III.

Menzogna nelle asserzioni fondamentali; menzogna nei particolari; menzogna in voi, menzogna nei vostri agenti; menzogna, arrossisco in dirlo per la Francia che avete cacciata sì in fondo, negli ultimi a smarrire la tradizione dell'onore, nei capi del vostro esercito. Avete vinto colla menzogna, e tentate giustificarvi colla menzogna. Mentiva il generale Oudinot, quando egli, per illudere le popolazioni e spianarsi, trafficando sul nostro amore per la Francia, la via di Roma, serbava fino al 15 luglio intrecciate in Civitavecchia la bandiera francese e la nostra bandiera tricolore ch'ei sapeva di dover rovesciare. Mentiva impudentemente affermando in un suo proclama che la maggior parte dell'esercito romano s'era affratellato col francese, quando tutto lo stato maggiore diede, protestando, la sua dimissione, quando soli 800 uomini—oggi anch'essi disciolti—accettarono le condizioni di servizio proposte. Mentiva vilmente quando, dopo avere solennemente promesso in iscritto di non assalire la città prima del lunedì[101] 4 giugno, assalì nella notte dal sabato alla domenica. Mentiva a noi, trascinato da una debolezza colpevole, pur temperata dalla speranza di porre rimedio al male, l'inviato Lesseps, quand'egli ci rassicurava con promesse continue d'accordo e ci scongiurava a non attribuire importanza alle mosse francesi dettate, com'ei diceva, unicamente dal bisogno di porgere sfogo alla insofferenza di riposo nella soldatesca—e intanto, i vostri si prevalevano bassamente della nostra buona fede a studiare non molestati il terreno, a collocarsi, a fortificarsi, a occupare improvvisamente, pendente un armistizio, il punto strategico di Monte Mario. Mentiva il signor de Corcelles quando, contro la dichiarazione del municipio romano, quella dei consoli esteri e la testimonianza di tutta una città, affermava che Roma non era stata bombardata mai: le bombe piovvero, per molte notti e segnatamente dal 23 al 24 e dal 29 al 30, frequentissime e dannosissime, sul Corso, a piazza di Spagna, al Babbuino, sul palazzo Colonna, sullo spedale di Santo Spirito, su quello dei Pellegrini, per ogni dove. Mentite voi, signor Tocqueville, quando, fidando nell'ignoranza della vostra maggiorità, millantaste fatto unico nella storia la scelta del punto verso porta San Pancrazio per assalire la città quasi a maggior salvezza della popolazione e delle abitazioni. Roma, che presenta a porta San Paolo e a porta San Giovanni un'aperta campagna, vede appunto a porta San Pancrazio accumularsi popolo e case; porta San Pancrazio fu scelta perchè si mantenessero con rischio minore le comunicazioni con Civitavecchia, e perchè, mentre dagli altri punti era forza scendere a una temuta battaglia di popolo e di barricate, da quella di San Pancrazio il Gianicolo, signoreggiando Roma, offriva il destro di vincerla con guerra, non d'uomini, ma di bombe e cannoni. Mentiste tutti, o signori, da colui ch'è primo tra voi sino all'ultimo de' vostri agenti, a noi, all'Assemblea, alla Francia e all'Europa, quando deste ripetutamente, dal primo giorno della nefanda impresa sino a jeri, promesse di protezione, di fratellanza, di libertà che avevate fermo in animo di tradire.

IV.

Stretti in concerto con Gaeta, colla Spagna e coll'Austriaco, deliberati di rovesciare ogni segno di libertà repubblicana in Roma, e dopo avere lungamente cospirato tanto da illudervi a credere che la riazione retrograda avrebbe tra noi secondato le vostre mire, voi mendicaste i sussidî all'Assemblea, ingannandola—e risulta irrepugnabilmente dalle discussioni posteriori—sull'intento della spedizione. E ingannaste la commissione incaricata d'interrogarvi, i soldati ai quali persuadeste in Tolone che li guidavate a battersi contro gli Austriaci; gli abitanti di Civitavecchia fra i quali scendeste, come ladro mascherato, con due proclami, uno dei quali distruggeva l'altro; poi, quando la giornata del 30 commosse gli animi a sdegno, di bel nuovo l'Assemblea, mandando Lesseps a eseguire il decreto del 7 e scrivendo lo stesso giorno al generale Oudinot che tenesse fermo e avrebbe rinforzi; poi il vostro inviato medesimo, dandogli istruzioni che lo autorizzavano a fare secondo il concetto dell'Assemblea e ingiungendogli nondimeno di mantenersi in accordo con Rayneval che aveva istruzioni direttamente contrarie; poi noi; poi tutti—oggi forse ingannate il Papa, al quale prometteste ridare, senza condizioni, l'autorità e che ora, non sapendo come farvi perdonare dalla Francia d'averla disonorata, vorreste ridurre a proconsole costituzionale dipendente dalla vostra politica. Pur nondimeno non avete saputo architettare così bene le vostre menzogne che non esca dalle vostre stesse parole diritto perenne in noi di rivolta e condanna assoluta di nullità per quanto avete operato, per quanto opererete, senza consultar legalmente la volontà del popolo da voi manomesso.

Il preambolo della vostra Costituzione, nell'art. 5, vi grida: La Francia rispetta le nazionalità straniere.... Essa non impiega mai le sue forze contro la libertà d'alcun popolo. E strozzati da quell'articolo che vorreste, ma non osate ancor lacerare, mancanti a un tempo di coscienza della virtù e dell'energia della colpa, avete balbettato parole che l'Europa ha raccolto e ch'oggi sono tortura all'anima vostra.

Odillon Barrot, l'uomo che aveva, il 31 gennajo 1848, affermato il diritto assoluto d'ogni Stato italiano alla libertà e all'indipendenza[102]—dichiarava alla commissione dell'assemblea che il pensiero del governo non era di far concorrere la Francia alla distruzione della repubblica in Roma... e ch'esso opererebbe libero d'ogni solidarietà con altre potenze. E quando il relatore della commissione riferiva il 16 aprile all'Assemblea queste dichiarazioni, il presidente del Consiglio diceva: Io non rinnego una sola delle parole da me pronunziate davanti alla commissione e riferite a quest'Assemblea. E insisteva: Noi non andremo in Italia per imporre un governo, nè quello della repubblica, nè altro... Noi non vogliamo usare delle forze della Francia per difendere in Roma una o altra forma di governo: no! L'intento nostro è quello d'essere presenti agli eventi che possono compiersi nel doppio interesse della nostra influenza e della libertà che può correre rischio.

La dichiarazione del corpo d'occupazione francese al preside di Civitavecchia, in data del 24 aprile, affermava che il governo francese rispetterebbe il voto della maggiorità delle popolazioni romane... e non imporrebbe mai ad esse forma alcuna di governo.

Il 26, il generale Oudinot ripeteva che lo scopo dei Francesi non era quello d'esercitare una influenza opprimente nè d'imporre ai Romani un governo contrario al loro voto.

Il 7 maggio, il presidente del Consiglio dichiarava all'Assemblea che quei proclami, lavoro del ministro degli esteri, racchiudevano tutto quanto il concetto della spedizione.

Noi non dovevamo marciar su Roma—diceva il relatore della commissione—che per proteggerla contro un intervento straniero e contro gli eccessi d'una controrivoluzione.... come protettori—e citava l'espressione usata dal presidente del Consiglio in seno alla commissione—o com'arbitri richiesti.

L'Assemblea non voleva—ripeteva lo stesso giorno Odillon Barrot—che sotto la pressione diretta dell'Austria l'influenza contro-rivoluzionaria conquistasse Roma.

E il ministro degli esteri confermava: lo scopo della spedizione—ei diceva—era quello d'assicurare alle popolazioni romane le condizioni d'un buon governo, d'una buona libertà, condizioni che sarebbero state compromesse dalla riazione o dall'intervento straniero. E negava che si fosse dato ordine al generale Oudinot d'assalire la repubblica romana; negava che il generale avesse intimato al governo romano d'abbandonare il potere.

Allora interveniva il voto solenne dell'Assemblea: l'Assemblea nazionale invita il governo a far senza indugio gli atti necessari perchè la spedizione d'Italia non sia più oltre sviata dallo scopo assegnatole.

E d'allora in poi, ministri di Francia, ad ogni istante, attraverso i passi che movevate verso il vostro intento segreto—nelle parole da voi prescritte al vostro inviato, la cui scelta doveva essere all'Assemblea prova delle vostre liberali intenzioni—in tutte le conferenze con noi tenute dai vostri agenti—nei progetti d'accordo[103] architettati fra il signor Lesseps o il generale Oudinot, il 16 e il 18 maggio—nel linguaggio del signor de Corcelles: La Francia non ha che uno scopo; la libertà del pontefice, la libertà degli Stati romani e la pace del mondo (lettera del 13 giugno)—sempre il vostro governo, esplicitamente o implicitamente, accennò, come a sorgente d'ogni diritto, alla volontà delle nostre popolazioni e promise il libero voto.

A voi solo, signor Falloux, spetta il tristissimo onore d'aver primo, nel vostro discorso del 7 agosto, dichiarato all'Europa che la Francia avea fino a quel giorno mentito. La vittima era allora stesa a terra e col pugnale alla gola.

Pur le vostre tarde dichiarazioni del vero intento della spedizione, non cancellano, signori, le ripetute promesse del vostro governo. Il popolo di Roma ha diritto di gridarvi: Attenetelo! E noi che vi conosciamo d'antico, noi consapevoli dei vostri disegni e della necessità che si chiariscano interi perchè i buoni tuttora illusi v'abbandonino e cerchino salute altrove, abbiamo debito di gridarvi e vi grideremo, checchè facciate, ogni giorno: «Attenetele! quale pretesto può rimanervi a non attenerle? Roma è libera in oggi d'ogni straniero, d'ogni fazioso. Gli uni son morti sotto le palle delle vostre carabine di Vincennes, sul campo: gli altri errano nell'esilio. Gli onesti sono riconfortati, riordinati: essi sanno che tutti i gabinetti, anche il gabinetto repubblicano di Francia, sono pronti a operare in loro difesa, e il popolo sa quanti pericoli importi nell'avvenire l'espressione del suo intimo voto. Osate or dunque, rifate la prova. Date al popolo il suo libero voto. Ritraetevi: fate che l'armi dei vostri alleati, compita in provincia la missione assegnatavi nella capitale, si ritraggano anch'esse; e chiamate per mezzo d'un governo provvisorio, i cittadini a dichiarare l'animo intorno al potere temporale del papa e alle instituzioni che devono reggere la nazione. Noi lontani, profughi per opera vostra, accettiamo l'esperimento. Accettatelo voi pure—o, anche una volta, rassegnatevi al marchio dei mentitori.»

V.

Voi nol farete; non potete farlo: voi sapete che dall'esperimento escirebbe oggi ancora la vostra condanna, e la rovina de' vostri disegni. Tendenti a rovesciare la repubblica in Francia e vogliosi d'educare i vostri soldati a far fuoco sulla sua bandiera, voi non potete sottomettervi al rischio di vederla, per voto di popolo, rialzata fra noi. Deboli sino alla viltà nella vostra diplomazia e nondimeno trafitti di vergogna per la parte che recitate in Europa e inquieti sull'opinione dei vostri concittadini, voi credeste conciliare paura, intento e apparenza di forza, cacciandovi, a far prova di azione, sopra una piccola nascente repubblica, ed oggi v'illudete a credere che alcuni ordini del giorno datati da Roma accarezzino l'orgoglio e le tendenze guerresche del vostro popolo. Il vostro presidente abbisogna dei voti della parte cattolica; e voi tutti avete, pei vostri concetti, bisogno che il principio dall'autorità per arbitrio di privilegio possa, quando che sia, richiamarsi all'esempio d'una instituzione religiosa. Però rimarrete. Rimarrete quanto potrete, sapendo che la forza straniera può sola impedire una seconda rivoluzione. Rimarrete esosi agli uni ed agli altri, trascinandovi di raggiro in raggiro, di protocollo in protocollo, impotenti a reprimere la riazione pretesca da un lato o il malcontento popolare dall'altro, peggiorando, non modificando la situazione, intricando più sempre la questione diplomatica, lasciando nei termini ove si sta la politica e suscitando la religiosa. L'Europa saprà che voi siete non solamente tristi ma inetti, e che avete trascinato il bel nome di Francia e l'onore dell'armi vostre nel fango per fallire a un tempo al vostro programma pubblico ed al segreto, per procacciarvi le maledizioni dei popoli senza ottenere riconciliazione e fiducia dai loro oppressori.

Perchè il nome e l'onore di Francia sono nel fango; non solamente per l'iniquo fatto, ma pel modo del fatto; non solamente per la violazione sfacciata del programma di non intervento e d'indipendenza internazionale scritto sulla bandiera della nazione e ripetuto da tutti i ministri del suo governo—non solamente per la codarda oppressione esercitata dall'armi francesi unite colle napoletane, colle austriache, colle spagnuole, a danno d'uno Stato, pressochè inerme, di popolazione grandemente inferiore al più piccolo dei quattro Stati invadenti—non solamente per tutte le promesse di libertà, di pace, d'ordine, ad una ad una tradite—ma pei menomi particolari dell'impresa. Io non so d'alcun periodo nella storia moderna, tranne forse quello dello smembramento della Polonia, nel quale in così breve tempo si siano accumulate tante turpezze sul nome d'una nazione che mormora la parola di libertà. Come se la coscienza della colpa facesse smarrire a chi la commette ogni senso di dignità e la corruttela dei promotori si trasfondesse fatalmente negli inferiori, l'immoralità ha contrassegnato quasi ogni atto dal primo giorno dell'occupazione fino al giorno in cui scrivo. E mentre un ministro scendeva sì basso da inserire nella copia[104] delle istruzioni date al signor Lesseps, comunicata recentemente al consiglio di Stato, un'espressione che ne muta il senso, io vedeva e ordinava s'imprigionassero due uffiziali venuti in qualità di parlamentari e i quali, abusando della nostra generosa fiducia, staccavano i piani dei nostri lavori nella città; mentre il generale Oudinot disarmava e costituiva prigionieri in Civitavecchia, senza che alcuna ostilità avesse avuto luogo e quando le due bandiere stavano congiunte per opera dei Francesi sull'albero della libertà, i cacciatori Mellara, un uffiziale superiore francese s'avviliva più tardi a strappare colle proprie mani, nella chiesa e in mezzo alle esequie, la coccarda italiana di sul petto al cadavere del loro colonnello. Ah! noi potremmo perdonarvi, ministri di Francia, il male incalcolabile che non provocati ci avete fatto, i nostri dolori, i nostri fratelli caduti o dispersi, l'indugio stesso recato alla nostra futura emancipazione: ma una cosa non potremo mai perdonarvi: l'avere per lunghi anni disonorato il nome della nazione, alla quale tutti noi guardavamo come alla nazione emancipatrice: l'avere colla menzogna, col materialismo delle promozioni e coll'esempio dei capi corrotto i soldati di Francia a farsi carnefici dei loro fratelli in nome del papa ch'essi disprezzano e a fianco dell'Austria che aborrono; l'avere ridotto per essi a simbolo senza significato, a idolo materiale da seguirsi ciecamente dovunque conduca, una bandiera che porta i segni d'un'idea, d'una fede; l'aver seminato l'odio lento e difficile a spegnersi tra due popoli che ogni cosa spingeva ad amarsi, tra i figli di padri ch'ebbero insieme su tutti i campi d'Europa il sacramento della gloria e dei patimenti; l'aver dato una mentita brutale al santo presentimento della fratellanza dei popoli e dato ai nemici del progresso e dell'umanità la gioja feroce di veder la Francia, scesa alla parte di sgherro esecutore dei loro concetti, ferire la nazionalità italiana di fronte e l'Ungheria a tergo per beneplacito dell'Austria e dello Tsar.

