III.

Abbiamo accennato agli ajuti da darsi dagli uomini delle classi medie all'espressione officiale dei bisogni e dei voti degli operaî d'Italia che la Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma sta preparando, ed abbiamo accennato all'istruzione da diffondersi tra i lavoranti dell'Industria e tra la considerevole popolazione agricola anche più abbandonata finora. Ma le classi medie potrebbero anche oggi, volendo, far ben altro. Una Associazione formata collo scopo di raccogliere capitali destinati a promuovere gli esperimenti degli operaî, somministrando, senza speculare, anticipazioni alle Società di cooperazione, comprando a basso prezzo terre incolte o neglette ed offrendone, a certi moderati patti per l'avvenire, la coltivazione e la proprietà ad agricoltori valenti e capaci, associati, potrebbe, se le prime prove riuscissero, produrre splendidi risultati. Se non che ora intendiamo parlare soltanto di quelle manifestazioni che senza gravi sacrificî o pericoli basterebbero a stringere, con immenso benefizio del paese, concordia d'affetto fra le classi artigiane e le medie; e ne accenneremo due o tre in via d'esempio.

Mal si trattano i piati che sorgono frequenti fra i lavoranti o gl'intraprenditori dagli stessi onde escirono le cagioni: il senso quasi sempre esagerato dell'ingiustizia negli uni, della soverchia esigenza negli altri, inacerbisce le contese e vieta ai contendenti l'imparzialità necessaria agli accordi. L'instituzione, pendente questo inevitabile periodo di transizione, di Consigli conciliativi, composti per metà di padroni per metà di operaî, esciti tutti naturalmente dall'elezione e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace appartenente alla magistratura ed eletto egli pure, riuscirebbe sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti fra i lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di Consigli siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni pericolosi rami dell'industria. L'impianto di questi Consigli può soltanto e dovrebbe essere provocato, offerto dalle classi medie.

Un fatto di più grave importanza dovrebbe, per impulso degli elettori che appartengono tutti alle classi medie, iniziarsi dai loro deputati:—fatto che proverebbe officialmente il grado d'importanza raggiunto dalla questione sociale e avvierebbe la stampa e l'opinione pubblica su via migliore di quella dell'oggi. Un deputato, Agostino Bertani, ha dato pochi dì sono indizio d'animo desto alla necessità d'occuparsi della condizione dei lavoranti italiani proponendo un'inchiesta sullo stato delle nostre classi agricole. Se non che un'inchiesta, dov'anche fosse concessa, condotta da uomini parlamentari e colle abitudini prevalenti, non darà mai—e una serie di fatti anteriori lo prova—risultati pratici.

L'inchiesta prima dovrebb'esser fatta dagli operaî, o lo sarà per le società se, respingendo proposte d'isolamento o di metodi diversi che ritarderebbero l'emancipazione invocata, si stringeranno intorno alla Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma; poi tolta a base, darebbe luogo a facile verificazione e ad esame del Parlamento. Ma parecchie fra le piaghe che mantengono le tristi condizioni materiali delle classi operaje sono note, accertate; e dovrebbero inspirare, a quanti hanno in Parlamento potuto serbare intatto il senso del dovere verso il Paese, una serie di risoluzioni che affacciassero all'Italia officiale il problema sociale in modo più solenne ed urgente e additassero alcuni, non foss'altro, dei primi rimedî. Convinti come essi sono, o dovrebbero essere, che il problema economico è un problema di produzione—che per produrre bisogna vivere—che quindi il necessario alla vita è sacro e dovrebbe essere immune da ogni diretto o indiretto prelevamento—le risoluzioni dovrebbero, precedute da un sommario delle condizioni attuali e dei loro pericoli, chiedere un riordinamento del sistema delle tasse diretto a lasciare intatto il necessario e non operare se non dove comincia il superfluo alla vita. E convinti come sono, o dovrebbero essere, che le grandi questioni sociali non si sciolgono a spicchî, ma afferrandone l'insieme o porgendo soddisfacimento a tutte le loro più determinate e giuste esigenze, dovrebbero toccare nella serie delle proposte il lato morale, intellettuale, economico del problema, dalla necessità d'un radicale rimutamento della legge elettorale e d'una educazione nazionale obbligatoria e gratuita fino alla formazione d'un capitale destinato a mallevadoria di certe operazioni prime delle associazioni artigiane industriali e alla concessione di terre, proprietà dello Stato e dei Comuni, alle associazioni agricole. Le proposte sarebbero senz'alcun dubbio sommariamente respinte dall'Italia officiale; ma la questione rimarrebbe posta nei suoi veri termini davanti al Paese; il pegno di concordia che noi chiediamo per gli artigiani dalle classi medie sarebbe dato; il popolo saprebbe a quali uomini ha diritto di rivolgersi pei miglioramenti invocati e l'Italia non officiale, arbitra suprema un dì o l'altro di tutti e di tutto, risolverebbe più assai rapidamente il problema.

Il riordinamento del Lavoro sotto la legge dell'associazione sostituito all'attuale del salario, sarà, noi crediamo, la base del mondo economico futuro, e implica che un capitale indispensabile all'impianto dei lavori e alle anticipazioni necessaria debba raccogliersi nelle mani degli operaî associati. Questo avverrà per vie diverse, delle quali dovremo a poco a poco parlare. E tra queste vie una che per opera dei buoni delle classi medie potrebbe, in questo periodo di transizione, condurre all'intento è quella d'ammettere i produttori artigiani alla partecipazione negli utili dell'impresa.

Esperimenti di questo genere furono, sin dal 1830, tentati e riuscirono; provarono una verità economica troppo negletta, che per aumentare la somma della produzione non basta d'aumentar la richiesta o di trovare nuove sorgenti al lavoro, ma è necessario aumentare il valore produttivo d'ogni individuo e che questa attività produttrice aumenti in ragione diretta della parte che gli è concessa nei frutti della produzione: il lavoro libero produce più del lavoro servile e nelle condizioni attuali l'operajo che, senza interesse alcuno materiale o morale nei risultati della produzione, non dà, generalmente parlando, se non quel tanto di lavoro necessario a rivendicargli il salario pattuito, ha dalla compartecipazione sprone a produrre maggiormente e meglio. Una prova di ciò che affermiamo escì dall'Associazione instituita nel 1830 in Parigi dal signor Leclaire nel suo stabilimento per la pittura degli edifizî. D'un altro notabilissimo diede i più minuti ragguagli il nostro collega Aurelio Saffi nel n. 35 della Roma del Popolo, ed esortiamo a meditarlo chi l'avesse, trasvolando, negletto. I particolari d'un terzo furono poche settimane addietro raccolti da uno scrittore francese di merito, Eugenio Véron, e sommano a questo:

«Il signor Briggs, ricco proprietario di miniere carbonifere in Inghilterra e presidente d'una Lega tra i padroni formata per resistere alle pretese dell'Unione degli artigiani, stanco dei dissensi continuamente rinascenti nelle sue officine, prese nel 1864 altra via.

