FRAMMENTO DELLA MIA STORIA In cui è descritta l’arca di S. Carlo donata dal Re Cattolico, e la solenne Processione fatta in Milano il 4 novembre 1638.

Il governatore di Milano Diego Gusmano, speso che ebbe l’autunno in grandi apparecchi e in spedizioni militari di poca importanza, stabilì di ritornare in città, perchè essendo prosperamente avviati gli interessi del suo re, voleva, a nome del medesimo, onorare i Santi con solenne omaggio. Avvicinavasi il giorno nel quale la Chiesa milanese festeggia l’anniversario di S. Carlo con zelo de’ cittadini e tra il concorso de’ forensi, sino dal tempo in cui papa Paolo V, ad istanza specialmente del Re di Spagna, annoverò fra i Santi il Borromeo.

Quell’anno, 1638, accresceva la celebrità e la gioja della festa il donativo reale dell’arca, paragonabile ai monumenti degli antichi monarchi egiziani: depostevi le reliquie del santo Arcivescovo in mezzo all’oro, all’argento, a lucentissimi cristalli, dovevasi trasportare con isplendida pompa per le contrade, mostrando agli abitanti il loro avvocato e consolatore.

L’aveva ordinata il cardinale arcivescovo Monti, fra le altre espiazioni, per placare l’ira celeste durante l’attuale guerra, aprendo l’animo a speranza che i meriti di S. Carlo e le preci del popolo mitigherebbero Iddio, affinchè ispirasse a’ belligeranti re pensieri di pace, ad ottenere la quale s’adoperano a tutto potere anche gli umani mezzi.

Il governatore doveva intervenire alla funzione, e per ordine espresso del sovrano, e perchè il pubblico ad una voce l’invocava. Incitavalo pure l’ingenita pietà, e il desiderio di far onore al donativo del suo re, cui egli aveva cooperato a far terminare.

L’idea dell’arca nacque sendo governatore il Velasco, che pel primo raccomandò al re le reliquie di S. Carlo, e tanto fece, che ottenne alcune migliaja di zecchini per darvi mano.

Ma i successivi governatori, benchè durasse la pace, lasciarono andare in obblio l’ordine reale, nè più si pensava all’arca. Il Gusmano alfine, in mezzo alle sue guerre e vittorie, ed all’incerta condizione dello Stato, invocando il patrocinio di S. Carlo, instò perchè si terminasse, collocandovi le reliquie di lui. E fu compiuta per l’autorità sua e del cardinale Monti, il quale, zelante della gloria dell’illustre antecessore, spronava i ministri regi ad eseguire, dopo sì lungo tempo, i sovrani comandi. Egli stesso istruì gli artefici intorno la forma, e gli ornamenti dell’arca, esperto come era nelle belle arti per ingegno, e per studi sull’antichità; laonde gli intelligenti opinano che sua mercè sia riuscita più vaga ed elegante.

Tale è infatti, nè sarebbe bastata qualunque somma, se Iddio, per onorare il suo Santo, e dar premio alla munificenza del regio donatore, non avesse infiammata la mente degli artefici, i quali superarono in questo lavoro sè medesimi. L’arca risplendeva veramente come il sole: pezzi di cristallo d’inusitata grandezza e lucidità, furono rinvenuti per bontà divina, e narrerò un caso che somiglia a miracolo, non già come s’usa per accrescere pregio a portentosi lavori, ma sibbene per tramandarlo ne’ miei annali colle altre vicende dell’epoca.

Allorquando venne governatore in Milano il Velasco, due artefici, cui erasi allogata la costruzione dell’arca, fecero entrambi un sogno la stessa notte; che in certe caverne, framezzo le rupi, giacevano pezzi stragrandi di cristallo di monte opportunissimo per eseguire un lavoro che restasse splendido monumento fra i tesori del Duomo. Erano i suddetti artefici Francesco Cingardo e Angelo Benzoni, i quali, informato il governatore, recaronsi per suo ordine a Gliciga in Valsesia, i cui monti avevano visti nel sogno. Ivi, per gli indizi ottenuti da un mandriano che lì presso custodiva il gregge, rinvennero i massi di cristallo stragrandi e di tale lucentezza, che in nessuna officina eransi mai ammirati gli eguali. Questo s’aggiunge di portentoso, che nel segare que’ massi e pulirli, non vi si trovò macchia, mentre per solito ne’ cristalli destinati ad usi profani rinvengonsi sempre scabrosità, corpi opachi e altri difetti; come anche non di rado si scheggiano nell’ispianarli.