VI.

Uomini senza core e senza credenza, ultimi allievi d'una scuola che incominciando dal predicare l'atea dottrina dell'arte per l'arte ha conchiuso nella formula del potere pel potere, voi avete da molto smarrito ogni intelletto di storia, ogni presentimento dell'avvenire. La vostra mente è immiserita dall'egoismo e dal terrore d'un moto europeo che nessuna potenza umana può arrestare, che consentito e diretto potea svolgersi pacificamente e che la vostra colpevole resistenza muterà forse pur troppo in elemento di guerra tremenda. Voi eravate oggimai incapaci d'intender coll'anima la grandezza del risorgimento italiano albeggiante da Roma, dalla Roma del Popolo. Ma quali erano le vostre speranze quando decretaste la guerra fraterna? Spegnere, ferendola al core, la rivoluzione nazionale? E non dovevate avvedervi che ogni resistenza opposta all'armi vostre da Roma, e il solo fatto del vostro movervi a lega con tre governi per comprimerne i moti, avrebbero dato consecrazione incancellabile al dogma della nostra unità e fatto religione di quella parola Roma a tutta quanta l'Italia? Rifare un trono al papa? Al papa colle bajonette? Al papa un trono costituzionale? Ogni trono può rifarsi per un tempo colle bajonette, non quello del capo dei credenti. E la più semplice logica v'insegnava che il papa non può essere se non monarca assoluto. Due mesi dal giorno in cui scrivo v'insegneranno che avete, in tutti i sensi, fallito all'intento.

Voi volevate, lo dite almeno, impedire che rinascessero negli Stati romani gli antichi abusi; e gli antichi abusi rinasceranno inevitabili l'un dopo l'altro, tanto più fieri quanto più cancellati per cinque mesi dal governo repubblicano e minacciati nell'avvenire. Voi non potete mutare le abitudini, le tendenze, i bisogni all'aristocrazia del clero; non potete cancellare l'aborrimento che il popolo nutre per essa; e non potete appoggiarvi sopra una parte moderata, intermedia, che in Roma non esiste. Potrete dettare provvedimenti; ma l'inesecuzione delle leggi fu sempre, è, e sarà la piaga mortale negli Stati romani. E questa inesecuzione, dipendente dalla natura degli elementi che costituiscono il potere escludente la severa responsabilità, crescerà di tanto quanto più per opera vostra all'agitazione legale e pubblica si sostituirà di bel nuovo la guerra extra-legale delle associazioni segrete, e Dio nol voglia—alla condanna delle leggi il pugnale del popolano irritato e disperato di giusta difesa. La miseria, la fatale rovina delle finanze e l'anarchia, inseparabile dal disprezzo in che si tengono i reggitori, aspreggieranno la contesa fra i diversi elementi che compongon lo Stato. Intanto avete il vecchio governo ripristinato senza condizioni; le commissioni per ispiare, retroagendo, i fatti politici; e gli uomini, non di Pio IX, ma di papa Gregorio, padroni in Roma e nella provincia.

Voi volevate mantenere, accrescere l'influenza francese in Italia; e l'avete perduta: perduta coi popoli, ai quali avete iniquamente e ingratamente rapito libertà e indipendenza: perduta cogli oppressori dei popoli per ciò appunto che li avete liberati, scendendo ad allearvi con essi, dai timori che inspiravate: perduta coi satelliti del papato, perchè la condizione vostra in faccia alla Francia vi costringe a nojarli con suggerimenti di concessioni, ch'essi non ammettono nè possono ammettere senza scavarsi, rinnegando il principio che li sostiene, la sepoltura. L'influenza vostra in Italia consisteva nelle speranze che i popoli s'ostinavano a nudrire sul conto vostro e nella spada di Damocle che tenevate sospesa sul capo dei principi. Or siete sprezzati dagli uni, e aborriti come ingannatori perpetui dagli altri. Il nome francese è segno di scherno da un punto all'altro d'Italia e lo sarà finchè fatti decisivi, innegabili, non dicano al mondo che la Francia è ridesta alla coscienza della propria missione.

Voi volevate da ultimo riedificare trono e ridar lustro al papato: e io vi dirò a che riescite. Voi avete suscitato la questione religiosa e dato l'ultimo colpo a una instituzione cadente. Voi avete voluto salvare il re e avete ucciso il papa, struggendone il prestigio morale coll'ajuto dell'armi, avvilendolo davanti all'Italia, sola arbitra vera della questione religiosa, coll'appoggio straniero, e cacciando fra lui e le moltitudini un torrente di sangue. Il papato affoga in quel sangue. Unico modo a salvarlo per un tempo ancora, unico modo per sottrarlo alla pressione straniera che gli è rovina, era quello di strapparlo dalla sfera delle influenze politiche alla più pura e indipendente dell'anime. Voi avete or chiusa per sempre quell'ultima via di salute. Il papato è spento; Roma e l'Italia non perdoneranno mai al papa l'avere, come nel medio evo, invocato le bajonette straniere a trafiggere petti italiani.

Voi cominciate, signori, a intendere queste cose in oggi. Il vostro gabinetto cela segreti di sconforto, d'illusioni sfumate, di politica oscillante fra Parigi e Gaeta, che un prossimo avvenire rivelerà. Voi sentite le vendette di Roma.

La repubblica romana è caduta; ma il suo diritto vive immortale, fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo. La questione politica è intatta. L'Assemblea costituente romana, dichiarando ch'essa intendeva cedere unicamente alla forza, senza accordi e transazioni colpevoli, vi rapiva ogni base d'azione legale. Noi non abbiamo capitolato. Il diritto di Roma esiste potente come al giorno in cui fu decretata la forma repubblicana. La disfatta non ha potuto mutarlo. Il voto delle popolazioni legalmente e liberamente espresso rimane condizione di vita normale, alla quale nessuno può omai più sottrarsi.

Voi non osaste negare quel diritto, mendicaste solamente pretesti ad attenuarne o renderne dubbia l'espressione nel passato. E la disfatta di quella che voi chiamate, imposturando, fazione, rimovendo, anche nell'opinione di quei che vi prestano fede, ogni ostacolo alla libertà delle popolazioni, ha reso il diritto del voto più sacro e più urgente.

Per noi, per quelli che con noi sentono, il diritto di Roma ha ben altre radici e ben altre speranze che non le locali. Le radici del diritto di Roma abbracciano nelle loro diramazioni tutta quanta l'Italia: le speranze di Roma sono le speranze della nazione italiana, che nè il vostro nè l'altrui divieto può far sì che non sorga.

Dio decretava quel sorgere dal giorno in cui, superate ad una ad una tutte le delusioni monarchiche, espiati col martirio gli errori di leghe e federazioni che una bastarda dottrina cercava impiantare fra noi, l'istinto italiano inalzò sull'antico Campidoglio la bandiera unificatrice, e dichiarò che Dio e il Popolo sarebbero soli padroni in Italia!

Roma è il centro, il core d'Italia, il palladio della missione italiana.

E la città che cova forse tra le sue mura il segreto della vita religiosa avvenire, può sostenere pazientemente il breve indugio che l'armi vostre hanno inaspettatamente frapposto allo svolgersi de' suoi fati.

VII.

Voi siete ministri di Francia, signori: io non sono che un esule. Voi avete potenza, oro, eserciti e moltitudini d'uomini pendenti dal vostro cenno; io non ho conforti se non in pochi affetti, e in quest'alito d'aura che mi parla di patria dall'Alpi e che voi forse, inesorabili nella persecuzione come chi teme, v'adoprerete a rapirmi. Pur non vorrei mutar la mia sorte con voi. Io porto con me nell'esilio la calma serena d'una pura coscienza. Posso levare tranquillo il mio occhio sull'altrui volto senza temenza d'incontrar chi mi dica Tu hai deliberatamente mentito. Ho combattuto e combatterò senza posa e senza paura dovunque io mi sia, i tristi oppressori della mia patria: la menzogna, qualunque sembianza essa vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a mantenere o ricreare il regno del privilegio, sulla corruttela, sulla forza cieca e sulla negazione del progresso nei popoli: ma ho combattuto con armi leali; nè mai mi sono trascinato nel fango della calunnia, o avvilito ad avventare la parola assassino contro chi m'era ignoto ed era forse migliore di me.

Dio salvi a voi, signori, il morir nell'esilio; perchè voi non avreste a confortarvi coscienza siffatta.

Settembre 1849.


ROMA
E IL GOVERNO DI FRANCIA

La questione di Roma è stata nuovamente oggetto di lunga discussione nell'Assemblea francese. Per tre sedute, la parte ch'oggi tiene il potere ha esaurito quanto ha d'ingegno, di sofismi e d'ipocrisia per giustificare la nefanda impresa e scolparsi davanti alla Francia e all'Europa. Per tre sedute, gli uomini che stanno al governo o tendono ad occuparlo—i dottrinarî e i legittimisti—hanno tentato, come la moglie di Macbeth, ogni artificio per cancellare dalle loro mani la macchia di sangue, dalla loro fronte la macchia di disonore, che la guerra fratricida v'ha posto; e senza riescirvi. La serva maggiorità lo sentiva, l'irritazione di chi intende il suo torto e trema d'udire la verità fremeva nelle interruzioni e in ogni sillaba che veniva dalla diritta. Ogni tattica di pudore fu dimenticata. S'udirono sdegni contro chi gittava—ed era un illustre poeta—l'anatema alle ferocie di Radetzky e d'Haynau; un lungo remore di biasimo accolse chi, parlando di confisca e d'inquisizione, diceva: è necessario che lo spirito di vita dell'Evangelio penetri e rompa la lettera morta di tutte queste instituzioni diventate barbare; e l'oratore del cattolicismo balbettò parole di scusa agli assassinî, che si consumano dall'Austria nell'Ungheria, chiamandoli rappresaglie. Le menti erano travolte come da un insistente rimorso. Lo spettro di Roma, come quello di Banquo, le funestava. Come Garnier de l'Aube a Robespierre, gli uomini della sinistra avrebbero potuto gridare ai falsi repubblicani: Il sangue di Roma v'affoga.

Noi pubblichiamo tradotta letteralmente dal Monitore l'intera discussione[105] e lo facciamo per due ragioni: perchè gl'Italiani v'imparino come, smarrita la fede in un principio e sostituito alla religione del vero il culto dell'egoismo, si cada in fondo d'ogni sozzura, e perchè i nostri nemici vedano che, diversi da essi, noi non temiamo pubblicità d'avverse dottrine. In Roma, quando reggevano i repubblicani, la stampa era libera: oggi il silenzio assoluto v'è imposto alla parte nostra. Una circolare del ministro Dufaure vieta con minaccie severe l'introduzione in Francia dell'Italia del Popolo, e i suoi doganieri, aggiungendo il furto al divieto illegale, confiscano copie avviate agli Stati Uniti d'America; noi diciamo ai nostri: Eccovi le argomentazioni degli uomini che v'hanno tolto la libertà; leggete e sia maturo il vostro giudizio.

Non so s'io m'illuda; ma credo che per ciò che riguarda coraggio di verità o schiettezza d'affermazioni, la questione fra noi e gli uomini del governo francese sia, per gli onesti d'Europa, decisa. Noi possiamo peccare d'utopia, d'audacia, d'ogni cosa fuorchè di menzogna o di gesuitismo; e gli uomini che hanno rovesciato la nostra repubblica hanno tanto cumulo di menzogne, chiarite da tali prove documentate, sulla loro coscienza, che nessuno oggimai può esiger da noi nuove confutazioni di vecchie imposture ripetute sfacciatamente dai ministri o dai loro seguaci nell'ultima discussione. Le nostre mani, le mani di quei che ressero la repubblica in Roma, sono pure di colpe e di sangue. La repubblica, proclamata per libero e universale suffragio dai cittadini, riconfermata di mezzo ai pericoli dell'invasione da pressochè tutti i municipî, si mantenne senza terrore di giudizî o di proscrizioni, tollerante e leale al di dentro come prode e leale coi nemici che l'assalirono dal di fuori: le proscrizioni non cominciarono se non col trionfo dell'armi francesi. All'Assemblea francese, al popolo di Roma furono fatte dal governo di Francia, dai suoi inviati, dai capi dell'esercito, solenni promesse; e furono tutte tradite. La condizione di Roma in oggi è pretta tirannide. Son fatti questi innegabilmente provati dalle dichiarazioni del signor Lesseps, dagli atti officiali della repubblica, da mille testimonianze onorevoli italiane e straniere, dalle confessioni strappate di bocca a' nostri stessi nemici—e conquistati d'ora innanzi alla storia.

Io lascio dunque senza commento al giudizio di chi vorrà leggerlo il discorso del signor Thuriot de la Rosière, e la lunga serie d'affermazioni sfrontate colle quali intende a provare che in Roma, clero, capitalisti, proprietarî di mobili ed immobili, artisti, stranieri, diplomatici, guardia civica, truppe di linea, tutti insomma erano schiavi ed avversi al Triumvirato: chi dunque, dal 30 aprile al 2 luglio, difese Roma? Ei sa di storia contemporanea come d'antica e non merita ch'altri spenda parole a combatterlo. E lascio le menzogne gittate qua e là nel lungo intralciatissimo discorso del signor Odillon Barrot sulla parte adempiuta dai Francesi in Roma—la protettrice clemenza estesa dal governo di Francia ai nemici, anzi, come afferma il signor Thuriot, a me stesso che scrivo—il vanto, a fronte di Cernuschi, d'Achilli, dei preti che diedero le loro cure ai feriti, dell'esule napoletano Caputo, del dottor Ripari e d'altri infiniti, d'avere posto divieto a qualunque imprigionamento—le ampliazioni già ottenute dal ministero all'amnistia pontificia, quando forse due giorni prima ch'ei pronunziasse il discorso erano cacciati dal territorio romano anche i cinque che nell'Assemblea votarono contro il decadimento, anche gli uomini i quali, come il Calderari dei carabinieri, erano nella milizia più invisi al popolo perchè sospetti di congiure retrograde—e siffatte. La lista dei decreti pubblicati via via dal giornale officiale di Roma è risposta che basta a tutte parole possibili sulla parte sostenuta dalla Francia in Roma; alle falsità che riguardano la condizione degli spiriti nello Stato risponde il fatto che, sperperata, imprigionata, esiliata la parte più energica della popolazione, sciolto l'esercito, disarmato il paese, non s'osa interrogare il voto dei cittadini, e son necessarî a impedire l'insurrezione 6000 Spagnuoli, 20 000 Austriaci e 40 000 Francesi.

