III.

Abbiamo francamente parlato ai nostri: era un dovere e, a rischio di spiacere a molti che militano sotto la bandiera da noi venerata, l'abbiamo compito. Ma se a questo punto tacessimo, se non accennassimo ai colpevoli errori della classe d'uomini rappresentata in Francia dall'Assemblea, ma esistente per ogni dove, avremmo rimorso. Non riparliamo dell'animo di vendetta feroce spiegato da quella classe: vendetta e ferocia tanto più ree quanto più sono adoprate da chi è più forte e finora vinse, mentre furono negli altri inspirate da una riazione non giustificabile, ma intelligibile. La questione vive più in alto del triste presente. Cerchiamo rimedî al futuro. Tentiamo via d'accertare come si possa provvedere a che i turpi fatti di jeri non si rinnovino domani. Pensiamo all'Italia, dov'oggi i buoni istinti e l'apostolato dei nostri allontanano il pericolo, ma dove le cagioni esistono e, se durasse, la noncuranza o l'ostinata resistenza a bisogni reali e a sacre aspirazioni lo produrranno.

D'onde scese al popolo, alle classi artigiane, il materialismo? D'onde vanne ad esso l'esempio del culto esclusivo dei beni terrestri, l'idolatria degli interessi sostituita all'adorazione dei principî, delle sante idee?

Dall'incredulità e dai vizî delle corti, dalla corruzione e dalla condotta dell'alto clero, dalle abitudini dei doviziosi, dal fine che s'è visibilmente proposto quell'ordine d'uomini che hanno scelto per sè stessi il nome collettivo di borghesia e che chiameremo classe media. Questa classe, formata non solamente dei detentori di capitali e di ogni altro elemento di produzione, ma di quanti per condizioni propizie hanno potuto educar l'intelletto a una o ad altra funzione e conquistare predominio negli ufficî, nell'insegnamento, nella stampa, nelle imprese industriali, in tutto ciò che rappresenta officialmente o quasi il paese, aveva innanzi la più bella, la più grande, la più santa missione che potesse idearsi; stendere una mano fraterna alla classe immediatamente inferiore e sollevarla al proprio livello; giovarsi dei vasti mezzi posseduti da essa per educare gli ineducati, per aprire a quei che trascinano l'esistenza nella povertà e nell'incertezza le vie del libero lavoro e di vita più umana: schiudere insomma sulla terra ai milioni di figli del popolo, ciò che il Cristianesimo schiuse ad essi nel cielo, la Patria degli eguali e dei liberi. Non aveva la Religione abolito, da diciotto secoli, la perpetuità delle classi anatemizzando il dogma delle due nature e insegnando che tutti gli uomini sono figli di Dio? Non vaticinava la Storia ai discendenti degli emancipati di sette secoli addietro che, come anteriormente al tramutamento dei servi in uomini dei Comuni gli schiavi s'erano mutati in servi, verrebbe tempo nel quale gli assalariati si convertirebbero in lavoranti associati? E non esciva da ogni tradizione politica severa e perenne lezione che i gradi di Progresso assegnati all'Umanità si compiono lentamente, pacificamente, per iniziativa di chi sta in alto o colla violenza del turbine dalla ribellione di chi sta in basso?

Le classi medie dimenticarono il loro Dovere e dimenticarono le norme elementari d'ogni prudenza. Traviata da una falsa filosofia e da una politica derivata da quella e che non potea varcare al di là dei diritti dell'io, obliarono che ogni loro conquista s'era compiuta coll'ajuto delle moltitudini chiamate, infiammate da promesse di miglioramenti e di libertà. I loro diritti, diritti di stampa, di associazione, d'ammessione agli ufficî, d'elettorato e d'eleggibilità, pei quali il popolo, ineducato e costretto a un lavoro di tutte le ore per vivere, non potea giovarsi, erano oggimai securi: a che combattere per gli altrui? Senza concetto di Dovere, che non può derivare se non da una Legge suprema, nè di fine comune, che non può derivare se non da un disegno intelligente preordinato, nè di vita oltre questa, che il freddo sterile Deismo adottato non racchiudeva, rimaneva il culto degli agi, dei conforti, degli interessi, della materia; e vi si travolsero. E allora si svolsero tutte le tristissime conseguenze dell'Egoismo, gelosia di qualunque accennasse a intenzione di salire ov'esse erano, sospetto d'ogni progresso di libertà nelle moltitudini come di mezzo a tradurre in fatto quella intenzione, adesione non sentita, ma calcolata, alla monarchia come a dottrina di privilegio che afforzerebbe il loro, immobilizzazione della vita elettorale nel censo, favore dato agli eserciti permanenti e riluttanza all'armamento della Nazione, monopolio di legislazione e quindi i proprî interessi curati; traditi o negletti quelli del popolo; concentramento amministrativo come barriera contro il temuto futuro, stolto anti-scientifico terrore d'ogni disegno di miglioramento economico nelle condizioni del popolo come se non potesse compiersi che a danno loro e non dovesse invece accrescere la produzione e la ricchezza comune; cento altri errori e mali ch'or non giova numerare, ma sopra ogni cosa il problema vitale, indispensabile, unico potremmo dire, dell'Educazione Nazionale, falsato, immiserito a proporzioni d'una istruzione che, scompagnata dall'educazione morale e patria, è un'arme a due tagli; e questa istruzione ineguale, anarchica, poca e inaccessibile a quanti poveri combattenti per l'esistenza fisica non possono sottrarre il fanciullo al lavoro o soggiacere a quelle, comunque menome, spose di vestiario o d'altro che l'intervento alla scuola richiede. Da quel contegno delle classi medie scende il contegno delle classi artigiane: dalla gelosia e dal sospetto hanno imparato a sospettare e ad essere gelose dell'altrui condizione, dal culto degli interessi materiali l'avidità, dalla ingratitudine l'ira, dalla guerra la guerra.

Oggi ancora e di fronte al pericolo ch'essa dichiara minaccioso, imminente, la stampa monarchica, la stampa che si millanta dell'ordine e parla in nome delle classi medie, versa in Italia su questo popolo accusato, rimproverato, il più esoso materialismo da ogni suo foglio. Per essa, il problema Italiano si risolve in una cifra di produzione, se bene o male ripartita non monta: un lieve progresso nell'esportazione, un arrivo di qualche nave di più in uno o in altro dei nostri porti, un incerto aumento di ricavato da un tributo a danno probabilmente della classe più misera, la suscitano ad inni d'entusiasmo per le condizioni dell'oggi; diresti che l'Italia, convertita in bottega, non dovesse più vivere se non di ciò che si misura e si pesa, e che l'onore, la dignità, le idee, il progresso morale, la missione da compirsi al di fuori pel bene altrui, fossero elementi estranei alla costituzione e allo sviluppo della Nazione. Materialismo d'interessi momentanei, senza norma alcuna di principio morale che guidi, nella politica internazionale—materialismo d'interessi governativi di un giorno, senza concetto che immedesimi popolo e capi in un fine comune—materialismo nella questione del vincolo religioso, invocato fin dove può giovare a sorreggere l'autorità politica, sprezzato e violato ove accenna a limitarla o dirigerla, e tradotto nella vertenza col Papa, in ipocrisia che cospira genuflettendosi—diffidenza del Pensiero considerato pericoloso, d'ogni proposta innovatrice dichiarata utopia, d'ogni incremento di libertà, d'ogni associazione che miri a procacciarlo, d'ogni idea che schiuda o annunzii un nuovo orizzonte allo spirito—è questo l'insegnamento che sgorga ogni giorno dalle manifestazioni officiali o semi-officiali degli organi di ciò che è. La pratica, che convalida pur troppo l'insegnamento, è nota all'Italia, e noi non vogliamo insozzarne le nostre pagine.

Logorata dal tempo e dal materialismo l'antica fede che prometteva almeno le benedizioni del cielo ai condannati a patir sulla terra—senza Educazione che guidi a fede più alta e più unificatrice dei doveri e delle speranze—senza alcuna di quelle grandi idee che han nome Patria, Onore, Gloria, Libertà, Indipendenza, Missione, e hanno potere di creare la virtù del Sacrificio nel core delle moltitudini—come mai le aspirazioni delle classi temute non si sarebbero concentrate intorno alla conquista dei beni materiali negati? Perchè non avrebbero dai godimenti delle classi socialmente superiori imparato il desiderio di godere alla volta loro? E perchè, respinte nei loro più temperati disegni e condannate—in un mondo pel quale il dito di Dio ha stampato per ogni dove la parola progresso—all'immobilità delle loro attuali condizioni, non travierebbero dietro ai primi che, rivelando ad esse la loro forza, le chiamano a conquistare colla violenza e a danno altrui ciò che dovrebbero ottenere per altra via e senza rovina di chi ha già, per lavoro compito nel passato, ottenuto? Gli errori abbondano nelle loro file; ma dov'è il Potere, dov'è la classe fornita di mezzi intellettuali o materiali che abbia educato quei milioni d'uomini al Vero e li abbia poi condotti di grado in grado alla pratica di quel Vero? Una colpevole tendenza all'ira contro gli abbienti, alla vendetta contro chi li offese e rise delle loro richieste, affatica, irrita le anime loro; ma se noi possiamo biasimarli e li biasimiamo, in nome di qual dritto le classi non curanti prima, feroci contr'essi poi, esigerebbero da essi quelle virtù ch'esse non hanno? Da oltre a quarant'anni, la questione della quale Parigi s'è fatta in questi ultimi mesi tristissima interprete, s'agita esplicita, più e più sempre minacciosa in Francia, in Inghilterra e in Germania, nelle classi artigiane; e chi pensò seriamente a risolverla? Chi provvede a schiuderle le vie del progresso pacifico? Le classi governative, i posseditori, nei Parlamenti o fuori, degli ufficî e dei capitali, schernirono la parola di quelle classi e ne soffocarono gli atti nel sangue. Hanno convertito ciò che avrebbe dovuto essere opera concordemente tentata in duello: hanno detto: v'impediremo la via colla Forza: le conseguenze dovevano escire inevitabili. Non giova maledire: bisogna mutar le premesse. E affrettarsi: per quanto è più sacro, affrettarsi.

Professori, senatori, marchesi, gazzettieri e voi tutti che, atteggiandovi a sussiego d'economisti, degnate annunziarci per via d'epistole laudatorie reciproche che v'occupate di salvare la società minacciata, perchè, invece di consigliare amorevolmente il malato e lenirne l'irritazione, cominciate per oltraggiarlo? E perchè, usurpando la definizione materialista e puramente negativa data da Bichat[164] alla Vita, non trovate dall'alto della vostra scienza altri rimedî da quelli infuori che sommano nella parola resistere? Religione, voi dite; e lo diciamo noi pure; ma quale? Noi la cerchiamo nel futuro e tale che dall'alto dell'eterna rivelazione di Dio attraverso le nostre facoltà e le tendenze della vita collettiva, stringa in armonia Terra e Cielo, santifichi coll'adempimento del Dovere i diritti, e insegni all'uomo che deve non distruggere, ma sviluppare e perfezionare gli elementi dei quali si compone la Tradizione dell'Umanità: voi retrocedete a brancolare tra le rovine del lontano passato e vi riannettete per tardo calcolo di paura a una religione che insegnava rassegnazione al Male quaggiù, diceva: al cielo, al cielo! perchè si sentiva incapace di trasformare la terra, e scaglia oggi col Sillabo anatema al Moto. Altri fra voi fantastica di un Partito Conservativo da fondarsi con tutte le reliquie delle fazioni spente o morenti. Il Partito Conservativo esiste: esiste da secoli: esiste nella coesione naturale di tutti gli interessi nati dal tempo e dalla possessione: esiste forte d'ordini, di vasta rete d'ufficî, di tesoro, d'esercito; e non ha potuto impedire alla marea di salire. Sarà più forte se riuscirete a ingrossarlo d'alcuni retrogradi che non seppero difendere, quando occorreva, i loro padroni? E quanto a reprimere, sì, lo potete; lo potete per un po' di tempo ancora; ma lo dovete? Vi basta l'animo di combattere senza rimorso battaglie periodiche, di mantenere ordinata con sagrificî continui, crescenti, la guerra civile nella vostra terra, d'insanguinarvi a ogni tanto le mani nel sangue d'uomini che illusi, traviati, son pure vostri fratelli? E a qual pro? Non riescirete lungamente, e dovete saperlo. O siete ciechi di tanto da non vedere l'inesorabile progressione seguìta in questa guerra tra chi chiede e chi nega? Paragonate le eroiche sommosse del chiostro di Saint-Mery col moto del 1848 e le ribellioni di Lione ai giorni di Luigi Filippo coll'ultima insurrezione del Comune in Parigi. Le vostre sono vittorie di Pirro. Voi potete spegner nemici; ma il Nemico è immortale. Il Nemico è un'idea.

