NOTE:

[1]. Ciò feci per esteso nel principio di questo Ragionamento, esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla Peste del 1630.

[2]. La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione, provengono dalla necessità di ommettere i passi del mio Ragionamento sugli Storici e Cronisti milanesi, che sono estranei a questo libro.

[3]. Nel libro I Delle Ordinazioni, MS. pag. 29 e 74.

[4]. L’attuale archivista sig. Civelli lo ordinò con sapere e diligenza lodevolissima.

[5]. Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.

[6]. Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei collis aspero et confragoso, ipsum dein illustraturus. Così il Legnano nella vita citata.

[7]. Piccolo paese non lontano da Tegnone.

[8]. Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.

[9]. Da uno dei costituti del Ripamonti. Processo MS.

[10]. Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle. Processo MS.

[11]. Processo.

[12]. L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.

[13]. Processo.

[14]. Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.

[15]. Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice: In verità è poca perdita.

[16]. Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.

[17]. Negli atti del Processo.

[18]. Processo.

[19]. Vedasi Decade I della Storia Ecclesiastica del Ripamonti, pag. 515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.

[20]. Processo.

[21]. Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana, pag. 74.

[22]. Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.

[23]. In ejus aula cum ego viverem. Ripamonti, introduzione alla Decade III.

[24]. Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto: Petrus Paulus Confalonerius I. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit.

[25]. Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti essent, etc. (Legnano, vita citata.)

[26]. «A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti, Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo, e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno dell’Assunta di Nostra Signora».

Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù, Vicende della Brianza, 1837, Vol. II, pag. 83.

[27]. Magno cum urbis atque litteratorum mœrore. Legnano, ivi.

[28]. Ghilini Gerolamo. Teatro d’huomini illustri, p. 137. Venezia 1647.

[29]. Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel collegio medico doveva avere almeno vent’anni.

[30]. G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico. (Cusani.)

[31]. Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una specie di prologo al libro medesimo. (Il Trad.)

[32]. Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano, quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il grande Enrico.

[33]. Il frumento salì fino a lire 100 il moggia; la segale 70, e 60 il miglio. (Tadino, pag. 9. — Somaglia, pag. 478.)

[34]. Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della Società.

[35]. Pare un controsenso od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi, in tempo di carestia, che si debba ivi morir di farne. Quindi lo spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è naturale.

[36]. Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.

[37]. Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII, allora padrone del Milanese.

[38]. Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere salubre di Milano nel cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a Milano praterie, che rendono greve l’aria.

[39]. Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213 solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non finite.

[40]. In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine città, che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629, in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e si dovettero sospendere le visite.

Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto ed alla Stella a 14,000.

[41]. La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura, predicendo che la gran moltitudine dei poveri quale causava un necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro principalmente atteso la mala dispositione dei corpi haverebbe acceso un contagioso morbo. Il numero dei morti dal 1.º gennajo a tutto settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.

[42]. Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec., ebbi sott’occhio un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnuola, spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale: Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S. Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628. Concorda pienamente col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di manoscritti riguardanti le cose patrie.

[43]. Il prestino delle Grucce, detto volgarmente di Scansc, posto anche in oggi sulla corsia che dal Duomo mette a porta Orientale, a mano sinistra sul principio della medesima.

[44]. Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile scroccheria. Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo Borromeo. (Tra i MS. Civelli).

[45]. Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella riporla. (Tadino, pag. 7.)

[46]. Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. — Li Padroni et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare anch’essi contra detta Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le porte, ec.

[47]. Il vicario di provvisione di quest’anno 1628, del quale Ripamonti e Manzoni taciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni fino dal 1618, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone del pericolo corso nella sommossa.

Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi il Somaglia.)

[48]. La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha. Lettera del Foppa, citata più sopra.

[49]. Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la strada, et con la moschetteria custodirla. (Tadino, pag. 7.)

[50]. Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero in processione al prestino etc. Traduzione letterale della Relacion etc. in lingua Spagnuola sopra citata.

[51]. Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giouò assai essendo personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la detta Plebe et tutta la città. (Tadino, pag. 8.)

[52]. Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di 100,000 scudi di perdita.

[53]. Il decurione Legnani.

[54]. Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove abitava il vicario di provvisione.

[55]. Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo. Entrò nella città Pietro Antonio Lonato soldato alli 22 ottobre del sodetto anno 1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parocchia di S. Babila nella casa detta dell’orefice... conducendo seco molti vestimenti comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto s’infermò, et fu condotto all’Hospitale, il quale essendo soprapreso da un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto Divino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto Hospitale et Barbiero con il Rever. P. Terzago, per la longa esperienza del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi essersi amalati del medemo male, se bene per gli preseruativi, et loro robustezza mediante l’aggiutto Divino si fossero mantenuti (guariti). (Tadino, pag. 51.)

[56]. Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’esso venuto da Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò... morse nella quarta. (Tadino, pag. 51.)

[57]. Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto circoscrivere con buone provvidenze.

[58]. A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero cascavano ancora li chirurgi della città Carcano, Monte, Calvo et il Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno, con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di peste, etc. (Tadino, pag. 73.)

[59]. I Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio pestilente, ne loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con le pietre restassero percossi. (Tadino, pag. 83.)

[60]. Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.

Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese. In quel tempo (scrive il Settala nel Trattato della peste) il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera.

Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.

Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati. Bibliot. Script. Mediol.

Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro, dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:

D. O. M.

A LODOVICO SETTALA
PER SPLENDORI DI NOBILTÀ E DOTTRINA CHIARISSIMO
ARCHIATRO DI FILIPPO RE DI SPAGNA
CITTADINO E SALVATORE DI MILANO
CHE VINSE LA MORTE QUANTE VOLTE VOLLE
E LA VINSE QUANTE VOLTE APPRESTO’ RIMEDJ
PUGNANTE COI MORBI E COLLA MORTE
COLLE SUE LUCUBRAZIONI
ANCHE DOPO LA DOMATA PESTE
PADRE AMANTISSIMO E DOTTISSIMO
I FIGLI CARLO VESCOVO DI CORTONA
E
ANTONIO INSIGNITO PIU’ VOLTE D’ONORI MUNICIPALI
OFFRONO TRIBUTO DI LAGRIME
MANFREDO POI CANONICO DI QUESTA BASILICA
NEL DOMICILIO DELLA SUA IMMORTALITÀ
UN MONUMENTO IMMORTALE
POSE
AI PRIMI IDI D’AGOSTO
L’ANNO INTERCALARE MDCLXXII

[61]. Il primo nel 1629, il secondo nel 1630.

[62]. Tadino espone minutamente le prescrizioni pei malati che rimanevano in casa. Il Commissario doveva suggellare tutte le porte, meno una, collocandovi guardie, profumare stanze e robe, visitare in persona le case in sequestro, almeno una volta il giorno, e farne esatta relazione alla Sanità. I provvedimenti erano buoni; ma tra per la cupidigia degli uffiziali subalterni, tra per l’infierire della peste, vennero mal eseguiti. (Vedi Tadino, pag. 76.)

[63]. Fino dal febbrajo 1630 i Medici Conservatori avevano suggerito di preparare fopponi longhi profondi, e non troppo larghi, tanto che si puotesse stare quattro cadaveri per traverso. E questi fuori di ciascuna porta; ma tale prudente misura non venne adottata che nel maggio, quando crebbe il numero dei morti. Il Tribunale di Sanità, conoscendo l’importanza somma d’una pronta e diligente tumulazione, invigilava perchè fossero eseguiti i suoi ordini; pure, in onta alle pene severissime non riusciva a farli ubbidire. Il caso seguente, narrato dal Tadino, prova ad evidenza la verità dell’esposto. Morì nell’aprile un Brasca d’anni 15, figlio d’un macellajo in Porta Orientale, et fu sepolto sopra il Cimiterio di S. Babila et perchè s’era sparsa voce, che il caso fosse dubbioso, uno de’ sotterratori per interesse de’ vestiti dopo duoi giorni di sepoltura, hebbe ardire di leuare la cassa dalla fossa profonda, et aperta spogliarlo; et accortosi l’altro compagno, dicesi, che lo riprendesse dell’errore commesso contra gli ordini del Tribunale per le pene gravi intimate; ma non palesandolo anzi per quello s’intese escusandolo fu messo in prigione, et giustificata la verità del fatto, fu appicato d’ordine del Tribunale per mezzo al sudetto Cimiterio, ad esempio degl’altri, et bandito il principale. (Tadino, pag. 92).

[64]. Il Vicario di Provisione nel 1630 era Francesco Landriani.

[65]. Questa processione ebbe luogo l’undici giugno: durò dalle ore 7 alle 19 italiane. (Pio della Croce.)

[66]. La vera ed evidente causa fu il contatto di tante migliaja di persone sempre fatale nei contagi, e specialmente colla caldura allora dominante; ma l’ignoranza dei tempi non l’ammetteva. Il Tribunale di Sanità comprese il pericolo; ma non aveva forza di opporsi al voto di tutta una popolazione. Adottò quindi, come accade in simili casi, un mezzo termine, cioè di escludere da Milano in quel giorno i sospetti; inutile misura dacchè la peste era già penetrata in città.

Il Tribunale di Sanità fece promulgare rigorose grida con pena della confisca de’ beni e della vita stessa che niuna persona delle terre infette o in cui fosse avvenuto qualche caso pestilente, ardisse, sotto qualsiasi pretesto, intervenire alla detta processione. Furono chiuse le porte della città e inchiodate le porte delle case infette; pure si sviluppò il contagio. Così il Somaglia, il quale lo attribuisce agli Untori.

[67]. Esagerazione rettorica, poichè in detto giorno le case sequestrate erano già 500, ai primi di luglio crebbero a’ 2000. Prima della processione la mortalità giornaliera arrivò a’ 130, dopo caddero talmente li ammorbati, dice il Somaglia, che in brevissimo tempo si condussero più di dodici mille persone al Lazzaretto, sendosi tant’oltre con progressi così orrendi avanzata la peste, che obbligò quasi tutte le famiglie de’ ricchi, nobili, mercanti o chi poteva aver ricetto nelle ville, a colà fuggirsene. (Somaglia, pag. 484).

[68]. Somaglia dice 1700 al giorno durante il luglio e l’agosto.

[69]. Cioè da μονος solo, o da μονακὸς solitario. Il Bugato invece lo deriva dal latino monere, avvisare, perchè col tintinnio delle campanelle attaccate ai piedi avvisavano la gente di scostarsi. Ambedue le etimologie sono stiracchiate, ma non si saprebbe indicare donde venga precisamente questo vocabolo.

I Monatti erano distribuiti nelle seguenti stazioni:

Al Guasto in Porta Comasina.

