di matematica ad un allievo.

E morì. Noi possiamo seguire ad amarlo; ma che cosa è l'amore a chi è morto alla terra, se scompagnato dalla religione del pensiero che costituiva la miglior parte della sua vita quaggiù? Basta a compiere il legato, ch'ei ci lasciava morendo, un tributo di lode, una sottoscrizione per la fanciulla che non lo rivedrà mai più sulla terra? Son essi, o Italiani, i vostri martiri, gladiatori al cui morire applaudono gli spettatori del Circo, se muojono composti in atto virile ed impavido? Non ha diritto la figlia di Pisacane di dirvi un giorno, quand'essa invocherà la carezza paterna, e saprà il come e perchè le fu tolta: se mio padre scendeva, mercè i vostri ajuti, con forze doppie sulla mia terra, forse ei sormontava gli ostacoli; e giungendo ad uno dei centri ove vivono luce d'intelletto educato e fiamma di libertà, trovava fratelli e vinceva? Rimprovero amaro è cotesto, o Italiani, perchè meritato; e viene a noi nel gemito non solamente della povera Silvia, ma dei mille orfani dell'amore dei tanti, che da oramai dieci anni morirono vittime della tirannide straniera e domestica, protestando per noi tutti contr'essa. Perchè sono orfani su questa terra che seppe sorgere e vincere nove anni addietro? Perchè si muore d'intorno a noi, quando si potrebbe vivere col serto del trionfo sul capo? Perchè move il vento e bagna la pioggia le ossa di Pisacane, come fossero ossa di masnadiere, quando sta a noi di comporgli su terra libera una tomba sulla quale sventoli la sua bandiera? E come provvediamo noi a ch'egli sia almeno l'ultimo martire che cada nello sconforto e nel silenzio comune?

Perchè noi siamo a tale, che non possiamo oggimai evitare il martirio dei buoni se non coll'azione e colla vittoria. Un Paese sul quale pesa l'oltraggio e il patir d'ogni genere, non può dare per cinquanta anni al patibolo, o alla lenta morte delle carceri e dell'esilio, il fiore dei suoi patrioti, e a un tratto adagiarsi nella propria tomba ad aspettare muto ed inerte che gli squilli la tromba di risurrezione dall'Oriente o dall'Occidente. Un Popolo non può ricordarsi che pochi anni prima liberava con cinque giorni di lotta il proprio terreno, e non cadeva se non per errori evitabili, e rassegnarsi immoto al marchio della schiavitù, sol perchè a una genìa diplomatico-letterata, sfibrata e codarda, piace di dirgli: tu aspetterai salute da una serie di memorandi o dall'ambizione d'un despota. Un partito, al quale la parola di tanti, che non hanno se non parole, tesse ogni giorno la storia de' suoi dolori e delle sue vergogne, non può impedire che i più bollenti fra i suoi non prorompano nel grido di Foscolo: chè non si tenta? Morremo, ma frutterà almeno il nostro sangue un vendicatore; non può impedire che gli uomini, non nati a gemere o a servilmente tacere, tentino por fine al disonore o alla vita. Il sangue di quegli uomini sta su voi tutti, o Italiani, che potete e non fate; su voi che, caldi di amor patrio a parole, non v'affratellate in concordia di lavori e di sacrificî con quei che s'adoprano a creare alle moltitudini l'opportunità; su voi che, fatti pubblico ozioso di chi move, condannate freddamente i tentativi su piccola scala, senza far cosa alcuna che renda possibili i tentativi maggiori; su voi che profondete in capricci e sollazzi di schiavi inviliti ed immemori, l'oro che potrebbe procacciar salute al Paese: su voi che, teneri dei vostri impieghi o dei vostri riposi, date apparenza di dottrina al vostro egoismo e sviate, colle illusioni, colle torte teoriche di progresso pacifico, e colle accuse ai migliori, la gioventù nostra dal diritto sentiero.

E il sangue di Pisacane e d'Agesilao Milano, il sangue di quanti morirono col nome di Patria sul labbro per suscitarvi ad opre virili, da Milano e Pisacane risalendo fino ai Bandiera, grida a voi degnamente, Italiani di Napoli: sorgete e ribattete da uomini un'accusa che serpeggia crescente per tutta Europa. Siete voi, iniziatori un tempo della lotta italiana, caduti per sempre? Non freme più vita sulle vostre terre, fuorchè quella dei vostri vulcani? Da parecchi anni voi diffondete attraverso l'Europa un lamento che riesce ignobile, se non profetizza, dimostrandola legittima, l'insurrezione: voi snudate, popolo Giobbe d'Italia, le vostre piaghe dinanzi a tutte le Nazioni, e non temete ch'esso dicano: un popolo che soffre ciò ch'essi soffrono è un popolo degenerato; chi sopporta il bastone lo merita?