Voi sollevate imprudentemente il grido selvaggio: i barbari sono alle porte della nostra città. Quel grido non è vostro: non esce, la Dio mercè, da concetto italiano. Voi lo usurpaste a Guizot. Ma ricordatevi almeno che l'averlo proferito non salvò Guizot, nè la dinastia ch'egli proteggeva, nè quell'ordinamento della borghesia ch'ei sognava e che rovinò sotto la brutale violenza del Bonaparte. E ricordatevi che i Barbari del V secolo vinsero. A respingerli, bisognava rifare i decaduti, immemori, scettici, corrotti Romani.

Questi che voi oggi chiamate Barbari rappresentano sviata, guasta, sformata per colpa vostra in gran parte, una Idea: il salire inevitabile, provvidenziale, degli uomini del Lavoro. Perchè lo dimenticate? Voi balbettate a ogni ora la sacra parola Progresso; ma cos'è questa Legge divina che noi scrivemmo d'antico sulla nostra bandiera se non l'avvicinarsi di passo in passo all'unità della famiglia di Dio? Non è questo moto ascendente degli Operaî, nelle sue radici, una fase, indicata dai tempi, di quel Progresso? Non dovreste benedirlo come adempimento del disegno divino nel mondo? Voi siete studiosi e forse dotti di Storia; ma non v'insegna la Storia che un'Epoca dell'Umanità o una Nazione non sorge se non coll'affacciarsi d'un nuovo elemento alla vita sociale? Perchè non sentite il bisogno e il dovere d'ajutare a sorgere questo elemento? Perchè volete conservare l'inferiorità di milioni d'uomini, figli come voi di Dio, nati con voi nella stessa terra e chiamati allo stesso fine? Noi abbiamo, scriveva dì sono, meravigliando dell'ingratitudine popolare, un gazzettiere dei vostri, fondato le Casse di Risparmio pei malcontenti. È derisione? È follìa? Casse di risparmio per chi si lagna di non poter risparmiare? Casse di risparmio per risolvere un problema d'eguaglianza, di libertà non mentita, d'associazione, d'unità morale da ordinarsi nello Stato? E voi, professori, senatori e marchesi, che dichiarate, esagerando, urgente il problema e gigantesco il pericolo, date e chiedete lodi e patenti di salvatori al gazzettiere che intende a risolvere l'uno e scongiurar l'altro con rimedî siffatti?

Ciò che le Classi Operaje in Italia vogliono—ciò che noi pure, credenti in Dio, nella santità della Famiglia, nella Proprietà individuale, nella Patria, e avversi alle stolte teoriche del Comune di Parigi e alle tendenze, come ci sono note, dell'Internazionale, vogliamo per esse—è questo:

In un Popolo che sorge a Unità di Nazione, Unità per la quale essi hanno largamente versato il proprio sangue, gli Operaî vogliono sorgere essi pure e aver parte di cittadini, d'uomini liberi su terra libera, in quell'Unità, migliorando le loro condizioni morali, intellettuali e—dacchè quel miglioramento esige tempo e mezzi ch'oggi mancano ad essi—economiche:

Vogliono una Educazione Nazionale, uno Stato che ad essi e a tutti comunichi, come pegno d'eguaglianza morale e di progresso futuro, il programma, la tradizione, i principî universalmente accettati e il fine del paese in cui sono chiamati a vivere e ad agire—e che agevoli l'insegnamento speciale necessario al genere di lavoro che scelgono:

Vogliono il voto, un ordinamento politico nel quale essi possano per mezzo dei loro rappresentanti esprimere bisogni, tendenze, desiderî oggi commessi a uomini d'altre classi e con interessi diversi:

Vogliono un ordinamento di Milizia Nazionale che li chiami, occorrendo, tutti a combattere per l'integrità, l'indipendenza, l'onore, la missione della propria terra e che li ammaestri a compire questo sacro dovere, ma senza pericoli per la libertà del paese e col menomo dispendio del tempo sottratto alla vita di famiglia e alla produzione:

Vogliono un ordinamento di libertà amministrativa che, senza nuocere menomamente all'Unità morale e politica della Nazione, affidi agli eletti dal voto universale del Comune la gestione degli interessi economici e degli Ufficî del Comune medesimo, la tutela della sicurezza pubblica locale, la scelta dei più tra gli ufficiali preposti all'esecuzione delle leggi nazionali:

Vogliono un sistema di tributi che, lasciando inviolabile da ogni diretta o indiretta sottrazione il puro necessario alla vita, graviti equamente su ciò che varca quel limite:

E vogliono pacificamente, gradatamente, sostituire all'ordinamento attuale del lavoro retribuito con salario dai detentori di capitali quello del lavoro associato: unire, in altri termini, nelle mani d'associazioni libere e volontarie, industriali e agricole, capitale e lavoro.

Questo vogliono e avranno le Classi Operaje: sono aspirazioni fondate sulla giustizia, additate dalla progressione storica della vita collettiva dell'Umanità, attuabili senza spogliazioni o brutali violazioni di diritti legittimamente acquistati, promettitrici d'incremento alla produzione e di meno anarchico assetto alla vita economica, giovevoli quindi a ogni classe di cittadini; e quando da quasi mezzo secolo queste aspirazioni sprezzate, neglette, combattute, invigoriscono tuttavia d'anno in anno e numerano oggi non migliaja, ma milioni d'uomini affratellati in esse, i tempi sono evidentemente maturi perchè, entro un tempo non remoto, trionfino.

Soltanto—e parliamo non ai professori, senatori e marchesi inaccessibili probabilmente ai nostri consigli, ma ai numerosi uomini delle classi medie che non sono vincolati a sistemi o interessi privilegiati, che possiedono perchè hanno lavorato e lavorano, che vorrebbero il bene; ma, soverchiamente diffidenti d'ogni mutamento, paventano per ogni dove guai che sta in essi d'evitare—soltanto, se quest'elemento popolare chiamato irrevocabilmente a salire non troverà nei già saliti fuorchè resistenze cieche, repressioni feroci e oltraggi dagli uni, noncuranza, scherno, diffidenza e disamore dagli altri, evocherete i pericoli che temete: quell'elemento inoltrerà non come fiume fecondatore, ma come torrente che straripa, inonda e affoga: quel popolo abbandonato, rejetto, accoglierà facilmente la parola d'ira e vendetta, le idee puramente negative e sovvertitrici che abbondano oggi in Europa: avrete imitazioni di Comuni parigini, Internazionale e flagello periodico di guerra civile.

Amare, concedere le prime richieste or ora accennate, giovare all'ultima, affratellarvi, a temperarlo, col moto: questa è oggi la parte vostra.

Ma potete, nelle condizioni in cui siete, compirla? Potete collocarvi, pacificatori efficaci, tra l'elemento temuto e chi è costretto a tentar di reprimerlo, nè cura se andiate voi pure sommersi? È la prima questione che ciascuno di voi dovrebbe, nella propria mente, risolvere. Per noi, è da lunghi anni risolta.


AGLI OPERAI ITALIANI [165]

Molti fra voi m'amano e sanno ch'io v'amo. V'amo come s'ama una speranza d'immortalità per la creatura più cara, perchè so che in voi, uomini del Lavoro, vivono più che altrove i fati immortali d'Italia: v'amo perchè le ingiuste privazioni sofferte da secoli non v'hanno insegnato a odiare—perchè, soli forse in Europa, avete sentito che non s'hanno diritti se non meritandoli, e vi siete raccolti intorno a una bandiera che porta scritto Dovere—perchè da quando una speranza di risurrezione albeggiò per la patria vostra, voi compiste il dovere, combattendo, patendo, morendo—perchè combattete, patite, morite ignoti, senza orgoglio di fama tra i vivi, senza nome lasciato ai posteri, nel silenzio e nella santità del martirio. E voi m'amate perchè sapete che s'io non ho potuto fare, ho desiderato molto per voi, senza mire individuali o sprone fuorchè quello del culto al Bene; perchè sapete che s'io posso, come ogni uomo può, errare nell'intelletto, non posso, per colpa di cuore o per amore di vittoria più rapida, tentar d'ingannarvi; perchè sentite nell'anima ch'io amo oggi il vostro avvenire, svanita per gli anni ogni speranza di salutarlo con voi, com'io l'amava quando, fervido d'energia e di fiducia, io m'affacciava alla vita politica; e l'amerò, morendo, com'oggi. Io da lungo non vi scrivo direttamente, ma scrivendo intorno alle cose del paese, non ho mai taciuto dell'elemento vostro, nè del mutamento delle vostre condizioni come di cosa inseparabile da ogni possibile progresso Italiano. Di voi non temevo e sapevo che, per apprestarvi a quel progresso, non avevate bisogno di sprone. E s'oggi m'indirizzo a voi, lo fo per avvertirvi d'un pericolo che vi minaccia e che sta in voi soli d'allontanare.

Di mezzo al moto normale degli uomini del Lavoro è sorta un'Associazione che minaccia falsarlo nel fine, nei mezzi e nello spirito al quale v'inspiraste finora e dal quale soltanto otterrete vittoria.

Parlo dell'Internazionale.

Quest'Associazione, fondata anni addietro in Londra e alla quale io ricusai fin da principio la mia cooperazione, è diretta da un Consiglio, anima del quale è Carlo Marx, tedesco, uomo d'ingegno acuto; ma, come quello di Proudhon, dissolvente: di tempra dominatrice, geloso dell'altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose e, temo, con più elemento d'ira, s'anche giusta, che non d'amore nel cuore. Il Consiglio, composto d'uomini appartenenti a paesi diversi e nei quali sono diverse le condizioni del popolo, non può avere unità di concetto positivo sui mali esistenti e sui rimedî possibili, ma deve inevitabilmente conchiudere più che ad altro a semplici negazioni. L'unico modo ragionevole d'ordinamento per le classi artigiane d'Europa è quello che, riconoscendo sacre le Nazionalità e lasciando alle diverse Associazioni nazionali il maneggio delle cose proprie, formerebbe di delegati da esse muniti d'istruzioni un centro comune per ciò che può mantenere fin dove giova l'armonia del moto verso il fine generale. Un nucleo d'individui che s'assuma di governare direttamente una vasta moltitudine d'uomini diversi per patria, tendenze, condizioni politiche, interessi economici e mezzi d'azione, finirà sempre per non operare o dovrà operare tirannicamente. Per questo io mi ritrassi e si ritrasse poco dopo la Sezione operaja italiana appartenente in Londra all'Alleanza Repubblicana.