All’osteria di Sant’Antonio in Porta Vercellina andando alle Grazie.

All’osteria del Pavoncino in Porta Romana.

In tutto il Borghetto di Porta Orientale vicino al Dazio.

Gli carri, che di continuo dallo spuntare al tramontare del sole s’adoperavano per la condotta dei morti o delle persone o robbe infette, erano circa cinquanta. (Somaglia, Alleggiamento.)

Ad ogni carro servivano due Monatti ed un cavallo. (Lampugnani, pag. 35.)

[70]. Indegna cosa parimenti fu l’aversi alcuni mal consigliati giovani, poste le campanelle a piedi, per essere anch’essi creduti Monatti. Colla quale inventione usurpavansi licenza di andar tra sani per le case altrui, fingendo cercare se vi fussero infermi o morti. Dal che ne avenivano robbarie e scandali notabilissimi. (Somaglia, Alleggiamento, pag. 500.)

[71]. Non meno viva è la pittura che il Della Croce fa della condizione di Milano. Spettacolo orribile a vedere era allora la già tanto gloriosa, ma in detti tempi misera città di Milano. Stavano desolate le case, le famiglie estinte, chiuse le botteghe, cessati i traffichi, serrati i tribunali, abbandonate le chiese, le contrade solitarie. Ed ormai più non si vedevano per le strade che quei ministri funebri, che dalle case ai lazzaretti conducevano gli infelici appestati. Stridevano mai sempre per le strade i carrettoni dei morti, tanto più orrendi alla vista quanto che i cadaveri confusamente caricativi sopra, davano di loro stessi vista più spaventosa. Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri Monatti, già fatti duri in cuore in quell’orribile ufficio, con piumacci e galle su le berrette, e quasi che a parte fossero del trofeo di Morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più pareva volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto.

Pigliavano que’ Monatti per il capo, per le gambe, come loro meglio comodo veniva, gli appestati caduti sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù dai lati pendessero e gambe e braccia e teste. E malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al foppone, celebrandogli intanto il funerale le flebili grida dei famigliari che si vedevano tanto malamente trattare gli amati cadaveri de’ suoi più cari e congiunti. Non udendosi altro suono di campane che il doloroso, che andavano facendo le campanelle che li stessi Monatti e cavalli de’ carrettoni portavano legate al collo ed alle gambe per avviso di quelli che loro venivano incontrati.

Non men doloroso era anche la vista dei poveri infetti, cui non era permesso spirar l’anima sotto il paterno tetto fra i lor cari. Altri venivano sopra carri e talvolta forzatamente legati, empiendo l’aria di lamentevoli strida, altri sopra sedie portati, altri a piedi a bastoncelli appoggiati, andavano gemendo ad incontrare, prima che medico e medicina, la morte e la fossa. (Pio della Croce, pag. 58 e seg.)

[72]. La quale assurda opinione fu comune a tutti gli scrittori del tempo. Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visto alcuni, li quali imputati di tal scelleraggine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti. (Somaglia.)

Il Croce. Sino all’ultimo pertinacemente affermarono d’esser innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione, dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto. (Pag. 49.) Ed altrove aggiunge: che la diabolica fattura era tale che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto nell’andar untando che umano piacere, sia qualsivoglia, non è possibile se gli agguagli. (Pag. 52.)

Il Tadino. In questo tempo non fu medico alcuno, ne persona inteligente che hauesse sentimento diverso di queste untioni pestilenti che non fossero con arte diabolica fabricate. (Pag. 117, e negli altri passi dove favella degli Untori.)

La quale credenza delle unzioni, diffusa, come è detto sopra, nell’aprile, andò crescendo ne’ mesi successivi. Si poneva in opera ogni mezzo per iscoprirne i supposti autori, e le gride succedevansi sempre più minaccevoli.

Cito i passi più importanti delle Gride medesime.

Avendo alcuni temerarj e scellerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città, con unzioni parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali untuosità siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo stato, dal che potendone seguire molti mali effetti ed inconvenienti pregiudiciali alla pubblica salute, ai quali dovendo gli signori Presidenti e Conservatori della sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto per beneficio publico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d’ordine loro usate per metter in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida.

Con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, ajutato o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza ancorchè minima in cotal delitto, scudi 200 de’ danari delle condanne di questo Tribunale: e se il notificante sarà uno de’ complici, purchè non sia il principale, se gli promette l’impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio.

Ed a questo effetto si deputano per giudici il signor Capitano di Giustizia, il signor Podestà di questa città ed il signor Auditore di questo tribunale a’ quali o ad uno di essi avranno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali volendo saranno anco tenuti segreti.

Dato in Milano li 19 Maggio 1630.

M. Antonio Monti, Presidente.

Giacomo Antonio Tagliabue, Cancelliere.


Essendo pervenuto alle orrecchie dell’Ill.mo ed Ecc.mo Marchese Spinola etc., il disordine et temerità seguita in questa città di Milano et in quella di Cremona et Lodi dove sono stati unti quasi tutti li muri delle case, molte porte, e cadenazzi di esse con untioni di colore parte bianco, e parte giallo et il travaglio d’animo e spavento che questa mala atione ha cagionato al popolo per il timore conseguito che sia stata fatta per aumentare la peste, conferma la grida di Sanità 19 maggio, e promette altri 200 scudi, e liberazione di due banditi per casi gravi a chi soministra indizj ed impunità anche al complice purchè non sia il principale.

(13 Giugno.)


In molte parti dello Stato et in particolare delle città di Milano, Pavia e Cremona, et altri molti luoghi hanno con unti velenosi untate le porte, etc. con animo diabolico di dilatare la peste.

Promette l’impunità dei complici del detto delitto mentre non siano dei principali.... et il premio di scudi mille et la liberazione di tre banditi.

(14 Luglio.)


La continuazione del velenoso male causato dalle untuosità pestilenziali che senza alcun timore delle minacciate pene si vanno tuttavia spargendo in questa città con tanta mortalità de’ cittadini, inducono S. E. a bandire nel termine di due giorni tutti i forastieri di qualsivoglia nazione, stato, grado, qualità, condizione, pena la vita et confiscazione dei beni. Mille scudi, e cinque anni di galera agli osti e tavernieri che non li denunziassero.

(30 Luglio.)

[73]. La gente camminava con pistole in mano: i nobili senza mantello, e con sportule per provigioni. (Pio della Croce.)

[74]. Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio, esisteva, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori, scrivendo nel 1777 le sue Osservazioni sulla tortura, e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630. Fino dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nel Mal di Milza, celebre almanacco che, unitamente al Zoroastro, pubblicò per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me, il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile abuso, e le ordinò nelle sue Osservazioni. Non vi sia discaro, o lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelle Notizie del Verri premesse al volume XV, Economisti Italiani, Parte moderna.

«Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocinj e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle Osservazioni sulla Tortura in grado eminente. Non temo d’incontrar taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici, che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sue Osservazioni, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

Queste Osservazioni, unitamente alle Memorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, scritte nel 1768, furono pubblicate dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica. «Il manoscritto originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma di una lunga nota, le Osservazioni sulla Tortura, per soddisfare alla curiosità di molti che bramavano di vederle pubblicate, e perchè altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto, può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi». (pag. 53, Volume XV, Parte moderna).

Cesare Cantù, ne’ suoi Ragionamenti intorno alla Storia Lombarda del secolo XVII, pubblicati in via di commento ai Promessi Sposi nei Volumi 11, 12 dell’Indicatore 1832, tolse dal Verri, e riprodusse tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa il Processo degli Untori.

Nel 1839 si sparse la voce in Milano che pubblicavasi un lavoro sulla Colonna Infame, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altri lavoro originale. Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non essendo che una semplice ristampa della Parte Offensiva del Processo data in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per informativa e per conclusione del fatto, due brani dei Ragionamenti di Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori, perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso; quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illustrazione del Ripamonti, tanto dal Verri che dal Processo, citando di quest’ultimo l’edizione del 1839.

[75]. Figlio di Domenico e di Paola, levatrice, habito in porta Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrare sù gli infetti, farli condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il Commissario attendevo a scartezar filisello. (Processo, pag. 37.)

[76]. Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato, tenendosi rasente i muri, e con in mano una carta fregare qua e là le pareti delle case e le porte, che si scoprirono imbrattate d’un certo onto che pareva grasso tirante al giallo... una cosa gialla che pareva che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto. (Processo, pag. 30 e seg.)

[77]. Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.

[78]. L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura, e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.

«Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose: è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti, amico di buon dì, buon anno. Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega: vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi. Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi erano tre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto barbiere. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra un uomo appena conosciuto. VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più inverosimiglianza». (Verri, Osservazioni, pag. 215.)

[79]. Gio. Giacomo Mora era huomo di statura mezzana, grosso, faccia più tosto tonda che altrimenti, con carne bianca e rossa, con poca barba castana chiara, et era di trent’otto anni in circa. (Processo, pag. 374.)

Aveva in moglie Chiara Brivio, un figlio di nome Paolo Gerolamo, arrestato con lui, e quattro figlie, Anna, di 14 anni; Clara Valeria, di 12; Teresa, di 7, ed un’altra Teresa, di 6, onde è verosimile che fosse morta la precedente. (Dai libri parrocchiali di S. Lorenzo, citati dal Verri.)

[80]. Gli si trovò fra gli altri: Un vaso con Ellettuario, con boletino che dice contra pestem, fatto a 21 Giugno, et è circa quattro deta. — Se per sorte mi sono venuti in casa perchè io abbi fatto quest’Ellettuario, et che non s’abbi potuto fare, io non so che farli, l’ho fatto a fin di bene, et per salute de poveri, come si trovarà, perchè ne ho dato via per l’amor di Dio. (Processo, pag. 51.)

Questo unguento preservativo della peste era composto, secondo la deposizione del Mora, di olio d’ulivo, olio filosoforum, laurino e di sasso; di polvere di rosmarino, salvia e ginepro, e d’aceto forte. E con questo s’onge li polsi, sotto l’asselle, la sôla de’ piedi, il collo della mano, nelli genochij. (Ivi, pag. 75.)

[81]. Il Tribunale chiamò Margarita Arpizarelli e Giacomina Andrioni, lavandaje, perchè esaminassero il liscio. Le loro risposte furono tanto stolide quanto potevasi aspettare da donne del volgo ignoranti e superstiziose.

Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfanterie, perchè il smoglio puro non hà tanto fondo, nè di questo colore, et non è tachente (viscido) come questo. — Sà V. S. che con il smoglio guasto si fanno delli più eccellenti veleni che si possono imaginare. E l’altra. Quanto più si ruga in detto smoglio, si vede che viene più negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grandi porcherie, et tossici. (Processo, pag. 59-60.)

Assurdità che non meritano la pena di una confutazione.

[82]. Girolamo Migliavacca, arrotino, fu giustiziato il 7 settembre.

Pietro Girolamo Bertone, oste della Rosa, fu arrotato e scannato il 23 dicembre insieme con Gaspare figlio del Migliavacca ed altri.

Gio. Stefano Baruello, oste di San Paolo, e cognato del Bertone, si costituì volontario in prigione il 1.º luglio; l’undici ottobre gli venne intimata la sentenza di morte; promettendogli però l’impunità ove manifestasse gli untori e complici degli unti. Accettò, e in una deposizione, che è un assurdo romanzo, accusò come capo degli Untori il Padilla.

Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.

[83]. Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì innocente nel 1632.

[84]. Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò: Ù ù ù, se non lo posso dire: — V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! — È là quel prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, — vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra. I Giudici ritenendolo ossesso, fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridando scongiurate quello Gola Gibla. Alla fine eccitato più volte a parlare, egli proruppe in queste parole:

«Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta, e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à torno, à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo, nec propter te, nec propter alios, mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi..... il Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni, rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano». (Processo, pag. 227.)

E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse morto, come notai, di peste.

[85]. Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente tenore.

«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G. G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne nella determinazione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condotti al solito luogo del supplizio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si chiami infame con un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga questa forma. Precedano due trombetti che annunzino al popolo la causa della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, chè non avvenga tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse e sigillò ecc.».


Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque giorni dopo il supplizio del Mora.

Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.

Havendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distintione di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arriuati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi, gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Tempij, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda avaritia, diuenuti parricidi siano arriuati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali s’erano nodriti ed alleuati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p., fù d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera, e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi graui, con l’impunità ad uno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fu comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio fatta co ’l parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, hà posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla Christiana pietà.

Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, ha risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del Senato, di far pubblicare la presente grida.

Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricarne o far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad uno ad uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti vivi fra i raggi di detta ruota, e poichè in essa frà quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de’ simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informaua quel corpo scelerato, sia quell’infame cadavere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’un vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito.

E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi de’ traditori, siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranno hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti, trattati in tutto e per tutto come stranieri e d’altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati frà que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi, havuto risguardo all’attrocità del fatto, richiederà.

Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo conseruare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone, seruando però sempre la dovuta seuerità.

E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le sudette pene.

Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’Impunità a quello de’ complici che preuenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della giustizia.

Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti subito a venirli a denuntiare alla giustizia, sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et essemplare castigati.

Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fabricare, usare, portare ò ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed esseguite.

E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notitia di tutti.

Data in Milano alli 7 di agosto 1630.

Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer.

Vidit Ferrer.
Proueria.

[86]. Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti, arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al pascolo, corsero in paese gridando ch’egli aveva unta una pianta, vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.

[87]. Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno il contagio del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella generale catastrofe.

Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di esaminare i suddetti archivj.

[88]. Plebeij quoque nobilium.

[89]. Pare che alluda a Gustavo Adolfo re di Svezia, detto il Leone del Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.

[90]. Da queste franche parole appare che il nostro Storico non era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre nel seguente capitolo il Tadino, uomo, e pe’ suoi talenti e per la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.

[91]. Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius, dice il testo. La frase affixus lateri senis hærebat, indica con molta forza l’amicizia e famigliarità strettissima che univa questi due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali, per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera, e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva benedetta tra i non ingrati posteri.

[92]. Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia del contagio. E perchè questo Istorico personalmente non si trovava presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio (finora non mi fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti), però ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato, non l’hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’ suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica. (Ragguaglio, ec., nella Dedica al vicario Orrigoni.)

[93]. Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna; inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva mandare..... Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo passarono per tutto lo Stato. (Tadino, pag. 110.)

[94]. In questo pomposo elogio del Tadino, come astrologo, e nella protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizi comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale, che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti, sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda, ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’Inquisitore generale, come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle sue parole.

[95]. Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)

[96]. Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della Sanità di tutto lo Stato, et subito conferto dal Borghino questo negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente, et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente dell’avviso, lo fece far prigione, ec. (Tadino, pag. 111.)

[97]. Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robe una vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale; dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa Congregatione. (Tadino, pag. 112.)

[98]. Il Tadino dice che gli Untori servivansi di escrementi putrilaginosi delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in carta.... (Pag. 119.)

Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la composizione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei giudici per scorgere a colpo d’occhio la falsità; sgraziatamente la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia. Si pigliava di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, ne vi entrava altro ingrediente o bollitura. Così il Mora, in uno dei costituti; le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.

Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo. Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, li dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più che non fa la calamita.

«Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana, e non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! — A un sì strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni necessarie... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo di avere immaginato il delitto». (Verri, Osservazioni, pag. 232.)

[99]. Dice il Tadino che i Decurioni di Palermo per liberarse da questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza de’ dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare.... E si ridussero (i Palermitani) a tal stato miserando, che se la peste s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero horrendo! (Pag. 119.)

[100]. Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nel Trattato di varj Rimedj contro la peste nel libro del cavaliere Ascanio Centario intorno il contagio del 1576.

Unguento Pretioso et Mirabile

Contro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar Milano, che fu poi per questo giustitiato.

PigliaCera nuovaoncie III
Olio d’olivaoncie II
Olio di Helleraana ½ oncia.
Olio di sassoana ½ oncia.
Foglie di anetoana ½ oncia.
Orbaghe di lauro pesteana ½ oncia.
Saluiaana ½ oncia.
Rosmarinoana ½ oncia.
Un poco d’acetoana ½ oncia.

Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto.

[101]. E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.

S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo. (Tadino, pag. 119.)

[102]. Tadino dice che erano figliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio. (Pag. 121.)

[103]. Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.

[104]. Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si trouava il veleno, et morse in brevità di tempo. (Tadino, pag. 121.)

[105]. Che si trouaua di colore gialdetto oscùro. Questa pretesa unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel Tortonese. (Pag. 122.)

[106]. Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino, io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal latino. (Tadino, pag. 123.)

[107]. Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il Ripamonti non trovavasi a Milano.

[108]. Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori si ritrouauano. (Tadino, pag. 129.)

[109]. Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più corse voce che sino li frutti fossero stati unti. — Oltre di questo comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635. (Tadino, pag. 129.)

[110]. Accidit vero facetum atque elegans quiddam.

[111]. Hominem sine fine deosculabatur.

[112]. Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo. (Croce.)

Era il Padre Felice Casati di età matura, e l’altro Padre Michele giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati nel servitio di Dio..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al sicuro tutta la città annichilata si trouaua.

Poco dopo il Padre Casati s’ammalò, in causa del manigoldo portinaro ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallarate, il quale per li furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso contaminato.... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini con un bubbone all’inguine, atteso che li medemi padri spesse volte teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si risanarono. (Tadino, pag. 94, 98.)

In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entrò nel desiderato aringo.... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù. (Croce, pag. 12.)

[113]. Per stragem illam hominum atque tuguriorum.

[114]. L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I Cappuccini desiderar non potevano un più lusinghiero attestato di quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo da quella che io ebbi sott’occhio, e che ha in calce quanto segue.

«Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.º Padre Lorenzo da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per mandato del prefato Rev.º Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro convento della Concezione il XXI Ottobre 1646.

«Frate Ilario da Milano.

«Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano».

«Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et virtu, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo morti vivi. Con questa ragione, debbiamo dunque essaltare l’opere insigne, et eroici fatti del Padre Felice Casato hora Guardiano del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col sottoporsi a manifesto pericolo della vita, mentre pregato da’ Signori Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori. Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori: si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e portato dal detto Lazaretto al suo Monastero; ivi fra pochi giorni, rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno 1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con ampla autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare, prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo governo, et commando, tal’hora più di sedici milla anime, e governato nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessarij per il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatione di se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto, e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto, e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi, sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiuto humano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è uscito con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati, Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno: l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio, et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro.

«Dato in Milano li 20 Magio 1632.

«D. Giovanni Sfondrato, Presidente.

«Giacomo Antonio Tagliabue, Cancelliere

[115]. La chiesa ed il convento delle Grazie furono edificati nel luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro, che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delle Grazie è opera del Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del tempo, quasi più traccia.

[116]. Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie, una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delle Grazie fece istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro zecchini all’anno per la spesa dell’olio.

Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro, che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa, ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo. Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:

A
D. O. M.
LA CITTÀ DI MILANO
INFURIANTE IN ESSA CRUDELMENTE LA PESTE
NEGLI ANNI MDCXXX E MDCXXXI
SPERIMENTATO L’OLIO SALUTIFERO
DELLA LAMPADA DI MARIA DELLE GRAZIE
ALLA MEDESIMA
CON LAMPADA ARGENTEA
PERCHÈ ARDA IN PERPETUO
DINANZI LA SACRA EFFIGIE SUA
IL VOTO DELLA RICONOSCENZA
ESULTANTE SCIOLSE
L’ANNO DI RICONCILIAZIONE
MDCXXXII.

[117]. Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage, che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno. (Somaglia.)

[118]. La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino, mai fu osservato in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a quarantena.... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e infetti.

Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato principio alla quarentena generale.... si cominciò a prohibire a tutti gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le gradiua, mentre potessero rubare.

In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22, affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a gentiluomini con ampii poteri. Il municipio somministrava ogni mattina pane e riso ai poveri quarantenanti.

Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso, spurgate le stanze, e mandati in campagna gli infetti, presto fu libero. In Milano però al tempo stesso Iddio lodato si vedeuano cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et aprirse le botteghe dei mercanti.

L’anno 1631 si godè puoco meno che intera salute, seguitando le purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la liberatione della città et ducato di Milano. (Tadino, pag. 135 e seg.)

[119]. Fu d’uopo dare esempj di rigore. Non restauano li furbi fare delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città furono presi, et gli fu troncata la testa. (Tadino, pag. 136.)

[120]. Ciò indurrebbe a credere che il Senato temeva una sollevazione, ove non avesse prontamente appagato il pubblico col supplizio dei supposti Untori.

[121]. Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della Storia di Milano del Ripamonti.

[122]. Occultum virginale illud.

[123]. Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva distribuire un quartaro di riso la settimana per ogni povero.

[124]. Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della persona, i quali in tre parti ripartiti, avessero a due a due a scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec. (Rivola, Vita di Federico, pag. 564.)

[125]. Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene: Lodata sia, esclamò, la Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro estreme necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo!