Io ho, per amore del vero, scolpato i nostri, gli uomini che presero concerti con noi, dell'accusa di codardia: i nostri, comunque numerosi, son pur sempre minorità. Ma chi può scolpare un popolo intiero? Il popolo Napoletano sopporta in oggi una di quelle tirannidi che non solamente tormentano, ma disonorano. L'esercito Napoletano serve ad un sistema che tramuta il soldato in birro e carnefice dei proprî fratelli. Napoli ha, più che ogni altra parte d'Italia, propizia al moto l'opinione europea: e nessun Governo, dall'Austriaco in fuori, oserebbe combattere con armi aperte l'insurrezione. E dall'Austria l'assecura il resto d'Italia, presto a rispondere alla chiamata. Perchè non sorse, quando intese l'annunzio della discesa di Pisacane? Manca pur troppo finora ai nostri, non il coraggio, ma l'intelletto rapido, audace, dell'insurrezione. Se ciò che noi predichiamo da ormai dieci anni, che al levarsi di una bandiera di libertà, supremo dovere, suprema salute, è insorgere dove che sia, si facesse, Pisacane sarebbe in oggi capo della rivoluzione napoletana. Se una delle provincie collocate fra il punto di sbarco e la Capitale avesse, al primo giungere della nuova, romoreggiato armi e guerra, il concentramento di quei che oppressero Pisacane non s'operava. Mancò il tempo perchè si ricevessero istruzioni dal punto centrale? Che! non erano istruzioni viventi i generosi che venivano a sacrificarsi per voi? Aspettate, per farvi liberi, un cenno di Comitato?

Giovani del Regno! voi potete compiere una grande missione: e voi dovete compirla, dapprima, perchè in mano vostra sta la salute d'Italia; poi—non v'incresca la franca fraterna parola—perchè v'è mestieri redimervi dall'accusa che vi dice scaduti e indegni dei vostri padri. Sorgete dunque e smentite l'accusa. Siano vostra parola d'ordine al combattere i nomi di Milano e di Pisacane. La terra che produce tali uomini non è fatta per rimanersi schiava, segno al disprezzo dei padroni e al compianto dei Popoli.

Febbrajo 1858.

Giuseppe Mazzini.


A LUIGI BONAPARTE[117]

I.

Signore,

I tempi sovrastano minacciosi: la marea imperiale retrocede visibilmente. Voi lo sentite. Tutti i provvedimenti da voi adottati in Francia, dopo il 14 gennajo; le note e le intimazioni diplomatiche che voi, dal dì fatale, spargeste al di fuori, rivelano le ansie del terrore. Un senso d'intensa agonia—l'angoscia di Macbeth—vi rode l'animo, trapela da ogni vostro atto o parola. Il presentimento che summa dies et ineluctabile fatum pendon su voi, v'incalza insistente. Il Signore di Glamis, il Signore di Cawdor e il re[118],—il Pretendente, il Presidente e l'Usurpatore—son condannati. L'incanto è sciolto. La coscienza dell'Umanità s'è riscossa, e guatandovi con piglio severo, vi esamina, scruta i vostri atti, e vi chiede conto delle vostre promesse. Da questo momento la vostra sorte è decisa. La coscienza dell'umanità scorgerà in breve che voi non siete che una menzogna vivente; una deforme ripetizione di un Passato spento da lungo tempo e per sempre; una pallida ombra furtivamente emersa dalla tomba di Sant'Elena, e non coronata dalla gloria immortale e dalla solenne missione del potente ch'ivi riposa; una parodia di potere, atta a negare, a dissolvere, a schiacciare per breve tempo, inetta ad affermare, ad organizzare, a edificar cosa, in cui l'avvenire possa adagiarsi. L'umanità chiede realità, non fantasmi; evoluzioni del principio d'educazione, che Dio le assegna a legge di vita, non fatti bastardi, arbitrarî, anormali, che han la vita d'un'ora. A tai fatti essa guarda, sospesa per meraviglia, un istante; poi passa, intimando alla importuna apparizione il ritorno nel nulla. E voi, signore, vi affrettate a tal termine. Voi potete viver mesi, non anni.