Dalla discussione tenuta nell'Assemblea emergono irrevocabili parecchî fatti che giova registrare a insegnamento e a conforto:

Che la spedizione francese contro Roma fu ideata ed eseguita coll'intento di restaurare senza limitazione alcuna di diritto la sovranità temporale del papa: è confessione oggi di tutti, da Thiers a Odillon Barrot;

Che l'intento dei negoziati, o meglio—per dichiarazione esplicita del signor O. Barrot a nome de' suoi colleghi e del presidente—delle rispettose timide istanze del governo francese, è quello d'ottenere dal papa concessione d'una consulta che voti l'imposta, consulta nominata dai consigli municipali e risultante dal principio elettivo al terzo grado;

Che la lettera del presidente è nulla, capriccio d'inetto o, come direbbe il signor Barrot, codarda millanteria;

Che, quantunque—sono parole del signor Barrot—la separazione dei due poteri, temporale e spirituale, sia per tutta Europa necessaria alla libertà di coscienza, alla vera e durevole libertà, non può nè deve ammettersi per Roma, e che tre milioni d'uomini italiani sono condannati a starsi eccezione di servitù e negazione di progresso fra le nazioni;

Che il cattolicismo, per bocca del suo oratore, capo della setta in Francia, ritiene irreconciliabile il papato e la libertà, e non può accettare restrizione alcuna di consulta e voto d'imposta all'autorità del governo pretesco;

Che la politica del governo francese non posa oggimai più su principio alcuno desunto dalla morale e non merita quindi più fede da popoli o da governi.

E per questo io dissi a insegnamento e a conforto: a insegnamento perchè nessuno dimentichi, che, qualunque sia il nome scritto in fronte ai decreti di Francia, gli uomini ch'oggi vi reggono, Barrot, Tocqueville, Thiers, Dufaure e i simili ad essi, son gli uomini della monarchia, i predicatori del sistema misto costituzionale:—a conforto, perchè un governo senza principio, senza fede in una morale comune, è condannato a travolgersi rapidamente di crisi in crisi, e cadere.

Senza principio nè fede; ed è tempo, a fronte d'un popolo brutalmente oppresso e d'un altro disonorato, di dirlo senza riguardi. Spettacolo più schifoso di quello offerto in oggi dai falsi repubblicani che maneggiano le cose francesi, non credo possa trovarsi nella storia dell'ultimo mezzo secolo. Uomini che per quindici anni guerreggiarono con tutt'armi contro l'elemento del clero; e che sostennero nei loro libri e nelle loro assemblee come cardine dell'edifizio civile l'emancipazione dalla potestà spirituale; che lavorarono instancabili, quantunque ammantandosi d'ipocrisia, da Luigi XVIII fino al 1830, e più dopo qualunque volta intravvedevano al termine della guerra un portafoglio di ministero, a dissolvere, a cancellare ogni fede nell'altare e nel trono; son oggi collegati coi dispersi superstiti del partito che vinsero per vietare ai popoli di desumere le conseguenze della vittoria. Eredi bastardi di Voltaire e di Volney, ultimo rampollo del materialismo del XVIII secolo, e diseredati d'ogni concetto di dovere e d'avvenire religioso dell'Umanità, sommavano pochi anni addietro la loro dottrina internazionale nella esosa parola: ciascuno per sè; il sangue francese non deve scorrere che per la Francia—la loro dottrina di politica interna nella formula negativa: la legge è atea; oggi federati, pur disprezzandoli in core, cogli ultimi fautori del diritto divino che alla volta loro li sprezzano, inneggiano congiunti al papa e imposturano parole di venerazione al cattolicismo, gli uni col piglio ignaziano di Mefistofele, gli altri con amarezza d'intolleranza domenicana, taluno per nullità d'ingegno servile a tutto ciò ch'è fatto o lo sembra. Cospiratori, per impazienza di potere, com'oggi sappiamo sotto Carlo X, taluni d'essi membri di società segrete repubblicane, pur protestando con calore, in pubblico, riverenza alla carta monarchico-costituzionale, tremanti e adulatori davanti al popolo quando sorge nell'onnipotenza rivoluzionaria, poi feudalmente insolenti quando il leone s'acqueta, cospirano oggi contro l'instituzione repubblicana alla quale tutti—anche il signor Montalembert—giurarono fede. Persecutori, per irritazione di rimorso, dei loro antichi compagni; persecutori, per terrore del vero, di quei che non mutarono mai credenza o linguaggio; essi mutarono tante volte che non è sillaba nei loro discorsi dell'oggi alla quale non potesse trovarsi confutazione in quei d'un anno o di mesi addietro—e cito a pie' di pagina un esempio per saggio[106].

Son questi i nemici di Roma repubblicana. Ah! ben è vero: la libertà, come disse un dei loro, non suscita più nel core degli uomini in Francia quel culto di sagrificio serenamente incontrato, quel santo giovanile entusiasmo puro di sdegni e vendette, nudrito di fiducia e speranza, che fremeva anni sono sotto l'alito dell'amore. Ma chi n'è in colpa? Non i rari fatti consumati dalle insurrezioni su taluno fra gli oppressori, che noi deploriamo, ma che voi, veneratori di Carlotta Corday, non avete diritto d'anatemizzare: a quei fatti noi possiamo contrapporre carnificine regie recenti, e centinaja di vittime scannate ad arbitrio. Non qualche assurdo esclusivo sistema di sovversione violenta, mormorato da qualche individuo e rifiutato universalmente da noi, che si sperderebbe nel soddisfacimento dei veri bisogni del popolo. Se quel culto si contamina talora di meschine passioni—se quell'entusiasmo sembra infiacchirsi nello sconforto—spetta a voi tutti la colpa. Mallevadori delle tristi conseguenze che possono escire da condizioni siffatte son gli uomini, che, da ormai vent'anni, hanno fatto scuola della delusione; son gli uomini che, amati un giorno per apostolato di libere dottrine dai giovani, li hanno freddamente traditi; son gli uomini che avean detto al popolo: la libertà è il diritto d'ogni creatura umana al proprio sviluppo, il mezzo di miglioramento progressivo alle moltitudini, e dicono oggi cogli atti loro: la libertà è l'aristocrazia dell'egoismo potente sostituita a quella del sangue: la libertà è il monopolio e il privilegio dei forti capitali: la libertà è la via schiusa agli uffici e al dominio per un piccolo numero d'ingegni scettici e raggiratori. Non cercate altrove cagioni al dubbio e alle diffidenze.

Saggio della immoralità alla quale io accenno sono i discorsi ministeriali sulla questione romana. Alla parte del diritto nessuno allude. L'inviolabilità della vita d'un popolo, la missione repubblicana scritta nello parole: libertà, eguaglianza, fratellanza della bandiera di Francia, non entrano elementi del problema da sciogliersi. Bisognava davanti al fatto di Roma, argomenta il presidente del Consiglio, rimanersi inerti, ed era disonore—riconoscer sorella la repubblica romana, e correr pericolo di guerra europea—o intervenire a suo danno, e questo scegliemmo. Se noi non facevamo, l'Austria faceva. Così, perchè il ferro dell'assassino minaccia un onesto e voi non avete il coraggio d'interporvi a difenderlo, v'affrettate a vibrar primi il colpo. Rallegratevi, o signori: il pugnale infitto nel core di Roma è vostro: ciò che palpita sotto le pieghe della bandiera tricolore di Francia è una vittima, e voi potete ricevere le felicitazioni di Welden e del re di Napoli: giungeste primi.

E argomentazione siffatta riscote gli applausi della diritta. E quando taluno rammenta i patti e le promesse dell'intervento, il ministro risponde con piglio di Brenno: Guai a chi è vinto! A che parlate di patti e promesse? La guerra li infranse. La guerra! ma non fondaste tutti i vostri discorsi anteriori sull'oppressione esercitata da una mano di faziosi sulle popolazioni romane? non vi diceste liberatori? non si facevano più sacre le vostre promesse quando appunto, cacciati quei pochi, cominciava per voi possibilità di compirle?

La Francia ha fatto in Roma quello che l'Austria avrebbe potuto fare: ha ristabilito il papa nella pienezza del suo potere temporale assoluto; stolta e nulla è dunque la difesa che poggia sui pericoli che noi correvamo dall'Austria. Ma erano pericoli insuperabili?

Ho certezza morale—e non sarebbe difficile accumulare gli indizî—che l'intervento fu concertato a Gaeta fra i quattro governi invasori. Ma or non importa appurarlo. Che avremmo noi fatto se all'Austria, e non alla Francia, fosse stato conferito l'incarico di rovesciare la repubblica romana? Giova, per gl'Italiani, accennarlo.

L'esercito romano sommava dai 14 ai 15 mila combattenti. La divisione lombarda, forte d'8 000 uomini, era pronta all'imbarco alla nostra volta: gli ostacoli veri, come ognun sa, non vennero che dai legni da guerra francesi e dall'impossibilità, dove si fossero superati, di scendere a Civitavecchia. Stava in Marsiglia un nucleo di legione straniera assoldata da noi, forte d'800 volontarî, francesi i più. In Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s'aspettavano dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d'aprile, le forze repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini.

Gli Austriaci giunsero sotto le mura d'Ancona con soli 12 000 uomini, e la lunga loro linea d'operazione rimase, per difetto di forze, sprovveduta, indifesa. Disegno premeditato nostro era quello di fare una dimostrazione a Tolentino, quindi movere con rapida marcia e rovesciando ogni ostacolo per la via di Fano, e presentarsi riconcentrati alle spalle del nemico nelle Romagne. Operazione siffatta, consumata da un ventotto mila uomini, doveva infallantemente o cacciare gli Austriaci a fuga precipitosa o distruggere intero quel corpo d'esercito.

O gli Austriaci dunque—e questo è il vero—sentendosi ancora deboli, ritardavano l'invasione, e ci davano campo di trovarci alla metà del maggio largamente provveduti di materiale da guerra, e forti d'un 45 000 uomini:—o invadevano, e la repubblica iniziava la difesa del suo territorio con una prima e certa vittoria. Chi può calcolare le conseguenze morali d'una vittoria sull'armi austriache, cacciata come guanto di sfida tra popolazioni frementi di lungo odio contro l'Austria, e facili all'entusiasmo, chiarite or prodi e vogliose di battersi? A noi sorrideva nell'animo la speranza di stendere una mano all'eroica Venezia e ricominciare, poi che la guerra regia s'era spenta in Novara, in nome di Dio e del Popolo, la guerra sacra dell'indipendenza italiana. Comunque, l'impresa fidata all'Austria, ricinta di nemici com'era, e costretta a serbare la più gran parte delle sue forze fra il Piemonte, la Toscana e la Lombardia, era più che dubbia nell'esito; e il parlarne come d'impresa infallibile ad uomini che privi di tutte le forze accennate, e alle quali chiuse il varco Civitavecchia francese, combatterono la giornata del 30 aprile, e costrinsero in città non forte, trentamila Francesi a un mese d'assedio, aggiunge il ridicolo alla coscienza della menzogna.

Ma vi sono fronti, come dice Giorgio Sand, alle quali non è più dato arrossire.

La questione, per ciò che spetta all'invasione, ai motivi e ai particolari del fatto, è, ripetiamolo, questione oggimai decisa; e noi possiamo da questo fango di menzogne, di contraddizioni e d'ipocrisie, levarci a contemplarla in più alta sfera. Gl'inetti eredi della dottrina si trascineranno come potranno di difficoltà in difficoltà, di vergogna in vergogna, tentando sempre e inutilmente di transigere tra i due principî rappresentati in Roma dal Papa e dal Popolo, finchè piaccia alla Francia o all'Italia di tollerarli. Ma lo scioglimento della questione non è nelle loro mani.

Lo scioglimento della questione spetta all'umanità. Umanità e Papato: son questi i due termini estremi d'una controversia, inerente all'educazione progressiva e provvidenziale dello spirito umano, e che s'agita apertamente in Europa da ormai quattro secoli. Chi muta quei nomi in Libertà e Autorità fraintende ad arte, o per grettezza di mente, i termini del problema, falsa gli elementi della decisione, e assegna all'umanità un carattere d'opposizione che tende a negarne la stessa essenza.

Unico il signor Montalembert intravvide, nell'Assemblea di Francia, l'altezza della contesa: sdegnò i particolari, e assalì di fronte, con coraggio degno di miglior causa, la parte repubblicana: inferiore anch'egli al soggetto, in virtù appunto dell'errore, ch'io noto. Pur tanto giova trattar le questioni nella sfera dei principî, che dal suo discorso scese più luce a rischiarare la vera condizione delle cose e degli animi, che non da tutti i discorsi ministeriali dall'assedio di Roma in poi. E noi rendiamo grazie, come Italiani e come repubblicani, al Montalembert. Egli ci ha dato il programma della parte cattolica; e questo programma è una solenne conferma delle nostre credenze. Le transazioni ideate dagli uomini della dottrina son nulle, impossibili. Il sint ut sunt è anch'oggi il simbolo del cattolicismo. La libertà è inconciliabile col papato. L'autorità assoluta della chiesa cattolica incarnata nel papa deve rimanersi qual era ai tempi di Gregorio XVI, libera d'inspirarsi alla propria coscienza senza vincoli, senza patti, senza istituzioni che possono menomarla. Così parla l'oratore della parte cattolica; e perchè quant'ei parla sia il vero dell'avvenire come è del presente, non gli manca che di cancellare una cosa sola: la coscienza del genere umano.

E la coscienza del genere umano, superiore al papa e a ben altro; la coscienza del genere umano, che ha costituito per molti secoli, col proprio consenso, la potenza e il diritto del papa; protesta in oggi, in nome, non della Libertà ma dell'Autorità, contro l'instituzione in nome della quale il signor Montalembert vorrebbe sopprimere il libero sviluppo della vita romana.

Noi non siamo continuatori di Voltaire e del secolo XVIII. Essi distrussero, negarono; e perchè distrussero, noi cerchiamo fondare; perchè negarono, noi affermiamo. L'umanità, oggi come sempre, è profondamente, inevitabilmente religiosa; e perchè religiosa, move guerra al papato, forma, fantasma di religione, non religione.

L'accusa d'irreligione, di pura e semplice negazione d'ogni autorità gittata alla democrazia, è indegna oggimai di chiunque guardi con occhio imparziale alle sue più pure e potenti manifestazioni. Noi tutti combattiamo per conquistare al mondo un'autorità; noi tutti invochiamo il termine d'un periodo di crisi nel quale dei due criterî di verità, coscienza dell'umanità e coscienza dell'individuo, che la provvidenza ci ha dati, ci rimane solo il secondo. Chiediamo un patto, una fede comune, un interprete alla legge di Dio. Ma perchè questo patto sia religioso ed abbia mallevadrici dell'osservanza l'anime nostre, è necessario che la nostra coscienza lo accetti liberamente: perchè quest'autorità possa dirigere la nostra vita, è necessario che essa abbia fede in sè, che il mondo abbia fede in essa, che essa sia verbo d'unità, di progresso continuo, di scoprimento incessante del vero[107]. E diciamo che non uno di questi essenziali caratteri fa sacro in oggi e fecondo il papato. Il grido di libertà che s'inalza in mezzo ai popoli è grido d'emancipazione da un'autorità incadaverita, inciampo alla nuova. Ogni grande rivoluzione è segno di morte a un potere esaurito, e iniziativa d'un altro che intenda la vita e ne consacri tutte le manifestazioni a progresso coordinato e pacifico.