[126]. Il 30 novembre, trovandosi nella chiesa di San Dalmazio per la rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse: Se ’l Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo, che ne da me, ne da miei preti sarete giammai abbandonati. (Rivola, pag. 574.)

[127]. Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (Vedasi il Rivola.)

[128]. Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempi un fonte, traduco l’Alciati, ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (Così il Lattuada.)

[129]. «Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.

[130]. Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.

Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.

TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTO
L’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXX
UN FUNESTO CONTAGIO
INVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIA
E LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒ
SEICENTO MILA NEL PRIMO
CENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONO
QUESTA MILANESE PROVINCIA
DEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCO
PIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBO
CON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒ
ESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀ
PERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELO
IL PREMIO DEI CARITATEVOLI
NOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESI
QUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIO
DUE A S. BARTOLOMEO IN MILANO
DUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZA
TUMULATI RIPOSANO
UNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNI
PER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀ
LA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSE
COSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTI
NON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀ
DEI FIGLI DI S. FRANCESCO
NÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCO
QUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMO
LA MISERA PATRIA SPERIMENTÒ
DIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒ
O TU CHE VAI OLTRE IMPARA
DA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀ
DA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSA
DA SÌ TREMENDO FLAGELLO
IL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINA
I FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACE
SUPPLICANTI LA PACE CELESTE
QUESTA LAPIDE
A SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTI
E SALUTARE RICORDO DEI BEATI
POSERO
IL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI

[131]. A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attenzione dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una vita santa, rinunziando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo il nome di Umiliati per ricordo della umìle vita cui erano stati ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente, e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj, e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano alla principesca, con autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro. Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizzera, sempre indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre 1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’ famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura soltanto.

Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico, irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564), e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario Maggiore, ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a disposizione di lui 25,000 zecchini imperiali all’anno.

[132]. Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè, vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’altar maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro, e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon, viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian, il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione, indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala; Frisi nelle sue Memorie accenna la perdita del papiro; ma sembra che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato. Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò canonico della cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec. Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati, Biblioteca degli Scrittori Milanesi.

[133]. L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei quali risanarono soli quattordici. (Rivola, pag. 591.)

Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati perdette 27 de’ suoi membri.

Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle cose patrie. Ha per titolo: De origine et progressu Congregationis Oblatorum ab anno congregationis conditæ 1678 ad 1737. M.º 1739. L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana, poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove morì circa il 1750. In questo libro, scritto in buon latino, leggesi il fatto seguente:

«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè è confermato da gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale, nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito la peste, mentre sentiva venirsi meno la vita, discese entro la fossa che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».

[134]. Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.

[135]. Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime consociabis.

[136]. Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire vi fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione, giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.

[137]. Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi infiniti. (Pio della Croce, pag. 62.)

Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.

[138]. La Storia MS. della Peste, vedi l’Introduzione, pag. XXXI.

[139]. Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti malefici.

[140]. Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo sul carro dei monatti.

[141]. Questo Appiani fu uno dei medici che si prestarono con maggior zelo durante il contagio. Uomo di buon senso non credeva alle unzioni (Vedi Appendice I al Libro II). Infermò di peste nel Lazzaretto, ove l’aveva destinato il collegio medico, et rihautosi, si risolse per servire alla sua patria, seguitare l’impresa sino al fine, non ostante che di già il Tribunale gli hauesse assegnato cento scudi al mese. Et non stimando l’interesse ma sibbene il servitio publico, et desideroso di gloria, volse seguitare a servire con la conditione che dopo medicate codeste creature con la debita cautione potesse ancor servire per la città.... ma il capriccio di un Fisico intorbidò ogni cosa, esigendo che habitasse di continuo nel Lazzaretto, cosa che continuando sarebbe in breve stata la sua morte. Laonde si ritirò, ed il Lazzaretto rimase privo de’ medici (Tadino, pag. 103).

La seguente lettera, che il Tadino suo collega ci ha conservata, è importante, perchè espone gli effetti fisici e morali della peste; e tanto più che sono descritti da un medico. La tradussi dal latino, lottando con le anfibologie e le gonfiezze che la rendono qua e là difficilissima.

«Illustrissimo Presidente di Sanità e Collegio, Senatori amplissimi».

«Eccomi uomo nuovo e redivivo, ma sempre vostro servo. Perduta io stesso ogni speranza, pianto dai miei famigliari nella città, e fino ne’ lontani villaggi come morto; tre soli amici con un filo di speme non m’avevano per anco cancellato dal numero dei viventi. Ora vivo e non per me, ma per voi, Illustriss. e Colendiss. Sigg., Congiunti amatissimi, cui sono debitore più assai che dell’esistenza. Ma quanto non ho sofferto! non il solo male, ma le stesse pietose mani dei medici furono crudeli: aperte le vene, mi trassero sangue due volte, m’applicarono quattro vescicanti, i quali coll’acre calore fecero sollevar vesciche dall’intorpidita cute. Ahi strazio! quai fetide e putrefatte ulceri! quale orribile puzzo! Si minacciò perfino il fuoco, e fu adoperato. Questi non pertanto sono lievi dolori, anzi giovevoli; ma oh come atroce ed orrendo fu il male che non si potrebbe meglio qualificare che col proprio nome di peste! Nessun altro più turpe del medesimo che offende il cerebro sede dell’intelletto, tutte le funzioni del quale sono turpemente viziate, illanguidite, travolte. Qual mormorio agli orecchi che rintronavano d’inconditi suoni! gli occhi erano abbagliati da mentiti colori e da vani fulgori: mal fermi paventavano crollassero i vacillanti tetti, e vedevano le pareti tentennare con moto incostante e vertiginoso. Ma più amaro era il sapore che tormentava le fauci con ingrata sensazione. Aggiungevasi per ultima angoscia la sete; e siccome il bere aggravava il male, così erami forza in certo modo sopportarla per non peggiorare. Qual lotta sostenessi contro il grave sopore che opprimeva tutti i sensi, quali sforzi per non addormentarmi e per tener lontano il sonno e l’infame sua sorella la morte, io non ho parole ad esprimerlo adeguatamente. Il cuore, fonte della vita e talamo dell’anima, era da codesto malore intorpidito. Ben egli sforzavasi con tremuli battiti di respingere il mortifero veleno; ma come sottrarvisi se d’ogni parte gli aliti avvelenati concorrevano alla sua ruina? Laonde il cuore, oppresso da tanto peso, vinto da sì nemica forza, illanguidiva, non battendo come avrebbe dovuto pel fuoco febbrile. Il bubone poi quanto più era salutare, tanto riusciva più molesto, e se dava alcuna speranza di guarigione, questa era bilanciata dal dolore presente. Aggiungevasi una penosa spossatezza di tutte le membra e l’impotenza di aver requie che nol concedevano le gambe esulcerate e lo spasimo all’inguine. E qual sollievo io aveva in tanti mali? nessuno. Sì, nessuno, Illustris. Signori, poichè i famigli e gli amici aborrivano il malato e lo fuggivano; laonde nè blandi colloqui, nè veruno di quei conforti che possono ridonare la vita. La speranza, sollievo dolcissimo in tutti i guai che può inspirare anche fallaci gioje, e colle ridenti immagini che ne rappresenta alla fantasia, tempera i mali e appena lascia sentire il dolore, per maggiore mia infelicità, fuggiva lungi da me per rendermi vieppiù misero, stantechè io era intimamente convinto la peste essere mortale. Aveva vedute tante esequie! e tanti spirare sotto la medicatura od anche mentre pigliavano cibo! Le orrende immagini di quei moribondi che mi si paravano innanzi allo sguardo empievano di spavento l’animo mio. Ma basti, che non voglio più a lungo tediarvi con sì molesti discorsi. State sani, e con voi la città tutta».

«Devotiss. Dottor Fisico
G. Battista Appiani».

[142]. I mercanti, a ciò eletti alla presenza dei Commissarj di Sanità, faranno all’interessata ad alla leggittima persona che per esso comparirà pagare le giusta metà del valore in contanti o per quelli che non haueranno chi leggittimamente comparisca si deporanno al Banco di Sant’Ambrogio.

Et questo benefizio del pagar la metà s’intenda solamente per le persone povere non intendendosi compresi i gentiluomini Mercanti ed altre persone comode le quali da tal abbruggiamento non possono ricevere notabile detrimento.

Detti mobili saranno condotti nel Foppone di S. Gregorio, dove fatta la massa s’incammineranno al luogo per tale obbjeto destinato nel Foppone di Porta Comasina.

Niuno per temeraria curiosità ne per malitia osi accostarsi ai carri, ne al luogo dove si fa la stima sotto pena di tre tratti di corda; ne con voci o fatti violare tale attione ne inquietarla sotto pena di cinque anni di galera, nel che si obbligano per li figliuoli li Padri et Madri sotto pena pecuniaria, et corporale ad arbitrio del Tribunale, et si crederà ad un testimonio degno di fede. (Grida 7 Giugno 1630.)

[143]. Il fumo delle robbe infette, come letti, piume, lane, strazzi, portate di notte sopra il stradone di S. Dionigi vicino S. Primo per abbruggiarle fu tanto pestilente et fetido, che entrando nelle finestre delle camere dei Padri Cappucini mentre riposavano, gli contaminò talmente gli spiriti che in puoco spatio di tempo ne morsero cinque. (Tadino, pag. 101-126.)

[144]. Il collegio offrì inoltre molti onori e privilegi a quei medici di campagna che venissero a pericoloso incarico in Milano. Accettò un Romanò; ma il meschino entrato nel Lazzaretto in 15 giorni restò tocco, et finì la sua vita in sette. Per questo esempio non si trovò persona che volesse assistere in detto Lazzaretto. (Tadino, pag. 108).

[145]. Vedi la nota pag. 121.

[146]. Probabilmente l’Autore intese dieci delle nostre pertiche comuni.

[147]. Intorno la mortalità e la popolazione di Milano a quest’epoca, vedi l’Appendice in fine del libro.

[148]. Il Tribunale di Sanità però, avuto riguardo alla miseria dello Stato a motivo del passaggio delle truppe, rilasciò alquanto il suo rigore permettendo si potessero tenere i bigatti con le debite istruzioni. (Vedi Tadino, pag. 97).

[149]. Per quante ricerche abbia fatte nei pubblici archivj di questa anagrafi, tanto importante per determinare almeno in modo approssimativo la popolazione di Milano, non ne rinvenni traccia.

[150]. Lindò è un mercato generale, cioè un luogo ove si riducono tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna doue per il più dell’anno sono molte città et luoghi infetti di questo morbo contagioso. (Tadino, pag. 13.)