Descriverò l’arca giusta il disegno a matita degli autori; ma dirò in prima l’impressione che fece su me e su tutti, quando ancora vuota fu esposta al pubblico. Ammiravasi la materia preziosa e la bellezza del lavoro; ma dopo che fuvvi deposto il sacro corpo, visibile in essa, ispirò sensi divoti ed una specie di religioso terrore. Imperocchè, quasi da un globo ardente o da una fonte di luce, scaturiva dall’arca un sì sfolgorante luccicore che abbagliava, forzando a chiudere le palpebre quanti vi tenevano fissi gli occhi. I cristalli, le lamine d’argento rappresentanti umane figure ed altri oggetti, formavano un bellissimo contrasto d’ombre e di luce; abbellendo l’unità del concetto con vaghi accessorii, che i soli artefici sanno ben distribuire; le quali cose piacevano all’occhio e deliziavano l’animo. Nè la meraviglia era scevra d’un certo terrore: la brama di scrutare ogni parte dell’arca veniva rattemperata dal rispetto, le quali diverse sensazioni erano soavi, e vieppiù eccitavano i desiderii. Tutti gli spettatori rimanevano estatici, e quando era forza scostarsi per dar luogo ad altri, la seguivano cogli occhi. Udivansi risonare ad una voce dai cittadini e dagli stranieri le lodi del re Filippo per sì ricco donativo, e augurj di lunga vita a lui, e di prosperità all’Impero, all’austriaca stirpe, al nome spagnuolo. Anche le donne gridavano evviva ai re stranieri ed ai nostri principi.

Il meraviglioso lavoro dell’arca avrebbe fatto accorrere e plaudire anche i gravi politici, e specialmente alcuni degli antichi romani, se dopo tanti secoli potessero rivivere. Perocchè essi erano usi ad ammirare soltanto le opere della natura e dell’arte, inscii della purissima gioja che a noi soltanto è dato gustare, volgendo i pensieri all’eterna gloria dei Santi.

Vedevansi d’ogni parte sull’arca angeli d’argento, effigiati coll’espressione che aver denno lassù nell’empiro, ove gli alati spiriti con forme infantili da secoli infiniti alzano inni di lode a Dio ed ai Santi, e fruiscono essi pure d’ineffabile beatitudine. L’angelica schiera, in volto umano, circondava giuliva le reliquie del Santo, rappresentando le glorie dell’anima sua sì al vivo, che l’umilissimo Arcivescovo avrebbe arrossito d’un simile trionfo raffigurato dall’ingegno e dalla mano degli uomini. Gli angioli, benchè di terrestre materia, avevano viso celestiale, e sembravano alienassero i pensieri dalle mondane cose, ispirando pei santi più intensa venerazione che avere non sogliono i mortali.

Intorno all’arca gli angioli parevano, con amabile gara, prestare i loro uffici al santo Pastore, che dalla sua Chiesa trasvolò in cielo, deposto il frale, che giace entro l’arca, portante le impronte de’ sofferti travagli e delle volontarie mortificazioni.

Siedono alcuni angioli sul coperchio, e quasi intuonassero le lodi del Santo, imboccano con vezzo infantile le trombe chiamanti il genere umano a quel glorioso spettacolo; altri, di soave fisonomia, pare che cantino accompagnandosi colle cetre. Questi sta in atto di ammirazione, quegli d’esultanza, uno meditabondo, un altro orante, adora il Signore per sì gran prodigio. Molti altri tengono tra le mani le insegne pontificali e i sacri arredi, dei quali un giorno servivasi l’illustre Cardinale, della cui santità sembrano penetrati.

Componesi l’arca di due piani, e fu chiamata romboide, perchè ha questa figura geometrica. Il primo, ossia l’inferiore, dividesi in dodici scompartimenti angolari, più o meno grandi: quest’ordine è lungo quattro cubiti, e nei due lati più piccoli un cubito e mezzo.