L'Internazionale esercitò predominio sul secondo periodo segnatamente del recente moto parigino. Di questo, del programma da esso adottato, degli atti che deturparono quel periodo, ho parlato altrove. Il programma trovò inerte la Francia: per la prima volta Parigi sorse e cadde isolata. E quanto al fascino ch'esercita su molti la potenza della quale fece prova in Parigi l'Associazione, non cercherò, come potrei, di scemarlo esaminando le circostanze singolari tanto da non riprodursi probabilmente più mai, che posero armi, uomini, mezzi e passioni di popolo offeso in mano ai capi. Mi sentirei reo di pensare bassamente di voi s'io, esortandovi a star discosti da quell'Associazione, vi parlassi d'altro che del fine a cui tende. Da quello soltanto, non dalla cifra de' suoi affigliati, voi dovete giudicarla. Come me voi sapete che ogni forza è incapace di durare se non s'appoggia sul Vero e sul Giusto. L'Internazionale è condannata a smembrarsi; e in Inghilterra, sede del Centro, lo smembramento è già cominciato.

Accennando ai principî che dirigono l'Associazione non intendo di dire che formino la fede di tutti i suoi membri. In un ordinamento come quello che la costituisce non può esistere vera unità; e so di Sezioni collocate in terre lontane dal Centro che ignorano completamente le sue tendenze: sanno d'appartenere a un'Associazione europea che ha per fine l'emancipazione delle classi operaje e null'altro. Gli atti officiali del Centro furono sino ad oggi rari e mal noti. Ma quei principî rivelati dapprima da oratori imprudenti nei Congressi internazionali tenuti negli anni vicini a noi nella Svizzera e nel Belgio, non furono smentiti dal Centro; ebbero di tempo in tempo conferma da discorsi pubblici d'uomini del Consiglio in Londra e l'ebbero più recentemente, dominando il Comune, in Parigi.

I principî promossi dai capi e dagli influenti dell'Internazionale sono:

Negazione di Dio—cioè dell'unica, ferma, eterna, incrollabile base dei doveri vostri e dei vostri diritti, dei doveri altrui verso la vostra classe, della certezza che siete chiamati a vincere e che vincerete. Cancellata l'esistenza d'una prima Causa intelligente, è cancellata l'esistenza d'una Legge Morale suprema su tutti gli uomini e costituente per tutti un obbligo; è cancellata la possibilità d'una legge di Progresso, d'un disegno intelligente regolatore della vita dell'Umanità: progresso e moralità non sono più che fatti transitorî, senza sorgente fuorchè nelle tendenze; negli impulsi dell'organismo di ciascun uomo, senza sanzione fuorchè dall'arbitrio di ognuno, da interessi mutabili o dalla forza. Dio, il caso, la forza, cieca, insuperabile, delle cose, sono infatti le sole tre sorgenti imaginabili della Vita; ma, rinnegata la prima e accettata l'una o l'altra delle ultime due, in nome di che v'assumerete il diritto d'educazione? in nome di che condannerete l'uomo che s'allontana per egoismo dalle vie del Bene? in nome di che protesterete contro i vostri ingiusti padroni? in nome di che li combatterete? Da dove dedurrete l'esistenza d'un fine comune a tutti che v'autorizzi a dir loro: «siamo, dobbiamo essere tutti fratelli e associati a raggiungerlo?» Invocherete l'interesse che vi sprona a conquistare? Ma con qual diritto negherete agli altri l'interesse che li sprona a conservare? In virtù di quale principio, di quale dovere chiamerete gli avversi, i vostri, occorrendo, al Martirio? E perchè? I sacrificî, il martirio non possono creare immediato il mutamento di condizioni invocato. Voi combattete e chiamate altri a combattere pei vostri figli, per quei che verranno: or chi v'assicura, se il mondo è governato dal caso o da forze fisiche operanti senza scopo e d'incerta durata, che esciranno dalle opere vostre e rimarranno stabilmente i frutti sperati? Invocherete la Forza, che senza santificazione d'un fine prescritto è violenza? Il numero che, se non è l'espressione, l'interprete d'una Legge Morale, cede all'arbitrio d'un impulso, d'una seduzione, d'un errore? Il senso d'un interesse materiale ch'io ho veduto spingere il popolo un giorno a fondare Repubblica, un altro a fondar l'Impero? E badate: la questione ridotta nei termini della pura forza pende dubbiosa. I sostenitori dell'ordine attuale hanno ordinamento vecchio di secoli, potente di disciplina e di mezzi che nessuna società internazionale, combattuta d'ora in ora e costretta a operar nel segreto, potrà raggiungere mai. Oggi, il vostro moto è santo perchè s'appoggia appunto sulla Legge Morale negata, sulla progressione storica rivelata dalla Tradizione dell'Umanità, sopra un concetto d'educazione, d'associazione crescente, d'unità della famiglia umana, prefisso da Dio alla Vita. Voi distaccate ogni giorno, in nome di quella legge, di quel disegno divino, il cui compimento è quindi presto o tardi inevitabile, uno o altro elemento dall'esercito dei conservatori, dai difensori del vecchio mondo. La vostra è crociata. Convertitela in ribellione, in minaccia d'interessi contro interessi: voi non potrete più far calcolo che su forze vostre. Siete certi che bastino? E ov'anche bastassero, non contaminereste la vostra vittoria di lunghe, terribili battaglie civili e di sangue fraterno?

Negazione della Patria, della Nazione—cioè del punto d'appoggio alla leva colla quale potete operare a pro di voi medesimi e dell'Umanità; ed è come se vi chiamassero al lavoro negandovi ogni divisione del lavoro stesso o chiudendo davanti a voi le porte dell'opificio. La Patria vi fu data da Dio, perchè in un gruppo di venticinque milioni di fratelli affini più strettamente a voi per nome, lingua, fede, aspirazioni comuni e lungo glorioso sviluppo di tradizioni e culto di sepolture di cari spariti e ricordi solenni di martiri caduti per affermare la Nazione, trovaste più facile e valido ajuto al compimento d'una missione, alla parte di lavoro che la posizione geografica e le attitudini speciali v'assegnano. Chi la sopprimesse, sopprimerebbe tutta quanta l'immensa somma di forze creata dalla comunione dei mezzi e delle attività di quei milioni e vi chiuderebbe ogni via all'incremento e al Progresso. Alla Nazione l'Internazionale sostituisce il Comune, il Comune indipendente, chiamato a governare da sè. Voi esciste dal Comune, dicono: in esso s'educò la vostra vita; ed è vero, ma retrocederete voi alla vita dell'infanzia, darete ad essa prevalenza sulla vita virile, perchè prima d'essere uomini foste fanciulli? La vita del Comune fu storicamente preceduta da quella di famiglia: perchè non risalir fino a quella? Non leggete appunto nella progressione ascendente seguìta ovunque dalla famiglia al Comune, dal Comune alla Nazione, dalla Nazione isolata al concetto della Federazione delle Nazioni, l'opera della Legge che vi chiama a stringervi più sempre in più vasta e intima Associazione? Se vi sentite, insistono, stretti a fratellanza di Patria, anche col nostro ordinamento rimarrete tali. No; non rimarrete. L'educazione morale eguale e le leggi uniformi son necessarie a trasmettere di generazione in generazione quel sacro accresciuto deposito di fratellanza in un fine concordemente accettato: ed essi lasciano l'educazione e le leggi all'arbitrio d'ogni Comune. Abbiate educazione e leggi affidate in quasi novemila Comuni a influenze predominanti per un tempo negli uni o negli altri d'uomini di progresso o retrogradi, d'unitarî o federalisti, di credenti in Dio e nell'anima immortale o di materialisti o di clericali cattolici; e avrete, dopo un terzo di Secolo, rinati tutti i piccoli egoismi locali, financo il nome di Patria svanito e risorte le risse civili del medio evo; e intanto, angustia di mezzi per ogni dove, tronche le vie ai grandi sviluppi politici, intellettuali, economici, ridotta la vita italiana a povera, gretta esistenza vegetativa. Il concetto dell'Internazionale guida inevitabilmente all'anarchia e all'impotenza.

Negazione d'ogni proprietà individuale—cioè d'ogni stimolo alla produzione da quello della necessità di vivere in fuori. La proprietà, quando è conseguenza del Lavoro, rappresenta l'attività del corpo, dell'organismo, come il pensiero rappresenta quella dell'anima; è il segno visibile della nostra parte nella trasformazione del mondo materiale, come le nostre idee, i nostri diritti di libertà e d'inviolabilità della coscienza sono il segno della nostra parte nella trasformazione del mondo morale. Chi lavora e produce ha diritto sui frutti del proprio lavoro; in questo risiede il diritto di proprietà. E se la maggiore o minore attività nel lavoro è sorgente d'ineguaglianza, quell'ineguaglianza materiale è pegno d'eguaglianza morale, conseguenza del principio che ogni uomo deve essere retribuito a seconda dell'opera sua: avere quanto egli ha meritato. Bisogna tendere all'impianto d'un ordine di cose nel quale la proprietà non possa diventar monopolio e non scenda in futuro se non dal lavoro, nel quale, quanto al presente, le leggi tendano a scemare gradatamente il suo permanente concentramento in poche mani e si giovino d'ogni giusto mezzo ad agevolarne la trasmissione e il riparto. Ma l'abolizione della proprietà individuale e la sostituzione della proprietà collettiva sopprimerebbero ogni sprone al lavoro—sopprimerebbero ogni stimolo a dare, coi miglioramenti e col pensiero dato ai prodotti futuri, il più alto valore possibile di produzione alla proprietà—sopprimerebbero la libertà del lavoro negli individui—e, attribuendo all'autorità di pochi rappresentanti lo Stato o il Comune, accessibili all'egoismo, alla seduzione, a tendenze arbitrarie, l'amministrazione d'ogni proprietà, ricondurrebbero sott'altro nome tutti i cittadini al sistema del salario, al quale vorremmo che a poco a poco sottentrasse l'associazione, e riaprirebbero le vie a tutti quei mali ch'oggi provocano le vostre lagnanze contro i pochi detentori di capitali. La proprietà collettiva rappresentò il primo stadio della vita economica, quando l'umanità nell'infanzia non era peranco escita dal sistema patriarcale delle famiglie. Oggi non dura che nei Comuni di Russia, dove da alcuni anni i lavoratori, emancipati dalla servitù, s'affrettano a procacciarsi proprietà individuale.

Nè prolungherò questo ingrato esame. I pochi punti toccati devono, parmi, bastarvi per giudicare se dall'Internazionale possa o no venirvi salute.

No; voi non lascerete, per proposte siffatte, la via calcata sinora, e io potrò, sino all'ultimo giorno, movere su quella con voi. Se v'è città fra le nostre nella quale l'Internazionale abbia trovato aderenti, è quella—non la nomino, ma v'è nota—dove l'elemento operajo e più muto, più ritroso ad ogni vitalità di progresso.

Quando, riandando la Storia, trovate idee che, sorte col primo noto periodo della vita dell'Umanità, hanno vissuto con essa d'Epoca in Epoca, trasformandosi sempre, ma rimanendo sempre e per ogni dove, nella loro essenza, inseparabili dalla società e più forti d'ogni rivolgimento distruggitore d'altre idee appartenenti a un solo Popolo o a un'Epoca sola—e se, interrogando nei migliori momenti d'affetto, di santo dolore, di devozione al Bene, la vostra coscienza, sentito dentro un'eco a quelle idee che i secoli vi trasmettono—quelle idee son vere e ingenite nell'Umanità della quale devono seguire il progresso: voi potete e dovete modificarle, purificarle, migliorarne lo svolgimento e l'applicazione; non abolirle. Dio, l'Immortalità della Vita, la Patria, il Dovere, la Legge Morale che sola è sovrana, la Famiglia, la Proprietà, la Libertà, l'Associazione sono tra quelle.