[151]. Ad instanza della città ne fu procurata la sospensione sotto il dì 17 luglio 1629 fino all’autunno, non ostante che molte città dell’Alemagna nostre vicine fossero infette di peste. (Tadino, pag. 14.)

[152]. Il quale provvedesse con ogni autorità et vigore di giustizia alli bisogni.... Col carico di compire a visitare tutte le terre ville castelli et porti di tutto il lago di Como di tutta la Valsassina monte di Brianza et Gera d’Adda. (Tadino Pag. 24).

[153]. Nel ritorno ritrouassimo colà (ad Olginate) molto numero de’ huomini et donne li quali giorno et notte dissero habitare alla campagna per il timore del contagio hauendo abbandonate le proprie case, et le loro comodità, et ci pareuano tante creature seluatiche portando in mano chi l’erba menta chi la ruta chi il rosmarino, chi un’ampolla d’aceto; che per dir vero ci faceuano piangere et furno da noi consolati et fattogli di subito prouedere alli loro bisogni, atteso che gli mancava sale, pane, aceto ed oglio. (Tadino Pag. 26).

[154]. Sed belli graviores esse curas.

[155]. Il Tadino racconta distesamente quanto osservò nel tratto di paese da lui percorso; trascelgo alcuni fatti più importanti e caratteristici.

Da Galbiate passarono a Chiuso, indi a Malgrate. L’istesso giorno del nostro arrivo ritrouassimo una giovane morta in 4 giorni; comandassimo fosse cauata dalla sepoltura, il corpo della quale si trouaua con segni pestilentiali come liuori nelli Hippocondrij, flagellationi, petecchie negre, pauonazze, et tutto il dorso verso l’osso sacro moreleggiante. Interrogata la sotteratrice che tiene cura di lauare li cadaueri nominata la Tredesa donna vecchia ma robusta, se haueva osservato altri segni nelli altri corpi simili a questi, rispose non se ne ricordaua; ma si scorgeva che questa vecchia Gabrina s’andaua scusando et coprendo la peste, la quale poco doppo pagò il douuto gastigo della sua bugia perchè fra tre giorni morse. Trovarono a Malgrate 29 malati, che, al loro ritorno, sette giorni dopo erano morti. Lecco si conservava sano tuttavia, non però Olate, Balabio e la Valsassina.

Nel discendere verso Bellano dalla sommità del monte sentessimo fetori insoportabili, et descendendo al basso per la terra non ritrouassimo persona alcuna come luogo silvestre, et disabitato che ci arrecò non puoco horrore. Finalmente arriuando alla piazza vedessimo un prete ad una finestra con faccia quasi cadauerosa, il quale per le preghiere che li facessimo che da noi douesse uenire fu molto difficile non ostante hauessimo con noi una persona del paese. Et interogato della salute di quella infelice terra... rispose il male hauer avuto principio circa li 6 dì ottobre et a quell’hora erano morti circa 64 persone... et ciò che era notabile la sera si trouauano le persone sane, la mattina morte.

Da Bellano i Commissarj passarono a Varenna dove ritrouassimo una donna morta in tre giorni con un carbone pestilente sopra una mamella, presso di lei il marito, et figliolo parimenti con buboni..... Bellaggio lo trovò sano, non così Dorio e Colico, chiamato dal Tadino, non so perchè, delitia del lago di Como. Et questa terra è stata la più destrutta et sualigiata di quante haueuamo visitate, perchè fu la prima nell’ingresso delli Alemani.

Anche sull’opposta sponda del lago dalla Cadenabbia a Domaso, trovarono serpeggiare il contagio. Venuti a Como, e date le opportune disposizioni, tornarono a Bellaggio, indi per Lecco e Valmadrera incominciarono la visita della Brianza, costeggiando l’Adda. Per Treviglio, Caravaggio, Cassano, Cambiago, ecc., paesi della Geradadda ne’ quali incominciava a scoppiare qualche caso di peste, i due commissari si restituirono a Milano il 15 novembre. Per le minute particolarità di questo viaggio, rimando i lettori al Tadino. (Pag. 25-50.)

[156]. Et ferebat id vorato jam quæstu mercimonium in Urbem.

[157]. Et ipsa pestilentia submoverat punieratque commode aliquem.

[158]. Il Tadino, riferendo questo aneddoto, dice: Siccome N. S. haueva levato l’inteletto al suo popolo d’Israel, così al presente molto più haueva acciecato la città di Milano, la quale si lasciò persuadere da una donna, ecc. Sebbene della promessa fattagli della liberatione del figliuolo gli portaua consolatione grande, niente di meno sapendo non hauer rimedj atti per questo male, non durò lungo tempo la sua bugia, la quale fu puoi causa della sua morte. Et benchè dicesse hauer ancora preseruativi, con tutto ciò s’appestò malamente, et hebbe il condegno gastigo della morte pestilente, come nel fine de’ suoi giorni, riconosciuta del suo errore, disse alli padri Capuccini, che ciò haueua fatto per agiuttare il figliuolo per l’amore sviscerato che gli portaua. (Pag. 110.)

[159]. Atteso che di già se n’erano ritrouati morti in molto numero di loro senza confessione nè aggiuti come tante bestie. (Tadino, pag. 125.)

[160]. Vedi nel Tadino i due decreti originali del Senato in data del 6 luglio. (Pag. 125.)

[161]. Questa lavanderia, piantata pel contagio, constaua de’ 24 banche in acqua corrente chiara et copiosa, separati però li banchi delle lauandare monatte brutte et nette.... In oltre si trouauano disposte molte camere dalla parte di detta lauanderia, parte per gouernare le robbe infette et parte per le purgate.... Veramente l’architettura col parere di Carlo Butio architetto in ogni materia nella sua professione singolare, et l’artificio si trouaua molto bene disposto. Sebbene poco dopo detta lauanderia non fu mentenuta in grave danno del publico benefitio, con tutto ciò volendo il tribunale restasse sempre memoria di attione così honorata et segnalata per gli futuri secoli, fu dato ordine alli detti fisici Tadino et Settala, di far mettere sotto il portico delle camere laterali, all’opposto di detta lauanderia in luoco eminente uno Elogio, come da loro fu eseguito di questo tenore. (Tadino, pag. 69.)

SOVRASTANTE IL PERICOLO
DELLA PESTE IMPORTATA
QUESTO LAVACRO
ORDINATO DA G. BATTISTA ARCONATI
SENATORE E PRESIDENTE DEL MAGISTRATO DI SANITA’
COMPIUTO SOTTO IL SUO SUCCESSORE
MARCO ANTONIO MONTI PRESIDENTE
I MEDICI CONSERVATORI
ALESSANDRO TADINO E SENATORE SETTALA
A SPESE PUBBLICHE INNALZARONO
L’ANNO MDCXXIX

[162]. Questi fu il delegato di Sanità, Marc’Antonio Arese, il quale, reduce a Milano da una visita nella riviera di Lecco e Valassina, biasimò la lauanderia particolare del Lazzaretto con tanto artificio fatta fabbricare. Perciò degno di scusa per non essere sua professione, volendo fra gli altri errori, che l’acqua corrente si dimorasse mentre si gettaua dentro le robbe infette doppo riceputo il bollo, cosa lontana dalla ragione e dall’esperienza...... mentre che non può mai nettarse et espurgarse le robbe infette, mentre resti l’acqua torbida e sporca..... Il Delegato (Arese) propose alla città di fare una nuoua lauanderia generale all’incontro del Lazzaretto, che fu di spesa alla città di 4000 scudi senza frutto alcuno. (Tadino, pag. 98-99.)

[163]. I Romani davano questo nome ad un tratto di terreno lungo le mura al di fuori o al di dentro di esse, consacrato dalla religione, e sul quale era vietato fabbricare o coltivare.

[164]. Ecco un’altra prova che il Ripamonti era superiore a’ suoi tempi, distinguendo la soda pietà dalle pratiche esagerate e ignoranti.

[165]. Allusione al dragone della favola, custode del vello d’oro, o piuttosto alla superstizione popolare, che il diavolo, in forma di Drago, custodisca i tesori sepolti.

[166]. Ecco l’originale in versi latini, rimati secondo il cattivo gusto dell’epoca:

Stella cœli extirpauit

Quæ lactavit Christum Dominum

Mortem pestis quam plantauit

Primus Parens hominum.

Ipsa Stella nunc dignetur

Sydera compescere,

Quorum bella plebem cædunt

Diræ mortis ulcere.

O piissima Stella maris

A peste succurre nobis;

Audi nos, Domina,

Nam Filius tuus, nihil negans,

Te honorat.

Salva nos, Jesus,

Pro quibus Mater orat.

Altre orazioni trovansi nel Tadino. (Pag. 108.)

[167]. Mors et Fames vigebit ubique.

[168]. Mortales parat morbos: miranda videntur.

[169]. Numeris modisque diversis includitur. E fa col pessimo gusto d’allora un giuochetto di parole sul numeris che si può intendere per versi e per cifre.

[170]. Tadino nomina venti reggimenti, e li fa ascendere complessivamente a 36256, cioè 800 soldati di più. Il passaggio durò dai 20 settembre al 3 ottobre 1629.

[171]. Cassano fu una delle prime tocche di peste nel Ducato, e fu assai tribolata dalla fame, dall’alloggio dei soldati e dalla peste. Ma quando pensaua di rendere gratie a S. Divina Maestà della misericordia usatagli per averla liberata dal morbo, ecco che nel voler festeggiare uno giorno, et far allegrezza per la gratia hauuta, Giouanni Pelegato, fattore del marchese d’Adda, il quale sino nel transito delli Alemani haueua comperato un sacchetto di polvere, volendola adoprare per tale effetto, si sentì assalire di dolore di testa tanto insoportabile, che cascò in terra, et raccolto nel letto con febre pestilente, et con un bubone nell’inguine sinistro morse nel quarto giorno; cosa invero miracolosa che non passasse più oltre. (Tadino, pag. 71.)

[172]. Liber in quo descripta sunt nomina defunctorum civitatis et corpora S.tor M.li per me Tragllum Zumalum locotenentem Not. D. Christophori Zumali Canzel. Sanitatis Medl. Coram Ill. R. D. Senat. D. D. Simone Bossio Præside Offitij Sanitatis.

[173]. Della Tortura, § VII.

[174]. Ripamonti tradusse questo passo dalla famosa descrizione del Boccaccio. Io l’ho ritradotto, adoperando le stesse parole del Certaldese, cui rimando i lettori anche pel seguito del presente capitolo.