Perchè nessuno, nell'assemblea di Francia, pose in questi termini la questione al signor Montalembert? Perchè non una voce si levò a gridargli: «Voi poggiate sul vuoto; voi discutete intorno a ciò ch'era e non è. Il papato, signore, è morto; morto nel sangue: morto nel fango: morto per aver tradito la propria missione di protezione del debole contro il potente che opprime: morto per avere da oltre a tre secoli e mezzo fornicato coi principi: morto per avere crocefisso una seconda volta Gesù, in nome dell'egoismo, davanti all'aule di tutti governi tristi, scettici o ipocriti: morto per aver proferito una parola di fede senza credere in essa: morto per aver negato la libertà umana e la dignità dell'anime nostre immortali: morto per aver condannato la scienza in Galileo, la filosofia in Giordano Bruno, l'aspirazione religiosa in Giovanni Huss e Girolamo di Praga, la vita politica coll'anatema al diritto dei popoli; la vita civile col gesuitismo, coi terrori dell'inquisizione, coll'esempio della corruttela; la vita della famiglia colla confessione fatta spionaggio e colla divisione seminata spesso tra padre e figlio, fratello e fratello, consorte e marito: morto pei principî del trattato di Vestfalia: morto pei popoli, dal 1378, con Gregorio XI, e col cominciar dello scisma: morto per l'Italia dal 1530, quando Clemente VII e Carlo V, il Papato e l'Impero, segnarono un patto nefando e trafissero la morente libertà italiana in Firenze, come oggi i vostri tentarono trafiggere la libertà nascente d'Italia in Roma: morto perchè il popolo è sorto; perchè Pio IX fugge; perchè le moltitudini gli maledicono; perchè gli uomini che in nome di Voltaire fecero guerra al prete per quindici anni, lo difendono in oggi coll'ipocrisia; perchè voi, signore, ed i vostri, lo difendete coll'intolleranza e colle armi, e dichiarate che il papato non può vivere allato della libertà! Voi chiedete a Vittore Hugo, d'additarvi una idea che abbia ottenuto un culto di diciotto secoli? È quella, signore, che voi giudicate irreconciliabile col papato e che dura da quando il soffio di Dio trasse dal nulla l'umanità; l'idea che ha sottratto al vostro cattolicismo metà del mondo cristiano, l'idea che vi ha strappato Lamennais e il fiore degli intelletti europei, l'idea di Gesù, la pura, la bella, la santa libertà, che voi invocavate pochi anni addietro per la Polonia, che l'Italia invoca oggi, sotto forma e mallevadoria di nazione per sè e che non può, quando voi non crediate parte di religione il costituire un popolo-paria nel seno dell'umanità, esser buona cosa per una contrada e triste per l'altra. Ah! è grave condanna al papato, o signore, grave conferma alle nostre credenze questa contraddizione che le vostre parole confessano tra l'eterno elemento d'ogni vita umana e l'instituzione che dovrebbe, anzichè cancellarlo, benedirgli e promoverlo.

È questa contraddizione somma per noi alla negazione, non solamente, del diritto ingenito nelle popolazioni romane, ma della Nazione.

Un anno addietro, i ministri di Francia salutavano come immancabile e prospero evento lo sviluppo dell'italiana nazionalità. Lamartine dichiarava con certezza di non essere smentito mai dai fatti possibili, che, con intervento di Francia o senza, l'Italia sarebbe libera; l'Assemblea costituente invitava la potestà esecutiva a serbare norma alla sua condotta il voto unanime dei rappresentanti; emancipazione d'Italia. Oggi adoratori dei fatto e della cieca forza che soggioga per un giorno l'idea, rappresentanti e ministri dimenticano, cancellano la nazione e trattano la questione siccome puramente locale. Or, la Nazione e Roma sono una sola cosa per noi. Credono essi spento per sempre il palpito di ventisei milioni d'uomini che hanno imparato a insorgere, a vincere, a morire in nome dell'Italia futura? E se credono nell'Italia futura, credono che la nazione possa vivere un giorno libera e progressiva col dogma dell'autorità assolata impiantato nella sua metropoli?

L'Italia futura, la nazione una, è fatto inevitabile in un tempo che non è lontano. Questa fede italiana annunziata, da Dante in poi, nella vita e negli scritti dei nostri grandi del pensiero, trasmessa da generazione a generazione dalle aspirazioni della nostra letteratura, trasmessa di padre in figlio, negli ultimi trenta anni, in seno alle nostre fratellanze segrete, e nudrita di sangue e di lagrime, noi non la sagrificheremo, signori, ai vostri meschini concetti di transazione o perchè a voi piaccia far poesia sulle rovine d'una instituzione che fu sublime, e anteporre al futuro il passato. Papi, imperatori, oppressori domestici e gelose potenze straniere hanno fatto a gara per sotterrar dal nascere questa fede; e non valse. Il lento lavoro d'unificazione non s'arrestò mai in Italia per gli ultimi tre secoli: se un papa volle, quando il papato era già esoso alla miglior parte della nazione, che il suo nome rimanesse ricordo d'affetto fidato al genio di Michelangelo e alla tradizione italiana, gli fu forza cacciare il grido di fuori i barbari!—e quando l'entusiasmo di tutta quella gioventù, che voi calunniate come anarchica e demagogica, salutò d'un lungo grido d'illusi applausi il papa in nome del quale gli stranieri stanno oggi in Roma, quel papa avea proferito con amore la sacra parola Italia; e l'applauso gli fu sottratto, e il popolo si ritrasse fremendo da lui quand'ei si rivelò avverso alla guerra d'emancipazione. Oggi quel lavoro procede colle leggi del moto uniformemente accelerato; dalle menti educate al pensiero è sceso al core d'Italia, alle moltitudini; e voi presumereste arrestarlo? presumereste convincerci che noi sacrificammo la nostra vita ad un sogno, ad una illusione colpevole, perchè un vecchio senza genio, senz'amore, senza forti credenze, senza il coraggio del martirio, e pochi uomini, corrotti, immorali, irreligiosi, segnati a dito dal popolo, come Richelieu, col nome di triumviri rossi, balbettano un anatema?

Ed io—è l'unica volta ch'io parlo quasi con rimorso di me—io, signor Montalembert, che non ho mai firmato dichiarazioni o accettato amnistie, perch'io non voleva porre una menzogna nella mia vita e perch'essi hanno bisogno della nostra amnistia, non noi della loro,—io che esule ormai da vent'anni ho dato tutte le gioje della vita, e ciò che più monta, le gioje de' miei più cari al culto d'un'unica idea, d'Italia iniziatrice, di patria libera ed una—io che v'ho amato leggendo le vostre pagine premesse al Pellegrino polacco, e vi compiango oggi persecutore dei miei fratelli e nemico al bene della mia nazione—io dovrei cancellare la mia coscienza e calpestare questa mia fede di venticinque anni, sostegno mio contro al dubbio e allo sconforto attraverso delusioni e sciagure ch'io non vi desidero, perchè i corruttori della Chiesa non possono conciliare i loro appetiti di dominio principesco colla libertà dell'Italia e coi progressi del mondo? Ah! ricordo una madre italiana che dolevasi di non avere due figli da dare alla patria, e un'altra che a me, vacillante un momento per dolori taciuti a tutti fuorchè ad essa, scriveva additando il versetto 12 e seguenti al capo VI dell'epistola di Paolo agli Efesi. La prima di quelle madri avea perduto il figlio, per opera dei vostri, sotto le mura di Roma: alla seconda, due erano sottratti dall'esilio, e un terzo da morte volontaria in una prigione. La voce di quelle due madri, signore, confuta per me molti studiati discorsi. La religione del sacrificio è ben altramente vera che non la religione sostenuta da voi colle bajonette. Perisca dunque il papato, e viva l'Italia! Se la Chiesa, disse il padre Ventura, non cammina coi popoli, i popoli cammineranno senza la Chiesa, fuor della Chiesa, contro la Chiesa. Contro la Chiesa! no: noi cammineremo dalla Chiesa del passato alla Chiesa dell'avvenire, dalla Chiesa cadavere alla Chiesa di vita, alla Chiesa dei liberi e degli eguali, dove regge chi più serve i fratelli, dove il seggio della fede non si puntella colla violenza. V'è spazio che basta per Chiesa siffatta fra il Vaticano e il Campidoglio.

E questo grido dell'anima mia, questo convincimento che nulla può svellere, è grido, o signore, è convincimento di tutta la gioventù italiana che ha palpitato di sdegno leggendo il vostro discorso, che palpiterà d'affetto leggendo il mio. Voi potreste spegnere il mio, non il suo grido. Voi potete cancellar molte vite, ma non la vita. La Vita d'una nazione è cosa di Dio. Tutti i vostri sforzi romperanno contro il decreto della provvidenza. L'Italia sarà.

E il giorno in cui l'Italia sarà, che avverrà del papato?

Anche cadendo, Roma ha reso servigio alla Francia. Essa ha creato al governo ch'oggi l'opprime il più grave ostacolo che potesse mai suscitarglisi: ha logorato la parte della dottrina; ha strappato il segreto alla parte ch'oggi invade il potere: 1815 e diritto divino.

La Francia provveda, e s'affretti. Due morti sono pei popoli: l'assassinio per conquista e il suicidio del disonore. La Francia è minacciata in oggi di questa seconda.

E non di meno la Francia non deve, non può perire. Un popolo che affida all'umanità l'ultima parola di un'epoca deve concorrere alla rivelazione della prima d'un'altra. L'Europa ha bisogno della Francia, del suo braccio e del suo consiglio. E l'avrà.

Una voce di poeta che amammo giovani e che lamentavamo muta da lungo tra le nostre file, la voce di Vittore Hugo, s'è riscossa al grido di Roma, della città madre al genio e alla poesia. E in nome di Roma, noi lo ringraziamo pel marchio stampato in fronte ai nostri oppressori. Una voce d'amico, esule come noi siamo, ha scritto belle e forti parole a scolpare la Francia, la vera Francia, del delitto commesso contro la nostra nascente nazionalità[108]; e a lui con affetto riconoscente diciamo: non temete, fratello; lasciate al vostro esilio e al nostro cuore le discolpe della vera Francia. Le anime nostre sono tranquille e serene come dopo una vittoria. Noi amiamo come combattiamo, ora e sempre. E il nostro amore è il vostro amore, le nostre battaglie sono le vostre battaglie. La falsa parola d'ordine, gettata fra noi da uomini disertori dalla bella vostra bandiera, non dividerà i soldati dello stesso campo. Noi gemiamo e speriamo per voi come per noi. E quando voi ci vedete segregati in Roma, in Italia, da uomini che parlano la lingua di Francia, ma non ne rappresentano l'idea, la missione, dite: essi vogliono serbarsi puri all'abbraccio della Francia redenta;—quando udite la nostra parola escire concitata ed amara contro fatti ed uomini che disonorano la Francia, dite: essi s'irritano, come per la loro, per la nostra patria; ma non dimenticano in cuore un solo dei fatti e degli uomini che la redimono.

28 ottobre 1849.


A LUIGI NAPOLEONE
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESE

«Jusqu'à présent je ne suis qu'un simple volontaire; mais... je me mettrai avec satisfaction sous vos ordres si vous me jugez utile à la cause sacrée que j'embrasse avec ardeur, et à laquelle je rêve depuis dix ans—(Napoléon, lettre au gén. Sercognani, Terni. 28 février, 1831.)

«Moi aussi, banni de ma patrie, je gémis souvent sur la loi d'exil qui frappe ma famille; mais cependant lorsq'on voit qu'aujourd'hui, tout ce qui a l'âme noble est chassé de la terre natale ou persécuté par le pouvoir, alors on est fier d'être dans les rangs des opprimés et des proscrits.»—(Napoléon Louis C. Bonaparte, adresse aux réfugiés polonais, Arnenberg, 17 août 1833.)

«Nos armes ont renversé à Rome cette démagogie turbulente qui, dans toute la peninsule italienne, avait compromis la cause de la vraie liberté, et nos braves soldats ont eu l'insigne honneur de remettre Pie IX sur le trône de St-Pierre.»—(Message du président de la République, 12 novembre 1850.)

Signore.

Quando vostro fratello scriveva da Terni le parole che stanno in capo al mio scritto, voi eravate al suo fianco. La causa sacra per la quale egli e voi eravate presti a combattere, era la stessa ch'oggi chiamate demagogia. Il governo agli ordini del quale voi ambivate sottomettervi era, come il nostro, governo d'insurrezione; decretava, come il nostro, l'abolizione del potere temporale del papa. Non sorse in voi un ricordo di quei giorni, mentre scrivevate le linee calunniatrici di Roma nel vostro Messaggio? Non vedeste levarsi, come un rimorso, la pallida faccia del fratello vostro tra voi e quella bandiera di popolo sotto la quale voi militavate vent'anni addietro, semplice volontario con lui, e alla quale oggi voi, presidente di Francia, insultate? Io era allora prigione in una fortezza, in Savona, dove un papa fu confinato da vostro zio: e giurava a me stesso che nè terrore di persecuzione nè seduzione d'egoismo m'avrebbero sviato mai d'un sol passo dalla bandiera che voi pure abbracciavate con ardore. Ho speso intorno a quella promessa le forze, le gioje e le speranze individuali della mia vita; ma posso guardare con occhio sicuro attraverso quei vent'anni passati senza che un solo ricordo venga a cozzare coll'oggi, senza che una sola imagine di congiunto o d'amico si levi a dirmi: tu hai falsato il giuramento dell'anima tua; tu hai travolto nel fango e calpestato con orma violenta il Dio de' tuoi anni più puri!

E quando nel 1833, sopra una terra repubblicana, confortavate l'esilio col nobile orgoglio d'aver compagni i migliori di tutte contrade perseguitati dai loro governi, voi stringevate una seconda volta il patto di fratellanza cogli uomini ai quali oggi il vostro Messaggio vorrebbe porre in fronte il marchio di demagoghi. Repubblicani erano e chiamati demagoghi dai loro oppressori i cinquecento Polacchi ai quali voi mandavate le amiche parole: repubblicani e ribelli al papa gli esuli d'Italia ch'erravano tra le valli svizzere, adocchiati, com'oggi dalle vostre, dalle spie di Luigi Filippo. Non ripensaste al vostro linguaggio di diciassette anni addietro, mentre osavate chiamare libertà vera quella di ch'oggi godono, mercè vostra, gli abitanti delle terre romane? Non vi sentiste il rossore salire alla fronte mentre dicevate onore cospicuo l'atto che condannò all'esilio migliaja d'uomini salutati dal loro popolo liberatori? Io era, quando voi parlavate in Arnenberg, tra quei proscritti nelle cui file eravate allora altero di connumerarvi; ed anch'oggi son tale e perseguitato, come i miei fratelli di Polonia e Germania, di note confidenziali dai vostri satelliti interpreti del Messaggio. Ma posso levar serena la fronte davanti agli uomini senza temere che un solo de' miei antichi compagni d'esilio mi dica: tu hai tradito il patto stretto nella sventura; tu hai aggiunto il tuo al nome dei proscrittori.