Modiglioni, cornici e piccoli gradini formano l’altezza della base, sostenuta da dodici animali d’argento, come è tutta l’arca sì nell’interno che al di fuori. Ad ogni angolo v’ha una cariatide come gli antichi usavano sottoporre alle gronde per ornamento architettonico; le cariatidi sono dodici nel piano inferiore. Gli angioletti sopra descritti cogli arredi pontificali a guisa di trofei, sedono ai plinti.

Questi angoli, o ante, sostengono entrambe le cornici, quello che disotto corre, e l’altro che al disopra s’unisce col coperchio. Tutti portano statue d’argento rappresentanti le virtù, quali solevano effigiare gli antichi; e sono dodici virtù in tutto il circuito. Gli interstizj sono di cristallo, ciascuno formato di tredici pezzi; uno dei quali, più grande, di forma ottangolare e lucentissimo, viene attorniato dai dodici cristalli minori. Per tal guisa, dodici gran pezzi costituiscono l’arca in questo primo ordine, insieme cogli accessori tutti d’argento. I pezzi però che stanno ai due capi dell’arca sono assai più piccoli. Le incassature d’argento de’ medesimi sono dorate, ed in totalità i pezzi di cristallo sono 156.

L’ordine superiore che rinchiude l’arca è simile al descritto, e per la disposizione delle cariatidi e per l’aspetto della cornice. Se non che varia pel rientrare dei lati, ossia curvatura, che termina in rombo, e per la dissomiglianza che nella parte ovale del pezzo avvi una finestretta. Gli angioletti, al basso, sono sedenti, invece nella parte superiore stanno ritti quei che portano i regi stemmi. Imperciocchè, per tributare il debito onore all’augusta Casa Austriaca, sostegno fermissimo della Chiesa, questa volle, per gratitudine, che si mettessero sul coperchio i suoi stemmi in oro, portati da angeli. Due di questi veggonsi ai fianchi in atto d’intuonare un inno, altri, nella parte inferiore, portano gli stemmi del marchese di Leganes, per ricordo ai posteri, che l’arca venne compiuta lui governatore di Milano.

Volevasi far altrettanto coll’eminentissimo Monti, per aver insistito col Leganes affinchè l’arca si compisse; ma egli non consentì, suggerendo che invece si incidesse in una lamina sotto quale arcivescovo ed in qual anno fu ultimata.

Anche nell’ordine superiore sonvi dodici cariatidi fra grandi e piccole, e tutti gli altri ornamenti eguali, eccetto che sono tutti di minor dimensione, vale a dire, le statuine e le cariatidi proporzionate a quest’ordine più basso. Fregiano la cornice quattro vasi d’argento a fogliami. I pezzi di cristallo in quest’ordine sono 67, così trovo scritto nei registri.

L’arca costò 60,000 zecchini, siccome risulta dai codici reali. È dovere altresì tributare la meritata lode ad uno de’ più distinti fra i cittadini e gli ecclesiastici, il quale, sotto l’arcivescovo Monti ed il governatore Gusmano, amministrò il denaro, e s’adoperò perchè nel giorno fissato l’arca fosse compiuta senz’alcuna menda. Fu desso Primicerio Visconti, nipote per sorella di Federico, e venne trascelto dalla autorità ecclesiastica, dalla governativa e dal re, per la nobiltà del casato, i talenti ed il senno, e perchè appartenente alla famiglia Borromeo.

Gusmano per intervenire, come dissi più sopra, ed offerire e consegnare l’arca in nome del suo re all’arcivescovo metropolita, da Alessandria si recò a Pavia, indi a Milano, ove giunse il 2 novembre, antevigilia della festa di S. Carlo, disponendo le cose in modo, che dopo la solennità potesse restituirsi senza ritardo all’esercito. Venne modestamente in un cocchio tratto da sei mule nere, come esigeva lo scopo del viaggio; però dovunque passava, la plebe tripudiava, chiamando gli Spagnuoli liberatori dello Stato e terrore dei Francesi. S’udì qualche applauso, ma la gratitudine era più vivamente sentita nell’animo. Il governatore entrò in città verso le undici ore[216], sul far della sera; dopo un breve riposo in palazzo, sbrigò alcuni affari, diede, giusto l’uso, udienza, quindi recossi al Duomo per consegnare alle autorità ecclesiastiche l’arca di S. Carlo, già collocata dinanzi l’altar maggiore. Trovavansi presenti il cardinale arcivescovo, e a lui d’intorno i monsignori colle loro insegne.