[175]. S. Carlo chiama Milano città numerosa di popolo, ristretta di case, piena di povertà, frequente di commerci e di traffichi. (S. Carlo, Memoriale, pag. I, cap. I.)

[176]. S. Carlo ottenne dal Papa questo Giubileo dell’anno santo anche per Milano, ove fu pubblicato solennemente al principio della quaresima. Alla devotione del quale, per conseguire i celesti thesori delle sue indulgenze, concorse tanta moltitudine di gente sì della città e dello Stato, come di fuori di lui, che era uno stupore. Venendo le terre e ville con diuote processioni alle quattro chiese sante Il Domo, S. Lorenzo, S. Ambrogio, S. Simpliciano, in numero di cinquecento, di settecento, e fino di mille anime per volta. E tra le altre, la terra di Monza con bellissimo ordine, con due stendardi et un S. Giovanni in mezo loro, innanzi in numero di ottomila persone vi comparse, facendosi a tutti elemosina del mangiare e bere in alcuni luoghi deputati. Lasso di dire quel che di giorno si faceano di tutte le Parocchie con tanta divotione, che era gran meraviglia, chi in habito de Peregrini, e chi con sacchi, e chi in altri humilissimi vestiti. Per la frequenza grande, temendo i signori conservatori della Sanità, che tra le genti che veniuano a questa divotione, non si mescolasse alcuno delle terre infette o luoghi sospetti, ordinarono che si moderassero queste processioni e si riducessero al numero di dieci o dodici per luogo. (Centorio, pag. 21.)

[177]. Accennerò in breve l’origine e l’andamento di questo contagio. Nel 1575 manifestossi in Svizzera, a Trento, indi a Venezia, Genova e nel Piemonte, in guisa che, circondando d’ogni parte la Lombardia, riusciva quasi impossibile chiudergli il passo. Infatti il 19 marzo 1576, scoppiò a Paruzero, villaggio di 600 anime, lontano due miglia da Arona. Nel luglio la peste manifestossi a Melegnano, poi a Monza causata da una donna che da Mantoa vi haueua portato certi coralli et robbe. Il borgo di San Biagio fu tutto contaminato, e in tre settimane morirono a Monza centocinquanta persone.

Il 3 agosto morirono due di peste nelle cascine di Comino, discoste tre sole miglia dalla città. Il giorno 11 agosto, da queste cassine poscia si diffuse il male nel borgo degli Ortolani, fuori di porta Comasca, separato dalla città, et in numero di sei mila persone, da cui usciuano ogni giorno molte persone d’essercitare diverse arti di Milano, oltre i giardini d’erbaggi, che per publica comodità et uso vi si faceuano, oue ogni dì ne moriuano alcuni che erano giudicati sospetti di peste..... Continuando questo male, saltò fin dentro la città di Milano, et prima nel borgo di S. Sempliciano, come a lui più vicino per la pratica degli ortolani con quei di dentro.... Dilatandosi il male verso S. Marco e fino al Cordusio, e da questa parte nel borgo di Porta Romana, et al Laghetto, luogo ove fa capo la maggior parte delle barche che dal Ticino a Milano portano vini, legne, carboni et altre robbe, et vettovaglie necessarie per il sostentamento della città. Et in Milano proprio si distese a Porta Vercellina e tutte le altre. (Centorio, pag. 7.)

[178]. Il Tribunale di Sanità, del quale si è tanto parlato in questa storia, venne eretto dal Duca Francesco II Sforza l’anno 1534. I disordini avvenuti in Milano nel contagio del 1524, per mancanza di provvedimenti sanitarj, suggerirono l’erezione di questa provvida magistratura. Innanzi Natale, il Duca, e poscia il Senato, eleggevano i membri d’esso Tribunale: Due medici collegiati col titolo di Conservatori, — il presidente, che era sempre un senatore, — tre commissari, — uno scrittore, — un chirurgo, — due uffiziali di Sanità, o apparitori, — un portiere, — un registratore dei morti, — custodi dei lazzaretti di spurgo. — In tempo di peste il Tribunale di Sanità aveva estesissimi poteri.

[179]. Al quale la città di Milano deve alzare una statua di marmo, e ponerla ad eterna memoria nella piazza pubblica, in segno della gran sollecitudine, prudenza e cura ch’egli ebbe della sua patria e della integrità che in lui sempre si vide, per la quale eternamente egli vivrà immortale. (Centorio, pag. 336.)

[180]. L’isolamento in cui ciascuno procurava di vivere per non contrarre la peste, e l’aver i nobili, i manifattori ed i bottegaj, per economia, licenziato un gran numero di servi e di operaj, i quali vivevano del guadagno giornaliero, accrebbe a dismisura la mendicità. Onde in poco spazio di tempo si ritrovò in Milano un numero grandissimo di persone dell’uno e dell’altro sesso ridotte ad estremo bisogno; conciossiachè non trovavano i meschini nella città ricetto alcuno, e fuori uscire non potevano per essere Milano bandito e guardato intorno da ogni parte dalle vicine terre, acciocchè nessuno n’uscisse. Non sapendo i poverelli che partito prendere, ispirati da Dio, si congregarono insieme, e unitamente andarono dal Cardinale come a padre comune, acciò egli prendesse la loro cura...... Restò tutto commosso il pio Pastore a vedersi innanzi tanta moltitudine di poveri, e come che fossero stati suoi cari figliuoli, li accolse, promettendo che sariano certamente soccorsi e provvisti.... Ne applicò alcuni per soldati a far le guardie, altri al servizio degli appestati, altri a purgar panni sospetti di peste. Il resto, che giudicò inabili a simili uffizi, in numero di tre a quattrocento, dopo averli trattenuti sotto i portici della chiesa di S. Stefano in Broglio alcuni giorni, li mandò fuori di Milano circa otto miglia, a un luogo detto la Vittoria, nella strada di Melegnano, ov’è un gran casamento in forma di palazzo, che fu fabbricato da Francesco re di Francia, in memoria della vittoria ch’egli riportò in quel luogo istesso dell’esercito de’ Svizzeri, ritenendo per questa causa il detto luogo il nome di Vittoria. Li ridusse adunque tutti in quest’albergo, provvedendo loro delle cose bisognevoli e per il vivere e per il buon governo spirituale.... Li visitava egli stesso qualche volta, e n’aveva quella maggior cura che poteva. (Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

[181]. Majestatem quoque regis ære alieno pene esse demersam.

[182]. I magistrati non volevano permettere le processioni per timore che, atteso il concorso, si dilatasse la peste. Ma S. Carlo, spinto da zelo eccessivo forse, ma condonabile per la rettitudine dell’intenzione, insistè e ne fece tre solenni nei giorni 3, 5 e 6 ottobre, andando a visitare le chiese di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e San Celso; nelle prime due portò un crocifisso, nell’ultima il Santo Chiodo. La seguente settimana, l’infaticabile Pastore diede principio ad un’altra processione più lunga e faticosa assai delle prime, con la quale circondò tutta la città, portando egli in mano il Santissimo Chiodo entro quella gran croce ch’aveva fatto fare a posta, camminando a piedi scalzi, con l’abito e funi al collo, accompagnato da tutto il clero e popolo. Fece in quel giorno una fatica incredibile, camminando digiuno quasi fino a notte.

Per le minute particolarità, rimando il lettore al citato Giussani. (Lib. IV, cap. IIII.)

[183]. Presso Casalpusterlengo.

[184]. Essendo il precedente capitolo lungo fuor di misura, lo suddivisi in tre, giovando alla chiarezza ed al riposo de’ leggitori le divisioni inerenti alla stessa narrazione.

[185]. Spatiumque capere illud, unde pars nulla versa tantæ civitatis in mortem tabemve et pericula mortis excluderetur.

[186]. Il Giussani dice che le fosse erano alte quasi come bastioni.

[187]. S. Carlo racconta il caso seguente ivi accaduto:

«Era uno appestato riputato morto, e per tale portato con gli altri morti alla porta di dietro di S. Gregorio, per doversi poi portare a seppellire in quel cimiterio.... Stava dunque questo poverello fra un mucchio di 50 o 100 corpi d’uomini morti nella notte precedente, per dover essere anch’esso, come morto, sepolto fra poco con loro, ed era ancora vivo, o in mezzo tra la morte e la vita. Quando la mattina per tempo, il sacerdote ch’aveva cura degli appestati di S. Gregorio, portando, secondo il solito, il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia a’ suoi malati, passò davanti a quella porta, ch’era allora aperta, ed ecco in un subito quest’uomo, rizzatosi inginocchione framezzo a questi morti, e, tutto pieno d’ardente desiderio di non restar privo di quel santissimo viatico nel suo transito già vicino, rivoltosi al sacerdote, con voce piena d’affetto, degna d’ogni compassione, gli disse: Ah padre, per amor di Dio, a me ancora il Santo Sacramento. Poco più potè parlare, ma questo bastò per significare il suo desiderio, e il bisogno alla carità di quel sacerdote, che subito andò a consolarlo, ministrandogli il Santissimo Sacramento. Ed egli, ricevutolo con grandissimo affetto e riverenza, tornò subito a collocarsi nell’istesso luogo, e passò di questa vita prima che vi fosse quasi tempo di ridurlo al luogo dei vivi». (Memoriale, pag. 11, cap. III.)

[188]. S. Carlo, paragonando Milano all’albero descritto dal profeta Daniele, e che simboleggiava il castigo ed il perdono di Nabucco, descrive altresì l’aspetto della città durante la peste.

«O città di Milano, la tua grandezza s’alzava sino ai cieli, le ricchezze tue si stendevano sino ai confini dell’universo mondo; gli uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua abbondanza! Concorrevano qui da ogni parte persone basse a sostentarsi nei sudori suoi sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri ad abitare nelle tue case, a goder delle tue comodità, e a far nido e stanza ne’ tuoi siti. Ecco che in un tratto dal cielo viene la pestilenza, ch’è la mano di Dio, ed in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la tua superbia. Sei fatta in un subito dispregio agli occhi del mondo, sei ristretta dentro de’ tuoi muri: son rinchiuse nei tuoi confini le tue mercanzie, le tue abbondanze, i tuoi traffichi. Non era più chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de’ tuoi frutti, a provvedersi nei bisogni delle tue mercanzie, a vestirsi de’ tuoi panni, a riposar nei tuoi letti, a godere delle tue comodità, nemmeno a ornarsi delle tue invenzioni di nuove foggie, nè a pigliar da te il modo di nuove pompe.

