I
Porrò fine alla mia triste e funebre istoria, col raffronto tra la descritta pestilenza ed altre che afflissero un tempo grandi città e la stessa Milano. Un simile paragone è convenevole tanto per provare ciocchè dissi sul principio essere stato questo contagio il più grave di tutti, e quello cui per intero s’addiceva il nome di sì orrendo morbo, quanto perchè nella diversità di essi mali si osservi una grande somiglianza ne’ particolari. Da ciò potrassi conoscere che la peste, quando scoppia, si appalesa sempre co’ medesimi sintomi, fa stragi in modo uniforme, e dovunque produce le medesime follie negli uomini. Inoltre è decoroso cogliere l’opportunità di ricordare le glorie di nobilissimi scrittori.
In tempi antichi la pestilenza s’introdusse nella città d’Atene, e vi menò tanta strage, che divenne famoso lo storico che la descrisse. Non verrà forse mai un narratore eloquente al pari di lui, che espulso da’ concittadini, fu da Roma inviato alla Grecia; e nessun altro de’ suoi scritti è sì elegante ed arguto come la descrizione della peste. I quai pregi derivano non tanto dall’ingegno dello scrittore, quanto dall’atroce spettacolo delle cose che turbano e in uno dilettano l’animo dei leggitori. Così un serpente sovra una tavola tanto più piace quanto più è ributtante a vedersi; e gli occhi, avidi sempre di nuovi spettacoli, s’affissano avidamente nel deforme rettile.
La pestilenza che menò sì gran strage in Atene, e lo storico della medesima, sono in oggi celebratissimi dopo tanti secoli ne’ licei e nelle scuole de’ filosofi. E il nome di essa città vive famoso, non meno per memoria di quel disastro, che per avervi fiorite le scienze e le arti.
A Tucidide sta presso per eleganza il padovano Livio, il quale descrisse Siracusa, stretta da due potenti eserciti battaglianti e ridotta all’estrema miseria da lento morbo. Anche i pochi versi con cui Omero nell’Iliade canta i dardi scoccati da Apollo sul campo dei Greci, i mucchi di cadaveri lasciati pasto agli augelli ed ai cani, anche que’ versi inspirano oggidì, in chi li legge, spavento, meraviglia e diletto.
Uno scrittore, per l’età in cui visse e per la lingua che usò, non paragonabile agli accennati, ma il quale trasse favole dal vero, ovvero insegnò a raccontare favole; maestro ed artefice del linguaggio volgare italiano, che da lui acquistò eleganza e leggiadria, narrò la peste della sua patria.
Egli, faceto e scherzoso favellatore, descrivendo, coll’arte imparata da sommi storici, l’eccidio di Firenze, desta meraviglia del suo ingegno e pietà di tanta strage.
I letterati rileggeranno mai sempre la peste del Boccaccio, e i critici più austeri essi pure non si sazieranno dall’ammirare quell’esempio delle umane vicissitudini.
Gli atroci, turpi e miserandi esempi che la pestilenza mostrò negli umani corpi nella mia patria, eguagliarono gli antichi o forse li superarono. E se non fossero esposti con minore ingegno, offrirebbero in queste carte spettacolo più imponente e più orrendo.
Ma ponendo fine ormai alle lagrime, alle miserie, ai flebili lamenti di Milano, io mi proverò a temperare il sin qui mesto e lugubre racconto con qualche vivezza, paragonando ciò che vide e sofferse l’età nostra coi fatti che i citati scrittori ordinarono con pompa, direi teatrale. Piacevole riuscirà un tale raffronto, ricreando l’animo e colla varietà dei casi, e col trascorrere dai tempi antichi agli odierni, dai nostri mali a quelli d’estranee genti.
E siccome la città nostra risorge quasi da stipite più florida dopo l’eccidio, e i cittadini riedono ai prischi sollazzi, deggio anch’io far sì che venga raddolcita l’amara ricordanza della strage col raffrontarla ad altre di straniere contrade.