«Egli divise la proprietà delle sue miniere di carbon fossile, valutate a 2 250 000 franchi, in 9000 azioni di circa 250 franchi cadauna e costituì una società in accomandita. Serbò 6000 azioni per sè ed offerse agli operaî ed ai clienti delle miniere le altre 3000.

«Trattavasi ora di persuadere gli operaî—cosa del resto che, pel prezzo elevato, non riusciva facile—a far acquisto di queste azioni; però a raggiungere l'intento non si vide mezzo migliore che associare gli operai stessi ai beneficî delle miniere.

«Il fondo sociale venne diviso in due parti: da una parte un capitale fittizio rappresentante il lavoro degli operaî, dall'altra il danaro degli azionisti. I salarî quotidiani, mantenuti al corso ordinario, furono assicurati agli operaî delle miniere quale interesse del primo di questi due capitali; pel secondo, gli azionisti acquistarono diritto a un interesse del 10 per cento. Si considerò poi il superfluo dei beneficî come un utile comune a tutta la società, quindi da ripartirsi proporzionatamente tra tutti i membri cooperatori.

«Se, a cagion d'esempio, il beneficio annuale risulta del 14 per cento del capitale in azioni, compete a questo capitale il 10 per cento a titolo d'interesse e il 2 per cento a titolo di profitto;—il 2 per cento restante poi viene assegnato agli operaî, quale parte dei beneficî, e ripartito in proporzione dei salarî di ciascuno.

«A incoraggiarli sul principio a rendersi possessori di azioni, fu concesso agli operaî azionisti, in questo riparto di beneficî, il 10 per cento sul totale annuo dei loro salarî, mentre che agli altri non toccò se non il 5 per cento. Questo metodo di ripartizione fu modificato solo nel 1867.

«Il dividendo degli operaî azionisti fu eguale al dodici per cento dei loro salarî, e all'otto per cento per gli altri.

«Temendo come sempre, un'insidia, gli operaî titubarono sui primi tempi ad approfittare dei vantaggi loro offerti; ma le loro diffidenze caddero ben presto davanti alla realtà del dividendo.

«Nel 1867 i beneficî netti furono di 510 425 fr., dei quali 200 000 furono messi da parte onde assicurare agli operaî una ripartizione di utili nell'eventualità di cattive annate.

«Nella deposizione da essi fatta davanti la Commissione reale di Londra, dalla quale noi togliamo questi dettagli, i signori Briggs dichiarano che giammai l'antico sistema avrebbe loro dato, nelle medesime circostanze, simili benefizî.

«Ma ciò che è particolarmente da osservarsi si è che grazie a quest'organizzazione essi non ebbero quasi a risentire gli effetti della crisi toccata in seguito a quel ramo d'industria. Tutte le difficoltà procedenti dall'antagonismo tra capitale e lavoro sparirono come per incanto per dar luogo, da quell'epoca, all'accordo più perfetto.

«I lavoranti stessi s'assumono spontanei la sorveglianza dei mille dettagli che assicurano l'economia e il buon andamento di qualsiasi industria.—Allorchè noi scorgiamo, dice uno d'essi, nelle gallerie un chiodo dimenticato per terra, lo raccogliamo ripetendo il motto passato in proverbio: tanto di più di guadagnato per la fin d'anno.

«Un gran numero d'operaî, estranei sino allora ad ogni idea d'economia, sono divenuti azionisti. Convien aggiungere che le maggiori agevolezze sono accordate per facilitar loro la via al possesso di questo titolo: ogni qual volta siano in grado di versare un acconto di 75 franchi viene loro anticipatamente assicurato il possesso d'un'azione.

«Nel 1868 le azioni erano già a un premio di 112 franchi 50 cent. Perciò a ciascuna emissione si ha cura di mettere in riserva per gli operaî un dato numero di titoli ch'essi possono acquistare al di sotto del corso.

«L'esito di questa intrapresa era già assicurato sino dal 1866.»

Perchè non troverebbero esempî siffatti imitatori in Italia?


COSTITUENTE E PATTO NAZIONALE [170]

Due morti hanno i popoli: l'anarchia e l'indifferenza. Conseguenza l'una e l'altra del materialismo che sopprime ogni vincolo di fede comune, conducono ambe infallibilmente alla negazione di ogni iniziativa e alla schiavitù. Della prima e dei suoi risultati ci porge tale esempio la Francia, che dovrebbe, se pensassero, far rinsavire quanti imprudenti giovani s'affaticano oggi tra noi a risuscitare le vecchie ammirazioni e le vecchie speranze che ci indugiarono mezzo secolo sulla via. La seconda minaccia di soffocare, in Italia, sul nascere della Nazione, ogni coscienza di missione nel mondo, ogni virtù d'idea collettiva, ogni culto di tradizione d'avvenire e ridurci alla condizione d'una gente che produce e consuma, e vive di vita puramente materiale, senza individualità morale, senza fine comune da raggiungere, senza comunione di vita operosa spirituale colle altre Nazioni di Europa.

Indifferenza negli elettori provata, generalmente parlando, dalla cifra dei votanti nei collegi: indifferenza nei deputati provata ogni giorno dalla difficoltà di raccogliere il numero voluto per le sedute, dalla frequenza dei congedi chiesti e concessi, dall'affrettarsi dei rappresentanti alle loro città sull'accostarsi dalla menoma solennità che dia pretesto di vacanza prolungata sempre oltre i limiti voluti, dai voti dati senza discussione o quasi intorno a questioni di grave importanza: indifferenza negli uomini di governo che vivono d'espedienti, senza disegno premeditato, senza tradizioni politiche, senza quella tranquilla, tenace persistenza di concetti che dà in oggi lento ma continuo progressivo incremento alla Russia e agli Stati Uniti, e son paghi di superare le difficoltà della giornata senza guardare al futuro: indifferenza nei governati che biasimano e non combattono, presentano mali e non preparano i rimedî, pensano e non dichiarano ad alta voce il pensiero, e sembra accettino, regnante un sistema di semi-libertà, la vecchia formula dei tempi dispotici: non tocca a noi: indifferenza nei capitalisti che hanno innanzi, in Sicilia, nel mezzogiorno continentale, in Sardegna, nell'Agro Romano, nelle terre incolte d'Italia, una serie di nobili imprese da compiersi con giovamento proprio e del paese e le lasciano intentate o preda di speculatori stranieri. I lagni contro l'esagerazione e il pessimo assetto dei tributi prorompono da ogni lato e ad ogni ora; ma nessuno tenta contro un intero sistema una di quelle potenti agitazioni che in Inghilterra sorgono ordinate, pertinaci, sicure in ultima analisi di trionfo contro ogni atto o progetto economico non consentito dall'opinione. Le ire contro le giornaliere violazioni delle libertà individuali, gli arbitrî degli impiegati subalterni, la tristissima amministrazione delle leggi buone o cattive esistenti sono, più che frequenti, continui e suonano minacciose; ma da queste ire non è mai escito l'impianto d'una Associazione che, fornita di mezzi, s'assuma di rivendicare l'esercizio del diritto violato chiamando davanti ai tribunali i violatori, dall'addetto alla questura fino al ministro. Gli assennati si stringono nelle spalle come pensando: non gioverebbe; e i più frementi fra i giovani accennano a un giorno nel quale s'avrà da rifare l'intero edifizio: perchè affronterebbero noje e pericoli per correggere questo o quest'altro particolare?