Appena si sparse la voce della cerimonia, si fece calca di popolo, e fu d’uopo vietare l’ingresso in Duomo, poichè la moltitudine, allegra e curiosa, accorreva fra le tenebre, come fosse di pien meriggio. Voleva ciascuno vedere l’arca, come pure l’arcivescovo, essendovi in tanto concorso di cittadini e forastieri, molti che nol conoscevano; ma pochi vennero ammessi alla cerimonia.

Riferirò le parole con cui il governatore, colla dignità ed eloquenza conveniente a principe, consegnò il regio donativo all’eminentissimo Monti.

«Sua Cattolica Maestà, il re nostro Filippo IV, fra i presidj suoi, questo grandemente apprezzò sempre, che S. Carlo Borromeo nacque nel suo impero. Con speciale culto S. M. venerò ognora il nome e la memoria del Santo, adoperando zelantemente che lo venerassero del pari i suoi sudditi, e ne fu rimunerato con grazie celesti, delle quali ei serba riconoscente, e perpetua memoria. Egli è persuaso che specialmente pel patrocinio di S. Carlo, e l’intercedere di lui appo Dio, sia incolume, e fiorisca il cattolico impero e l’austriaca Casa, fugati e domi i nemici in ogni parte, e rivolta a danni loro la guerra accesa contro l’Impero e la Casa medesima. Volendo il monarca, mio signore, non già rimunerare sì grandi beneficj, ma dar prova di sua gratitudine, ordinò si costruisse quest’arca per collocarvi il corpo del Santo Arcivescovo suo protettore, ed ingiunse a me, infimo e fedelissimo suo servo, che oggi compiuta la consegnassi in dono a questa metropolitana, siccome faccio di presente. Supplico l’Eminenza Vostra che, in nome di S. Carlo, voglia accettare di buon animo e serbare questo dono, tenue per sè, ma grande se riguardasi l’animo e la divozione del donatore. Riceva quest’arca, nel cui splendore rifulgeranno le reliquie del gran Cardinale, come la purissima anima di lui lasciò risplendente questa patria e questa Chiesa per ottimi costumi ed egregie discipline. La riceva, dico, con pari benevolenza ed affetto, onde nelle preci e ne’ sacrifizj di questa cattedrale, rammenti di raccomandare a Dio O. M. la salute del re e l’incolumità dell’impero, che tributa onore ed ossequio al Santo.

«E degnisi, con eguale benevolenza, raccomandare me pure, ministro e pronto esecutore dei regi voleri, al patrocinio di S. Carlo, il quale, per favore singolare, già rese vittoriose le mie armi, che senza di lui non avrebbero potuto spingersi, dalla necessaria difesa dello Stato, fino sul territorio nemico. Del qual prospero esito, ci confessiamo debitori all’intercessione di lui appo Dio. Riceva finalmente l’Eminenza Vostra il donativo; un altro simile spera d’apparecchiare lo stesso re, colle ricchezze del suo impero, alle reliquie di Vostra Eminenza, allorquando, seguendo la vestigia di S. Carlo, giungerà al termine di questa mortale carriera[217]».