In nome degli esuli di Roma e di tutta Italia, io vi ringrazio, signore, delle parole scritte su noi nel vostro Messaggio. Per esse noi sentiamo insuperbirci, conforto supremo, nell'anima la coscienza di combattere per una causa che non ci costringe a contraddirci e a mentire. La nostra parola d'oggi è quella dei primi giorni della nostra carriera politica: voi date forzatamente una mentita a vent'anni della vostra vita. Noi, militi della fede repubblicana, non invochiamo a vincere se non il libero suffragio del popolo: voi, amministratore d'una repubblica, mutilate il suffragio in patria, lo cancellate coll'armi al di fuori. Noi a mantenere il nostro governo in Roma non avevamo bisogno d'esilî, di proscrizioni, ma d'una bandiera e d'un grido al popolo, perchè in nome di Dio la proteggesse siccome sua: voi a mantenere in Roma il governo che affermate voluto dalla maggioranza, dichiarate aver bisogno che si prolunghi il soggiorno dell'armi francesi; a mantenerlo in Francia, avete bisogno di continue destituzioni, di numerosi imprigionamenti, di sciogliere in cento località le milizie cittadine, di perpetuare in più dipartimenti lo stato d'assedio, d'introdurre limitazioni alla stampa, alle associazioni, alla universale rappresentanza. Noi ristampiamo le sedute della vostra Assemblea, le parole del vostro Messaggio: voi ponete per quanto è in voi divieto sulle nostre difese; la vostra polizia contende la frontiera all'Italia del popolo; la vostra Assemblea non osa leggere le nostre proteste. Noi accusiamo: voi calunniate. Giudichino gli uomini onesti d'Europa da qual parte stia il Vero e la coscienza del Dritto. Giudichino dove stia la fazione.

Alle parole del vostro Messaggio, il Comitato nazionale italiano ha contrapposto la protesta che precede queste mie pagine[109]. La vostra maggioranza, signore, ha cercato soffocarla tacendone. Dai popoli ai quali voi tenete la spada di Brenno alla gola, essa non accetta che petizioni. I selvaggi delle foreste d'America sospendevano le torture per rispettare nel prigioniere il diritto di conchiudere il suo inno di morte, e d'oltraggio ai tormentatori: i vostri non hanno il coraggio di dire: lasciamo passare il grido delle nostre vittime. Essi votano la rovina d'un popolo nel silenzio: la mort sans phrases.

E nondimeno, voi non soffocherete quel grido, signore. Finchè rimarrà un angolo dell'Europa capace di contenere una stamperia pubblica o segreta—finchè vivrà un uomo, forte d'amore e di sdegno, incapace di dimenticare, perchè caduta, la patria e incapace di tacere la verità all'oppressore, perchè potente—quel grido sorgerà a turbare i vostri sonni presidenziali. Quell'angolo di terreno esiste ancora, signore; e quell'uomo anch'egli: io oggi, un altro qualunque de' miei compagni domani. Io v'ho promesso che evocherei di tempo in tempo lo spettro di Roma a ricordarvi, a ricordare alla Francia il delitto che fu commesso e tuttavia dura—e manterrò la parola. I nostri padri credevano che, ridesto al passo dell'assassino, l'assassinato sporgesse fuor del terreno rigida e sanguinosa la mano per accusarlo agli uomini e a Dio. Io sarò per voi, pei vostri, quella mano, signore. Scriverò Roma sulla punta delle mie cinque dita, e le solleverò a dirvi: voi avete sull'anima l'assassinio d'un popolo amico, d'un popolo che amava la Francia, d'un popolo pel quale voi, convinto che la sua causa era sacra, volevate combattere vent'anni addietro.

Ed è sacra, signore: sacra pei luoghi, che furono culla d'incivilimento all'Europa; sacra per le memorie dell'antica libertà repubblicana che costituiscono per noi tradizione di quello ch'è per altri popoli recente e combattuta conquista: sacra pei caratteri del nostro progresso che non escì mai dall'elemento monarchico o aristocratico, ma sempre, per virtù provvidenziale, dall'iniziativa del popolo: sacra per oltre a tre secoli di patimenti durati sotto occupatori stranieri e papi corrotti e corrompitori e principi inetti o tiranni e caste sacerdotali intolleranti, cupide, avverse a ogni libertà di pensiero, senza che siasi spenta la potente scintilla di vita animatrice della nostra razza; sacra per la lunga serie di martiri che in ogni angolo d'Italia hanno segnato la fede col sangue: sacra per l'indomita, instancabile costanza dei tentativi: sacra per la clemenza usata nella vittoria, per l'assenza di dottrine ingiustamente sovvertitrici, per la concordia di tutti i cittadini in un solo volere: sacra per Roma e per gli eroici fatti di Milano, di Venezia, di Brescia, di Bologna e della Sicilia: sacra per la Francia segnatamente, alla quale noi demmo largo tributo del nostro sangue, e dalla quale avemmo sempre promesse, tradite sempre e fatali; poi per opera vostra, signore, compenso quasi alle migliaja di vite italiane spese per accrescere onore alla bandiera di vostro zio, il sacrificio d'alcune migliaja di soldati francesi caduti nell'impresa di spegnere il primo alito della nostra libertà nascente!

Voi avete, signore, sacrificato quei soldati di Francia, falsato le vostre promesse, tradito l'obbligo che v'imponeva la Costituzione, assalito chi non v'offendeva, rovesciato un governo pacifico, messo la bandiera francese allato di quella dell'Austria e dell'oppressore di Napoli, ucciso il fiore dei nostri giovani ufficiali colle vostre palle coniche, dato per bersaglio ai vostri cacciatori d'Africa le camiciuole rosse ch'essi, i nostri, avevano valorosamente indossato quasi a dirvi: eccoci, e condannato migliaja di famiglie alla miseria, alla persecuzione, al lamento su' spenti e sugli esuli, per rovesciare—son parole del vostro Messaggio—quella irrequieta demagogia che in tutta la penisola italiana aveva posta a pericolo la causa della vera libertà. Aveva! La causa della vera libertà è dunque salva oggi in Italia. Le vostre armi rovesciarono il solo ostacolo che l'attraversava. E lasciando da banda il dominio austriaco, dimenticando Napoli e la Sicilia, le leggi organiche pubblicate o da pubblicarsi dal papa costituiscono la libertà vera. La repubblica è per voi dunque sinonimo di demagogia. E la storia dei tempi registrerà che un'Assemblea repubblicana udiva con approvazione quelle vostre parole. Ma io non debbo discuter con voi di repubblica o monarchia. Il buon senso ha insegnato e insegnerà più sempre alla mia nazione che libertà non può esistere per essa se non fondata sulla repubblica e che il grido di Roma ha in sè l'avvenire italiano. Pur noi non imponemmo repubblica; l'avemmo, lieti e plaudenti, dal popolo, da una Assemblea Costituente. Libertà vera per noi fu allora ed è tuttavia quella ch'esce ordinata dal libero suffragio della nazione. Perchè non la interrogate? Una irrequieta audace fazione toglieva allora senno e libertà di giudizio al popolo? Ma quella fazione oggi è spenta o lontana. Io vi scrivo dall'esilio. L'esilio, la prigione o la sepoltura hanno tutti i miei compagni. Perchè non restituite al popolo il libero voto? Perchè, dopo diciotto mesi, siete costretto a conchiudere le vostre parole dichiarando che il soggiorno del vostro esercito è tuttavia necessario al mantenimento dell'ordine in Roma?

Voi potete, signore, ravvolgervi a vostro senno di menzogna e sofismi: potete trovare un'Assemblea repubblicana che applauda per breve tempo alle vostre parole; ma il giudizio dell'Europa sta irrevocabilmente per noi. Tra noi e voi la contesa è ridotta a termini troppo semplici per ammetter dubbio. Il principio repubblicano è sancito per noi dal decreto non revocato dalla nostra Assemblea: vive nel dritto, legittimo per lo meno quanto il vostro governo; e noi possiamo chiedere alla Francia e all'Europa di restituirci Roma qual era prima del luglio 1849. E nondimeno stiam paghi a chiedervi—tanto siam certi dell'animo delle moltitudini—di rifare onestamente la prova. Noi siamo più assai potenti di voi, signore. A voi, perchè trionfi la libertà vera, bisogna un esercito; a noi basta una urna. Noi vi cacciamo a guanto di sfida ciò che gli agenti vostri promettevano prima della vittoria: sgombrate e rendeteci il voto; e voi non osate raccoglier quel guanto!

Io ho già confutato vittoriosamente altrove l'obliqua accusa data ai repubblicani d'Italia d'aver posto a pericolo, per soverchia esigenza, non la libertà che i principi non pensavano a dare: ma la causa dell'indipendenza che molti sognavano—e si pentono amaramente del sogno—potersi dividere dalla causa della libertà. Cessato il clamore d'una stampa comprata dai nostri padroni, i documenti hanno provato che i repubblicani, convinti che nè da un papa, nè da un principe, nè da un accordo fra i principi potea venir salute all'Italia, cessero nondimeno al voto della maggioranza del paese che inchinava all'esperimento; tacquero, non rinnegarono, le loro dottrine, e s'astennero da ogni maneggio politico negli anni 1846 e 47:—che nel 1848, insorta l'Italia a scacciar lo straniero, accettarono il programma proposto dal principato «che, solamente finita la guerra, il paese fosse chiamato a decretare i proprî fatti politici» e non s'occuparono che di guerra:—che, violato dalla parte regia il programma, essi protestarono virilmente, ma aborrirono dall'armi civili e non tentarono resistenza:—che perduta per ignoranza, per rifiuto degli ajuti popolari e per tradimento la guerra, rinnegata da principi e papa la causa della nazione, essi raccolsero il vessillo abbandonato e lo inalzarono in nome di Dio e del Popolo sulle mura di Venezia e di Roma a riconquistare, se non la vittoria, l'onore d'Italia contro gli Austriaci e contro l'armi vostre, signore:—che riescirono a riconquistarlo. Ma dacchè tra voi e me non può essere intelletto comune di libertà, io non debbo dir qui quale concetto ne avessero i repubblicani, ma solamente seguirvi sul vostro terreno, e ricordare alla Francia qual sia la libertà vera per voi.

Il 26 aprile 1849, la libertà che voi venivate a tutelare fra noi era, signore, la libertà fondata sulla sovranità del paese.—Il nostro scopo—dichiarava in un proclama dettato da voi il generale Oudinot—non è quello d'esercitare una influenza che opprima, nè di imporvi un governo che sarebbe opposto al vostro voto... Noi giustificheremo il titolo di fratelli. Noi rispetteremo le vostre persone e i vostri beni... noi ci porremo di concerto colle autorità esistenti, perchè la nostra occupazione non mova inciampo di sorta alcuna.

Il giorno in cui, caduta Roma, voi scrivevate la lettera a tutti nota all'ufficiale Edgard Ney, la libertà che voi promettevate alle popolazioni dello Stato romano non era più quella del voto; era la libertà che scende come beneficio dall'autorità regia non contrastata, non limitata; e consisteva in un governo fondato e avviato su norme liberali, in una amministrazione laicale, in una legislazione desunta dal codice Napoleone, in un'amnistia generale o quasi. Era programma meschino, illegale, di conquistatore. E Roma, s'anche la parola vostra avesse potuto ridursi in atto, avrebbe sprezzato dono e donatore ad un tempo. Pure, la vera libertà di che oggi parlate è la libertà forse del vostro secondo programma?

Quando—e sia sollecito per l'onore della specie umana quel giorno—avremo una politica religiosa e la parola del vero suonerà franca e spontanea tra popoli e capi di popoli, gli uomini non vorranno credere che da un preside di repubblica potesse escir mai linguaggio così sfacciatamente menzognero come quello del Messaggio, e che un'Assemblea d'eletti dal popolo di Francia l'ascoltasse paziente. Libertà, in Roma, signore! Ma quale? libertà di stampa? d'associazione? di parola? di voto? d'insegnamento? di persona? protetta da milizia cittadina? da rappresentanze inamovibili fuorchè dal popolo? perchè nol diceste? perchè non vel chiesero? Fu ignoranza, codardia, indifferenza? Fu da parte vostra un insulto cacciato alla vittima?

La libertà di Roma, signore—io ricapitolerò cose note per la Francia che dimentica facilmente—la libertà di Roma è lo scioglimento della guardia civica, mantenuto in onta al decreto del 6 luglio che diceva nell'articolo secondo: essa sarà immediatamente riordinata secondo le sue basi primitive:—il divieto d'ogni circolo e d'ogni associazione politica:—il sequestro delle armi che lascia l'onesto indifeso dal ladro e dal masnadiere:—la soppressione di tutti i giornali dai governativi in fuori:—la commissione instituita, in onta alle vostre promesse, il 23 agosto 1849 per rintracciare e punire gli attentati commessi contro la religione e i suoi ministri sotto il governo della repubblica:—le vessazioni contro i forestieri, le denunzie di locandieri, le condizioni al soggiorno in Roma riordinate dalla notificazione del 31 agosto:—la disposizione del 3 settembre colla quale ogni stamperia deve, sotto pena di gravi multe e di prigione, consegnare al governo l'elenco preciso e progressivo de' suoi tipi e de' suoi operaî:—la commissione di censura instituita per tutti gli impiegati della repubblica, la destituzione pressochè generale e da settecento famiglie cacciate nella miseria:—la dispersione dell'esercito e l'esilio di quasi tutti gli uffiziali:—la sospensione di tutti i maestri d'ogni categoria pronunziata il 17 ottobre:—il richiamo degli uffici di polizia e della sbirraglia di tutti gli uomini della reazione e del fecciume dei sicarî di Gregorio XVI:—il ristabilimento dell'inquisizione e del vicariato. La libertà di Roma è, signore, la carta monetata ridotta del 35 per 100—la tassa di barriera ripristinata—le multe di bollo portate al decuplo—la restituzione dei beni alle mani morte—l'incarimento del sale—il rinnovamento della tassa sul macinato—l'aumento del 15 per 100 sulle imposte—la miseria visibilmente crescente in ogni angolo e in ogni ordine dello Stato. La libertà di Roma è un'amnistia che esclude i membri del governo provvisorio, il triumvirato, i componenti i ministeri, i rappresentanti del popolo, i presidi delle provincie, i capi dei corpi militari, gli amnistiati del 1848 colpevoli d'una parte qualunque alla rivoluzione e ch'ebbe per conseguenza immediata una nuova emigrazione—un motu-proprio che, cancellando quello del 1848, riordina il despotismo temperato da una Consulta di Stato eletta dal papa su terne presentate dai consigli provinciali senza intervento dei comuni, accresciuta di membri nominati a capriccio da lui, e condannata al silenzio se non quando al governo piace richiederla di consiglio—una instituzione di consigli provinciali i cui membri sono scelti su terne dei municipî dal papa purchè abbiano età di trent'anni, domicilio di dieci anni nella provincia, beni del valore almeno di seimila scudi e condotta religiosa e politica riconosciuta buona, e le riunioni dei quali possono essere sospese o sciolte ad arbitrio governativo—poi, una persecuzione d'ogni giorno, d'ogni ora: piene zeppe le carceri nuove, quelle del Castello, del Santo Officio, della Galera di Termini, d'uomini strappati per sospetto alle loro famiglie e lasciati a giacersi fra i ladri e gli accoltellatori senza processo finchè piaccia al governo o alla morte di liberarli; i non imprigionati, ma invisi per opinione repubblicana, additati ai soprusi, agl'insulti alle ferite dei birri arbitri oggimai dello Stato; e, conseguenza inevitabile di condizioni siffatte, l'aumento dei delitti, le vie mal sicure, i paesetti di campagna invasi e derubati da malfattori.

Questa, signore, è la libertà vera di Roma, frutto delle vostre armi e documentata dal Giornale Officiale del governo per voi restaurato. Cancellate, in nome della Francia, la linea del Messaggio che chiama l'invasione fatto glorioso e arrossite pel nome che il caso v'ha dato. Il nipote di Napoleone può esser tiranno, ma don dovrebb'esserlo bassamente. Uccidete, finchè l'altrui fiacchezza ve lo consente; ma non sollevate il lenzuolo dei morti colle vostre mani a farvene manto di gloria.