Indifferenza alle cose dell'oggi e inerte presentimento d'inevitabili mutamenti; è questa la condizione generale delle menti in Italia. Un non so quale senso di provvisorio in tutto ciò che è, svoglia gli animi dal fare. Diresti che il paese, visitato da una grande, recente delusione, avesse smarrito la coscienza della propria forza e dei proprî fati e aspettasse rassegnato dai casi un incerto futuro.

Tristissima sempre, condizione siffatta di cose par quasi inesplicabile in una gente che, come la nostra, sorgeva jeri appena a Nazione o che, come la nostra, non visse mai nel passato di vita propria e spontanea senza diffonderne il calore e la luce a tutta l'Europa: inesplicabile a chi ricorda il levarsi ad impeto di marèa di questo nostro popolo, oggi intorpidito di scetticismo, dapprima nel 1848, poi dal 1859 al 1861, quando rifulse possibile la speranza d'unirsi in fratellanza d'azione, e i Mille iniziavano un'epopea rotta a mezzo da un cenno di re. Non basta a darne ragione il difetto d'educazione politica, nè il lungo servaggio, nè l'influenza addormentatrice d'un pugno di raggiratori o d'inetti che riuscirono a usurparsi i frutti delle opere altrui, e dai quali il paese, se si svegliasse, si libererebbe in tre giorni. Un'altra più profonda cagione signoreggia tutti i fatti secondarî e perpetua d'anno in anno, anche modificate, le circostanze, la condizione di cose alla quale accenniamo.

Abbiamo fin dal nostro programma indicato questa cagione; ma dacchè stampa e partiti fanno a gara per obliarla, è pur forza a noi di ripeterla e insistervi.

L'Italia non è costituita. La Nazione esiste di nome soltanto, senza espressione ordinata della propria vita. La leva che crea e mantiene la virtù iniziatrice nei popoli non ha punto d'appoggio nel paese. Ogni elemento è quindi passivo: soggiace: ripete fatalmente una serie d'atti in una direzione circolare; non trova in sè potenza per progredire.

Lasciamo da banda i vizî del nostro sorgere; l'azione straniera accoppiata, con pensiero diverso, alla nostra, e le vergogne che ne seguirono e pesano tuttora, a intorpidirla, sulla nostra coscienza di popolo. Ma non è il carattere predominante del nostro moto radicalmente falsato e in aperta, diretta contraddizione col metodo invariabilmente additato dalla storia, dacchè storia fu, come condizione essenziale d'ogni moto nazionale? Quando, dopo una impresa comune contro chi le manteneva smembrate, popolazioni appartenenti alla stessa zona geografica si levano coll'intento dichiarato di stringersi a vincolo di Nazione, esse affermano col fatto la coscienza attinta dall'identica origine, dalle tradizioni del passato, dalle conformi tendenze d'un fine comune, d'una via comune da corrersi, d'un metodo comune d'associazione da ordinarsi per tutte. Ma quella coscienza ha bisogno d'essere definita. Ed è necessario definire pubblicamente, solennemente, per tutti quale sia il fine nazionale, quale la migliore forma di associazione che può, salvi i perenni diritti del Progresso, guidare i cittadini della nuova Nazione a raggiungerlo.

Bisogna, in altri termini, che la Nazione interroghi la propria vita e le dia espressione di legge perchè sia norma alle opere nel paese e base riconosciuta di contatto cogli altri popoli.

Questa pubblica, solenne espressione è il Patto Nazionale. Senza esso non esiste Nazione.

Quale autorità può dettarlo?

Una sola: la Nazione medesima.

È necessario a questo esame della propria vita comune e della propria vocazione l'intervento di tutti gli elementi che compongono la Nazione. L'esclusione di un solo elemento costituirebbe a suo danno ingiustizia e tirannide.

Il paese che intende a formar Nazione elegge con voto universale i migliori tra i suoi a rappresentarlo e dettare il Patto, l'insieme dei principî che ne costituiscono la vita comune e dei quali tutte le leggi future dovranno essere progressivamente l'applicazione.

Assemblea siffatta, che noi chiameremmo volontieri Concilio nazionale, ha nome universalmente adottato di Costituente.

Senza Costituente e Patto nazionale non esiste Nazione fuorchè di nome.

L'Italia non ebbe la prima e non ha il secondo.

Le popolazioni italiane, fatte libere per le armi altrui o per virtù propria, furono interrogate se volessero unirsi o rimanersi divise, e la risposta non poteva esser dubbia. Non fu chiesto ad esse in nome di che, con quali principî, sotto quali forme d'associazione, con qual fine. Alla Costituente fu sostituito un Parlamento di pochi privilegiati per censo ed altro, continuazione di quello ch'era espressione incompiuta delle provincie sabaude quando l'Italia non era. Al Patto nazionale fu sostituito uno Statuto dato precipitosamente, per volontà regia e per paura d'insurrezione, a quelle provincie, dodici anni prima che l'Italia fosse. La Nazione non fu mai convocata a dichiarare la propria fede, le proprie volontà, le proprie tendenze. I suoi deputati giurano alla monarchia e al vecchio Statuto. L'Italia vive oggi come nel 1848 di vita piemontese, se buona o cattiva, sviata, perpetuata o migliorata non monta. La storia non offre un solo esempio d'una rivoluzione nazionale compita, tradita a quel modo.

E nondimeno, il principio d'una Costituente e d'un Patto fu affermato, sin dal 1848, dagli istinti dei popoli sollevati e da solenni promesse regie.

A guerra vinta, un'Assemblea italiana deciderà dei destini di Italia.

Il paese, comunque deluso, si rassegnò negli anni passati. Mancava Roma all'edifizio; e un'antica profetica riverenza alla città dalla quale si svolsero non solamente i fati storici italiani, ma quelli d'Europa, persuadeva alle menti che di là soltanto potessero, come dal Sinai, scendere le tavole della legge. Oggi, abbiamo Roma e invece di Costituente e di Patto, i reggitori d'Italia vi agitano paurosi il problema del come possa perpetuarvisi, a patto di concessioni avverse ai tempi, il dualismo che fu l'anima e il tormento del medio evo.

In questo, dica altri a suo senno, sta la cagione suprema delle condizioni morali che lamentiamo e che minacciano di spegnere in culla la nuova vita. Gli Italiani sentono, consci o inconsci, l'assurdo, diremmo quasi, se la venerazione alla patria non lo vietasse, il ridicolo d'una situazione che vorrebbe aggiungere alle Nazioni una Nazione muta e senza espressione della propria vita. Un intenso senso potente benchè mal definito dice ad essi che quanto è in oggi è fantasma, e che i fantasmi non durano. Quindi il dubbio, l'irresolutezza sopra ogni cosa e l'inerzia: colpevoli senz'altro, ma intelligibili in un popolo che esce da un sepolcro di trecento anni.