Allorchè, illegalmente, occupaste il potere, voi prometteste, quasi ad ammenda, di voler ridurre in pace la Francia—la Francia irrequieta, perturbata e perturbatrice. È governo l'imprigionare, il deportare, il soffocar la parola? È strumento di educazione il gendarme? apostolo di moralità e di mutua fidanza la spia? Voi annunciaste al rozzo paesano di Francia, che nuovi tempi albeggiavano, col vostro impero, per lui; che le gravezze sotto cui geme, andrebbero l'una dopo l'altra cessando. Ne sparve sol una? Potete voi additare un miglioramento qualsiasi della sua condizione, un solo elemento d'imposte rimosso? Potete spiegar come avvenga che il paesano oggidì si affratelli nella Marianna? Potete negare che lo storno dei fondi—già consacrati all'industria agricola—nei canali della speculazione aleatoria, aperti da voi, non abbia tolto al lavoratore di che procacciare strumenti al lavoro e migliorare la terra? Voi seduceste il traviato operajo, dichiarandovi l'Empereur du peuple, un Enrico IV sotto forma diversa, inteso ad assicurargli lavoro perenne, alte mercedi, e la poule au pot. Non è la poule au pot vivanda alquanto cara oggi in Francia? Non costan più caro ancora gli affitti delle case, e parecchî fra gli oggetti più necessarî alla vita? Apriste nuove strade; tracciaste, per fini strategici e repressivi, nuove linee di comunicazione; distruggeste e riedificaste. Ma la moltitudine delle classi operaje appartiene forse tutta alla beneficata categoria dei muratori? Potete voi, a schiuder sorgenti di lavoro e di guadagni al proletario, metter sossopra indefinitamente Parigi, e le principali città di provincia? Potranno questi transitorî espedienti far mai le veci della produzione regolare, progressiva, normalmente richiesta? È forse la domanda della produzione in condizioni soddisfacenti al presente? Non sono tre quinti degli ebanisti, dei falegnami e degli operaî meccanici, senza impiego in Parigi? Voi adombraste alla borghesia, facilmente soggetta a paure e a lusinghe, sogni e speranze di raddoppiata attività industriale, sorgenti feconde di nuovi profitti, eldoradi di stimolata esportazione e di operosità internazionale. Che avvenne di tutto ciò? La vitalità produttrice della Francia langue incagliata: le commissioni pel commercio diminuiscono: i capitali si celano. Voi avete, come il selvaggio, tagliato l'albero per coglierne le frutta; avete, intemperantemente e con mezzi artificiali, eccitato speculazioni sfrenate, immorali, che mentono larghe promesse solo a tradirle; avete, millantando progetti giganteschi, attratto da ogni parte della Francia a Parigi i risparmî de' piccoli capitalisti, deviandoli dalle fonti vere e permanenti della prosperità nazionale:—l'agricoltura, l'industria e il commercio. Questi risparmî furono ingojati e fatti sparire da qualche dozzina di speculatori privilegiati, sommersi in un lusso sfrenato e improduttivo, o copertamente trasferiti—potrei citar nomi della vostra famiglia—a salvamento in paesi stranieri. La metà de' progetti caddero, dimenticati, nel vuoto. Alcuni degli inventori viaggiano ora, per prudente riguardo, à l'étranger. Voi avete dinanzi una borghesia malcontenta; vi stringono le angustie dell'erario, stremato dei mezzi ordinarî, per 500 000 000 di franchi sprecati, nelle città principali di Francia, in pubblici lavori che non rendon profitto, pel deficit di 300 000 000 nel vostro ultimo bilancio, con la Ville de Paris carica di debiti, senz'altro rimedio da quello infuori di un nuovo prestito di 160 000 000 da aprirsi, non in nome vostro, chè non riuscirebbe, ma in nome del Consiglio di città; e, a pagarne l'usura, l'allargamento delle barriere, quindi dell'odiato octroi, sino alla cinta delle fortificazioni esterne. Il rimedio peserà gravissimo sulle classi operaje, provocandovi contro la banlieue, prima devota. I vostri artificî toccano il termine. D'ora innanzi, qualunque cosa facciate per ovviare alle difficoltà finanziarie del vostro regime, sarà un passo di più verso la fatale caduta. Viveste sin qui col prestigio del credito, ricorrendo ad una serie indefinita di prestiti. Or dove sono le sicurtà del credito avvenire? Roma e Napoleone saccheggiavano il mondo: voi non potete saccheggiar che la Francia; ai loro eserciti era dato vivere di conquista, ai vostri è vietato. Voi potete sognar conquiste; ardirle, arrischiarle, non mai. I dittatori romani, e vostro zio guidavano di persona gli eserciti conquistatori: se in voi, quantunque vago di mostre soldatesche e di uniformi dorate, sia capacità di condurre pochi battaglioni in accordo di azione, m'è dubbio. Dichiaraste alla Francia di combattere, solo per amore di lei, l'anarchia: dichiaraste che la libertà—la vera, la sobria, l'ordinata libertà—troverebbe sotto il regime dell'impero le più desiderabili e certe guarentigie; che il bonapartismo era un'idea, una scorta al progresso, auspice un potere forte ed accentrato; che una aristocrazia di capacità intellettuali, devote al progresso—la sola aristocrazia veramente divina—promoverebbe, voi patrocinante, la vita civile della Nazione.