Gloria! I pochi vostri adulatori possono, a mercare i guadagni del favore d'un giorno, susurrarvi quella parola all'orecchio: ma essa v'è contesa per sempre. Da quando i popoli si sono ridesti, gloria e virtù sono sinonimi.

Principe Luigi Napoleone! un nome in oggi è piccola cosa. L'onda collettiva delle moltitudini spinte a nuovi fati da Dio sommerge, salendo, nomi e individui. E nondimeno, voi, giunto per meriti non vostri al potere quando ancora l'onda non ha raggiunto il vertice della piramide e i popoli cacciano, prima d'abbandonarlo per sempre, un guardo di riverenza tradizionale al passato, la storia poneva innanzi una bianca pagina, e voi potevate riempirla. Capo d'una forte e grande nazione, erede d'un nome, ultimo potente in Europa, e ammaestrato dalla sciagura, voi dovevate leggere nelle parole che vostro zio proferiva morente in Sant'Elena, nel grido recente di Parigi e negli insegnamenti dell'esilio, la vostra missione. Voi potevate, compiendola, confondere tra i posteri più remoti su quel nome che v'era trasmesso l'aureola delle cento battaglie e la luce pura confortatrice della libertà: Napoleone e Washington. Bastava per questo un affetto di virtù, un pensiero di amore; e se l'amore e la virtù non allignavano nell'anima vostra, bastava un savio calcolo dell'intelletto, un guardo che s'addentrasse nel passato e spiasse il futuro. Voi non potevate, quand'anche aveste sentito a fremervi dentro il suo genio, ricominciare Napoleone: se l'èra dei popoli non fosse stata che sogno, egli era tale da non morir che sul trono. Voi non potevate che trasformare il concetto: ricordarvi che s'egli sorgeva per propria potenza, e sugli ultimi stanchi giorni d'una repubblica, voi sorgevate per elezione di popolo in una repubblica nascente e pregna di fati: ricordarvi che se Napoleone aveva, conscio o inconscio, preparato colla eguaglianza civile, coll'armi e colle leggi europee il terreno alla novella unità, era—e i popoli ve ne avvertivano col sorgere spontaneo per ogni dove—impresa compita: ricordarvi che avevate incontrato e salutato fratelli nell'esilio Polacchi, Italiani, Alemanni rappresentanti la stessa fede; e dire: io inizio, in nome del Popolo, l'epoca nuova: porto, io proscritto di jeri, sul seggio di preside della repubblica, il pensiero de' miei fratelli, e dichiaro: la Francia non vuole ch'esistano da oggi innanzi proscritti. La vita è sacra: sacra nel pensiero, sacra nei popoli. Si riveli, s'espanda, si dia forme proprie come nella creazione di Dio. La spada della Francia conquistatrice giace per sempre nella tomba di Napoleone; ma il popolo ha dato un'altra spada alla Francia e questa spada proteggitrice si stenderà dovunque sorga vita vera in un popolo, tra quella vita nascente e chi s'attentasse di soffocarla.

Non eravate da tanto. Impotente a ripetere la parte di Napoleone, voi avete travestito i suoi concetti gigantescamente ambiziosi in sogni d'un'ambizioncella tremante, pigmea: in disegni di rivoluzioni consolari o imperiali ideate la sera, svanite al mattino davanti all'agitarsi d'una commissione di permanenza o a un'aspra minacciosa parola di un soldato geloso. Incapace di trasformarne il pensiero e senza idee vostre, senza amore nell'anima, e buja d'intelletto dell'avvenire la mente, voi, d'incertezza in incertezza, di codardia in codardia, siete sceso a ricopiare la parte immorale, dissolvente, atea di Luigi Filippo. Vi circondano, inspiratori, dominatori or l'uno or l'altro, gli uomini di Luigi Filippo. Vi pende sul capo, inevitabile, fatale, la sentenza di Luigi Filippo.

Colla spedizione di Roma voi intendeste a propiziarvi a un tempo la parte cattolica, l'esercito e l'Austria; la parte cattolica piegando il ginocchio davanti al papa nel quale voi non credete: l'esercito accarezzandone l'orgoglio e gli spiriti irrequieti: l'Austria alla quale la paura v'ha fatto complice, ajutandola a soffocare nel centro d'Italia l'elemento temuto e insegnando a tutte le popolazioni italiane ch'esse non devono illudersi a sperare cosa alcuna da voi. Colle leggi repressive, imitate da quelle dell'ultimo regno, intendeste a conciliarvi gli abbienti tremanti del socialismo perchè lo giudicano nelle esagerazioni che falsano quella santa tendenza. Col programma di neutralità ch'oggi, prima di avere ritirate le vostre truppe da Roma, sostituite al programma d'azione della Francia, voi sperate rendervi favorevoli gli uomini della pace. Diseredato d'iniziativa, voi, ponendo in luogo della politica dei principî che poggia sul Vero, sul giusto, sull'onore e sull'elemento dotato di maggiore vitalità nel futuro, la trista, meschina, impossibile politica degli interessi e di concessioni che cozzano l'una coll'altra, v'illudeste ad essere quel ch'oggi chiamano uomo di Stato. Ma quel misto di scetticismo e d'orgoglio, d'analisi cadaverica e d'ignoranza della vita che sorse con quel nome quando in Europa mancarono le forti credenze e si ruppe ogni vincolo d'unità, andò digradando da Machiavelli, storico e giudice, fino a Talleyrand, copista meschino e briccone. Luigi Filippo è morto in esilio. Metternich vive in esilio. Ora, uomo di Stato è colui che pensa e pratica il bene. Proscritto anch'oggi, ei riescirà senza fallo domani.

La parte cattolica vi sa ipocrita incredulo: ipocrita anch'essa e senza fede, essa ha accettato, promettendo, l'ajuto vostro: ma i suoi odî vanno oltre la tomba, le sue speranze stanno nei governi dispotici, ed essa vi gitterà l'anatema il primo giorno in cui essa crederà non aver bisogno di voi.

L'esercito sa in oggi che voi lo spingeste all'assassinio di Roma perchè non osavate combattere l'Austria invadente nè lasciarla sola; e arrossirà della macchia di disonore che voi avete messa sulle sue bandiere e della parte di gendarmeria pretesca alla quale voi lo condannate. I soldati di Francia intenderanno che lo stendardo dato ad essi dalla nazione è simbolo d'un principio o cencio senza senso e valore—ch'essi tengono in deposito l'onor della Francia—che dovunque il principio repubblicano, vita e speranza della Francia, è violato per opera loro, essi tradiscono la nazione—che il giuramento del milite nel XIX secolo non è giuramento di medio evo, giuramento d'uomo servo a un signore, ma giuramento di libero a chi rappresenta—e fino a quando la rappresenta—la missione della sua patria.

L'Austria sa il perchè scendeste in campo con essa, e non si giova, sprezzando, di voi che per logorare ogni influenza morale francese in Italia e togliere un alleato alla vostra illusa nazione.

I proprietarî, i detentori della ricchezza di Francia, imparano rapidamente le vere idee degli uomini che studiano i segni della inevitabile trasformazione sociale e cercano le vie per le quali possa pacificamente compirsi. Essi s'avvedranno che in questi uomini, oggi ancora fraintesi, è riposta mallevadorìa più potente che non quella delle vostre leggi repressive e seminatrici di guerra implacabile contro gli agitatori violenti e i sofisti sovvertitori d'ogni ordine.

Gli uomini della pace v'abbandoneranno come abbandonarono Luigi Filippo, appena un nucleo d'arditi scenderà nelle vie delle città francesi a provare che non v'è pace senza giustizia.

Per tutti questi elementi voi non siete che una transizione ad altro. Essi vi hanno conosciuto debole, e nessuno lega a quelli del debole i proprî fati.

E la Francia, la Francia-popolo, la vera Francia, che noi amiamo e non confondiamo, signore, con voi e coi vostri, la Francia che geme e freme sotto un obbrobrio non meritato, sentirà un dì o l'altro, ma di certo entro un breve cerchio di tempo, il rimprovero che pesa sulla sua fronte, e d'un de' suoi moti di lione lo scoterà via da sè. La Francia intenderà che la noncuranza colla quale essa concede ai governi che la dirigono di cancellare o falsare il principio europeo pel quale essa ha sparso sudori e sangue, non è una stanchezza momentanea dell'oggi, ma dura da lunghi anni e accumula sulla sua bandiera diffidenze e reazioni ormai gravi; che vigilano nell'Europa dei popoli, contro l'amore ch'essa inspirava, la rovina della libertà spagnuola nel 1823, le promesse fallite all'Italia nel 1831, l'isolamento colpevole del 1848, l'abbandono della Polonia, l'indifferenza davanti all'invasione russa nell'Ungheria, lo scredito che sparge per ogni dove sull'idea repubblicana la repubblica-menzogna immedesimata con essa, e il delitto di Roma; che la sua potenza d'iniziativa perisce; che a farla rivivere è urgente ridestarsi; e si desterà.

In quel giorno, signore, abbandonato, schernito, maledetto da quei ch'oggi s'avviliscono più di menzogne e di lodi davanti a voi, andrete, vittima espiatrice di Roma, a morire in esilio.

Il culto dei nomi, esaurito nell'ultima formula, svanirà per la Francia e per l'Europa. Il Popolo sarà papa in Roma, presidente in Parigi.

Principe Luigi Napoleone! Il 14 gennajo 1848 io scrivevo al ministro Guizot: «Voi siete travolto oggimai dagli eventi che non potete più prevenire nè dirigere. Voi siete ancora molto potente, signor ministro; ma noi saremo in ultimo più potenti di voi.» Il ministro crollava, sorridendo, il capo. Ma dov'era egli in febbrajo?

Dicembre 1850.


1856.
A DANIELE MANIN

I.

Quando voi, capo di repubblica nel 1848, e caro a noi tutti pei ricordi della gran difesa e per dignità di condotta negli anni d'esilio, gittaste, rompendo a un tratto il lungo silenzio, la bandiera—non dirò della repubblica—ma della nazione, ai piedi d'un re, io vi compiansi e mi dolsi per l'Italia, tacendo.

Mi dolsi per l'Italia, che perdeva in voi un'altra gemma della sua corona d'illustri, quando appunto la condizione delle cose additava più urgente il bisogno d'averli tutti congiunti in un solo pensiero di azione: compiansi voi, che, abbandonando la logica, piana, diritta via dei principî per frammettervi agli uomini d'opportunità, e accettando concessioni e transazioni colla coscienza, che illudono e indugiano da otto anni l'Italia, smarrireste, per legge fatale, l'intelletto delle circostanze europee, dimezzereste fra le ambagi d'una dubbia politica le libere facoltà della mente, e scendereste, dal seggio d'apostolo della causa patria, alla parte di strumento inconscio dei diplomatici, ingannatori sempre, e dei faccendieri di corte: ma tacqui, sperando che l'esame attento dei fatti vi ricondurrebbe sollecito a miglior partito, e che dall'aver detto alla monarchia: Fate, e saremo con voi, trarreste vigore novello per gridare al paese: La nazione salvi la nazione: noi abbiamo offerto alla monarchia di guidarci, e la monarchia, paurosa e impotente, ricusa.

Più dopo, io vi vidi, in onta a fatti che dovevano togliervi ogni speranza, persistere sulla torta via: parlare in nome dei repubblicani, dai quali non avevate avuto mandato, e sopprimere la fede repubblicana: parlare in nome d'un partito nazionale non fondato da voi e i cui martiri muojono, da un quarto di secolo, col grido di viva l'Italia! e sopprimere la coscienza e il diritto della nazione. Vi vidi affaccendato a fondare, in onta della moralità, base necessaria d'ogni progresso, la fusione, l'abdicazione di tutti i partiti in un solo, il peggiore, sopra un equivoco, sulla parola unificazione sostituita alla parola unità, senza avvedervi, senza leggere nella storia delle imprese passate, che uomini i quali si collegano, pur movendo a diversi fini, possono forse insorgere, ma a patto di uccidere, colle liti civili, l'insurrezione il dì dopo. Vi vidi, a fronte di trattati che promettono all'Austria l'interezza dei suoi possedimenti, ostinarvi a seguire inspirazioni straniere; a fronte d'un memorandum[110] che insegna ai governi il come si possa con miglioramenti locali indugiare, se non vincere, il proposito degli uomini che cercano la patria comune, dichiarare che la monarchia piemontese moveva guidatrice all'impresa; poi, quasi pentito, gridare al partito: Agitate, agitatevi, come se la parola di O'Connel potesse adattarsi a terra non libera, sulla quale ogni agitazione è delitto severamente punito; e, impaurito dei consiglieri, nuovamente ritrarvi: spettacolo tristissimo a quanti più v'ammiravano e a me primo. E nondimeno avrei, tanto mi pesa l'accarezzar con l'esempio il mal abito delle polemiche, continuato a tacermi. Ma una delle ultime vostre lettere avventa, sotto colore d'insegnamento morale, tale un'accusa al partito, che il non respingerla parrebbe indifferenza o consenso. Però vi scrivo.

In quella lettera voi dichiarate che il partito non riescirà nell'impresa patria, se prima non si separa solennemente dalla teoria del pugnale.

Quella lettera fu stampata all'estero: stampata nel Times, giornale ch'oggi, iniziato al maneggio diplomatico, accenna alla necessità di alcune riforme locali nel centro e nel mezzogiorno d'Italia, ma che fu sempre ed è tuttavia avverso alla nostra causa nazionale, che predicò in ogni tempo l'alleanza dell'Inghilterra coll'Austria, s'avventò sistematicamente rabbioso contro ogni insurrezione italiana, calunniò sfacciatamente gli uomini del partito, inveì feroce contro i nobili tentativi dei popolani lombardi, e ci dichiarò a più riprese corrotti, inetti, incapaci di libertà, accennando soltanto ultimamente, per suggerimento dei suoi padroni, a un indizio di miglioramento innegabile nel Piemonte; come se Roma, Milano, la vostra Venezia e dieci altri punti in Italia, non ci avessero, nel 1848 e nel 1849, dichiarato agli onesti di tutta Europa, razza non inferiore ad alcuna in attitudine a governi liberi non guasti da licenza e anarchia.

In giornale siffatto, voi, per senso di dignità personale e di rispetto alla vostra nazione, non dovreste mai scrivere. Ma come non v'avvedeste a ogni modo che, inserendovi quella lettera, voi, sottraendovi ad ogni accusa e decretando a voi solo una patente di moralità, prestavate al nemico un'arme potente contro il partito, contro il paese?

Quando il turpe maneggio governativo, al quale voi porgete oggi inconscio l'autorità del vostro nome, avrà raggiunto il suo fine, o dispererà di raggiungerlo—quando i padroni del Times, ch'oggi tentano di sviarci, colle illusioni delle riforme locali, dall'unica meta, la libera Unità Nazionale, crederanno giunto il momento di por fine al mal gioco e di mutare linguaggio—essi commenteranno la vostra lettera, e ne dedurranno che noi abbiamo statuito, mezzo alla nostra emancipazione, la teoria del pugnale; che il partito o frazione importante del partito l'accettava, che voi, capo di repubblica un giorno e nome autorevole, v'eravate sentito in obbligo di protestare contro la teoria; ma che il partito—e questo lo dedurranno dal primo fatto isolato d'ira o vendetta individuale che si commetterà in un angolo della penisola—non avendo accettato il vostro consiglio, noi siamo un popolo feroce, irreparabilmente guasto, e indegno delle simpatie dell'Europa.