Le idee, bisogna ripeterlo, governano il mondo. Manca all'Italia una iniziativa, e questa iniziativa di moto e progresso non sorgerà se non per la via che additiamo. Come in tutte le grandi questioni, è necessario che nella questione nazionale s'accerti il punto d'onde moviamo, il punto verso il quale moviamo, la via migliore per andare da un punto all'altro. E questo non può farsi se non colla Costituente e col Patto.

Non è qui parte nostra dire come gli Italiani debbano e possano tradurre in atto questi due termini del programma nazionale. Ma non s'illudano a credere di conquistare incremento, progresso continuo interno e vita fra le Nazioni d'Europa se non a patto di riescirvi. Noi guardiamo commiserando in silenzio la ruota d'Issione intorno alla quale sono legati i nostri amici parlamentari: i loro tentativi, le loro evoluzioni per escire dal cerchio fatale riesciranno inutili finchè la posizione del problema non sarà radicalmente mutata: come trarrebbero essi dal concetto dell'Italia smembrata del 1848 inspirazioni e iniziativa a dirigere innanzi l'Italia una del 1872? E commiserando leggiamo programmi di vaste riforme economiche e di nuova vita industriale italiana come quello di un uomo che stimiamo[171] e che da qualche anno rotola, nella Camera e fuori, il sasso di Sisifo delle proposte tendenti a ricreare una condizione di progresso normale materiale all'Italia. Le più tra quelle proposte son buone; ma come attuarle? Può una Instituzione, la cui vita ha le sue radici nel passato e in un determinato tradizionale ordinamento economico amministrativo, mutare a un tratto e accogliere in sè un alito di libera vita nazionale senza paventarne rovina?

Poteva Turgot compire nella Francia della monarchia aristocratica ciò che la rivoluzione compì in brevi giorni? Le grandi riforme esigono, ad essere afferrate nel concetto e tradotte in realtà, un sovra eccitamento nella vitalità popolare, un senso d'audace fiducia in sè e nel futuro che sorge appunto dal fermento di tutte le forze condannate a giacersi latenti in una condizione come la nostra. Suscitatele e otterrete: non prima. Fate che la Nazione viva, e avrete da quella vita trasfusa negli intelletti e nelle volontà miracoli di rinnovamento. Non può darveli una Camera inceppata da un falso programma: nol può un popolo intorpidito nello sconforto e nel dubbio.

Il problema politico predomina su tutti gli altri. E il problema politico non può risolversi se non come abbiamo accennato. Manca nel caos che ci si stende d'intorno il fiat della Nazione. E quel fiat non può essere proferito che da una Costituente: non può incarnarsi che in un Patto nazionale. Tutto il resto è menzogna o, per ora, impossibilità.


LETTERA AD UN AMICO [172]

Caro....

Prima di tutto, ringraziate quei che sono solleciti intorno alla mia salute. Miglioro lentamente.

Quanto alle questioni che importano, lo scrivere mi fatica, ma ecco sommariamente ciò ch'io ne penso.

Questione religiosa:

Nessuno può vincolarsi a tacerne senza rinnegare le proprie convinzioni. Nessuno può chiedere ad altri di tacerne senza intolleranza. È materia d'apostolato che può tacere davanti all'azione, non prima. Tutto sta nei modi, che possono correggersi. Non trattate col ridicolo o come superstizione le nostre credenze: tratteremo filosoficamente, deplorando, ma temperatamente, le vostre. Mostriamoci uniti nel resto: nessuno dirà che l'unione è impossibile.

Questione politica:

Vogliamo un movimento nazionale repubblicano... per conto dell'Europa e dell'Umanità. Non può esservi movimento sinceramente repubblicano se non inchiude l'emancipazione della classe operaja, la giusta partecipazione nei risultati della produzione tra i produttori, la sostituzione graduata dell'associazione al salariato. Su questo dobbiamo saperci o crederci d'accordo.

Ma il punto d'appoggio alla leva in un moto che nello sviluppo immediato deve pur essere nazionale, non può, non deve essere collocato all'estero.

Praticamente l'Internazionale è una parola, non altro; ed è la stessa che avevamo proferita noi dicendo una Repubblica universale. Come forza, l'Internazionale è nulla. Date le circostanze di Parigi altrove, avremo l'insurrezione; ma le circostanze di Parigi non furono create dall'Internazionale, nè lo saranno altrove. L'Internazionale non può darci un esercito, nè un tesoro. Ci dà invece i terrori e la inimicizia di tutta una classe media, tiepidamente buona in parte e che è ad ogni modo un elemento vitale in Italia. Perchè dunque scegliere quella bandiera? Perchè crearci nemici senza un'ombra d'utile? E perchè accettare una bandiera che copre errori e immoralità innegabili? Contentiamoci d'essere Partito repubblicano nazionale nel punto di mossa, europeo nel fine.

Questione Garibaldi:

Da dove parte il dualismo?

Io non ho mai assalito Garibaldi.

Non ho risposto ai suoi assalti.

Anche oggi sono pronto di stringere qualunque patto con lui.

Ma questo patto, questa concordia, non può aver luogo che con un programma. E questo programma non può essere che il repubblicano.

Garibaldi non lo ha mai apertamente dichiarato.

Garibaldi non ha bisogno, se non vuole, di stringere la mano a me o ad altri. Ma Garibaldi deve dire agli Italiani: «Tra venti giorni o vent'anni, voi non avrete salute che dalla Repubblica.» Allora il paese saprà che siamo uniti. Una occasione sorgerà. Prepariamoci a coglierla con un lavoro pratico unito. Quanto al ripartirci con lui l'azione, pochi giorni, sòrta la circostanza, basteranno.

Ottenete questo da lui. Lasciate di dirvi affigliati dell'Internazionale. Trattiamo con rispetto filosofico la questione religiosa. Il dissidio sparirà in breve tempo.

Scrivo faticosamente. Cercate intendermi e ridite ai vostri amici. Abbiatemi vostro

Giuseppe Mazzini.

Lugano, 10 gennaio 1872.


FINE.

NOTE:

[1] Così infatti avvenne. Vedi Proemio al vol. IX delle Opere complete di G. Mazzini.

[2] Vedi Mazzini: Sulla politica internazionale dell'Inghilterra al tempo della guerra d'Oriente.

[3] Mazzini: L'unica soluzione della guerra d'Oriente.

[4] Mazzini: Indirizzo all'esercito piemontese.

[5] Vedi il Saffi nel Proemio al vol. IX, opera citata e la Vita di G. Mazzini, dello stesso autore nel Risorgimento Italiano, pubblicato per cura di L. Carpi.—Vedi pure Anelli: Storia d'Italia, vol. III, cap. IV, pag. 131.

[6] Vedi il Saffi nel Proemio citato.

[7] Vedi: Vita di G. Mazzini della signora J. W. Mario, pag. 365.