Tali furono i detti del Gusmano, pieni di riverenza per S. Carlo, e resi vieppiù efficaci dalla pietà e dal decoro dell’oratore. Più d’ogni altro ne fu commosso l’arcivescovo, non ammiratore soltanto, ma egregio imitatore delle virtù del Borromeo. Egli, edificato dalla divozione del re, e immaginando di trovarsi presente al Santo, così rispose:

«Fece la Maestà Cattolica quello ch’era conveniente e decoroso al re dei re, al potentissimo monarca del mondo cristiano, secondo l’insegnamento de’ genitori dell’avo, del proavo, e della lunga schiera de’ Cesari suoi antenati, di venerare i Santi come i più validi sostegni dell’Impero. Nè ciò mi giunge nuovo, avendolo a lungo osservato allorchè risiedeva come Nunzio apostolico alla Corte. S. Carlo, fra le altre sue virtù e le gesta immortali che gli meritarono la gloria celeste, procurò sempre, fino all’ultimo, di favoreggiare l’Impero e la Casa Reale, cui è affidata la tutela e la difesa della religione cattolica. Laonde meritamente venne mai sempre onorato, e lo è in oggi, dalla munificenza reale. L’arca, che sembra tenue donativo al possessore di tante ricchezze, da me e dal mio clero, è considerata preziosissima. Questo tesoro verrà da noi custodito, non solo pel suo valore, ma perchè collocato fra i monumenti della cattedrale, sia illustrato dai letterati, e rimanga modello ammirabile dovunque fia nota la splendidezza del donatore e il pregio dell’opera».

In tal modo favellarono il governatore e l’arcivescovo, presenti per trascriverne le parole e testificare quanto fecero i due illustri segretari Caimi e Platone, il primo eclesiastico, l’altro regio, i quali ne rogarono pubblico atto.

Così fu eseguita la consegna dell’arca; la notte stessa, l’arcivescovo, quasi colle proprie mani, vi depose il corpo di S. Carlo, colla mitra, la pianeta e gli arredi pontificali. Erasi dapprima ideato di coprirgli la faccia con una maschera d’oro, ma con più maturo riflesso si credè più semplice di lasciarlo scoperto il volto, nello stato cui l’avevano ridotto il tempo e la corruzione, che neppure risparmia le reliquie dei Santi. Una delle guancie trovossi guasta e corrosa, non tanto dall’età, quanto da uno stillicidio continuato per vent’anni, e prodotto dall’umidore del sepolcro, il quale non era stato ancora aperto ed esaminato[218].

L’altra guancia aveva meno sofferto, benchè non fosse intatta: il mento e la bocca, come rimangono colla dentiera allorchè consumansi le carni, serbavano una tal quale impronta della fisonomia. I vecchi erano commossi, ricordando il volto paterno del Santo, e lo guardavano compunti; anche i ritratti di esso comprovavano la rassomiglianza.

Altri scrittori descrissero la pompa solenne con cui si espose al popolo milanese il venerabile corpo del Santo 54 anni dopo la sua morte. L’arca venne tratta dalla sacrestia, e diligentemente chiusa dopo avervi riposto il corpo e deposta sovra l’altar maggiore alla venerazione, con gioja non scevra di rammarico. Il Duomo era addobbato in modo da imitare, per quanto è concesso agli uomini, col decoro, la splendidezza e la festiva ilarità, le eterne sedi dei Beati lassù in cielo. L’augustissima nostra cattedrale, che forse più di qualunque altra si spinge in alto, testificava l’allegrezza pubblica come se un altro popolo ed un’altra celeste città esultassero alla vista del Santo Pastore. Quanti adornamenti di palchi, arazzi, quadri[219], luminarie, immaginarono gli antichi e le moderne arti, quanti ne ideò con larghissimo dispendio lo splendido e intelligente nostro clero nelle pubbliche festività, tutti vennero in quel giorno adoperati. Splendeva corruscante il tesoro di S. Carlo collocato sul vecchio tumulo, gareggiando per ricchezza coi tesori dei re, i quali l’avevano arricchito di molti anelli e gemme votive al Santo, per gli sfuggiti pericoli, e pei trionfi ottenuti o impetrati da lui. Le statue e i simulacri argentei di alcuni tra essi ricordavano, a testimonianza delle ricevute grazie, i varj mali che affliggono l’umanità.