E quasi a convalidare anzi tratto accusa siffatta e lasciar che altri creda in una potenza segretamente ordinata a uccidere chi dissenta, voi parlate a più riprese di coraggio che v'è necessario per dettar quella lettera. Coraggio! Voi sapevate, scrivendo, che tuonando contro il pugnale raccogliereste, senz'ombra di rischio da anima viva, lode di moralissimo tra gli educatori d'Italia, da quanti, seduti all'ombra della loro bandiera patria e assicurati nell'esercizio dei loro diritti da una ben ordinata giustizia nazionale, giudicano, freddamente severi, i palpiti irregolari, convulsi, d'un popolo oppresso, ineducato, senza speranza fuorchè in una lotta di sangue, senza tribunale che ristabilisca equilibrio tra esso e chi lo perseguita.

Da taluni mi fu detto che, denunziando la teoria del pugnale, voi accennavate obliquamente, senza nominarmi, a me e agli uomini affratellati con me in un pensiero d'azione. Non vi credo d'animo basso; e respingo il sospetto. Pur, come mai gli affetti dovuti a chi combatte da oltre 25 anni per la causa italiana non vi suggerirono che altri potrebbe interpretare le vostre parole a quel modo? Come non ricordaste che i governi e i giornali dei moderati piemontesi e lombardi, e il Times, depositario dei vostri pensieri, tentarono a gara di diffondere contro me la codarda accusa, dopo il 6 febbraio 1853? Come non vi venne in mente che, inalzandovi contro la teoria del pugnale, soccorrevate, scortesemente immemore, alle calunnie delle spie, dei creduli e dei nemici senza coscienza, che m'apposero sentenze di morte, tribunali segreti e tendenze a vendette illegali?

E non di meno, non è in nome mio—a me oggimai poco importa di ciò che l'opinione altrui, quando non mova da coloro che io amo e che m'amano, sentenziò a mio danno o a mio pro—ma in nome di tutto un partito, ch'io vi chiedo solennemente: quand'è che fu sancita in Italia la teorica del pugnale? chi la stese? chi l'appoggia coi fatti, o colla parola?

Se per teorica del pugnale intendete il linguaggio di chi grida a una gente schiava, senza patria, senza bandiera che ne ombreggi la culla e la sepoltura: «Sorgete: morite o spegnete: voi non siete uomini, ma arnesi adoprati a beneplacito dello straniero; non siete popolo, ma razza diseredata di servi sprezzati quanto più guaîte; non siete Italiani, ma Israeliti, Paria, Iloti d'Europa; non avete nome, non battesimo di nazione, ma siete numero, vi rappresenta una cifra, e Francesco I descriveva con essa sfrontatamente le migliori anime nostre gementi, tormentate, schiacciate nelle segrete di Spielberg; primo, unico vostro debito è farvi uomini, cittadini; ogni educazione comincia da quello; nessun progresso può iniziarsi se non da chi è: sorgete dunque e siate; sorgete tremendi a quanti v'attraversano, in nome della forza brutale, le vie che la Provvidenza v'insegna: sorgete sublimemente feroci. Se i vostri oppressori vi hanno disarmato, create l'armi a combatterli: vi siano istrumenti di guerra i ferri delle vostre croci, i chiodi delle vostre officine, i ciottoli delle vostre vie, i pugnali che la lima può darvi. Conquistate colle insidie, colle sorprese, l'armi colle quali lo straniero vi toglie onore, sostanze, libertà, diritto e vita. Dalla daga dei Vespri, al sasso di Balilla, al coltello di Palafox, benedetta sia nelle vostre mani ogni cosa che può distruggere il nemico ed emanciparvi.»—Quel linguaggio è il mio, e dovrebbe essere il vostro. L'arme che uccise Marinovich, nel vostro arsenale, iniziò l'insurrezione della quale accettaste la direzione in Venezia; e fu arme di guerra non regolare, come quella che trafisse in Roma, tre mesi prima della Repubblica, il ministro Rossi.

Ma se per teorica del pugnale intendete il linguaggio di chi dicesse ai nostri concittadini: «Perite, non iniziando l'insurrezione, ma pel solo intento di ferire, e perchè non volete, non potete insorgere: ferite nell'ombra: ferite isolatamente individui, la vita o la morte dei quali non è nè salute nè ostacolo alla Patria; sostituite la vendetta, che disonora, alla congiura che emancipa: fatevi tribunale, prima di essere cittadini, prima di poter concedere alla vittima pentimento o discolpe:»—Chi tenne questo linguaggio? chi stese in Italia l'atroce teorica? È debito vostro il dirlo o ritrattare l'accusa.

Quel linguaggio fu susurrato segretamente una sola volta, nel 1849, da qualche tristo, a pochi traviati in Ancona: e noi, repubblicani, rispondemmo ponendo Ancona in istato d'assedio, e reprimendo con vigore, mentre appunto le fazioni fremevano più che mai concitate intorno a noi per l'invasione francese, quei fatti insensatamente feroci. La repubblica uscì da Roma pura di terrore e vendette, senza aver segnato, tra i pericoli dell'assedio, una sola condanna di morte.

D'allora in poi, ravvolta nuovamente l'Italia nella tenebra della servitù, pochi fatti isolati di ferimenti uscirono, risposta disperata a lunghe inaudite persecuzioni, dall'inspirazione individuale, da furore d'uomini ai quali le commissioni militari torturavano forse o fucilavano un padre o un fratello. E a voi era lecito biasimarli, deplorarli inutili, pericolosi, o indegni d'un partito che tende a creare un Popolo: non addossarli all'intero partito, e additarli all'Europa come applicazioni pratiche d'una teorica che non esiste. Errano tuttavia, tra' vivi, uomini usciti imbecilli dalle prigioni di Modena per infusione di belladonna ministrata nelle bevande a sconvolgere loro la mente e farsi accusatori d'amici: un Cervieri, popolano lombardo.—e cito un solo nome ad esempio—ebbe in Mantova venti colpi di bastone al giorno, per una settimana: sul danaro che i congiunti mandavano al colonnello Calvi, perch'ei prima di morire strangolato pagasse un suo debito a un prigioniero, gli Austriaci, rifiutando pagare il debito, ritennero le spese della fune e del boja: e se un figlio, un fratello di Cervieri, di Calvi o di quegli infelici, avesse, fatto furente, dato di piglio ad un'arme, e trafitto in piazza il primo tra i persecutori in cui si fosse abbattuto, direste voi frutto di teorica quella uccisione?

In questo—nell'insana, incessante, efferata persecuzione contro il pensiero, contro i menomi atti sospetti, contro le sostanze, contro la vita di quanti sono rei o creduti rei d'affetti al paese—nel bastone fatto legge di mezza Italia—nell'insolenza perenne di padroni stranieri—nell'irritazione febbrile generata dai precetti e da uno spionaggio sfrontato—negli odî educati dalle denunzie pagate—nelle prepotenze consumate sotto l'egida d'un governo aborrito come il papale, da tirannucci subalterni, noti a ogni individuo delle nostre non vaste città—nell'assenza d'ogni educazione popolare—nel disprezzo forzato d'ogni instituzione esistente—nell'impossibilità di trovar giustizia contro i sorprusi degli oppressori—nello spregio della vita, conseguenza inevitabile d'ogni incertezza del domani—in una condizione di cose, che non poggia se non sull'arbitrio del potente—nella colpevole indifferenza dell'Europa governativa a un pensiero di Patria comune, ad una immensa aspirazione nudrita e inesorabilmente repressa da mezzo secolo—vive la teorica del pugnale.

Il partito, collettivamente, ha respinto sempre e respinge la tentazione tremenda che i nostri padroni ci porgono: se pochi individui, organi di non altro che della propria inspirazione, soccombono, è fatto e conseguenza delle cagioni che accenno, e che non cesserà se non col cessare di quelle. Bisognava dirlo. Bisognava ricordare all'Europa come, sopra ogni punto d'Italia, il nostro popolo fu sublime—ogni qual volta ebbe un lampo di viver libero—di perdono e di oblio. Bisognava ricordarle, ciò che pur jeri un ministro inglese dichiarava, contradicendosi, a proposito di Roma, davanti ai Comuni[111] che le nostre città non furono mai sì bene governate e così pure di delitti e violenze, come quando una bandiera di Patria sventolò sulle loro torri. Bisognava ritessere il quadro delle nostre misere condizioni, e gridare: il governo austriaco, che s'ostina, contro il voto unanime della popolazione, a conservare ciò che non è suo; il governo di Francia, che tolse a Roma ogni via di miglioramento; il protestante governo inglese che dichiarò nei suoi dispacci di volere il ritorno del papa; i governi tutti d'Europa, che vietano all'Italia di essere nazione stanno mallevadori davanti agli uomini e a Dio pei pugnali che lampeggiano, tra l'ombra, sulle nostre terre. Essi cospirano tutti a contrastare il nostro libero sviluppo, a mantenere sul nostro suolo una grande Ingiustizia: incolpino sè stessi s'esce talora, di mezzo a una gente schiava, ineducata, abbandonata da tutti, una protesta anormale, violenta.

Era questa, parmi, la parte vostra. Gridare ad uomini che agonizzano ingiustamente sotto il coltello del boja: «non usate il coltello che vi vien tra le mani» è tutt'uno col gridare a chi muore in una atmosfera appestata: corra regolare il sangue nelle vostre vene; guarite: è lo stesso errore che quello dei valentuomini i quali aspettano per iniziare l'instituzione repubblicana, che i nati e educati sotto il dispotismo monarchico, abbiano virtù di repubblicani.

La teorica del pugnale non ha mai esistito in Italia; il fatto del pugnale sparirà quando l'Italia avrà vita propria, diritti riconosciuti e giustizia.

Oggi io non approvo, deploro, ma non mi dà il core di maledire. Quando un uomo, Vandoni, accerchia d'artificî in Milano il suo vecchio amico, per far ch'egli accetti da lui un biglietto dell'Imprestito Nazionale, poi corre a denunciarlo alla polizia dello straniero—se un popolano si leva il dì dopo e trafigge il Giuda a mezzo il giorno sulla pubblica via—io non mi sento coraggio di gettar la pietra a quel popolano, che s'assume di rappresentare la giustizia sociale aborrita alla tirannide.

Io aborro anche da una sola goccia di sangue, quando non richiesta imperiosamente pel trionfo e per la consecrazione d'un santo principio. Credo colpa la pena di morte applicata dalla Società che può difendersi, e vagheggio, primo decreto della repubblica trionfante l'abolizione del patibolo. Gemo sulle vendette individuali, anche se contro gl'iniqui, anche se manchi, ove si compiono, ogni rappresentanza di giustizia legale. Ricusai, affrontando la taccia di debole, di apporre in Roma la mia firma a una condanna nel capo pronunziata da un tribunale di guerra contro un soldato colpevole. Non temo dunque dagli onesti, interpretazione sinistra alle mie parole, se aggiungo che sono, nella vita e nella storia delle nazioni, momenti eccezionali ai quali il giudicio normale umano non può adattarsi, e che non ammettono inspirazioni fuorchè dalla coscienza e da Dio.

Santa è nelle mani di Giuditta la spada che troncò la vita ad Oloferne; santo il pugnale che Armodio incoronava di rose; santo il pugnale di Bruto; santo lo stile del siciliano che iniziò i vespri; santo il dardo di Tell. Quando, dove ogni giustizia è morta e un tiranno nega e cancella col terrore la coscienza d'una nazione e Dio che la volle libera, un uomo, puro d'odio e d'ogni bassa passione e per sola religione di Patria e dell'eterno diritto incarnato in lui, si leva di faccia al tiranno e gli grida: tu tormenti i milioni dei miei fratelli: tu contendi loro ciò che Dio decretava per essi: tu spegni i corpi e corrompi le anime: per te la mia patria agonizza ogni giorno, in te fa capo tutto un edifizio di servitù, di disonore e di colpe: io rovescio quell'edifizio, spegnendoti—io riconosco, in quella manifestazione di tremenda eguaglianza tra il padrone dei milioni e un solo individuo, il dito di Dio. I più sentono in core come io sento: io lo dico.

Io dunque non gitterei, come voi, Manin, l'anatema su quei feritori: non direi loro, con ingiustizia patente: siete codardi; non direi al Partito, che non incuora quei fatti: fallirete allo scopo se non fate che cessino—ma direi: «perchè ferite, o miseri? che sperate? se mai l'uomo ha diritto sulla vita dell'uomo, io so che la spia, il traditore, l'italiano, che accetta, per danaro, dall'oppressore straniero la infame missione di torturare o consegnare al patibolo i suoi fratelli intolleranti della servitù della Patria, son tristi e degni di morte; ma importa spegnerli? e potete spegnerli tutti? E potete esser giudici voi soli di ciò che s'agiti nella coscienza delle vostre vittime? Sapete voi se non saranno pentiti e migliori domani? e a ogni modo, volete esser tristi come essi sono? A vincere, noi dobbiamo esser migliori; a meritar la vittoria, noi dobbiamo cancellare dal nostro core ira, ferocia, vendetta. Noi siamo gli apostoli della Patria futura: vogliamo fondar la Nazione. In quella sacra idea, e nel dovere di far che trionfi, sta la sorgente dei nostri diritti. Or potete fondar la Nazione, conquistar la Patria a quel modo?

«A voi è mestieri di spegnere, non pochi satelliti dei vostri tiranni, ma la tirannide. E finchè vivrà—finchè avrete corruttori in seggio, bajonette straniere e patiboli, avrete corrotti, schiavi traditori per codardia, e tormentatori e carnefici; e ripulluleranno pur sempre, perchè il vostro pugnale lampeggia raro ed incerto e la bajonetta degli oppressori splende sugli occhî loro continua, inesorabile, onnipotente. Concentrate adunque la vostra energia in un pensiero d'insurrezione collettiva, che liberi a un tratto il vostro suolo dalle cagioni che creano i vili ed i tristi. Volgete, intesi fra voi, contro gl'invasori stranieri quei ferri, che oggi adoprate, assumendovi una tremenda missione di giudici, senza esame e senza difesa, contro uomini, che non sono se non arnesi della tirannide che vi sta sopra. Liberi, non avrete da temere o da punire traditori o giudici iniqui. Il diritto di conquistarvi una Patria è diritto che Dio vi dà: quello che vi date da per voi contro gl'individui, agenti ciechi del dispotismo, si libra tra la giustizia e il delitto.»

Se non che, a me, quegli uomini concederebbero il diritto di tener loro questo linguaggio, però che io grido insorgete e addito la via unica, semplice, razionale, e m'adopro, per quanto io so, perchè possano insorgere, e accetto e invoco la cooperazione fraterna di tutti, e chiamo gl'Italiani ad unirsi tutti in opre concordi ed attive intorno a un programma che nessuno, senza intolleranza o tradimento alla Patria comune, può rifiutare: La nazione salvi la nazione: La nazione decida, libera ed una, dei suoi destini. Ma voi?