[8] Vedi G. Pallavicino: Il Piemonte, ecc., pag. 8 e 9; i discorsi pronunziati da Nicotera e Zanardelli al Parlamento nella seduta del 21 marzo 1866 e Anelli: Storia d'Italia, vol. III, cap. IV, pag. 173.

[9] Saffi: Proemio al vol. IX.

[10] J. W. Mario, opera citata.—Luigi Settembrini scriveva dall'ergastolo di Santo Stefano in data 20 marzo 1855: Ad un'invasione straniera che volesse metterci sul collo un Murat, io mi opporrei sino a pigliare le armi pei Borboni.

[11] Vedi nel Risorgimento Italiano: Giorgio Pallavicino, biografia di B. E. Maineri.

[12] Vedi in questo volume a pag. [120] e seguenti e i Ricordi su Carlo Pisacane, pag. [140].

[13] In difesa della tentata sollevazione di Genova leggasi il discorso di G. Nicotera pronunziato in Parlamento il 21 marzo 1866.

[14] Vedi il Saffi: Proemio citato.

[15] J. W. Mario, opera citata, pag. 382, e Saffi: Proemio al vol. IX.

[16] Vedi nel vol. X delle Opere complete: La Monarchia piemontese e noi, pag. 160.

[17] Vedi biografia del Mazzini nel Risorgimento Italiano.

[18] Saffi: Proemio, vol. IX opera citata.

[19] Un Francesco Crispi alquanto diverso da quello che, chiamato al governo del suo paese, ha rinnegato ogni insegnamento della fede che lo spinse alla generosa e nobile iniziativa.

[20] Vedi Risorgimento italiano, opera citata.

[21] Quel generoso moto di popolo che cercava la Patria—scrive il Saffi nel suo Proemio al vol. X, opera citata—era colpevolmente osteggiato dal Governo, e, peggio ancora, dalla fazione che ne aveva l'appoggio. E i faccendieri del conte di Cavour tentarono fino all'ultim'ora ogni via per distorre Garibaldi dal suo generoso proposito.—Leggasi pure Anelli, opera citata, voi. IV, capo IV.

[22] Leggasi il discorso di G. Nicotera alla Camera nella seduta del 21 marzo 1866.

[23] Vedi lettere del Cavour al Persano e al Villamarina, il Proemio al vol. XI e il Resoconto di Bertani e Garibaldi quivi riportato.

Che il Governo sardo non avesse creduto fin allora all'unità d'Italia, lo provano specialmente le pratiche fatte dal Cavour per indurre il Borbone e il duca di Toscana a confederarsi col re di Piemonte, il rifiuto della dittatura offerta dal Governo provvisorio della Toscana, e la vana ingiunzione fatta a Garibaldi di non varcare lo Stretto, mentre veniva chiesta con urtante insistenza l'annessione immediata della Sicilia. Vedi a questo proposito il Proemio del Saffi al vol. XI, pag. 70.

[24] Vedi J. W. Mario, opera citata, pag. 414.

Il Saffi nel Proemio al vol. XIII dice: «I ministri sardi scioglievano l'esercito meridionale, disarmando come gladiatori ribelli i patrioti che avevano gloriosamente combattuto le battaglie dell'unità nazionale.»—E Giuseppe Sirtori esclamava dinanzi al Parlamento nella seduta del 23 marzo 1861: «Noi fummo trattati non da amici, non da patrioti, ma da nemici.»

Leggasi pure il discorso di F. Crispi alla Camera nel 10 giugno 1862 ed il Risorgimento Italiano citato, vol. IV. pag. 34.

[25] Vedi Nota di G. Mazzini del 7 novembre 1861 ed altri scritti di quel tempo pubblicati nel Proemio al vol. XIII. Vedi pure corrispondenza tra il Mazzini e Kossuth intorno allo stato morale dell'Ungheria.

[26] Vedi nel Risorgimento Italiano citato, la biografia di G. Mazzini scritta dal Saffi.

[27] Il Garibaldi, connivente il Governo, aveva raccolto uomini ed armi nel Trentino per muovere quindi alla liberazione del Veneto, quando improvvisamente, e potrebbe dirsi proditoriamente, i suoi volontarî vennero presi, disarmati e imprigionati, non senza spargimento di sangue.

[28] Leggasi in proposito uno scritto di E. Pantano, riportato in gran parte dal Saffi nel suo Proemio al vol. XIII delle Opere complete di Giuseppe Mazzini.

[29] Saffi: Vita di G. Mazzini, pubblicata nel Risorgimento Italiano, opera citata.

[30] Vedi proclami, indirizzi, ecc. del sedicente Comitato Nazionale, e Saffi, Proemio al vol. XV, pag. 26.—F. Crispi nella seduta del 9 dicembre 1867 asserì che coloro i quali volevano Roma coi mezzi morali e col consenso della Francia, mentivano, ingannando il Paese.

[31] Vedi vol. XV.

[32] Vedi a pag. [263].

[33] Vedi Saffi: Proemio al vol. XV. opera citata, pag. 70.

[34] Vedi Proemio al vol. XV, pag. 94.

[35] Vedi J. W. Mario, opera citata, pag. 453-54; Saffi: Proemio al volume XV, pagine 95 e 96 e Narrazione di G. Castiglioni, riportata ivi a pag. 96.

[36] Vedi pag. [266].

[37] Vedi a pag. [273].

[38] Vedi il Saffi nel Proemio al vol. XIV, pag. 196.

[39] Vedi G. Mazzini, del Saffi nel Risorgimento Italiano, pag. 115.

[40] Vedi il Saffi nel Proemio al vol. XVI opera citata, pag. 76.

[41] Leggasi l'articolo critico: La réforme intellectuelle et morale de E. Renan, scritta dal Mazzini quindici giorni prima di morire.

[42] Vedi a pag. [286].

[43] Vedi nel Proemio al vol. XV, pag. 115 ed al vol. XVI, pag. 52 e seguenti, nonchè il discorso di G. Bovio riportato ivi in appendice.

[44] Vedi nel Risorgimento Italiano citato, lo scritto del Saffi su Giuseppe Mazzini.

[45] Vedi il Saffi: Proemio al vol. XVI.

[46] Vedi in questo volume, pag. [232], lo scritto: Il socialismo e la democrazia, brano d'una lettera diretta dal Mazzini a Ferdinando Garrido, celebre scrittore spagnuolo.

[47] Vedi pag. [321].

[48] Vedi J. W. Mario, opera citata, pag. 492.

[49] Vedi Risorgimento Italiano, opera citata.

[50] Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, memorie di Carlo Cattaneo, Lugano, 1849.

[51] Correspondence respecting the affairs of Italy. Part II, from january to june 1848—presentata per comando di S. M. ad ambe le Camere il 31 luglio 1849.

[52] «Squadre di cittadini scorrono la città armati di fucili da caccia, carabine, pistole e alabarde, portando bandiere tricolori con coccarde tricolori al cappello, gridando: Viva Pio nono! Viva l'Italia! Viva la repubblica!»—Dispaccio del 18-22 marzo da Milano a lord Palmerston del vice console Roberto Campbell.—Quanto alla condizione dei combattenti, vedi il Registro mortuario delle barricate, e Cattaneo, pag. 309.