Voi—perchè meritaste col sacrificio, perchè non cercaste di sostituire alle altre la vostra classe, ma d'inalzarvi con tutti, perchè invocate una diversa condizione economica, non per egoismo di godimenti materiali, ma per potere migliorarvi moralmente e intellettualmente—avete oggi diritto a una Patria di liberi e d'eguali nella quale abbiate comune con tutti i vostri fratelli l'educazione, comune il voto per contribuire all'avviamento progressivo del paese, comuni l'armi per difenderne la grandezza e l'onore, esente da ogni tributo diretto o indiretto il necessario alla vita, libertà di lavoro e ajuti ove manchi a dove lo vietino gli anni o le malattie; poi favore e agevolezza di credito nei vostri tentativi per sostituire a poco a poco al sistema attuale del salario il sistema dell'associazione volontaria fondata sull'unione del lavoro e del capitale nelle stesse mani. Non vi sviate da quel programma: non v'allontanate da quei tra i vostri fratelli che riconoscono questi vostri diritti e s'adoprano a spianare le vie a instituzioni che possano riconoscerli e tutelarli. Chi vi chiama ad altro non può giovarvi.

Educatevi, istruitevi come meglio potete: non dividete mai i vostri dai fati della vostra Patria, ma affratellatevi con ogni impresa che miri a farla libera e grande: moltiplicate le vostre associazioni e inanellate in esse, dovunque è possibile, l'operajo dell'industria con quello del suolo, città e contado: adopratevi a creare più frequenti le società cooperative di consumo. E fidate nell'avvenire.

Ma unitevi compatti, serrati, ordinati a modo d'esercito. Oggi nol siete. Le vostre società sono moralmente collegate dalle comuni tendenze; ma nessuna ha mandato per parlare, se non nel proprio nome, nessuna può far suonare davanti al paese la voce di tutta la Classe artigiana a esprimerne bisogni e voti, nessuna può dire autorevolmente: questo vogliono, questo respingono gli operaî d'Italia. Voi avete unità di fine, non d'azione e di metodo. Senza un Patto di fratellanza, senza un Centro direttivo, voi non potete acquistare nè infondere in altri coscienza della forza ch'è in voi: non potete ordinare e pubblicare una statistica dei mali che affliggono la vostra classe: non potete dar vigore d'uniformità o di periodicità all'indicazione degli opportuni rimedî.

Queste cose io vi dissi pochi anni addietro; e voi le accoglieste convinti. Un Patto fu steso e accettato dalla maggioranza delle società in uno dei vostri Congressi. Ma per un errore commesso nella formazione dell'Autorità direttiva, quel Patto rimase lettera morta, inutile, dimenticato. Perchè non date opera a ravvivarlo, a ridare, con più saggi provvedimenti, vigore a quel moto di concentramento oggi più che mai urgente? E perchè volete, voi, elemento nuovo che sorge, nè può arrestarsi senza retrocedere, far vostra la colpa frequente pur troppo in Italia del dire e non fare?

Roma, la Città madre, è oggi nostra; ma nostra a mezzo, nostra materialmente soltanto; e incombe a noi tutti di versare in essa l'anima della Patria e da essa ricevere la consecrazione alla via che dobbiamo correre perchè si compiano i vostri fati e una manifestazione potente della Vita Italiana faccia santa e feconda l'unione. Perchè non v'affrettate a raccogliervi in Roma a Congresso e attingervi nuovo battesimo alla vostra Fratellanza? Forse, oltre all'immenso vantaggio per voi, ricordereste coll'esempio e quasi iniziatori all'Italia che da Roma deve escire un altro e più largo Patto, il Patto Nazionale, definizione della nostra vita avvenire, senza il quale Roma e l'Italia son vuoti nomi.


IL MOTO DELLE CLASSI ARTIGIANE
E IL CONGRESSO [166].

Abbiamo combattuto e combatteremo i traviamenti e peggio della Internazionale e de' suoi copisti in Italia; ma perchè, oltre all'amore innato del Vero e del Bene, ci sprona il convincimento ch'essi falsano il moto operajo e ne indugiano il giusto trionfo. Il moto ascendente delle classi artigiane costituisce uno dei principali caratteri dell'Epoca nuova che invochiamo e alla quale cerchiamo una iniziativa in Italia perchè non è da trovarsi altrove. Noi non aspettammo per dichiararlo le inattendibili promesse dei socialisti francesi o le selvaggie ire odiatrici, e per questo impotenti al bene, dell'Associazione che ha centro in Londra. Dal primo impianto della Giovine Italia fino alle nostre ultime manifestazioni, la causa degli Operaî fu nostra e la immedesimammo col moto nazionale italiano. Attraverso ormai quaranta anni d'apostolato insistemmo a ripetere che una Rivoluzione non è legittima ne può esser durevole se non congiunge la questione sociale colla politica, se non trasforma sulla via del Progresso e nei limiti del possibile l'ordinamento economico, se non migliora, senza danno o ingiuria ad altrui, le condizioni del lavoro, dei produttori. Proponemmo come mezzi transitorî l'educazione Nazionale uniforme; instituzioni capaci di prevenire ogni esempio di corruzione che venga dall'alto; un sistema economico fondato sul risparmio, sull'aumento delle sorgenti di produzione, sull'appropriazione di parte del danaro pubblico e dei beni da incamerarsi ai bisogni degli operaî industriali e agricoli; un ordinamento di tributi che non graviti direttamente o indirettamente sul necessario alla vita; imprese nazionali dirette a conquistare alla produzione i quattro milioni d'ettari di terra italiana oggi incolta, a creare colle colonizzazioni volontarie una nuova classe di piccoli proprietarî e dare al paese le forze produttrici ch'oggi emigrano in cerca di lavoro a lontani lidi stranieri; e additammo ultima soluzione del problema da conquistarsi lentamente, progressivamente, liberamente, la sostituzione del sistema d'associazione del capitale e del lavoro e dell'equa partecipazione di tutti i produttori ai frutti del lavoro, all'attuale sistema del salario. Ajutammo come era in noi—e gli operaî, che non sono sofisti nè ingrati, non lo dimenticano—l'impianto delle società di mutuo soccorso, preludio a quelle di cooperazione. Tentammo di far intendere alla classi medie che il moto operajo non era sommossa sterile e passeggiera, ma cominciamento d'una Rivoluzione provvidenziale voluta dalla progressione storica che governa la vita e l'educazione dell'Umanità—che associazione era il termine elaborato dall'Epoca nuova e da aggiungersi, in tutte le manifestazioni della vita, ai termini libertà ed eguaglianza già conquistati dall'umano intelletto—che tra noi quel moto e quel termine erano a un tempo, dacchè ogni Epoca chiama, sorgendo, ad attività un nuovo elemento, pegno del nostro esser chiamati a farci Nazione e d'un vincolo d'alleanza che si porrebbe presto o tardi fra le Nazioni ordinate a vita di popolo—ma che quel moto salutato, ajutato fraternamente dall'altre classi con atti d'apostolato simili ai nostri, si serberebbe incontaminato d'errori funesti e di basse passioni e frutterebbe a quanti ordini di cittadini vivono sulla nostra terra; combattuto colla violenza, tormentato di diffidenze o abbandonato da una colpevole noncuranza all'isolamento, si svierebbe facilmente a torti pensieri e accoglierebbe, invece della nostra severa parola Dovere, le promettitrici parole dei primi demagoghi cupidi, anelanti vendetta o vogliosi d'erigersi sui bisogni reali degli Operaî un seggio di dominazione.

Non fummo ascoltati.

I Governi senza missione che tennero dal 1815 in poi un potere fondato sul privilegio durarono paghi a vietare e reprimere. Le classi medie non guardarono al moto o guardarono con sospetto. Gli economisti officiali seguirono a dire che la libertà finirebbe per sanare ogni piaga, come se tra chi propone patti giusti o ingiusti di lavoro e chi è costretto dal bisogno d'oggi o del dì dopo ad accettare potesse mai esistere libertà di contratto. I cattolici additarono a chi soffriva il cielo, come se non dovessimo meritarlo colle opere nostre qui sulla terra e si trattasse unicamente del nostro, non dell'altrui soffrire. Taluni fra i migliori s'illusero a potere risolvere un grande problema sociale insegnando agli Operaî le grette egoistiche avvertenze di Franklin sul modo di salvare di giorno in giorno pochi centesimi o fondando, come se tutta una classe potesse salire ed emanciparsi colla elemosina, qualche istituto di beneficenza.

L'Internazionale è il frutto inevitabile della repressione governativa e della noncuranza delle classi educate e più favorite dalla fortuna.

La repressione brutale di pretese ch'erano da principio giuste in sè generò riazione e pretese ingiuste: l'uomo respinto violentemente da un lato trabocca oltre ogni equilibrio dall'altro. La noncuranza di chi avrebbe dovuto affratellarsi al moto e contribuire a dirigerlo riconcentrò l'operajo in sè stesso, lo indusse a non far calcolo che delle proprie forze, a numerarle, a trovarsi libero d'usarne, il giorno in cui fossero predominanti, a danno degli indifferenti ai suoi mali: chi viola o lascia che si violi il diritto altrui non può presumere ch'altri protegga o rispetti il suo. Nessuno ha diritti se non compie doveri.

Oggi, la livida luce di lampo che solcò impreveduta l'orizzonte francese in Parigi ha rotto i sonni delle classi medie e la stampa che le rappresenta parla di gravi problemi che non possono più trascurarsi; ma, e lo diciamo con dolore, quel ridestarsi assume sembianza, più che d'amore, di paura; e la paura è pessima consigliera. Non parliamo della feroce repressione consumata in parte, in parte minacciata dagli uomini che usurpano un potere costituente in Versailles: essa ha rinfiammato e rinfiammerà più sempre, se dura, le ire segrete e l'anelito alla vedetta; non parliamo delle persecuzioni iniziate ad arbitrio da altri Governi: per ciò appunto che non sanno se non reprimere, i Governi d'oggi sono irrevocabilmente condannati a perire. Ma gli uomini, gli ordini intermedî di cittadini, compiono essi o s'apprestano a compiere il debito loro?

Il problema è grave, dicono, perchè è minaccioso; bisogna studiarlo: intanto raccomandano vigilanza ai Governi, rassegnazione agli Artigiani. Trascorsi pochi mesi, se nulla turberà l'apparente quiete, i consiglieri s'illuderanno intorno al futuro e ricomincieranno, prevediamo, a tacere.

Il problema è non solamente grave, ma santo, e prima condizione per meritar di risolverlo senza crisi violente è il sentirlo tale, e l'affacciarsi ad esso non col senso di paura ch'esce dalla minaccia, ma col palpito di speranza che vien dall'amore. Se volete governare e dirigere al bene un popolo, amatelo. È santo per voi il nascere alla famiglia individuale d'un pargolo e ne circondate la culla d'affetti, di sorriso e di cure proteggitrici: non sarà santo il sorgere d'una classe intera? non verserete su quel pargolo della famiglia nazionale, a proteggerne ed ajutarne il progresso, parte della vostra forza? L'Angelo della Patria siede alla culla di quel fanciullo collettivo che domanda ammissione al consorzio civile e recherà alla Madre comune incremento di vita e nuovo vigore di pensiero e d'azione. L'emancipazione politica data ai quattro milioni d'operaî dell'industria manifatturiera e ai nove milioni d'agricoltori li svierà, colla coscienza d'una nuova e degna missione da compiere, da molte funeste abitudini, sopirà ogni fiamma di discordia tra classe e classe, allontanerà ogni cagione di subiti e pericolosi rivolgimenti e trarrà dal loro intelletto oggi muto nuovo alimento al deposito collettivo d'inspirazioni e d'idee che forma la tradizione italiana. L'Educazione e la loro partecipazione progressiva a seconda delle opere nei prodotti del Lavoro, accresceranno la quantità e la qualità della produzione, conquisteranno ad essa il tempo oggi speso nell'invigilare, sopprimeranno la necessità d'una moltitudine d'agenti improduttivi intermedî. E ogni passo dato innanzi, sulla via dell'Eguaglianza e del Progresso, da quei milioni è un passo verso quell'unità morale della Famiglia italiana e per essa dell'Umanità, ch'è il nostro ideale e sorgente di tutti i nostri doveri.