«Fuggivano i grandi, fuggivano i bassi, ti abbandonarono allora tanti nobili e plebei.

«Chi non fuggiva, spesse volte era dal male o dai sospetti del male ridotto nelle angustie del Lazzaretto, o fuori delle mura della città, ad abitare in quelle piccole capanne con riputarsi gran ventura di avere pur paglia che lo coprisse, ed altrettanta che gli facesse il letto, che già era consumata tutta per molte miglia attorno di paese. E però bene spesso gli faceva letto la terra dura, e talvolta l’acqua o il ghiaccio. Così era la tua abitazione, in buona parte ridotta al sereno, esposta alla rugiada del cielo, posta in mezzo alle campagne, nei campi, nei luoghi ove si pascono gli animali e le fiere della terra; ed ivi eri custodita dalle guardie ed arme de’ soldati, perchè non uscissi di quei confini; che più? (è cosa da dire e da ricordarsi perpetuamente per tener memoria sempre della grazia ricevuta) restarono solitarie le contrade, le case, le piazze, le chiese, chiuse le botteghe affatto.

«Tu Milano, affamato, angustiato e bisognoso di esser continuamente soccorso per vivere dalle città, dai castelli e dalle povere ville d’ogni intorno, restasti come fuor di te stupido, incantato; così in quei principj specialmente abbassò l’ira divina in un tratto tutte le tue grandezze».

«O figliuoli, quando andavamo per quei campi, per le capanne, pei lazzaretti, per le case e contrade infette, e vedevamo in ogni parte corpi morti, uomini e donne che stavano morendo, altri così gravemente infermi, ch’erano poco dissimili di faccia e di forze dai morti, chi dava grido pei dolori che lo affliggevano, chi si lamentava per la fame, chi dimandava i medici o barbieri, chi era spaventato dalla morte vicina, chi desiderava la sepoltura dei figliuoli. Pareva che ogni cosa fosse piena di desolazione e di disperazione, e che fossimo abbandonati da Dio, e che sebbene era grande quella calamità, fossero nondimeno molto maggiori anco le afflizioni e ruine che fossero per venirci appresso». (Memoriale, cap. I.)

[189]. Oltre al Boniperti si distinse Cesare Rincio. Chi amasse sapere i nomi dei medici deputati nelle varie porte, li troverà nel Centorio, p. 322. Erano 33, fra i quali il giovane Lodovico Settala, salito dappoi a tanta celebrità.

[190]. Nel secolo XVI Giovan Francesco Rabbia, nobile milanese, fondò l’istituto di Santa Corona per far curare i poveri malati nelle loro abitazioni e distribuire le medicine. Destinò per la farmacia ed altri ufficj la sua casa vicina a San Sepolcro; aveva sull’ingresso una lapide colla seguente iscrizione in latino.

A CRISTO REDENTORE
LA SOCIETÀ DEDICATA CON SACRO NOME
ALLA SANTA CORONA DI LUI
QUI
AI POVERI E SPECIALMENTE AI MALATI
GLI OPPORTUNI SOCCORSI
LIBERALMENTE LARGISCE.

Questo Istituto, insieme con altri, venne, nel secolo passato, riunito all’Ospital Maggiore, e sussiste anche in oggi, come è noto.

[191]. Il 15 ottobre 1576.

[192]. Fra questi ricchi elemosinarj furono principali li due fratelli Cusani, Pomponio ed Agostino, essendo poi quest’ultimo, dopo la morte di S. Carlo, stato promosso al cardinalato da Sisto V. (Giussani, Lib. IV, cap. V.)

E S. Carlo nel Memoriale: Hanno i Milanesi soccorso e sostenuto in vita alcuna volta vicino a sessanta o settanta mila poveri, abbandonati da ogni altro ajuto. Quante volte dettero e ferno venire alle mani nostre le collane, gli anelli, le tazze d’argento per soccorso de’ poveri, senza pur sapere nè anco noi stessi tal volta da che mano venisse quella carità. (Pag. I, cap. II.)

[193]. I magistrati che vestivano a quell’epoca ciascuno le insegne della loro carica, vi erano affezionatissimi ed i Senatori avrebbero creduto avvilirsi uscendo in abito comune, se non era il grave pericolo di contrarre la peste colle ampie e svolazzanti toghe. Laonde questa circostanza, avvertita dal Ripamonti, dipinge la costernazione dei grandi più che a tutta prima non sembri.

Anche il Besta ricorda questo fatto: Un nuovo modo di vestire fu ritrovato, perchè li togati e Senato istesso vestivano di curta veste ed altri abiti succinti e meno atti a prendere il contagio. Più non si vedeva diversità di vestito pomposo e ornato, del quale già prima lascivamente andava altiera la città, e non altro d’ognintorno si sentiva che voci meste, lagrimevoli, nè altro si vedeva che Monatti con li carri, alcuni d’infermi infetti carichi, altri di corpi morti: e le povere donne in abito meschino seguendoli, far le spietate, dolorose e affannate esequie, chi al marito, chi al padre, chi al fratello e con i loro figliuoletti a mano o nelle braccia e letticciuolo alle spalle, essere condotte poscia alle capanne. (Pag. 58.)

[194]. Mille furono i poveri sacerdoti mantenuti a spese pubbliche durante la quarantena, e dopo per 123 giorni: vi s’impiegarono Lir. 15493. (Centorio, pag. 306.)

[195]. S. Carlo fece erigere molti altari ne’ crocicchi e luoghi cospicui della città per dar comodità a tutti di sentir la messa, stando in casa propria, e vi provvide di sacerdoti che vi celebravano ogni giorno. Così fece di confessori, li quali andavano di porta in porta confessando tutto il popolo; la domenica poi si comunicavano nel medesimo luogo.... Ordinò che ciascuna vicinanza facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori.... cantavano salmi litanie ed altre orazioni accomodati ai bisogni di quel tempo. L’ore erano distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna di esse col suono della campana più grossa del Duomo, ed allora tutte le famiglie andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata, dava principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano. (Giussani, lib. IV, c. 7.)

[196]. L’assenza del governatore malcontentò a ragione i Milanesi; del Serbelloni si lodavano, non senza però qualche taccia di parzialità.

Non mi basta che abbiate qui lasciato il mio Gabrio Serbelloni cavagliere onoratissimo e degno dei maggiori favori e onori, il quale fa quanto può per mio servizio, e mi giova assai. Non però può far quel che farete voi per essere egli cittadino, ed alle volte non può ne deve negar piaceri agli amici, parenti e creati.... E tu Gabrio Serbelloni lasciato con autorità dal mio governatore.... sia parco in conceder licenze d’andar fuori e venir dentro le persone; usa gran diligenza.... Hai fatto piantare alquante forche e vanno per le strade soldati e birri giorno e notte.... Provedi, castiga, ed usa la tua autorità che il tempo lo richiede, e farai benefizio al pubblico etc. (Pianto di Milano per la Pestilenza, di Olivero Panizzone Sacco, cittadino alessandrino. — Alessandria, 1578.)

[197]. Pare che i Monatti fossero attivati nel 1576. Una grida del 12 settembre dell’anno suddetto proibisce, sotto pena di tre squassi di corda, specialmente alle donne e fanciulli, quando incontrano e veggano Monatti sì in carretta che altrimenti, di accostarsi a loro. Et altri insolenti gli tirano ancora dei sassi.... Un’altra grida del 12 febbrajo 1577 ordina che non ardisca alcun Monatto, e da verun’ora, ne per veruna causa andare in alcuna parte di questa città e suoi borghi, ne fuori dove sono le case, senza una assai lunga bacchetta in mano, ed uno assai gagliardo campanino, che possa essere ben sentito per ciascuno di essi, e sempre in compagnia del loro commissario. (Centorio, pag. 89-257.)

[198]. Trovasi un minuto rendiconto di tutte le spese di questa peste nel Centorio, pag. 305.

[199]. Intende qui velatamente giustificare Federico pel rifiuto dei dieci mila zecchini offerti dal Lomellini. (Vedi pag. 173.)

[200]. Fa d’uopo avvertire che il Ripamonti parla sempre di lire imperiali, moneta nominale, e il cui valore subì grandi alterazioni dal 1200 fino a Maria Teresa, che introdusse la nuova monetazione. Nel 1576 la lira suddetta equivaleva a lire due milanesi, ossia franchi 1,44. Nel 1630 era decaduta in ragione di milanesi lir. 1.15.6. ossia franchi 1,36. Riuscirà facile con questi dati fare il ragguaglio di tutte le somme citate dal Ripamonti. Il zecchino d’oro nel 1630 valeva circa lire 11 milanesi, cioè franchi 8,47.

[201]. Che erano circa 800 brente, condotte a sue spese fino ai confini, il 23 novembre 1576. (Centorio, pag. 191.)

[202]. Da Castra Majora, secondo alcuni antiquarj.

[203]. Grida 5 gennajo 1577, con altra del 28 gli fu levata questa facoltà, perchè forse ne abusò. Vedi la nota precedente, pag. 316.

[204]. Trovando che quel sacerdote ch’egli pose fin da principio alla cura del Lazzaretto, era passato a miglior vita per non aver stimato il pericolo d’infettarsi, conciossiacosachè fin la prima notte si mise a dormire pazzamente nel letto d’un appestato, ne fece immantinente venire un altro dai paesi istessi de’ Svizzeri; avendo anche messo per governo nel medesimo lazzaretto un padre cappuccino, zelantissimo, e uomo di molto valore, chiamato fra Paolo Belintano da Salò nel lago di Garda, per ovviare ai disordini che vi potessero nascere, con podestà di far dare la corda ed altri castighi a chi li meritava. Il qual padre vi fece opere stupende, e tenne in gran timore tutta quella moltitudine di gente, astringendo ognuno a soddisfare interamente al proprio carico così quelli che curavano il luogo, come chi serviva agli infermi. (Giussani, lib. IV, cap. 6.)

[205]. Fra Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar della corda, non che prometterla, e dava loro delle altre penitenze destramente e piacevolmente. (Bugato, pag. 51.)