[53] Vedi un documento nel libro di Cattaneo a pag. 99.

[54] Cattaneo, pag. 60.

[55] Ficquelmont a Dietrichstein, disp. del 5 aprile, pag. 325.

[56] Corrispondenza, ecc., pag. 185. Dispaccio del marchese Pareto all'onorevole R. Abercromby.

[57] Corrispondenza, ecc., pag. 184. Abercromby a lord Palmerston.

[58] Idem, pag. 206-7. Normanby a Palmerston.

[59] Idem, pag. 207-8. Dispaccio del 25.

[60] Idem, pag. 292. Pareto a Ricci.

[61] Idem, pag. 408. Abercromby a Palmerston.

[62] I tristi effetti del concetto dinastico erano, col solito acume d'osservazione inglese, indicati, sin dal 31 marzo, in un dispaccio inviato a lord Palmerston da Roberto Campbell, vice-console in Milano: «Fino ad oggi, milord, la massima unione ha prevalso fra tutte la classi; ma dacchè il re di Sardegna è entrato in Lombardia, due partiti sono visibili; l'uno, quello dell'alta aristocrazia, voglioso che la Lombardia e il Piemonte si congiungano in uno sotto il re Carlo Alberto; l'altro, la classe media, nella quale io devo contrassegnare gli uomini di commercio ed i letterati, insieme a tutta la gioventù promettente, parteggiante per una repubblica.» Vedi Documenti governativi pel 1848, pag. 294-95.

[63] Qualche osservazione sulla relazione scritta dal general Bava della campagna di Lombardia nel 1848. È opuscolo prezioso di verità e gioverebbe ristamparlo.

[64] Ai passi estratti dai documenti, giova aggiungerne fra i molti altri due:

«Il governo aveva oramai esaurito i suoi mezzi per contrastare al frenetico entusiasmo del popolo, e bisognava prestamente ottenere una soluzione alla lotta lombarda...

«I ragguagli avuti stamane da Genova sono, che una dimostrazione popolare per costringere il governatore della città a mandar soccorsi alla Lombardia era stata sedata colla promessa di staccare parte della guarnigione a quell'intento». Abercromby a Palmerston, Torino, 24 marzo, pag. 205.

«La prolungazione della lotta in Milano aumentava la determinazione del popolo e indeboliva i mezzi di resistenza del governo, finchè il pericolo della monarchia sarda si fece tanto evidente ai ministri, ch'essi furono costretti ad accedere....

«L'attuale gabinetto sardo ha così dovuto adottare una linea politica... lontana dai suoi desiderî». Abercromby a Palmerston, 23 marzo, pag. 205.

[65] Documenti, Campbell a Palmerston: da Milano, 3 aprile, pag. 295.

[66] Idem, pag. 296.

[67] Idem, pag. 337; dispacci di Radetzky al governo imperiale.

[68] Idem, lord Napier a lord Palmerston, 27 marzo, da Napoli, pag. 283.

[69] Idem, console generale Dawking a Palmerston, da Venezia il 28 marzo, pag. 286.

[70] Idem, Ponsonby a Palmerston, 10 aprile, da Vienna, pag. 388.

[71] Idem, Hamilton a Palmerston, 24 marzo, da Firenze, pag. 259.

[72] «Tutte queste cagioni mantengono nella capitale e nelle provincie del gran ducato agitazione siffatta che può temersi da un momento all'altro il più grave commovimento, se il governo non s'affretti a seguire il voto generalmente espresso di vedere le nostre truppe e milizie partecipar nella lotta».—Neri Corsini al barone Schnitzer Meeran, Firenze, 29 marzo, pag. 314.

[73] Idem, W. Petre a sir G. Hamilton, 22 marzo, da Roma, pag. 261-2.

[74] Idem, Petre a Hamilton, 24 marzo, pag. 227

[75] Documenti, Campbell a Palmerston, 31 marzo, da Milano, pag. 294-5.

[76] Idem, Napier a Palmerston, 27 e 28 marzo, da Napoli, pag. 281-5.

[77] «La maestà vostra... riceverà certamente il plauso e la riconoscenza di questo popolo. Noi vorremmo aggiungere di più, ma la nostra condizione di governo provvisorio non ci permette di precorrere i voti della nazione che certo sono tutti per un maggiore riavvicinamento alla causa dell'unità italiana».—Indirizzo del 23 marzo comunicato il 3 aprile a lord Palmerston dal conte Revel, Documenti, pag. 264.

[78] Proclama dell'8 aprile.

[79] Il Lombardo, diretto da un Romani, estraneo, anzi, non so se a torto o a ragione, sospetto ai repubblicani, mosse in un articolo guerra violenta al governo, e fu brutalmente soppresso.

[80] Vedi il libro di Cattaneo, segnatamente ai cap. vii e viii;—Relazione della spedizione militare in Tirolo, Italia, maggio 1848.—I volontarî in Lombardia e nel Tirolo, del generale Allemandi, Berna, 1849,—e i Documenti.

[81] Il maggiore Enrico Cialdini disse al Collegno «ch'ei non voleva aver viaggiato per nulla, e che prima di ripartir per la Spagna, sarebbe andato sul Veneto a cercarsi, come milite, una ferita italiana». Andò e fu ferito.

[82] Non entro nei particolari, e rimando al libro di Cattaneo, ai documenti raccolti dal Montecchi e alla storia della campagna; ma parmi dover citare un documento ignoto fin qui:

«Il sottoscritto... s'affretta a informare il signor Abercromby che l'ordine è dato ai comandanti le navi dello Stato di lasciare liberamente navigare i bastimenti mercantili naviganti sotto bandiera austriaca, che verrebbe loro fatto d'incontrare.

«I comandanti le navi della marina regia hanno pure ricevuto l'ordine di non commettere atto alcuno d'ostilità contro le navi da guerra austriache, salvo il caso di provocazione.»—Torino, 29 marzo 1848.—Firmato: L. N. Pareto. Documenti, pag. 265.—Il dispaccio è confermato da un altro del 9 aprile, e dalle istruzioni date dall'ammiragliato sardo, Documenti, pag. 381.

[83] «Io sono informato da una sorgente nella quale io posso porre ogni fede, che il papa ha mandato ordini positivi alle sue truppe di non attraversare il Po.

«Monsignor Corboli-Bussi è passato per Firenze venendo da Roma, e sono informato ch'egli ha dal papa la missione di raccomandare al re di Sardegna di ritirarsi colle sue truppe dentro le proprie frontiere.» Documenti, sir G. Hamilton a Palmerston, da Firenze il 14 aprile.