Voi dovreste salutare con gioja di fratelli questo moto ascendente delle Classi artigiane e vergognarvi d'aver aspettato che la paura vi insegnasse a intenderne l'importanza.

E il problema è studiato: studiato, da ormai mezzo secolo, quanto basta perchè sian noti i vizî che affliggono le Classi artigiane e i primi rimedî coi quali dovrebbe iniziarsi la loro emancipazione. Ma quel lavoro che dovremo probabilmente ricapitolare un dì o l'altro nella Roma del Popolo e ch'or voi vorreste, quando urge il fare, ricominciare, ha un difetto: fu fatto, spesso sotto gli impulsi della paura, quasi sempre con amore esclusivo d'uno o d'altro sistema preconcetto e prendendo, come in altro scritto dicemmo, le mosse da un solo degli elementi che costituiscono la vita dell'Umanità, da pensatori isolati, da letterati di gabinetto, da uomini che—i più almeno—studiarono il problema, non nelle officine e nelle abitazioni dove trascinano la vita le famiglie degli artigiani, ma sui libri, statistiche e documenti talora errati, quasi sempre incompiuti perchè compilati o da autorità tendenti a celare il male o da individui tendenti ad esagerarlo. La verificazione di quel lavoro non può farsi se non dagli Artigiani medesimi.

È necessario che gli Artigiani d'Italia dicano pacificamente, ma seriamente e officialmente, ai loro fratelli di patria i loro bisogni e le loro aspirazioni, ciò che patiscono, ciò che, nella loro opinione, porgerebbe ai loro patimenti rimedio.

E perchè la loro voce suoni officialmente al paese, è necessario che esca, non da una o altra società capace di rappresentare soltanto condizioni, interessi, opinioni locali, ma convalidata da un'Autorità interprete riconosciuta dalla Classe artigiana intera e che compendii legalmente in sè tutti i caratteri del suo moto collettivo ascendente. L'esposizione escita da quell'Autorità centrale, sarà l'unica base che possa per noi ragionevolmente idearsi agli studî ch'altri annunzia voler imprendere.

La costituzione di questa Rappresentanza centrale e l'impianto di una pubblicazione periodica, organo collettivo della Classe artigiana convalidato dalla Direzione centrale, devono essere appunto il fine principale del Congresso operajo che si terrà, speriamo fra non molto, in Roma.

E questo Congresso porge, a quanti s'affratellano nell'animo al progresso delle classi operaje e desiderano pel bene della Patria comune che quel progresso si compia pacifico, sobrio nelle esigenze e fondato sulla concordia di tutte le classi, una mirabile opportunità per dare ai loro fratelli operaî un pegno delle loro intenzioni amorevoli e al moto stesso un carattere normale alieno da ogni tristissima realtà o apparenza di conflitto civile.

L'invio dei delegati delle società dalle diverse parti d'Italia a Roma, la retribuzione che dovrà stabilirsi per gli eletti a formare in Roma la Commissione centrale, l'impianto della pubblicazione periodica che dovrà esserne l'organo, costano, e gli artigiani son poveri. Le società faranno, non ne dubitiamo, il debito loro; nondimeno ogni spesa è vero sacrificio per esse; e ci sembra che toccherebbe a noi tutti di provare, concorrendo, agli uomini del Lavoro, che nostro è il loro problema, nostre sono le loro speranze, nostro è il loro avvenire.

Noi proponiamo che s'apra una sottoscrizione per lo scopo accennato di contribuire alle spese che il Congresso e i fini cercati da esso vorranno. E proponendola e invitando i buoni a secondarla, crediamo far cosa giusta e giovevole. È probabile che la proposta perirà sommersa nell'inerzia comune. Pure, i tempi son tali da rompere quella inerzia; e di fronte agli incitamenti che vengono dal di fuori, importa davvero che in qualche modo, con qualche dimostrazione visibile, le classi medie convincano gli artigiani che non sono, come altrove, condannati alla solitudine e che il loro progresso è a cuore di quanti hanno a cuore il progresso della Nazione.


ALLE SOCIETÀ OPERAJE
L'AVVENIRE di torino e L'UNIVERSALE della spezia [167]

Voi m'avete scelto a vostro rappresentante nel futuro Congresso operajo. Non potevate farmi più alto onore e vi serberò riconoscenza perenne; ma non posso accettare e devo accennarvene le ragioni.

La prima è nelle mie condizioni fisiche. Infiacchito dagli anni e malfermo nella salute, io mi sento oggimai assolutamente incapace di lunghe discussioni pubbliche e non potrei compire debitamente la parte che voi mi assegnate.

La mia presenza nuocerebbe probabilmente al fine che vi proponete e darebbe, nell'opinione di molti, al Congresso un carattere politico che voi dovete e volete evitare. Voi non potete, operaî italiani, rinnegare, come tentarono e tentano in altre terre, l'unità del problema umano e separare dalla questione nazionale e di progresso politico la questione economica: siete uomini e cittadini come operaî e non può compirsi progresso per voi se prima non si compie nell'elemento patrio in cui foste posti a vivere. Ma l'intento principale del vostro Congresso è oggi quello di costituirvi, di raccogliervi tutti quanti siete, smembrati tuttora in nuclei locali, sotto il Patto di fratellanza e la Direzione centrale che deve farvi capaci d'esprimere officialmente ed efficacemente al paese i vostri bisogni, i mali che vi affliggono, i rimedî che intravedete possibili. E per questo, voi non avete bisogno di me. Importa anzi tutto che la vostra voce a le vostre deliberazioni escano spontanee e libere, per tutti quei che guardano in voi, da ogni sospetto d'influenza straniera al fine che ora vi proponete. Quando udrò determinato il tempo pel vostro convegno, io vi porgerò pubblicamente quei pochi consigli che il mio cuore mi suggerisce opportuni; ma il mio intervento personale darebbe pretesto agli avversi a voi per accusarvi d'aver ceduto, in qualche vostra determinazione, all'amore che, meritamente o immeritamente, avete per me e per accusarmi, dacchè gli uomini di mala fede non credono mai alla sincerità altrui, di tendere a mutare la vostra in una manifestazione esclusivamente politica e favorevole alle credenze dell'anima mia. Parmi debito d'evitarlo.

E finalmente—perchè tacerei con voi di ciò che forse non è che debolezza mia individuale?—quando nel 1849, dopo la santa e gloriosa difesa, Roma fu occupata dalle armi di Francia, corsi e ricorsi solo, per una settimana ancora e pericolando, le vie della città misteriosa, ch'io fin dai primi anni della mia gioventù adorai come cuore e centro della Missione italiana e tempio d'una terza Epoca di vita della patria nostra a pro dell'Europa e del mondo. E allora, tra i ricordi dell'immenso passato e i presentimenti ostinati d'un immenso avvenire, di fronte ai segni visibili d'un Papato che aveva spinto contro Roma i soldati stranieri e d'una Monarchia che aveva contemplato immobile l'agonia della Metropoli d'Italia, io giurai a me stesso che non avrei più mai liberamente respirato quelle sacre auree se una bandiera repubblicana non sventolasse dal Campidoglio e dal Vaticano o io non potessi giovare a piantarvela. Lasciate che, in questo periodo di giuramenti falsati per calcolo o leggierezza di scettici, io, credente in Dio e nella coscienza immortale, serbi, canuto, il mio. Mi sentirò più degno d'amarvi.


AI RAPPRESENTANTI GLI ARTIGIANI
NEL CONGRESSO DI ROMA [168]

Fratelli miei,

Voi sarete, se odo il vero, tra breve raccolti in Roma. E io sciolgo la mia promessa di darvi quei suggerimenti che mi sembrano più opportuni al buon andamento del vostro Congresso. Non m'arrogo di dirigervi o costituirmi interprete vostro; troppi uomini parlano oggi in vostro nome e ripetono la frase imperiosa russa: «bisogna insegnare all'operajo ciò ch'ei deve volere.» Ma mi pare di potervi dire ciò che la parte buona e sinceramente italiana del paese aspetta da voi.

La prima cosa, in ogni impresa, da accertarsi è il fine a cui tende. Il metodo da tenersi nello svolgersi dell'impresa medesima è suggerito logicamente dal fine. Il successo dipende dal seguirlo tenacemente e non disviarsene mai. Ogni deviazione è inutile dispendio di forza e di vita.

Qual è il fine a cui tende il vostro Congresso?

È, se non erro, quello di costituire un Centro che, rispettando i diritti e i doveri puramente locali delle società, possa legalmente rappresentare doveri, diritti, tendenze, interessi comuni a tutta quanta la Classe artigiana ed esprimere, convalidato dalla potenza del numero, i mali che affliggono in Italia gli uomini del Lavoro, le cagioni che, secondo voi, li producono, e i rimedî che, secondo voi, potrebbero cancellarli.

Un Patto di fratellanza fu stretto, tra le numerose società che aderirono, nell'ultimo vostro Congresso tenuto in Napoli. Ma per errori che or conoscete commessi nella costituzione appunto dell'Autorità che doveva rappresentare quel Patto e desumerne le conseguenze, rimase lettera morta.

Si tratta per voi di ratificare nuovamente quel Patto e di costituire a rappresentarlo un'Autorità che abbia condizioni di vera, forte e perenne vita.

Ed è la cosa più importante che possiate fare. Dal giorno in cui l'avrete fatto, comincierà la vita collettiva degli operaî italiani; avrete costituito lo strumento per progredire concordi; la questione sociale, oggi lasciata all'arbitrio di ogni nucleo locale, potrà definirsi davanti al paese, forte dei fatti raccolti da tutte le società e del consenso indiretto di quasi dodici milioni tra operaî manifatturieri, dati all'industria mineraria ed agricoltori; petizioni, reclami, statistiche concernenti alcuni fra i mali immediati e dovuti al malvolere o all'arbitrio degli uomini più che alla costituzione sociale, potranno escire dal vostro Centro in nome non d'una, ma di tutte le società operaje esistenti in Italia e saranno per questo ascoltate. E finalmente, potrete allora stringere, nei modi e coi patti che vi parranno opportuni, coi vostri fratelli dell'altre Nazioni, vincoli d'alleanza che tutti intendiamo e vogliamo, ma dall'alto del concetto nazionale riconosciuto, non sommergendovi, individui o piccoli nuclei, in vaste e male ordinate società straniere che cominciano dal parlarvi di libertà per conchiudere inevitabilmente nell'anarchia o nel dispotismo d'un Centro o della città nella quale quel Centro è posto.

L'Associazione, concetto fondamentale dell'epoca nuova, avrà ricevuto dal vostro elemento la prima solenne consecrazione. E l'esempio gioverà a tutto quanto il paese.

Se questo è, com'io credo, il vostro fine principale nel riunirvi a Congresso, il metodo da seguirsi nelle vostre deliberazioni è chiaro.

Verificati attentamente i mandati, che devono esclusivamente esser dati da società d'operaî, gittatevi risolutamente a quel fine, e non tollerate che altri vi svii sollevando incidenti e affacciando proposte e questioni estranee. Alcuni fra voi formulino un ordine del giorno progressivo che escluda, finchè il fine non sia raggiunto, ogni discussione intorno a dottrine religiose, politiche o sociali che un Congresso oggi non può decidere se non con dichiarazioni avventate e ridicole per impotenza. Raggiunto il fine, compìto l'ordinamento interno della classe vostra, discuterete, se avrete tempo, ciò che vorrete. Dove no, commetterete allo studio dell'autorità centrale le proposte che vi parranno importanti. Ma non v'allontanate prima dal segno. Questa vostra è manifestazione, oltre ogni altra anteriore, solenne. Il paese guarda in voi trepido, attento, severo. Se troverà nel vostro, come in altri congressi tenuti fuori d'Italia, sobbollìo, tempesta di pareri diversi, d'avventatezze non frenate, di lunghe parole inutili su questioni vitali e superficialmente trattate dall'ira non repressa di pochi, giudicherà voi tutti inesperti e malavveduti e prematuro il sorgere del vostro elemento.