Potete voi mostrare un solo vestigio di libertà in un paese ora caduto, vostra mercè, non dirò al di sotto dell'Inghilterra, ma al di sotto del Belgio, della Svizzera, del Piemonte? in un paese nel quale centinaja d'uomini stanno oggi rinchiusi nel castello d'If, per essere deportati in Algeria o a Lambessa, senz'ombra di processo, senza aver pur veduto faccia di magistrato? Potete voi additarci, nella vostra Francia imperiale, un solo periodico, una sola rivista indipendente? un solo corpo morale che abbia facoltà di manifestare il pensiero, i voti, le aspirazioni del paese? un solo potere autorizzato ad iniziar leggi? un sol uomo, che i suoi concittadini possano eleggere alle vostre pseudo-assemblee, senza ch'ei s'obblighi prima, con giuramento, a sostenere il vostro dispotico governo? Potete citare un sol uomo d'intelletto, che avvalori, presente ai vostri consigli, il vostro odioso sistema?—No: a voi non è dato trovare alcun ministro, alcun fautore, fuori del circolo dei vostri complici immediati: da Thiers a Guizot, da Cousin a Villemain, da Michelet a Giovanni Reynaud, la Francia intellettuale rifugge dal vostro contatto corruttore. Sono vostri uomini un Veuillot, l'avvocato della Saint-Barthélemy e della Inquisizione; un Garnier di Cassagnac, il partigiano della schiavitù dei negri, ed altri sì fatti. A rinvenire un uomo che fosse degno di dare il nome allo scritto da voi indirizzato all'Inghilterra, vi fu forza ricorrere a tale, che apostatò dal legittimismo e dalla repubblica[119]. Vantaste, or non è molto, in faccia all'Europa, che il cuore della Francia era vostro; che lieta, felice, tranquilla, essa vi celebrava salvatore. Passarono pochi mesi: uno scoppio fu udito nella Rue Lepelletier: e con selvaggie, paurose ordinanze di repressione, con appelli, parte minacciosi, parte supplichevoli, all'Europa, collo spartimento militare del paese, con una spada al sommo del Ministero dell'interno, voi dichiarate ora, dopo sette anni d'illimitata signoria—concentrato un numeroso esercito, prive le schiere nazionali dei capi temuti—che non potete vivere nè governare, se la Francia non sia convertita in una vasta Bastiglia, l'Europa in una dipendenza della polizia imperiale. Per quanto schiacciata, la Francia non può trasformarsi in una Bastiglia; l'Europa non vuole ridursi per amor vostro a divenire ministra della polizia de' vostri Côrsi. Rassegnatevi quindi al vostro fato, e cadete.