[206]. Venendo poi il verno, non trovandosi provvisione alcuna per vestirli e difenderli dal freddo, non patendo il pietoso padre di vederli patire, ne sapendo che in modo provvedere di vestimenti a tanta moltitudine, gli venne in mente un buon partito, che fu di pigliare tutti i panni di sua casa, e tagliarli in tanti vestiti.... Fece dunque spogliare la guardaroba e tutte le stanze del suo palazzo di quanti drappi v’erano.... e convertire in vestimenti de’ poveri: li fece fare di diverse forme col cappuccio attaccato, acciò servissero a tutti eziandio per cappello. Nella qual occasione furono misurati ottocento braccia di panno rosso, e settecento di pavonazzo, oltre i drappi verdi e d’altri colori.... Et era cosa molto graziosa a vedere tanta moltitudine di poveri, vestiti variamente parte di rosso, parte di pavonazzo, parte di verde, e altri d’altri colori, come se fossero stati un esercito di soldati di diverse livree e insegne. (Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

[207]. Alla narrazione della Peste del 1576, aggiungerò, che a quei giorni si credette agli Untori. In una grida del 12 settembre 1576 trovasi: Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con poco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo, ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose.... Fa intendere a ciascuno che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone che hanno dato il mandato ajutato, o saputo di tale INSOLENZA, se gli daranno cinquecento scudi, e possa liberare due Banditi.

La parola insolenza addita che gli unti ritenevansi piuttosto una braveria che un delitto meditato. Per fortuna in breve non vi si pensò più. Dopo la grida, dice il Centorio, più non si sentì tal cosa, mentre invece, nel 1630, la stessa credenza riprodottasi con maggior forza e in circostanze diverse, produsse tanto danno.

[208]. Il Monti venne eletto arcivescovo di Milano il 28 novembre 1632, da Urbano VIII. Giovinetto andò a Roma, ove, entrato in prelatura, fu nominato protonotario apostolico da Paolo V, che sorpassò l’età pel distinto suo ingegno. Gregorio XII l’aveva carissimo: Urbano VIII lo mandò suo Nunzio a Napoli, poi a Madrid, dove trovavasi all’epoca della sua elezione. Reduce da Roma, ebbe il cappello cardinalizio col titolo di Santa Maria in Transtevere. Soltanto nel maggio 1635 potè venire a Milano, ove fu accolto con grande esultanza dai concittadini. Seguendo le vestigia dei Borromei, visitò la Diocesi, e attese a continuare la riforma del clero, celebrando nel 1636 il trentesimo secondo Sinodo Diocesano, e due altri nel 1640. Fondò a Concesa un convento di Carmelitani Scalzi. Fece ultimare il cortile del Seminario di Milano, e trasferì a Monza nel 1644, entro il locale in cui trovasi oggidì l’ospitale, il Seminario che S. Carlo aveva fondato sotto la direzione degli Oblati a Santa Maria alla Noce. L’edificio era meschino, e venne in gran parte rifabbricato l’anno 1687; nel 1755 si innalzò un altro lato, spendendovi 115,000 lire. Nel 1768 soppressi, per ordine sovrano, i Seminarj vescovili e concentrati nel Seminario generale a Pavia, quello di Monza subì la medesima sorte, e fu convertito in ospitale. Riaperti i Seminarj nel 1791, quello di Monza si traslocò nell’ex convento dei Cappuccini sulla piazza del Mercato, ove trovasi anche oggidì. Soltanto nel 1822 riedificossi la facciata, con disegno dell’architetto Gilardoni, e furono spese lir. 100,000; infine nel 1832 si diede mano al magnifico cortile, opera del valente architetto Giacomo Moraglia, e fu di già spesa la ingente somma di lire 544,000. Si spera di vedere tra non molti anni ridotto a termine questo Seminario, che attesterà ai nipoti i talenti architettonici del Moraglia, e la splendidezza di chi ne intraprese la ricostruzione.

Ma per tornare all’arcivescovo Monti, egli ampliò ed abbellì il palazzo arcivescovile, e legò in testamento la sua preziosa raccolta di quadri, in perpetuo, agli arcivescovi di Milano. Benemerito, morì il 16 agosto 1650, di soli 57 anni, e sta sepolto in Duomo innanzi la cappella della Madonna che si chiama dell’Albero.

[209]. Vedi pag. 45.

[210]. Questo passo convalida l’opinione che esternai sul Processo degli Untori. Vedi l’Appendice II al Libro Secondo.

[211]. A destra dell’altar maggiore vi si leggono, oltre la citata, parecchie altre iscrizioni. È inutile di qui riportarle perchè estranee all’argomento di questa storia.

[212]. Chi riuscisse a dissotterrare la risposta del senatore Trotti negli archivj di Madrid, ove giacciono sepolti i documenti più rilevanti della storia nostra durante il periodo spagnuolo, rinverrebbe probabilmente nuovi e importantissimi schiarimenti intorno il Processo degli Untori.

[213]. Ac rex ipse regum; così il nostro Storico, copiando per adulazione il noto epiteto che dà Omero all’Atride.

[214]. Allude alla scorreria fatta dal principe di Rohan; il quale nel 1635 si spinse dalla Valtellina fino a Lecco, dove gli chiusero il passo i Brianzuoli raccolti in armi.

[215]. Ripamonti stava scrivendo la Decade V della Storia Patria, che venne pubblicata dopo la sua morte.

[216]. Hora erat diei fere undecima tenebræque jam appetebant. Non capisco in qual modo ciò si combini, sia coll’orologio italiano, sia col francese. Ritengo che, per errore di stampa, siavi undecima in luogo di vigesima.

[217]. La chiusa di questa gonfia allocuzione è più che strana: Promettere al Cardinale Monti un’urna per quando morrebbe! Credo che ad onta del sussiego spagnuolo non pochi de’ circostanti si commovessero a sdegno o a riso.

[218]. Precisamente ventun anno e quattro mesi, cioè dal 7 novembre in cui S. Carlo, morto il 3 di quel mese, fu seppellito rinchiuso in una cassa di piombo, coperta d’un’altra cassa di grosse tavole (Giussani, Vita), fino al 6 marzo 1606, nel qual giorno si eseguì la visita del cadavere di S. Carlo, ultimo atto che mancava per chiudere il processo della sua canonizzazione. Federico Borromeo, coi vescovi delegati, un medico, un chirurgo discesero nel sotterraneo. Entrati nella tomba, che per lo spazio di ventidue anni aveva tenuto in sè rinchiuso quel prezioso tesoro, videro l’arca molto maltrattata per la mala disposizione del sito, quantunque elevata fosse da terra sopra due stanghe di ferro, e massimamente per una goccia che dalle fredde vene della marmorea sepolcral pietra, stillando, era continuamente sopra quella caduta, e fatto le aveva nel coperchio un gran foro.... Sospesa la ricognizione, per l’umidità del sotterraneo, si decise trasportare l’arca in sacrestia, ove, dopo aver lasciato il corpo per sette giorni esposto all’aria perchè si asciugasse, fu dai vescovi, lasciando scoperta la faccia, le mani, i piedi, di purpurea talare veste rivestito: sopra di quella aggiunsero un camice di sottilissimo lino, le pontificie dalmatiche, ed il pallio arcivescovile, mettendogli per ultimo in capo una preziosa mitra di preziose gemme ornata. Dopo la qual cerimonia fu da Federico in detta arca riposto.

Perchè poi il collocar di nuovo quel sacro pegno nel medesimo sito stimavasi da Federico cosa disdicevole molto, diedesi ad investigare in qual altro più convenevole luogo del metropolitano tempio riporre si potesse. Dopo molte discussioni, per non contrariare la mente d’esso Beato, che aveva eletto in morte al suo corpo quel sito per perpetuo suo riposo, si risolse di non mutar sito, ma di cangiar solo la forma di sepolcro, in forma di vago e divoto oratorio. Questo, volgarmente detto Scurolo, benchè non grande, per l’escavazione del terreno e l’intonacatura delle pareti a lamine d’argento, venne finito soltanto nel seguente marzo 1607. Allora Federico, col vescovo Archinti, delegato apostolico, aperta la sacristia ch’erasi murata, entrarono amendue, e ritrovato nell’arca il corpo nel medesimo stato nel quale ultimamente dai delegati vescovi era stato riconosciuto, sei primarj cavalieri della città con quella più decente maniera che fosse possibile, sopra gli omeri se la recarono, e sopra l’altare dell’oratorio, presenti quanti furono a quest’azione chiamati, la collocarono. (Rivola, Vita di Federico, lib. III, cap. XXV.)

[219]. Ricorderemo i 28 quadri di straordinaria dimensione, che vengono esposti negli intercolunnj durante l’ottavario della festa di S. Carlo, ed altri 28 più piccoli, appesi sotto i suddetti. Rappresentano i fatti principali della sua vita, e sono di famosi artisti lombardi del secolo XVII. Crespi, Cerano, Morazzone, Procaccino, Lanzani, Parravicino, Gianoli, Duchino; alcuni d’ignoto pennello.

Ma chi immaginò questo grandioso progetto? chi supplì alla spesa? Consultate il Rivola nella Vita di Federico, il Torri, il Lattuada, e tutte le Guide di Milano vecchie e nuove, l’opera del Franchetti sul Duomo, l’altra con eleganti incisioni, pubblicata dall’Artaria, ec., e troverete.... un bel nulla!

Unicamente sappiamo, per tradizione, che quando fu canonizzato S. Carlo nel 1610, Federico, uomo di grandi concepimenti, come fa prova la Biblioteca Ambrosiana, per tacer il resto, pensò di perpetuare la memoria del Santo nel modo che parla più vivamente agli occhi di tutti. Si conosce altresì che varii dei quadri suddetti furono dono degli Oblati, di religiosi, e divoti privati. Avrei caro che qualcuno riuscisse a schiarire questo fatto importante, massime per la storia pittorica della Scuola Lombarda.

[220]. Benchè il nostro Storico lo esageri coll’usata ampollosità, il concorso fu straordinario per la divozione a S. Carlo vivissima e generale, e incominciata subito dopo la sua morte. Questa divozione fu continua e ordinaria fino all’anno 1601, nel qual tempo, correndo a volo per ogni parte del mondo la fama dei molti miracoli che nuovamente faceva S. Carlo, si eccitò una tal commozione e fervore in tutti i popoli della Lombardia e d’altri paesi più lontani, che si vedeva come un gran profluvio di gente, d’ogni stato e condizione, che venivano a venerare il sacro corpo suo.... Ed oltre il popolo innumerabile che da tutte le ore del giorno ed anche per due o tre ore di notte vi si vedeva promiscuo, vi venivano ancora numerose compagnie d’uomini e di donne forastiere, processionalmente accompagnate di musica e da compagnie di trombe.... alcune di sacco per segno di penitenza, anzi si vedevano comparire sovente le terre intere col clero e tutto il popolo che passavano molte miglia di persone. I pellegrini erano frequentissimi d’ogni paese, e molti oltramontani. (Giussani, Vita, Lib. VII, cap. 8. cap. XVIII.)

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.