Ponetevi la mano sul core, e rispondetemi: se un di quegli uomini sui quali voi chiamate l'anatema, sorgesse a dirvi: «Voi ci avete, Daniele Manin, predicato, con altri, l'odio alla dominazione straniera, l'idea nazionale, l'aborrimento agl'Italiani che rinnegano la nostra fede. Voi, con altri, avete messo nell'anima nostra la febbre di Patria. Perchè, cogli altri, non ci guidate alla conquista di quell'ideale? Perchè ci lasciate soli? Perchè, invece di volgervi a noi, fratelli vostri, vi volgete alla diplomazia, alle corti straniere, a una monarchia che non vuole e non può salvarci? Noi siamo milioni; v'abbiamo, nel 1848 e nel 1849, provato che siamo capaci di emancipare il nostro terreno: siamo oggi più forti d'allora, e ve lo provano i fatti stessi che biasimate: perchè non ci ajutate nell'opera del riscatto comune che di certo preferiremmo? perchè voi cogli altri, che salutammo, e siam pronti a salutare oggi ancora nostri capi, non v'unite a chi lavora per noi? Voi non amate i nostri pugnali, perchè non ci date fucili? Voi lo potete: voi e dieci altri nomi cari a tutti, unendovi a dire, palesemente, arditamente: è giunta l'ora! unendovi a chiedere ai facoltosi una parte del loro oro per noi che poniamo il nostro sangue sulla bilancia, riescireste, convincereste, indurreste a sacrificî quei che oggi, nell'anarchia del partito, tentennano irresoluti. Perchè nol fate? Perchè ci trascinate d'illusione in illusione, finchè scenda sull'anime nostre la disperazione? volete che i potenti d'Europa scendano a scannarsi per noi? volete che l'emancipazione d'Italia si compia con forze straniere? No; venite apertamente, francamente con noi. Aggiungete la vostra mente alle nostre braccia. Allora soltanto avrete diritto di consigliarci.»—Che potreste voi rispondere a linguaggio siffatto?

Londra 8 giugno.

II.

Io non vi rimprovero i subiti amori per casa Savoja. Se a voi, fautore di repubblica jeri, piace il giogo d'un re, sia: meglio è dirlo che tacerlo. Se alle nobili tradizioni, repubblicane tutte, del nostro popolo, voi anteponete le tradizioni d'una famiglia, la cui storia si libra perennemente fra le invasioni di due potenze straniere—se alla libera, logica ed una espressione della coscienza nazionale parvi preferibile il complesso, artificiale viluppo, che chiamano monarchia costituzionale, un popolo imperfettamente rappresentato, una aristocrazia creata—dacchè aristocrazia propriamente detta non esiste in Italia—a incepparne sistematicamente la volontà, un sovrano che non governa, ma oscilla fatalmente fra i due—giudichi il paese il vigore del vostro intelletto: voi avete il diritto di predicare il concetto politico inglese, che volete trapiantare in Italia. Io non parteggio per casa alcuna: la mia casa è il Paese: il mio amore è riposto nella Patria comune; la mia fede vive negli sforzi, nel sangue, nella suprema energia del suo Popolo; la mia nozione del dritto posa sulla vita progressiva della nazione guidata dai migliori per senno e virtù; ma non m'irrito se altri dissente, e non credo che la discussione nuoccia alla mia fede repubblicana. Veglia, arbitro su tutti noi, il Paese. Io fido in esso.

Ciò che io vi rimprovero è il modo e il tempo di quel programma; è il mutare in formula di agitazione politica, prima del moto, un concetto che non può essere se non la conclusione del moto stesso; è l'oblìo assoluto, fatale dell'altra, della prima metà del programma, l'insurrezione; è l'irritare, l'allontanare più sempre dal terreno comune, indicato ripetutamente da noi, la parte repubblicana, comandandole dittatoriamente di gittare, ai piedi della frazione monarchica, la propria bandiera; è il sedurre a speranze addormentatrici in disegni segreti del governo piemontese, la gioventù fremente delle nostre terre, quando non esiste disegno alcuno, se non quello d'accattarsi popolarità e prepararsi le vie per padroneggiare e sviare un moto nazionale possibile; è il dire: la rivoluzione è vicina, come se l'Italia dovesse riceverla compiuta da un motu-proprio di gabinetto, invece di dire: fate la rivoluzione e siate; è il gridare: Roma non mova, invece di gridare: mova ogni angolo del paese; è il dichiarare che l'unificazione nazionale ha progredito d'un passo, perchè un ministro di casa Savoja ha tentato insegnare ai nostri padroni come s'eviti l'insurrezione unificatrice; è il travolgere—concedetemi l'acerba, ma giusta parola—nel ridicolo voi stesso, e, se poteste, il Partito, proclamando dall'esilio, e prima che un sol uomo sia desto a combatter tra noi, unificatore d'Italia un re, che non tenta, nè vuole, nè può unificare, i cui cortigiani rifiutano le vostre parole, e i cui ministri perseguitano, imprigionano e trasportano in America quei che si adoprano a mover guerra allo straniero, dismembratore della nostra Patria.

A chi giova la prematura, incauta proclamazione?

Al monarca che oggi servite?

No. La corona d'un popolo che sorge non s'ha in dono; si vince. Volerla, prima di meritarla, è perderla. Se Carlo Alberto, invece d'attendarsi nel quadrilatero, correva, per impedire i rinforzi, ai monti; se, invece d'arrestarsi davanti ai pali della confederazione Germanica accampava in Tirolo; se invece di volere che Venezia, la vostra Venezia, Manin, scontasse la colpa della sua bandiera repubblicana, ei s'affrettava a difenderla e a cingere i passi delle Alpi Friulane e Cadoriche; s'ei non patteggiava col governo inglese la inviolabilità di Trieste; se, invece di rifiutare gli ajuti d'un popolo prode e voglioso, invece di sciogliere i volontarî, ei chiamava la libera guerra dei cittadini a fiancheggiare la battaglia dell'armi regolari; s'ei voleva, insomma o sapeva vincere, nessun partito valeva a contendergli la corona d'Italia.

La malaugurata fusione, affrettata appunto quando l'impresa volgeva in peggio, perdè lui e il paese ad un tempo. Dite al vostro re d'assalire e di vincere; quella è l'unica via per la quale ei possa sperare di cingersi la corona che voi gli decretate, mentr'egli, in virtù dei trattati, siede allato degli stranieri, occupatori di due terzi d'Italia.

O giova al paese?

Il paese, Manin, vive anch'oggi inerte, immemore dei suoi doveri, tra il capestro e il bastone. Bisogna insegnargli la fede in sè, colla fede in esso, l'unità dei voleri, colla concordia degli uomini, ch'egli a torto o a ragione saluta suoi capi, l'energia delle decisioni, colla insistenza d'una parola vera, ardita, immutabile. Bisogna additargli uno scopo determinato, i mezzi logici che ad esso conducono, i doveri che deve compire a raggiungerlo. Bisogna rapirgli inesorabilmente tutte le illusioni che lo disviano, poi rialzarlo colla conoscenza delle forze onnipotenti ch'esso possiede e dimentica. Bisogna, sopra ogni cosa, dargli coscienza di sè, della propria dignità, del diritto eterno che vive in esso, della tradizione de' suoi padri, dell'alta missione alla quale è chiamato nell'avvenire. Voi gli dite: Agita le tue catene, e scegliti un re.

A fronte di quei che gli dicono: Rompi le tue catene e sii re di te stesso, voi gli fate intravedere, nel nome di Vittorio Emanuele, un'arcana potenza che deve emanciparlo ed unificarlo; gl'insegnate, con un consiglio codardo, a disperare di vincere la gente straniera che occupa la sua Roma; lo dichiarate, da un lato, colla negazione del dogma repubblicano, incapace di guidarsi da sè; dall'altro, avviato già pienamente, mercè le cure del re piemontese e dei gabinetti stranieri, alla meta. Così, o Manin, non si destano: s'addormentano i popoli. L'Italia aspettava ben altro linguaggio da voi.

È tempo di dire all'Italia, e senza riguardi, la verità. Gli uomini i quali sagrificano, e ripetutamente, le loro convinzioni a un calcolo d'opportunità momentanea—gli uomini che, a sciogliere il problema italiano, guardano all'estero e non nelle viscere del paese—gli uomini che, dopo aver maledetto alle delusioni del 1848, chiamano l'Italia a rifar quella via di vergogna e sciagura—gli uomini che, dopo aver veduto il popolo vincere su dieci punti d'Italia, e l'esercito regolare, mal guidato e tradito, soccombere, insegnano al popolo che non può vincere, se non mercè quell'esercito—gli uomini che credono l'opera di alcune dichiarazioni sospette e d'alcune adulazioni mentite, bastevole a conquistare ad un tempo esercito e governo che lo dirige—gli uomini che susurrano possibile, prezzo d'apostasia, l'iniziativa della monarchia piemontese—gli uomini che, dopo tanto millantar di vulcani e ruine presso ad esplodere, non gridano unanimi al paese: vergognati e sorgi—tradiscono, consci o inconsci, per difetto di core o di senno, la causa della Nazione. Qualunque sia il nome che portano, la nazione deve rifiutarne i consigli.

Quell'esercito, pel quale voi siete presti a dimenticar la Nazione intera, lo avremo: è esercito italiano, prode, memore, e sente con noi l'aborrimento dello straniero; ma non lo avremo, fuorchè levandoci e invocandone, armati, l'armi. Quel re, al quale in oggi piaggiate, come piaggiaste, per poi maledirlo, al padre di lui, lo avrete—e piaccia a Dio che non abbiate a pentirvene—purchè vogliate: è giovine, coraggioso; l'onta di Novara e l'insulto austriaco devono da quando a quando balenargli sugli occhî, ed è possibile ch'egli un giorno, commosso a forti pensieri, cacci da sè i codardi uomini di gabinetto, che lo circondano, e si faccia, di piemontese, italiano; ma non prima che voi sorgiate, non prima che voi gli abbiate offerto, in azione, un più potente alleato che non è la diplomazia, non prima che il grido di un popolo sommosso gli abbia tuonato all'orecchio: scendi o inalzati con noi. I re seguono talora, non iniziano mai. Chi tenta indugiar la Nazione dietro al fantasma d'un'iniziativa monarchica, o inganna, o ha smarrito il senno.

Le tradizioni del governo piemontese son regie. La monarchia è vincolata, da vecchî e nuovi trattati, alle altre monarchie, e alle norme generali d'ordine e assetto territoriale europeo, prestabilite da lungo. Può il governo piemontese rompere a un tratto, non provocato, non costretto dalla prepotenza di fatti, spettanti ad un ordine nuovo, quei vincoli e quei trattati? Tutta la politica degli uomini del gabinetto sardo poggia sulla speranza di conquistarsi la simpatia e, occorrendo, l'appoggio dei gabinetti inglese e francese; può il gabinetto sardo provocarsi contro l'ira dei due alleati, i quali, col linguaggio officiale e segreto, gl'intimano una politica di resistenza, e non altro? Ogni idea di mutamenti territoriali fu solennemente, unanimemente respinta, nelle Conferenze di Parigi: il diritto italiano vivente, fremente nei Lombardo-Veneti, non ottenne dai plenipotenziarî sardi neanche una sommessa, indiretta allusione: riconoscendo la legalità dello statu-quo, essi s'accontentano d'accennare a una teorica possibile di non intervento, che vietasse all'Austria d'allargarsi oltre agli attuali confini[112]; e pretendereste che re Vittorio Emanuele scendesse un giorno subitamente in campo, varcasse spontaneo il Ticino e la Magra, intimasse ai re delle varie parti d'Italia di scendere; intimasse, affrontando scomuniche e l'armi dell'Impero alleato, al Papa di rassegnare la potestà temporale, e, fatto incitatore d'insurrezione, sovvertitore dell'equilibrio territoriale e del diritto comune governativo europeo, cacciasse il guanto a tutta quanta la lega dei re? Voi, re, nol fareste. Io, re, scenderei dal trono, mi rifarei cittadino, e il dì dopo, libero d'ogni vincolo coll'Europa monarchica, griderei a soldati e a cittadini: seguitemi all'impresa. Sperate l'una o l'altra decisione da re Vittorio Emanuele?

Voi dunque, ai quali par fede che una nazione non possa farsi e vivere senza re, non potete avere il re che chiedete, se non aprendogli la via con una insurrezione di popolo. L'Insurrezione è, per voi come per noi, l'unica soluzione possibile del problema italiano. Per voi, come per noi, l'iniziativa dell'impresa spetta al nostro popolo: il monarca unificatore non può che seguire; l'esercito piemontese non può che rispondere alla chiamata de' suoi fratelli. Perchè dunque non vi unite con noi a procacciare, a promovere, a persuadere l'insurrezione? Perchè, invece di decretare, voi esule, a una terra schiava un re alleato in oggi degli alleati dell'Austria, non vi adoprate con noi a scuotere i giacenti, a rinfrancare gl'incerti, a raccogliere gli ajuti per chi vuol movere, a diffondere concordi la parola che suscita, a cominciar contro l'Austria quella guerra, che può sola presentare al re vostro opportunità di snudare la spada e rivelare all'aperto le generose intenzioni, susurrate oggi misteriosamente all'orecchio dei creduli, dai faccendieri di corte?

Invertendo l'ordine logico dei fatti, che devono e possono costituire lo sviluppo della nostra rigenerazione, voi, che pur vi dite pratici e positivi, nuocete al popolo, smembrando il Partito Nazionale che deve guidarlo, disertando l'unico terreno comune, sul quale tutte le forze potevano e possono tuttora raccogliersi; nuocete al re, facendolo apparire davanti all'Europa provocatore segreto d'agitazioni ostili ai governi; aizzandogli contro le ammonizioni e le minaccie di quegli stessi gabinetti che, disposti a salutare un fatto potente compiuto, desiderano pur non di meno impedire che sorga, costringendolo, quand'ei non abbia energia o ipocrisia sovrumana, a legarsi verso i governi europei con nuove promesse di pace, d'ordine, d'immobilità, se non forse di repressione. Siete a un tempo amici imprudenti, tiepidi e malsicuri patrioti.

Perchè dunque ostinarvi su quella via? Perchè, uomini che amano anch'essi sinceramente il paese, non si stringono in un accordo comune di pensieri e d'azioni onde persuadere all'Italia che il momento per levarsi è venuto, e ajutarla ad afferrarlo con celerità di mosse e imponenza di forze?

S'arretrano essi forse impauriti davanti all'esclusivismo repubblicano?

No: voi non proferirete quella parola, Manin; voi men ch'altri potreste proferirla senza arrossire. La storia dei tentativi fatti da me, perchè tutti ci unissimo sopra un terreno, che non è il mio, ad ajutare le tendenze generose d'un popolo, che è migliore di noi letterati, v'è nota. Ma, lasciando la banda gli sforzi inutili d'un individuo, il grido unanime dei repubblicani d'Italia, convalidato da fatti innegabili, sorgerebbe a smentire l'accusa.

La Nazione salvi la Nazione: la Nazione, libera ed una, decida dei suoi propri fati—è programma esclusivo? Può intendersi, senza quella formola, l'esistenza d'un Partito Nazionale? Non possono, non devono, all'ombra di quella bandiera, abbracciarsi quanti cercano la Patria comune, a qualunque frazione appartengano? Non rimane l'avvenire aperto a ciascuno?

Noi, repubblicani oggi siccome jeri, non vogliamo imporre repubblica, e confessiamo arbitro supremo il paese: voi, repubblicani jeri, volete in oggi imporre la monarchia: chi è l'esclusivo tra noi?

Giugno 30.