Due sole dichiarazioni mi sembrano, quasi preambolo all'ordinamento e istruzione generale data all'Autorità che dovrete eleggere, volute oggi dalle insolite circostanze nelle quali versa gran parte di Europa.

Non giova illudervi. Il paese che cominciava a guardar con favore ai vostri progressi e a sottoporre a più attento esame ciò che da noi o da altri si scrive per voi a pro del vostro giusto inevitabile sorgere, è dagli ultimi eventi di Francia in poi sulla via di retrocedere, impaurito e tendente ad appoggiare la stolta immorale teorica di resistenza più o meno adottata a danno vostro da tutti i Governi. Una selvaggia irruzione, non dirò di dottrine, ma d'arbitrarie irrazionali negazioni di demagoghi russi, tedeschi, francesi, è venuta ad annunziare che, per esser felice, l'Umanità deve vivere senza Dio, senza Patria, senza proprietà individuale e, pei più logici e arditi, senza santità collettiva di famiglia, all'ombra della casa municipale di ogni comune; e quelle negazioni hanno trovato, tra per insana vaghezza di novità, tra per il fascino esercitato dalla forza spiegata da quei settarî in Parigi, un'eco in una minoranza dei nostri giovani. L'Umanità guarda e passa; ma la tiepida, tentennante, tremante, credula generazione borghese dei nostri giorni, impaurisce d'ogni fantasma. La parte abbiente del paese, dal grande proprietario fino al piccolo commerciante e al proprietario d'una bottega, comincia a sospettare che ogni moto operajo covi una minaccia ai capitali raccolti talora per eredità, più spesso dal lavoro; e ha diritto d'essere rassicurata. Or se voi foste credenti in quelle pretese dottrine, io deplorerei le tristissime conseguenze che ne escirebbero infallibilmente per l'Italia e per voi e cercherei di convincervi; non vi direi: mentite per tattica o per paura. Ma so che quelle insensate teorie non sono vostre; e però vi dico: importa al progresso del vostro moto ascendente e al paese che lo dichiariate: importa sappiano tutti che voi vi separate dagli uomini che le predicano; che in cima alla vostra fede sta la santa parola Dovere; che voi mirate a iniziare l'avvenire, non a sconvolgere con violenza il presente; che non tendete a distribuzione di ricchezza posta in mano d'altrui, a liquidazioni sociali, a confische di proprietà, ma chiedete educazione per voi e pei vostri figli, intervento pacifico di cittadini nelle faccende della Patria che amate, sacro e inviolabile da ogni tributo il necessario alla vita, senza la quale nè lavoro nè produzione sono possibili, e favore e ajuti dalla Nazione alla lenta trasformazione dell'ordinamento attuale del lavoro nel più giusto e utile a tutti ordinamento dell'associazione tra il capitale e il lavoro, tanto che vi s'apra via per raccogliere voi medesimi un capitale e mutarvi da salariati in lavoratori liberi, indipendenti dall'arbitrio altrui.

E una seconda dichiarazione, implicita già nel vostro patto di fratellanza, dovrebbe, parmi, riaffermare che voi non separate il problema economico dal problema morale, che vi sentite anzitutto uomini e italiani e che, comunque chiamati dalle vostre circostanze a occuparvi più specialmente d'un miglioramento di condizioni per la classe vostra, non potete nè volete rimanere estranei e indifferenti a tutte le grandi questioni che abbracciano l'universalità dei vostri fratelli e il progresso collettivo d'Italia.

Ma riconfermato il Patto di fratellanza e compite queste due dichiarazioni, l'una delle quali vi separa dal male, l'altra inanella i vostri ai fati d'Italia, l'ordinamento interno avrà, spero, tutte le vostre cure.

Quell'ordinamento è cosa vostra e farete pel meglio. Ma se mi concedeste di sottomettervi anche su quello alcuni suggerimenti, vi direi:

Costituite in Roma una Commissione direttiva centrale composta di cinque operaî tra i migliori dei vostri: siate nella scelta indipendenti da ogni considerazione che non sia di virtù morale e capacità.

Determinate per essi uno stipendio mensile. Ogni opera vuole essere retribuita. E ricordatevi che l'impianto della Commissione eletta nel Congresso di Napoli fallì perchè appunto gli individui scelti in punti diversi non trovarono modo di recarsi nella città dove dovevano raccogliersi o speranza di trovarvi immediatamente lavoro. La missione inoltre fidata ai cinque non potrà del resto conciliarsi colla necessità di lavorare per vivere.

Eleggete un Consiglio composto di trenta o più individui scelti fra i delegati delle diverse località rappresentate nel Congresso e aderenti al Patto, ai quali sia commesso l'ufficio d'invigilare, ciascuno dalla città in cui vive, sugli atti della Commissione direttiva, e attribuite un potere d'iniziativa per proposte da farsi ad essa, quando la proposta sia inoltrata da un numero, che toccherà a voi di determinare, di consiglieri. E statuite che in ogni deliberazione d'importanza vitale per la classe operaja, la Commissione debba, convocandoli o per corrispondenza, consigliarsi con essi. Sia inoltre nei consiglieri, se unanimi o quasi, autorità di convocare le società a un congresso speciale, se mai vedessero la Commissione deliberatamente sviarsi dalla missione ad essa fidata.

Statuite egualmente che la stessa facoltà iniziatrice risieda nelle Società e che ogni proposta convalidata d'assenso da un numero di esse che dovrete determinare, avrà necessariamente studio e risoluzione dalla Commissione direttiva.

E finalmente accertate se sia possibile coll'ajuto regolare e determinato delle società e con quello che potrà venirvi d'altrove, l'impianto d'una pubblicazione settimanale, diretta dalla Commissione, e organo officiale dei lavori e dei voti della Classe operaja.

Questo parmi in oggi il còmpito vostro. Il mio, se eleggete la Commissione, sarà quello di deporre nelle sue mani il rendiconto delle somme spese e quel tanto che avanzerà della sottoscrizione da me iniziata per voi, e di porgere ad essa via via i suggerimenti che il cuore e l'intelletto m'inspireranno.

E sarò vostro, Operaî fratelli miei, finchè rimarrà in me un alito della vita terrestre. V'amai fin dai primi passi ch'io mossi sulla via che il dovere e gli istinti dell'anima mi fecero scegliere, perchè fin d'allora intravidi i fati ai quali oggi vi sospinge la Legge provvidenziale del Progresso e la splendida parte che avreste nel risorgimento di questa sacra terra che Dio volle darci a Patria. V'amai come s'ama chi merita amore, rispettandovi e non contaminando voi e me con ipocrite adulazioni o accarezzando in voi illusioni condannate anzi tratto perchè evocate da passioni latenti o da promesse che si risolvono in sole parole. V'ho sempre detto ciò che credo esser vero.

E voi mi avete ricambiato d'amore per questo: di quell'amore sincero, puro, spontaneo che porge conforto, nelle più dure prove, alla vita e non concede all'anima stanca di travolgersi nell'ira, nel dubbio o nell'egoismo. Rimanga tra noi quel patto d'amore. E possa io, non foss'altro, vedervi prima dell'ultima ora concordemente avviati al compimento della vostra missione.


QUESTIONE SOCIALE [169]

Torniamo e torneremo sovente sulla questione sociale, perchè essa è la più santa e a un tempo la più pericolosa del periodo in cui viviamo e non vediamo finora che i più ne intendano i pericoli o la santità. Abbiamo da un lato, diffusi su quasi tutta l'Europa, agitatori volgari trascinati dalle misere condizioni in cui giaciono da secoli gli uomini del Lavoro a concetti d'odio e vendetta, di sostituzione d'una classe a un'altra, di disegni negativi d'ogni progressiva convivenza sociale, ai quali non può riescire se non di nuocere e di fare per lungo tempo indietreggiare la soluzione del problema: agitatori di seconda mano i quali, incapaci nell'anima d'odio e di basso spirito di vendetta, ma affascinati per mobilità di fantasia dall'azione qualunque siasi, impazienti d'esame purchè le proposte suonino libertà e ribellione, accolgono senza studio dei fatti le affermazioni dei primi: uomini buoni, ma corrivi a credere ciecamente e tentennanti ancora nella coscienza della propria forza, ai quali le false o esagerate asserzioni dei primi e il rapido assenso dei secondi persuadono che esiste al di fuori d'essi un'arcana gigantesca potenza presta a far l'opera loro e salvarli dal dovere della lenta fatica e del sacrificio. Abbiamo dall'altro individui collocati dal caso o dall'arbitrio di pochi al sommo dell'edificio sociale e che dovrebbero appunto per questo sentir più forte il dovere di dirigere le Nazioni sulle vie del progresso, condannati dall'assenza d'una fede, dal vuoto di ogni dottrina, dal presentimento d'ineluttabili fati a non conoscere via se non quella della resistenza dove anche l'intravedono disperata, e a vivere di giorno in giorno come possono e finchè possono: poi, materialisti pratici, servi per interesse d'ogni potenza che può dare ricchezza o dominazione, presti sempre ad accarezzare d'illusioni sulla debolezza del moto temuto i padroni o a rafforzare la tendenza alla repressione. E abbiamo tra i due una numerosa classe d'uomini tiepidamente buoni, tormentati di paura, di scetticismo, di fiacchezza e d'inerzia, che intravedono talora il dovere, ma non sanno evocare in sè l'energia necessaria a compirlo, che presentono a ora a ora i pericoli dell'indifferenza, ma s'arretrano davanti a quel lampo invece d'inoltrare d'un passo e giovarsi dell'incerto bagliore a collocarsi risolutamente sulla via diretta.

Gli uomini della prima classe—lasciando da banda gli agitatori volgari che saranno schiacciati qualunque volta s'attenteranno di agire—rinsaviranno col tempo e le delusioni. È impossibile non si avvedano presto o tardi che l'azione è colpa quando ha un intento non giusto, follìa quando la riuscita non è possibile—che se il problema dell'emancipazione operaja è universale, le condizioni diverse nei popoli fanno diversi i modi, che a ciascun popolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di questi modi e che l'indipendenza del concetto nazionale da una direzione straniera è la prima forma della libertà collettiva e pegno a un tempo di quella coscienza della propria forza, senza la quale non è dato ad alcuno di compier doveri e di conquistare diritti—finalmente che non è potente ad un fine se non l'unità di forze omogenee, e che l'illudersi a cercar potenza per fare una Associazione cosmopolitica in seno alla quale una sezione crede nella giustizia della proprietà collettiva, un'altra in quella della proprietà individuale, una terza nell'onnipotenza dello Stato, una quarta nell'abolizione degli Stati a pro d'una illimitata autonomia di Comuni, una quinta nel predominio dello spirito e dell'ideale, una sesta esclusivamente nella materia e negli atomi vaganti in cerca d'un concorso fortuito, torna tutt'uno col cercar vittoria da un esercito nel quale un battaglione mova di fronte mentre un altro volga a diritta, un altro a sinistra e un quarto retroceda sotto capi non intesi fra loro.