Il cardinale arcivescovo Monti celebrò il divino Sacrifizio e recitò il panegirico del Santo, come aveva fatto il cardinale Federico in un precedente anniversario. Gloria non comune di quell’età, che sommi arcivescovi fossero del pari sommi oratori! Graditissimo ai grandi ed alla moltitudine non solo per l’eloquenza, ma per l’elogio della generosità del re Filippo, riuscì il passo in cui il Monti, alzando gli occhi al cielo, apostrofò il Santo così:

«Celeste Carlo! decoro e corona de’ pontefici; un giorno nostro cittadino e pastore e padre di questa patria. Oggi ad onorare le tue reliquie e il nome tuo s’unisce il divino favore alla magnificenza del re di Spagna, il quale dona un’arca, che nessuna privata ricchezza avrebbe potuto offerire. Apparisce come costruita in cielo, che, per assecondare la divozione del re, fe’ scoprire meravigliosi cristalli, per formare un’arca degna del principe e in uno della purità del sacro corpo, che vince il fulgore di que’ cristalli».

Dopo l’ufficiatura, incominciò la processione; quattro vescovi sostenevano in apparenza l’arca, che era portata da uomini nascosti sotto il drappo che la cingeva. L’arcivescovo, quantunque mal fermo per recente malattia, sostenevala egli pure. I senatori portarono il baldacchino per un tratto di strada, scambiati da altri a seconda del grado e dei privilegi delle varie magistrature: il governatore la seguitava al suo posto con una torcia accesa. Sarebbe superfluo descrivere i consueti apparati della città, le contrade coperte di tele, le muraglie adorne di arazzi, i quadri ed altri oggetti preziosi, tratti dalle case dei ricchi, giacchè simili pompe si ammirarono altre volte in Milano.

L’ornamento tutto speciale di quel giorno fu la moltitudine, la quale a stento capiva nella città, e lo strepito che vi faceva. Rimasero quasi deserti i villaggi e le città vicine; e se il nemico avveduto sapeva profittare dell’occasione, avrebbe potuto facilmente impadronirsene. Molti giunsero dalle terre Venete, dalla Marca d’Ancona, dal Genovesato, dalla Svizzera, dai Grigioni, avendo calcolato il tempo del viaggio per arrivare il giorno della festa. Nè solo individui, ma intere famiglie, le donne coi loro bambini, i figliuoli seguendo i genitori, ovvero venuti nascostamente dalle vicinanze a Milano. Molti vecchi altresì, nobili e plebej, ciechi, storpj e afflitti da malattie si trascinarono, sì grande era il desiderio d’assistere alla solenne traslazione del corpo di S. Carlo ed invocarne il patrocinio; nè vi mancò una turba di mendichi. Seppi che parecchi mariti, che lo stato conjugale rendeva infelici, e mogli angosciate per le libidini degli adulteri consorti, accorsero con fiduciosa semplicità di cuore, che il geniale talamo deterso e santificato per occulta virtù di S. Carlo, e reintegrato il buon nome, la famiglia passerebbe dallo sprezzo e dalla disperazione ad un onesto e giocondo vivere; la quale fiducia o semplicità ebbero pure alcuni Milanesi.

Conosco certi tali che, afflitti per rovesci di fortuna o circondati da pericoli, sperando nell’ajuto del Santo, ottennero, o almeno affermarono d’aver ottenuto, grazie non meno evidenti di quelle che ricevettero i guariti da corporali malattie. E siccome di queste si narrano miracolose guarigioni, così viene assicurato che le più gravi dell’animo, ed i domestici infortunj, mitigò in quel triduo S. Carlo colla sua intercessione appo Dio, e molti videro prosperare i loro traffichi e rimarginarsi le ferite del cuore, secondochè avevano pregato e fatti voti.

Sessanta mila peregrini alloggiarono negli alberghi e nelle taverne; numero che venne notificato al pubblico. Aggiungasi altri moltissimi, i quali furono ospitati dai parenti ed amici, essendochè ogni casa, grande o piccola, era zeppa di ospiti, una parte de’ quali venne collocata negli abituri dei poveri, provvedendo al loro vitto, per non poter fare altrimenti attesa la ristrettezza in cui trovavasi ciascuna famiglia per tanta gente che aveva in casa.