Il vostro impero tornò in menzogna; e le menzogne non durano. Voi pervertiste la vita economica della Francia in una trista speculazione; la vita religiosa in ipocrisia cattolica; la vita politica in negazione dispotica del diritto e della libertà; la vita sociale in bisogna di gendarmi e di spie; la vita intellettuale in una lacuna. Il vostro, o signore, non è governo:—governo è cosa sacra; significa rappresentanza, perfezionamento dell'anima di un popolo libero, per mezzo dei migliori e dei più capaci;—il vostro non è che il fatto insano, momentaneo, sconsacrato, di un individuo, d'un pugno di avventurieri, di pochi preti e d'un esercito di pretoriani, congiurati a soffocare pro tempore, nel loro proprio paese, anima, virtù, intelletto. E gli avventurieri assicurano già gli avanzi del loro bottino nei fondi americani od inglesi; i preti vi sopraffanno, presti ad abbandonarvi ove esitiate nel retrogrado corso; i pretoriani si affrettano alla prefettura, cercando che dica di Parigi il telegrafo, prima di abbattere il tumulto di Châlons[120]. Tristi sintomi questi. Non sentite—sinistro indizio d'imminente rovina—tremarvi sotto i piedi la terra?

II.

Sì; l'impero si è chiarito menzogna. Voi lo formaste, o signore, ad imagine vostra. Nessun uomo in Europa, nell'ultimo mezzo secolo, da Talleyrand in fuori, ha mentito al pari di voi: e in ciò sta il segreto del vostro temporaneo potere. In questa nostra malferma e scettica età, le menzogne sono agevolmente credute; senonchè non approdano.

Voi, insieme con vostro fratello, chiamaste causa sacra, nel 1831[121], la insurrezione delle popolazioni romane contro il papa; dal 49 in poi voi infliggeste a quella causa l'insulto di demagogica.

In Arenemberg, nel 1833[122], diceste che, essendo ogni nobile anima cacciata in esilio dai Governi, o perseguitata, andavate superbo di appartenere alla tribù dei proscritti. Voi avete organizzato dappoi una universale, incessante persecuzione contr'essi.

Nel 1836, allorchè, dopo l'attentato di Strasburgo, Luigi Filippo vi bandì nell'America, vi dichiaraste conscio di esser reo verso lui, profondamente commosso dalla sua generosa clemenza, e vincolato a non più cospirargli contro[123]. Due anni dopo cospiravate dalla Svizzera. Quattro anni dopo approdaste a Boulogne.

Nel 1848, vi affrettaste a Parigi, «per seguire la bandiera della Repubblica, e darle prova di devozione»[124].

In quello stesso anno scriveste[125]:

«In presenza della sovranità nazionale non posso nè voglio reclamare cosa alcuna oltre i diritti di cittadino francese».

Scriveste, come candidato alla presidenza in novembre[126]: «Non deve esistere ambiguità fra me e voi. Io non sono uomo ambizioso che sogni impero... Educato in libere terre e ammaestrato dalla sventura, rimarrò sempre fedele ai doveri che la volontà dell'Assemblea e i vostri voti m'impongono. Ove io fossi eletto presidente, m'impegnerei sull'onore a cedere, dopo quattro anni, a chi mi succedesse, un potere fatto più forte e la libertà intatta».

Scriveste come presidente in dicembre[127]: «Il giuramento da me prestato prescrive la mia futura condotta..... Riguarderò nemici del paese tutti coloro che tentassero di mutare con mezzi illegali ciò che l'intera Francia ha decretato». Prima che queste parole fossero proferite, Cavaignac aveva divisato una spedizione a Roma, solo a tutelare la sicurezza personale del Papa. Voi biasimaste la proposta. «Non potrei—diceste—dare mai il mio voto ad una dimostrazione militare, nociva agli stessi interessi che è intesa a proteggere»[128]. Quattro mesi dopo le vostre truppe sbarcavano a Civitavecchia.

Dichiaraste nel 1849[129], in un proclama dettato al generale Oudinot, che «non era vostro intento di esercitare su Roma una influenza opprimente, nè d'imporle un governo contrario al volere del popolo». Tre mesi appresso, Roma, il suo governo, la volontà del popolo, erano inesorabilmente schiacciati. Indi a non molto, in agosto[130], prometteste ottenerle «generale amnistia, amministrazione secolare, leggi civili e liberale governo». Le vostre truppe sono ancora in Roma, e nulla fu ottenuto, nè chiesto.

Nel 1849 concludeste il vostro primo messaggio[131], dicendo: «Saprò meritare la fiducia della Nazione, conservando la costituzione che ho giurata».

Nel 1850[132], proferiste solennemente questo parole: «Se nella costituzione sono difetti e pericoli, è in potere di voi tutti il torli via. Io solo, vincolato dal mio giuramento, mi sento in dovere di tenermi strettamente nei limiti della medesima».