La seconda classe d'uomini—lasciando da banda Governi che si affaticano a vivere di negazioni—è composta d'incorreggibili. La bassezza dell'animo li fa inaccessibili a ogni cosa che non sia la prepotenza d'un fatto. Oggi, l'opera loro indugia il progresso, ma più in virtù di vizî che sono in noi che non in virtù d'influenza reale che sia in essi; e quando, curati quei vizî, il fatto nuovo s'affaccierà, sfumeranno nel nulla o mendicheranno a noi, che non accetteremo, il diritto di proferire le stesse menzogne a pro nostro.

Ma la terza classe è ben altrimenti numerosa e importante, non solamente per le condizioni di intelletto educato e di possedimenti che la farebbero, se volesse, arbitra dello Stato, ma perchè in essa sono latenti i germi del bene insteriliti negli altri. Tolta via una genìa di speculatori e di banchieri insaziabili che contaminano le buone vecchie abitudini del commercio e preparano crisi tremende ai popoli, gli uomini delle classi medie furono e sono tuttora uomini di lavoro e ne sanno il valore e la dignità. In un periodo nel quale, sciolti per molte cagioni tutti i vincoli d'unità morale, di viva fede e di culto a un fine comune, non rimane a norma di vita che l'io, hanno ringrettito affetti e virtù ad affetti verso l'angusto cerchio privato, a virtù domestiche e inoperose oltre il recinto della famiglia e dei pochi amici, ma la facoltà d'intendere e d'operare il bene vive in essi, più sviata e intorpidita che spenta. Da queste classi borghesi che si affermarono coll'antica emancipazione dei nostri Comuni, escirono, in tempi più recenti, forti fatti di lunga ostinata resistenza ai dominatori stranieri e torme di giovani volontarî per le battaglie dell'Unità nazionale e apostoli incontaminati del Vero e di questa stessa emancipazione del popolo che noi predichiamo. Gli artigiani d'Italia lo sanno e serbano, buoni come sono, animo grato ai fondatori degli asili per l'infanzia, delle casse di risparmio, delle prime scuole popolari, rimedî inefficaci ai loro mali, ma creduti allora i soli possibili e occasione del ridestarsi del popolo alla coscienza di fati migliori. Chi s'adopra fra noi a seminare astio fra classe e classe e irritare il povero popolo contro chi s'emancipò primo o contro ai detentori, quali essi siano, di capitali, fa opera trista che non giova agli artigiani e suscita a sospetti di pericoli, che in realtà non esistono, tutta una moltitudine di cittadini necessarî anche essi al progresso della Nazione.

Non esistono per chi ama e intende se non due classi di cittadini, i buoni e i tristi, gli amorevoli al bene altrui e capaci di sagrificio, e gli egoisti, se borghesi o artigiani non monta, che non pensano se non al proprio benessere. Se la tendenza a questo egoismo s'incontra più frequente tra quei che possedono, la cagione sta nelle più numerose tentazioni materiali che li accarezzano, nei Governi che, a serbarli amici, circondano di monopolî e privilegi civili e politici la loro ricchezza e in una dottrina economica buona a suo tempo, funesta in oggi, che dei due elementi d'ogni progresso, Libertà e Associazione, non conosce che il primo e che, travolta nel materialismo del periodo in che nacque, sostituisce al problema umano un semplice problema di produzione. Bisogna combattere l'infausta dottrina, mutare i Governi fondati sul monopolio e sul privilegio, illuminare quei molti, sviati dalla stampa semi-officiale, sulle condizioni reali degli artigiani, sulla potenza del loro moto, sull'urgente da farsi. E se anche il tentativo non riuscisse, bisogna farlo per dovere, per testimonianza a tutti dell'animo nostro, per assicurarci nelle opere future una pura coscienza. Cento, cinquanta, venti anime sottratte per noi all'errore che minaccia di riescire fatale all'intorpidita società d'oggi, sono premio che basta al tentativo sul quale insistiamo.

L'errore, l'errore fondamentale che addormenta nella classe d'uomini alla quale accenniamo la tendenza a esaminare seriamente il problema e tentar di risolverlo concordemente con noi, è quello di guardare al moto artigiano, non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti dileguerebbero.

Quei che così pensano fraintendono interamente i caratteri del moto.

Il moto è intimamente e indissolubilmente connesso colla questione politica, nè raggiungerà il proprio fine se non sciolta quella. Nessuna trasformazione sociale può compirsi senza l'impianto di instituzioni politiche corrispondenti al principio che le dà vita e potenza: chi tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile e inefficace di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può d'altro lato farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d'uomini fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la necessità d'una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e una sorgente di perenni contese civili in quell'intervallo. Ma la questione sociale ha una vita propria, immanente, indipendente dall'altre di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per cosa che altri faccia in manifestazioni diverse della vita della Nazione. Tutte le libertà amministrative possibili, s'anche poteste—ciò che non è—ottenerle cogli ordini attuali, non varrebbero a farla retrocedere: il suffragio universale stesso—ed è, senza rivoluzione politica, utopìa inverificabile—non basterebbe a sopirla e diverrebbe un'arme in mano agli uomini che la promuovono. Soltanto, quell'arme potrebbe sviarsi: diventare strumento di sanguinose guerre civili in pugno al primo uomo dotato dell'energia audace di Spartaco o strumento di tirannide contro tutti a pro del primo usurpatore capace, come in Francia, di largamente promettere senza attenere. In Russia il moto sociale s'agita più potente d'assai che non il politico. E il programma, dal quale oggi accenna a retrocedere, dell'Internazionale medesima è prova che se le grandi questioni politiche o di principî non fossero, il moto sociale vivrebbe pur sempre; bensì di vita anormale, costretto più sempre nei limiti della questione puramente materiale e aperta quindi a tutti i suggerimenti delle passioni e degli appetiti. La politica—come deve intendersi—è consecrazione, non cagione, del moto ascendente operajo.

Molti fra gli uomini ai quali s'indirizzano più specialmente le nostre parole, credono in Dio o lo dicono. Hanno mai pensato—se quella credenza è in essi, non puro suono di labbra, ma realtà profonda nell'anima—alle conseguenze ch'essa trascina logicamente con sè? Hanno pensato che, se Dio esiste, esiste necessariamente fra Dio e la sua creazione un pensiero, un disegno provvidenziale? ch'esiste per la vita dell'individuo e dell'Umanità un fine? ch'esiste per noi tutti, individui e società, un sacro assoluto dovere di cooperare a raggiungerlo? che un fine, qualunque sia, assegnato all'Umanità ha essenzialmente bisogno, per essere raggiunto, di tutte le facoltà, di tutte le forze collegate, esplicite o tuttavia latenti nell'Umanità stessa? che conquistare gradatamente e costituire coll'Associazione l'Unità morale della famiglia umana è indispensabile scala a quel fine? che quindi la negazione progressiva di tutte le caste, di tutte le distinzioni artificiali e—nei limiti del possibile—di tutte le ineguaglianze tendenti a separare gli uomini e diminuirne l'associazione e il lavoro concorde, è parte del disegno provvidenziale? In questa serie di deduzioni innegabili, possiamo dirlo, da chi ammetta il principio, vive la cagione del moto attuale, vive la sua legittimità, vive la certezza della sua vittoria e dovrebbe vivere in noi tutti, cattolici o protestanti, cristiani e non cristiani, quanti crediamo in Dio, quel senso di riverenza e d'amore per le classi ch'oggi battono alle porte del mondo civile da noi provato davanti a ogni vita nascente, alla culla d'un individuo, d'un popolo, d'una razza. Dio dice a noi tutti: adorate e operate a pro d'esse.

Due sole cose potrebbero frammettere un dubbio tra la percezione del Vero e l'azione. È quel grado di progresso da salirsi appartenente all'epoca nostra? È la coscienza di questo progresso sufficientemente desta e operosa nella classe che deve salirlo?

Alla prima interrogazione risponde affermativamente il passato: alla seconda, con eguale affermazione, il presente. Storia e fatti dell'oggi convalidano la nostra fede e possono, comunque più imperfettamente, guidare alla stessa persuasione quanti hanno la sventura di non credere in Dio.

Noi non possiamo intessere qui un corso di storia, ma diciamo che chi vorrà interrogarla troverà additato come termine fondamentale e fine immediato dell'Epoca l'emancipazione artigiana: troverà esaurita la serie dei termini procedenti quest'uno e anteriormente conquistati dall'intelletto del mondo civile. Attraverso le aristocrazie teocratiche primitive, il dualismo di quelle e del principato, il dispotismo sottentrato dell'Uno, le Repubbliche aristocratiche, le guerre e le conquiste dell'elemento democratico in seno ad esse, l'Impero, poi il nuovo dualismo tra esso e il Papato, il patriziato feudale, i Comuni, le Monarchie cercanti in essi ajuto a sottomettere gli eredi dei guerrieri padroni di feudi e, più giù fino a noi, le ribellioni popolari d'Europa e la Rivoluzione del secolo scorso, le caste si logorarono a una a una, il cerchio dell'associazione s'estese, l'unità della famiglia umana andò successivamente ampliandosi. Gli uomini diseredati, per difetto di nascita o forza, d'ogni convivenza passarono successivamente dalla condizione di vittime consecrate se prigionieri in guerra o di cose in mano dei loro padroni a quella di schiavi nudriti perchè lavorassero—da quella alla condizione di servi della gleba o d'un uomo—poi a quella d'agenti di produzione retribuita a salario determinato dalla cieca legge dell'offerta e della richiesta e dall'arbitrio dei detentori di strumenti del lavoro. Gli emancipati di quella classe d'uomini che avevano, per virtù propria, affetto degli antichi padroni o caso, potuto raccogliere una somma più o meno determinata di fattori della produzione, si collocarono classe intermedia tra gli antichi padroni ordinati a governo e i milioni mutati di servi in artigiani e furono detti borghesi. La Rivoluzione francese del secolo scorso fu, nei risultati pratici, rivoluzione borghese e dotò quell'elemento di privilegi civili e politici d'ogni sorta. Se non che proclamando, come principio, eguaglianza fra tutti i figli della Nazione, chiamando il popolo a meritare colla difesa del territorio, suscitando colla predicazione della Libertà e dei diritti spettanti a ogni uomo le facoltà fino allora latenti d'entusiasmo e di dignità individuale, rivelò ai figli del Lavoro, al quarto stato, com'oggi dicono, diritti, doveri e coscienza di forza ad un tempo. E oggi si tratta per essi di tradurre in fatto un principio teoricamente accettato. La progressione è visibilmente continua; e addita maturi i tempi perchè il problema si sciolga.

Il presente dichiara intanto ai meno veggenti l'irrefrenabile potenza del moto. Il sorgere, l'agitarsi della classe artigiana in cerca d'un migliore avvenire, è universale: non è terra in Europa che non ne manifesti più o meno minacciose le aspirazioni. Gli Artigiani possono in un luogo o in un altro traviare nel metodo, nella scelta dei mezzi; ma il fine è unico e il senso di questa unità li chiama ad affratellarsi di terra in terra gli uni cogli altri e il senso di questo affratellamento compito o possibile crea in essi la sola cosa che ad essi mancasse, coscienza di forza. In qualunque modo si giudichi, tremando delle conseguenze o salutandole, come noi facciamo, indizio certo di un'Era nuova, d'un nuovo stadio d'educazione salito dall'Umanità, cominciamo a intender noi tutti che questo moto non è sommossa passeggiera, ma avviamento a una grande rivoluzione, impulso provvidenziale di non retrocedere più mai finchè non abbia raggiunto il fine.