I ricchi accaparrarono gli alloggi lungo tempo innanzi: perfino i collegi e i chiostri diedero a molti ricovero, e nondimeno fu ancora maggiore il numero di quelli che pernottarono a ciel sereno[220]. È facile l’immaginarsi lo strepito ed il tumulto che tanta folla di gente fece per le vie e specialmente in Duomo; urli, risse, sassi, coltelli, alcuni rimasero feriti ed uccisi. Rimbombava la cattedrale di un continuo fragore, eguale al ruggito di torrente, che, ingrossato da notturna pioggia, travolve giù per le roccie dei monti immenso volume d’acque.

Pure superavano quel fragore le grida e lo schiamazzío degli ossessi, i quali, alla presenza di S. Carlo, erano in siffatta guisa tormentati, che molti in quel giorno cessarono dal ritenerli inganni femminili, convinti che veramente gli spiriti infernali s’impossessano degli umani corpi, nelle viscere dei quali soffrono i martirj cui sono dannati. Consta, con bastante certezza, che in quel giorno furono liberate alcune donne, avvinte, secondo le apparenze, con inestricabili nodi da Satano.

Nè tacerò come uomini e donne, invasi da furore divoto, fur visti avventarsi contro i bastoni e le picche. Imperocchè, custodendo le sbarre un drappello di soldati tedeschi con armi per tenere indietro, come s’usa, la folla, scuotevano di continuo all’ingiro le picche ed i bastoni per incutere terrore. Un drappello di sbirri, frammisti ai soldati, non solo brandiva le armi, ma con torvo viso e minaccie osava irrompere nella calca, battendo e ferendo parecchi. Ne sorse una zuffa che durò tutto il tempo in cui l’arca rimase esposta. Molti ne uscirono colla faccia pesta e insanguinata; un birro fu battuto a morte da un giovane colla mazza istessa con cui gli aveva pestato un piede.

Non si potè conservare nella processione l’ordine secondo i gradi: e le due primarie magistrature della città altercarono, disputandosi il posto più vicino all’arca. Al governatore spiacque la contesa; ma si riappacificarono subito, e la gara fu piuttosto mossa da zelo che da umana ambizione. Credo che il Santo medesimo gioisse, contemplando dal cielo quel contendere intorno alle sue reliquie, e perfino i grandi inquieti in mezzo al popolare tumulto. Questa unica dimostranza mancava del cielo, partecipe al giubilo degli uomini, ovvero del nostro piccolo globo turbato per sì gran trionfo!

Compito il giro sull’imbrunire, l’arca fu riposta sopra l’altare maggiore. L’arcivescovo diede un pranzo frugale, e colle discipline usate da S. Carlo e Federico nei loro conviti dopo alcuna solennità, invitò quattro vescovi ed i fratelli Altemps, parenti di S. Carlo dal lato di madre. Anche il governatore in palazzo diede un pranzo militarmente frugale ai magnati ed a parecchi amici, che il dì vegnente ritornavano seco lui all’esercito. Egli prolungò la sua partenza d’un giorno: il sabbato 6 novembre da Milano avviossi per Pavia ad Alessandria.

FINE DEL LIBRO QUINTO ED ULTIMO.

[ Indice]