Nel 1851, pochi giorni prima del colpo di stato[133], voi diceste all'esercito: «Non dimanderò altro da voi che i miei diritti riconosciuti dalla costituzione».

E il 2 dicembre stesso, pendente ancora il risultato finale del disegno di usurpazione, proclamaste che: «Era vostro dovere il proteggere la repubblica»[134].

Indi sopravvennero la improvvisa violazione di ogni promessa giurata, l'ambiziosa volontà di un solo sostituita alla volontà legalmente espressa della nazione, il feroce appello alla forza brutale, gli ordini inesorabili a Saint-Arnaud; l'Assemblea parte dispersa, parte imprigionata, i generali arrestati; la Francia cosacca avventata contro la Francia repubblicana; Parigi data in preda ad una soldatesca compra, briaca, incitata, feroce; il fuoco di linea nei Boulevards contro una popolazione inerme, inoffensiva, il macello regolarmente praticato a mettere terrore negli animi dei futuri elettori; donne e fanciulli massacrati nelle loro case, fucilati i prigionieri, 2652 vittime[135]: 88 rappresentanti del popolo proscritti, 100 000 uomini posti in prigione, deportati, confinati, senza pur mostra di giudizio: infine il trionfo, e il simulacro della elezione.

E sopra un tale sistema di menzogne, sopra edificio sì fatto di fango e di sangue, speraste inalzare una dinastia! Credeste che la idolatria transitoria, prestata al successo da tutti i poteri che or sono, potesse prevalere contro il marchio di Caino, che Dio e la eterna giustizia vi stampavano in fronte!

V'ha tal cosa, o signore, che sta sopra al successo: Dio;—tale che è più forte del fatto: il Diritto;—tale che è più alto e più durevole d'ogni idolatria: il Tempo. Potreste voi balzar di trono Iddio? Cancellare il diritto? Abolire il tempo? Perchè, sin che splenda lume di verità dall'alto alle menti, e la idea del diritto alberghi nel cuore dell'uomo e tempo sia dato agli eventi, nè vero o falso imperatore, nè zio privilegiato di genio, nè satanicamente astuto nipote, possono nel secolo XIX sostituire il proprio egoismo allo inoltrarsi provvidenziale dell'umanità; nè può un individuo, per quanto sostenuto da bajonette e da preti, farsi innanzi e dire: «io sono la mente irresponsabile, maggiore d'ogni esame, di 35 000 000 di uomini», senza condannarsi a cadere, esempio agli oppressori, insegnamento profondo agli oppressi. Dopo il passo del Rubicone è il vindice pugnale di Bruto: dopo le Tuileries, Sant'Elena: e, nell'intervallo, una breve, irrequieta, esosa vicenda di paure e di rimorsi: indi la storia, la coscienza universale del genere umano, che infama in eterno il tiranno. È legge; legge certa, ineluttabile. Voi avete trafficato sul vizio e sulla debolezza; fatto assegnamento sul terrore e sulla codardia: misurato, con l'occhio penetrante del gran Dissolvitore, la scorza delle corruttele, in che il materialismo del primo impero, quindici anni di gesuitica opposizione monarchica, l'egoismo posto sul trono durante il regno di Luigi Filippo, e i sogni anarchici di un socialismo settario, avvilupparono il core de' vostri concittadini, e diceste a voi stesso: son miei. Dimenticaste che, sotto la melmosa superficie, rimaneva non doma, non tocca, la nobile e solida madre-terra di Francia, la terra che diè vita a Giovanna d'Arco, e agli uomini giganti della Rivoluzione. Dimenticaste che l'Europa, anche l'Europa ufficiale, atea, adoratrice del fatto, s'inchinerebbe a voi sol quanto fosse richiesto dal progressivo pacifico incremento del fatto medesimo, mentre ora la forza di questo, per minaccie e pericoli, visibilmente declina. E dimenticaste che tra voi e l'Europa materialista stanno uomini che voi non potete nè piegare nè frangere, la cui vita è incarnazione di un principio, che agisce, da Maratona in poi, sulla razza europea, e i quali riusciranno da ultimo più forti di voi perchè non ruppero mai i loro giuramenti, e non combattono, come voi fate, per mire egoiste e malvagie ambizioni. Noi, uomini del diritto e della libertà, conquistammo l'Inquisizione e il grande Impero. Siatene certo, o signore, noi vinceremo voi pure.

Vi avremmo già vinto se stato non fosse per l'Inghilterra.