Si raggiungerà con voi o contro voi, uomini delle classi emancipate? La scelta sta in mano vostra. Noi non possiamo che insistere ad affacciarvi di tempo in tempo, per debito di coscienza, il problema. Ma badate: è problema di sfinge: dovete risolverlo o correte rischio d'essere divorati. Voi siete oggi nella posizione assunta dall'Europa politica nella questione d'Oriente. Per terrore della Russia, l'Europa s'ostina a puntellare artificialmente un Impero, il Turco, condannato irrevocabilmente a perire e travolgere, disperato d'ogni altro ajuto, le popolazioni indigene, alle quali è affidata l'esecuzione della sentenza, in braccio allo Tsar; e voi, per terrore irragionevole del moto artigiano, siete a pericolo di travolgerlo sotto l'influenza d'agitatori che insegnano agli artigiani la necessità d'aborrirvi e distruggervi. Ricordatevi che l'ostinazione delle monarchie a negare il diritto repubblicano di Francia creò il Terrore e le carneficine del 1793. Siete oggi in tempo per promuovere pacifico e regolare il moto con noi: domani forse, ve lo diciamo tristemente convinti, v'udrete ripetere: è tardi.

II.

Per quali modi potrebbe verificarsi tra le classi operaje e le medie la concordia invocata?

Il modo decisamente migliore è uno; e tutti sanno qual sia per noi. Ma anch'oggi e sotto l'impero delle instituzioni dominatrici, quella concordia nel moto può iniziarsi e i modi son molti: primo fra tutti, senza il quale ogni suggerimento sarà inascoltato, è per le classi medie quello sul quale andiamo insistendo: studiare, con vero amore e intenzione deliberata di giovarlo, il moto operajo. Un miglioramento morale in noi stessi è sempre a capo d'ogni grande mutamento, d'ogni grande impresa.

E questo miglioramento morale è urgente davvero. Oggi, la piaga che più rode l'anime nostre è l'indifferenza. La schiavitù di tre secoli ci ha rapita gran parte della coscienza di forze che pur sono in noi per operare e riuscire. Il materialismo entrato in noi appunto colla schiavitù ha, come sempre, scemato, limitando dentro un angusto meschino orizzonte le conseguenze delle opere, quel senso dell'importanza, della santità della vita ch'è la più forte sorgente delle grandi cose. A che migliorare noi stessi se dobbiamo morire interi, organismo e spirito che lo move, domani? A che affaticarci e affrontare sacrificî, quando nessuna legge intelligente è mallevadrice dei risultati, quando l'edifizio penosamente inalzato sarà forse rovesciato dal primo soffio di vento, dal primo fatto che sorgerà impreveduto? I fini eterni, le lente, potenti manifestazioni che inanellano l'una coll'altra le generazioni e frutteranno ai pronipoti, trovano intorpidita la mente e incerto, scettico il cuore. Un machiavellismo, ch'è la pratica del materialismo, sceso dall'anima, potente di desiderî, ma disperata di meglio, del povero Machiavelli e peggiorato dai fiacchi arrendevoli successori, ha colpito di gelo le migliori facoltà nostre insegnando che non s'hanno da affrontare e dominare le circostanze, ma s'ha da cedere ad esse e veder di trarne il men tristo partito possibile. Per tutte queste ragioni riunite, abbiamo a poco a poco sostituito all'adorazione del Dovere l'idolatria dell'opportunità, all'Ideale divino il piccolo calcolo delle conseguenze immediate, alle norme d'una Legge suprema su tutta quanta l'Umanità, la breve signoria del fatto compito, alla Verità che non muore la realtà transitoria dell'oggi. Talora, gli istinti dell'anima immortale si ribellano dentro noi: i bollori giovanili del sangue e un avanzo di umana dignità mutata in orgoglio spronano a proteste virili; ma l'impulso non dura e un nobile fatto è seguìto da lunghi intervalli di ignavia e di inerzia. Splende in noi, ricordo della nostra missione, qualche solitario lampo di virtù, ma la costanza in essa è sparita; e se il Bene trapela agli occhî dell'intelletto, ci stringiamo sconfortati nelle spalle dicendo: non è da noi il raggiungerlo: fidiamo al caso, a nuove incerte circostanze, alla generazione che verrà dopo noi, l'impresa ch'è nostra. I nostri studî si rivolgono tutti al passato, tanto ci sentiamo incapaci di promuovere l'avvenire; e in quel passato non cerchiamo incitamenti a fare e indizî del come, ma oblio delle cure presenti e pascolo a una infeconda vanità di sapere, invece d'una attiva filosofia della vita. Così, ringrettiti, insteriliti, diseredati d'azione, ci ravvolgiamo in un manto di indifferenza che chiamiamo rassegnazione di prudenti, ed è codardia morale. Se la miseria passa gemendo d'innanzi all'uscio della nostra casa, la soccorriamo cristianamente, ma senza pur sospettare che incombe a noi di prevenirne il ritorno, di rintracciarne le ingiuste cagioni e di cancellarle. Se un popolo-martire, dopo d'avere eroicamente combattuto per la propria nazionalità, scende con dignità nella tomba—se una intera famiglia di popoli muti finora e separati dal comune progresso europeo freme moto su tutta una vasta zona e chiede ammessione al banchetto del mondo civile—plaudiamo come spettatori a sublime spettacolo, ma senza esigere che un mutamento nella nostra politica internazionale ajuti il martire a risollevarsi o promuova quel moto ascendente d'una intera razza. È stato necessario che, pari alla minaccia del festino di Balthazar, il funesto bagliore degli incendî parigini illuminasse per noi una protesta emancipatrice degli operaî, perchè—scossi non dall'amore, ma dalla paura—volgessimo la nostra attenzione al problema agitato visibilmente da mezzo secolo per chiedere, dopo pochi momenti di studio, ai Governi di proteggerci contro i pericoli e risolvere per noi la questione.

I Governi d'oggi, guasti dal principio esaurito e condannato a sparire onde tutti s'informano, sono impotenti a risolverlo; e le cieche brutali resistenze, arma unica che essi sappiano e possano per un tempo adoperare, accumuleranno su voi che invocate protezione da essi odî e vendette che nessun pacifico apostolato da parte nostra potrà scongiurare e scoppieranno un dì o l'altro tremendi. Voi soli, uomini delle classi medie, potete allontanar quei pericoli. La causa è vostra: dovete non delegarne gli obblighi ad altri, ma soddisfare ad essi voi medesimi coll'amore, collo studio e con opere perseveranti.

È tempo che, scotendo da sè una inerzia, che li fa parere d'essere in parte complici di colpe non loro, gli uomini delle classi medie tornino al vero concetto della vita data da Dio perchè si comunichi ad altri e intendano ch'essi sono quaggiù depositarî d'una missione da non violarsi impunemente nel presente e nell'avvenire. Giunti prima a un grado di sviluppo intellettuale ed economico, essi devono oggi ajutare chi rimase addietro a salire. Da diciotto secoli le loro labbra mormorarono la santa parola di Gesù: eguaglianza delle anime; è tempo che quella parola scenda dalle labbra nel cuore e lo fecondi ad opere attive a pro dei loro fratelli. Essi li chiamano tali nel recinto del Tempio, davanti a Dio; ma non deve essere la Terra tempio di Dio? Non deve esserne Sacerdote tutta quanta l'Umanità? Non sono gli eguali davanti a Dio chiamati ad esserlo davanti agli uomini? Non dovrà mai aggiungersi a quella santa parola la più santa preghiera colla quale Gesù invocava che «il Regno di Dio si trapiantasse per opera nostra per quanto è possibile dal cielo, dove splende come nostro Ideale, sulla terra ove deve incarnarsi in realtà?» Guardino al levarsi di queste plebi, rejette jeri a condizione di casta inferiore, anelanti oggi a penetrare nel recinto della Città, non come a sommossa passeggera, ma come a marea suscitata dall'alito divino, non con paura, ma colla riverenza amorevole colla quale si guarda a un grande fatto provvidenziale. La famiglia umana accenna a salir d'un passo sulla via che guida alla meta assegnata. È pensiero da far balzare di gioja ogni uomo che è buono o intende a meritare quel nome: e la gioja dovrebbe essere maggiore in chi è in alto e può porgere una mano ajutatrice ai compagni di viaggio.

Prima cosa da farsi è l'accertare quali siano i bisogni delle classi artigiane, quali i loro patimenti e quali i rimedî che invocano. Bisogna chiederlo ad esse, interrogarle dappresso, agevolarne l'espressione collettiva e sincera. Centocinquanta società operaje—e il numero andrà crescendo ogni giorno—hanno poche settimane addietro costituito in Roma un Centro incaricato di parlar per esse, hanno annunziato che tenterebbero l'impianto d'una pubblicazione settimanale a quel fine: bisogna proseguire nell'opera iniziata da noi e promuovere quell'intenzione sottoscrivendo. Taluni—sia lode ad essi—lo han fatto: seguano molti l'esempio: l'utile del raccogliere documenti necessarî a intendere e risolvere la questione s'accoppierà al pegno di concordia e d'affetto dato così agli operaî. Il resto è da farsi col contatto personale, scendendo nelle loro officine, affratellandosi con essi nelle radunanze commemoratrici delle loro società, conversando fraternamente con quanti ricevono commissione individuale di lavori, arrestandosi al solco del villico a interrogarlo sulle sue condizioni, sulla famiglia, su ciò che più potrebbe giovargli. E questo contatto amorevole frutterà a un tempo intenzione dei modi di fare il bene e potenza di combattere il male, di confutare gli errori economici suggeriti ad essi dai demagoghi per mestiere, di sperdere il fascino di speranze destinate a tornare illusioni.

Poi, l'Istruzione. I più tra gli artigiani la cercano avidamente e il darla toccherebbe a chi l'ha. Un Governo repubblicano la darebbe gratuita, obbligatoria, nazionale, a tutti i figli della Patria comune. Ma intanto gli uomini delle classi abbienti possono, volendo, darne gran parte. In ogni centro considerevole d'industria dovrebbe impiantarsi una scuola per insegnare agli artigiani, disegno lineare, geometria, elementi d'algebra, meccanica, chimica, applicazioni pratiche della fisica ed altro. Ma ogni località anche di secondo o terzo ordine può avere, mercè un piccolo sacrifizio d'oro e di tempo, riunioni serali o pei giorni festivi nelle quali si partecipi agli operaî un insegnamento morale, si narrino popolarmente le tradizioni dei nostri Padri, si trasmettano nei loro punti salienti le vite dei nostri Grandi, si comunichi la conoscenza geografica della nostra Terra congiunta a considerazioni generali sulle condizioni delle varie contrade che la costituiscono, dei varî rami dell'umana famiglia che vivono in essa. E in ogni località dovrebbe formarsi per via di doni una piccola biblioteca popolare circolante; e in ogni località agricola, dove pur troppo non si sa leggere, un giovane dovrebbe raccogliere intorno a sè i coltivatori e leggere per essi, spiegando ove occorra, un buon libro. Quando pensiamo all'immenso bene che può derivare da un'ora sottratta a sterili sollazzi, da poche lire sottratte a inutili spese, ci sembra impossibile ch'altri non cerchi a sè stesso su questa via il sereno soddisfacimento d'averlo operato e tentato. Chi scrive leggeva poc'anzi in un giornale italiano, miste a un inno all'ebbrezza, dichiarazioni frementi vendetta e retribuzioni di sangue per la fucilazione, delitto ed errore ad un tempo, di tre fra i combattenti a pro del Comune in Parigi; e pensava: anche l'ira è santa talora e nessuno può osare di rimproverarne, per cagione siffatta, l'espressione. E nondimeno non dobbiamo noi repubblicani raccogliere l'ultima parola di Rossel, soffocare quell'ira e ricordare che non vinceremo se non a patto d'esser migliori dei nostri nemici e non calcarne le orme colpevoli? Se quei giovani buoni nel profondo dell'anima e repubblicani spendessero l'ora devota ad alimentare un odio sterile, com'essi dicono, fra le bottiglie, tra i loro fratelli popolani, nel modo or ora accennato, non gioverebbero più assai alla causa che intendono di promuovere? Non è più potente a pro d'un popolo abbandonato un germe di comunione e d'amore che non cento grida di rabbiosa vendetta?