Dedica del Traduttore a’ suoi concittadini [Pag. V]
Introduzione. — Da un Ragionamento inedito del Traduttore sui principali Storici e Cronisti milanesi [VII]
Dedica dell’Autore agli Illustrissimi Signori il Vicario ed i Sessanta Decurioni del Consiglio Generale della Città di Milano [XXXI]
LIBRO PRIMO
CONDIZIONE DI MILANO PRIMA DEL CONTAGIO. — LA CARESTIA. — LA PESTE.
I. Prologo [3]
II. Posizione e stato della città avanti la peste [4]
III. Come gli apparecchj di guerra, indi la fame, cominciassero ad affliggere Milano [7]
IV. Dei governatori di Milano Fuentes, Velasco e Mendozza, e ancora dell’origine e delle cause di guerra [9]
V. Toledo, Figueroa, Consalvo di Cordova governatori di Milano. — Origine della carestia [10]
VI. Della fame che precedette la peste [12]
VII. Del pubblico Consiglio, ossia dei LX Decurioni di Milano che provvidero alla miseria generale [17]
VIII. Del Lazzaretto e della moltitudine de’ poveri in esso ricoverata [18]
IX. Discipline stabilite al Lazzaretto e nell’ospitale della Stella [20]
X. Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra [23]
XI. Tumulto popolare per la carestia [25]
XII. La peste scoppia in Milano [37]
XIII. Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste [40]
XIV. Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della peste [41]
XV. I Magistrati pensano a più efficaci rimedj [44]
XVI. Il corpo di S. Carlo viene trasportato solennemente per Milano, onde impetrare che cessi la peste [47]
XVII. Dopo la processione s’accresce la peste [51]
XVIII. Aspetto ributtante di Milano pe’ mucchi de’ cadaveri e l’insolenza dei Monatti [53]
LIBRO SECONDO
GLI UNTORI.
I. Prologo [59]
II. D’un terribile e falso rumore divulgato in Milano ed all’estero [62]
III. Del Piazza, del Mora, del Baruello, e d’altri Untori [67]
IV. D’altri che a torto furono creduti untori, o per tali imprigionati [80]
V. D’un grande e insigne personaggio sul quale cadde il medesimo assurdo sospetto [88]
VI. Si espongono le opinioni di filosofi e medici chiarissimi circa gli unguenti pestiferi; e vari casi [94]
VII. Repentino e pestifero tumulto [107]
VIII. Varj casi di peste nel Lazzaretto. — Il padre Felice presidente del medesimo [110]
IX. Come incominciò a rallentare la pestilenza, e come ebbe termine [119]
APPENDICI DEL TRADUTTORE AL LIBRO SECONDO
I. Difesa di Giovanni De Padilla [127]
II. Considerazioni sul Processo degli Untori [139]
III. La Colonna Infame [145]
LIBRO TERZO
IL CARDINALE FEDERICO BORROMEO E IL CLERO DURANTE LA PESTE.
I. Prologo [155]
II. Provvidenze e disposizioni del Cardinale ai primi rumori di peste [156]
III. Suoi fatti durante la peste [159]
IV. Lazzaretto ecclesiastico istituito da Federico [166]
V. Denaro portato al Cardinale da due contadini e dal Lomellini di Genova [171]
VI. Avvisi e consigli del Cardinale al suo clero [173]
VII. Premura del Cardinale pei Monasteri delle Sacre Vergini [177]
VIII. Il Cardinale presagisce per ispirazione divina la prossima cessazione della pestilenza, e si accinge a riordinare gli studj ecclesiastici e le arti [178]
IX. Opinioni e sentenze di Federico Borromeo circa la peste [179]
LIBRO QUARTO
VENUTA E DIFFUSIONE DELLA PESTE IN LOMBARDIA. — ATTI DEL TRIBUNALE DI SANITÀ.
I. Prologo [195]
II. Atti del Tribunale di Sanità [227]
III. Nuove particolarità sulla carestia e la peste [252]
APPENDICE DEL TRADUTTORE AL LIBRO QUARTO.
Intorno la mortalità della peste del 1630 e la popolazione di Milano a quell’epoca [261]
LIBRO QUINTO
CONFRONTO DELLA PESTE DEL 1630 CON ALTRE, E SPECIALMENTE CON QUELLA DEL 1576.
Proemio del Traduttore al Libro Quinto sugli Storici della Peste del 1576 [269]
I. Prologo [275]
II. Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi [277]
III. Confronto della peste di Milano con quella di Firenze [280]
IV. Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576 [284]
V. Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. — Medici. — Asilo pei bambini [298]
VI. Voto a S. Sebastiano. — Quarantena generale. — Spurghi [308]
VII. Donativi di Casalmaggiore [321]
VIII. Nuove particolarità intorno i Presidenti della Sanità nel contagio del 1630. — Si accenna il gran numero degli altri Magistrati [329]
IX. Il Senato e il Presidente del medesimo nel tempo del contagio [334]
X. Credenza che la peste cessasse per grazia di S. Carlo. — Arca donata dal re di Spagna per deporvi il suo corpo, e nuova processione per la città [337]
Frammento della Decade V.ª del Ripamonti, in cui è descritta l’arca di S. Carlo donata dal Re Cattolico, e la solenne processione fatta in Milano il 4 novembre 1638 [339]
FINE DELL’INDICE.