[84] Enrico Cernuschi fu minacciato, imprigionato: e così l'Agnelli, il Terzaghi, Perego e non so quanti altri. Un Fava esercitava arti di spionaggio degne dell'Austria intorno a Cattaneo e agli uomini che avevan diretto le giornate di marzo. A me inscrizioni sui muri e lettere anonime intimavano morte. Un Cerioli, non ricordo se prima o dopo il 12 maggio, appiccò per le cantonate una tiritera, la cui conchiusione affermava «che io aveva ricusato veder mia madre per diversità d'opinioni politiche». La povera mia madre viaggiava appunto allora verso Milano per abbracciarmi e benedire alle mie credenze. Non so d'un repubblicano che sia sceso sì basso da calunniare la vita privata de' suoi avversarî politici.

[85] In tutta la serie del Documenti citati non un solo dei ragguagli spediti frequentemente a lord Palmerston da Milano parla d'agitazione repubblicana.

[86] Erano, fra Toscani e Napoletani, 5000; e durarono combattendo con miracoli di valore, una intera giornata contro 16 000 Austriaci. Il generale Bava, informato, il 28, della mossa nemica, avvertì Laugier che comandava quei nostri, promise soccorso, ed era a poche miglia dalla battaglia. Poi, quando appunto un uffiziale toscano accorse a descrivere la condizione degli assaliti, il re stimò prudente il rimanersi immobile a Volta.—V. la relazione di Bava.

[87] Documenti, ecc. Lettera del 23 maggio, pag. 470.

[88] Documenti, pag. 321.

[89] Idem, pag. 396-8.

[90] Documenti. Ficquelmont a Dietrichstein il 5 aprile, comunicato il 13 a Palmerston, pag. 321.

[91] «È certo che il germe lungamente sotterrato della nazionalità italiana, risuscitato dagli sforzi della Giovine Italia, ajutato dagli scritti di Gioberti, di Balbo e d'altri, secondato dal moto del secolo, avrebbe rotto tutti gli ostacoli e avrebbe pur sempre prodotto gli avvenimenti che oggi vediamo, perchè il grido universale di Morte ai Tedeschi non escì primo dalla Lombardia e dal Veneto, ma dal fondo della Sicilia, dove l'Austria non aveva esercitato mai influenza d'oppressione, e ha traversato tutta la penisola per giungere sino al Tirolo italiano, che sembrava sinceramente affezionato alla monarchia». Vedi Documenti (Plan pour la pacification de l'Italie), pag. 444.

[92] Documenti, Ponsomby a Palmerston, pag. 453-4—Hummelauer a Palmerston, pag. 470 e 477—Ponsomby a Palmerston; da Innspruk, pagina 589-90.

[93] Documenti, pag. 618.

[94] Gli ultimi tristissimi fatti di Milano.

[95] Le ostilità rinnovate fra l'Austria e il Piemonte.

[96] L'uccisione di Rossi ebbe luogo il 15 novembre, negli ultimi tempi del dominio papale, più di tre mesi innanzi all'impianto della repubblica. Fu commesso tra grida acclamanti al ministero Mamiani e seguito da un gabinetto ch'ei presiedeva. È debito di giustizia ricordare com'esso ripudiasse ogni vizio d'origine da quel fatto. Mazzini era a quel tempo in Isvizzera e non giunse in Roma che quattro mesi dopo.

[97] Furono riconsegnati—Monitore del 20 maggio.

[98] De-Gerando Leduc, Astier, ecc.

[99] La guardia nazionale contava 13 000 uomini in circa; e in virtù dell'organizzazione, anteriore al governo repubblicano, ch'escludeva dal servizio attivo la classe più povera, rappresentava in Roma la classe media.

[100] Capanna, Petralia.

[101] Lettera del 1 giugno al generale Roselli: «Seulement.... je diffère l'attaque de la place jusqu'à lundi matin au moins

[102] «Dopo il diritto assoluto per tutti gli Stati italiani di scegliere quella forma di governo che giudicano conveniente in tutta la pienezza della loro indipendenza e la dichiarazione formale della Francia ch'essa intende mantenere quell'indipendenza, esiste un'altra questione... il bisogno dell'indipendenza dell'Italia.»

[103] «Al potere esecutivo attuale verrà sostituito un governo provvisorio, composto di cittadini romani, e scelto dall'Assemblea nazionale romana, fino al momento in cui le popolazioni, chiamate a manifestare i loro voti, avranno determinato la forma di governo che dovrà reggerle e le condizioni di sicurezza che dovranno darsi al cattolicesimo ed al papato.»—Art. 3 del progetto del 16 maggio.

«Le popolazioni romane hanno il diritto di pronunziarsi liberamente sulla forma del loro governo.»—Art. 2 del progetto del 18 maggio.

[104] «Tutto quello che prevenendo lo sviluppo dell'intervento esercitato da altre potenze, animate da sentimenti meno moderati, lascierà spazio maggiore alla nostra particolare influenza; tutto quello che affretterà la caduta d'un regime condannato a perire, ecc.» La frase in corsivo fu aggiunta nella copia.

[105] Fu pubblicata nel numero 4 dell'Italia del Popolo, rivista ch'escì nel 1849-50 in Losanna.

[106] Dichiaro... ch'io non ho potuto approvar col mio voto una dimostrazione militare (la spedizione preparata dal gen. Cavaignac) che mi sembrava pericolosa anche pei sacri interessi che si volevano proteggere, e per la pace d'Europa—2 dicembre 1848.

Luigi Napoleone Bonaparte.

[107] Autorità, da auctor, che produce, che accresce.

[108] Luigi Blanc.

[109] Questa protesta troverà luogo in un volume successivo, quando dovrò parlare del Comitato nazionale italiano instituito nel 1850. Inserisco qui la lettera a Luigi Napoleone perchè esaurisco gli scritti miei sulla questione romana.

[110] Allude alla nota consegnata dai plenipotenziarî sardi Cavour e Villamarina, ai ministri di Francia e d'Inghilterra, il 27 marzo 1856, in occasione delle conferenze di Parigi.

[111] Lord Palmerston, nella seduta del 6 maggio 1856, allorchè fu discussa dai Comuni della Gran Bretagna la questione italiana, dopo il risultato del Congresso di Parigi.

[112] Vedi nota citata a pag. [128], e l'altra del 16 aprile 1856.

[113] Allude a uno scritto pubblicato il 15 ottobre 1856 da Giorgio Pallavicino col titolo: Non bandiera neutra inteso a combattere il programma di Mazzini e del vero Partito Nazionale. Vedi introduzione.

[114] Espero del 21.

[115] Furono raccolti in volume i Saggi storici politici e militari di Pisacane, Milano 1860; ma non ancora gli Scritti a cui qui allude Mazzini.

[116] Cito un esempio. In un bel libro ch'ei scrisse col titolo di Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-1849, Pisacane giudica severamente la condotta e il genio militare di Garibaldi. Prima di pubblicarlo, ei mi mandò il manoscritto. Biasimai, come inopportuna e dannosa più che giovevole, l'inserzione di quegli appunti, e notai qual divario corresse tra il mentire e il tacere; reo sempre l'uno, onesto sovente e prudente l'altro. Non assentì; l'amore al Vero era in lui più potente d'ogni altra considerazione; la discussione fra noi fu animata abbastanza perchè ne seguisse un lungo silenzio.

[117] Il documento che segue, scritto da Mazzini in francese, e riprodotto in inglese nel Morning Advertiser, fu tradotto in italiano da A. Saffi pel giornale genovese L'Italia del Popolo, ed ivi fatto segno, come i tempi portavano, a sequestro ed a processo.

[118] Vedi il vaticinio delle streghe a Macbeth, nel dramma di Shakspeare.

[119] Il signor de la Guerronière, supposto scrittore dell'opuscolo indirizzato all'Inghilterra dopo l'attentato Orsini, s'era rivolto nel 1848, disertando dal campo legittimista, al Comitato esecutivo della Repubblica, per essere autorizzato ad iniziare, insieme col signor Pelletan, un giornale repubblicano semi-ufficiale.

[120] Allude alla esitanza degli ufficiali della guarnigione di Châlons, chiamati a reprimere un moto repubblicano ivi scoppiato in quei giorni.

[121] Lettera al generale Sercognani, 28 febbrajo 1831.

[122] Indirizzo agli esuli polacchi, 12 agosto 1833.

[123] Processo di Strasburgo.

[124] Lettera al Governo provvisorio, 28 febbrajo.

[125] Lettera all'Assemblea Nazionale, 24 maggio.

[126] Circolare agli elettori, 19 novembre.

[127] 24 dicembre.

[128] 2 dicembre 1848.

[129] Proclama del 26 aprile.

[130] Lettera a Edgardo Ney, 18 agosto 1849.

[131] 31 dicembre 1849.

[132] 12 novembre, Messaggio all'Assemblea.

[133] 9 novembre, agli uffiziali.

[134] Proclama 2 dicembre 1851.

[135] I numeri vennero accertati in una lista della Préfecture de la Seine. Lo scrittore dell'opuscolo imperialista parlava di 150 vittime, scordando che la prima lista data dal Governo di Luigi Napoleone ammontava a 191. Pochi giorni dopo, il Moniteur del 28 agosto ne numerava 383. Poi, il signor Garnier de Cassagnac dichiarava che solo sui boulevards furono uccisi 1200 individui. La fucilazione dei prigionieri si deduce dal rapporto del generale Magnan, del 2 dicembre.

[136] Shakspeare, Amleto.

[137] Shakspeare, Macbeth.

[138] Vedi vol. IX delle Opere.

[139] Vedi vol. III delle Opere, pag. 35 e seg.

[140] Lettera ai Compilatori della Giovine Italia.

[141] Per questo ed altri documenti in proposito, vedi la Gazzetta officiale Piemontese, la collezione Parlamentare di Hansard in inglese, e il Recueil de traitès, conventions, etc., rédigé, sur les Collections authentiques, Murhard e Pinhas, vol. XII.

[142] Rendiconto del Ministero Sardo, 12 agosto.

[143] L'autore allude alla fondazione della Giovine Italia.

[144] Dall'Unità Italiana del 29 settembre 1860.

[145] Il brano che segue, che noi qui inseriamo per la importanza che serba anche dinanzi ai rapporti odierni fra il partito repubblicano e le scuole socialiste, è tratto da una lettera di Mazzini a Ferdinando Garrido, egregio patriota e scrittore spagnuolo, che avea pubblicato a que' giorni un libro notevole sul moderno socialismo, e chiesto all'esule italiano di esaminarlo e dirgliene il suo parere.

[146] Giorgio Pallavicino.

[147] Dal Dovere del 24 settembre 1864.

[148] Dal Dovere, 28 gennajo 1865.

[149] Dal Dovere del 17 giugno 1865.

[150] Tutte queste predizioni s'avverarono pur troppo; e io mi sento roventi di rossore le guancie, ricordando il cumulo di circostanze propizie che l'Italia lasciò sfuggire, e le promesse alla povera santa Polonia, che l'Italia tradì. (Nota di G. Mazzini alla presente lettera, nel Dovere del 17 giugno 1865.)

[151] Dall'Unità Italiana del 16 dicembre 1866.

[152] Dall'Unità Italiana del 13 maggio 1869.

[153] Dall'Unità Italiana dell'11, 17, 29 maggio 1870.

[154] Inedita.

[155] La Roma del Popolo, n. 2.

[156] Parecchî fra i dipartimenti occupati dalle forze germaniche hanno dato la maggioranza dei voti ai candidati repubblicani.

[157] Armand Carrel, G. Cavaignac, Michel de Bourges, Trelat, Raspail, ecc.

[158] La Roma del Popolo, n. 4, 5, 6.

[159] La Roma del Popolo, numeri 7, 8.

[160] Alludiamo segnatamente a un articolo della Perseveranza, 26 marzo, non per importanza da darsi agli scrittori di quella gazzetta, ma perchè essi sono, nel difetto di meglio, accettati come espressione d'una setta governativa lombarda.

[161] «Quella bordaglia che in Parigi, immemore d'ogni affetto di patria, pazza di furore, avida di lucri, insofferente di freni, invidiosa, pervertita dai vizî, dai bisogni e da un sentimento crudele che il godere sia il solo ed uguale diritto di tutti... non è nella sola Parigi.

«L'Assy... è l'agente d'una setta che distende le sue fila per tutte le società d'Europa, e che lega dentro di esse, più o meno, le classi operaje delle principali città industriali al di là e al di qua dei monti.

«In queste classi non mancano, certo, gli animi onesti e puri, e forse, in parecchie delle città italiane, questi abbondano ancora. Ma è certo che nel seno del maggior numero cova un lievito d'odio, di rancore, di sospetto, che niente è più adatto a calmare. La parte ch'esse prendono nella produzione della ricchezza—parte certo grandissima—le accieca sul valore e sul diritto proprio... Possiamo inorridire agli assassinî dei quali ci arriva l'eco; ma in ognuna delle città d'Europa vive pur troppo una perversa ed abjetta genìa, che sarebbe capace di riprodurne lo spettacolo... E nelle classi operaje che sono pure il fomite di cotesto sobbollimento plebeo, si raccolgono le menti più sveglie ed istruite.» Art. citato, e conchiude: «quando l'idea del Governo si abbassa e l'influenza delle classi agiate s'annulla, non mancano se non le occasioni perchè l'infima feccia delle città salga a galla, come ora fa in Parigi, con isgomento e nausea di tutti.»

[162] La Roma del Popolo, numeri 15, 17, 18—15, 21, 28 giugno 1871.

[163] Errore decisivo del sistema inaugurato dal Comune parigino era appunto di perpetuare, affidando a ciascun comune la propria educazione, lo squilibrio esistente.

[164] La vita è l'assieme dei fenomeni che resistono alla morte.

[165] La Roma del Popolo, n. 20—13 luglio 1871.

[166] La Roma del Popolo, N. 28.

[167] La Roma del Popolo, N. 32.

[168] La Roma del Popolo, N. 33.

[169] La Roma del Popolo, numeri 40, 41, 42.

[170] La Roma del Popolo, N. 47.

[171] G. Semenza, nel Progresso del 7 gennajo.

[172] La Roma del Popolo, N. 48.

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