II. Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi.

Se non fosse sconvenevole l’usare comici detti in argomenti tragici, non troverei più simile il latte al latte, l’uovo all’uovo, che il milanese contagio all’antichissima pestilenza d’Atene descritta da Tucidide. Il germogliare, i primi passi e le cause d’entrambi i contagi si rassomigliarono: l’indole stessa del morbo, le traccie che lasciava procedendo, i terrori, le ruine, le stragi, i sospetti, i portenti, in breve il cumulo di tutte le calamità della peste di Milano, in nulla differirono dalla ateniese: sia che il caso abbia prodotto effetti identici, sia che esista per le umane cose una certa legge che riproduce ad intervalli di secoli le vicende medesime.

La peste che trasse quasi all’estrema ruina Atene, città famosa per tante varietà di vicende, la minacciò in prima da lungi; poi da Lenno ed altri luoghi più e più avvicinandosi s’introdusse fra le sue mura e tutta l’invase. Il pensiero d’essere rimasti indolenti, malgrado i fatti che avrebbero dovuto suggerir cautele contro il morbo, esacerbava i dolori de’ moribondi e dei superstiti. Così avvenne tra noi, e taluno direbbe che la peste cospirò con eguali mezzi all’eccidio di due illustri città in Grecia e in Italia.

Anche il nostro contagio incominciò a desolare lontane genti, poscia, avvicinandosi alle frontiere, invase lo Stato e da ultimo la capitale con siffatto impeto, che pareva dovessero sopravvivere soltanto gli edifizj e il nome di essa. Sì l’antica peste d’Atene che la recentissima di Milano, lasciarono vestigia simili nel loro passaggio e nelle altre circostanze.

Riferisce Tucidide che il popolo, vedendo il morbo uccidire quanti colpiva, disperando d’ogni umano soccorso, ricorse sulle prime agli Dei, poscia viste le preci inesaudite, e trovandosi in preda alla disperazione ed alla morte, non più curando rimedj o suppliche alle are dei numi, abbandonò sè e la repubblica senza schermo al flagello. Da tale scoraggiamento ne venne che gli stessi medici perirono tra i primi, rapiti dalla violenza del morbo, e le preghiere e i voti cui ritornossi sovente, altro non fecero che rincrudirlo. Il citato storico, rappresentando ne’ primordj della pestilenza gli Ateniesi costernati per lo sterminio della loro patria, e privi di qualunque ajuto divino o umano, infonde nell’anima terrore e pietà per gli infelici che in siffatta guisa perivano.

Non altrimenti fra noi i medici perdettero la vita nei primi tentativi di cure, e la città per alcun tempo vide ad evidenza che l’ira di Dio per preci non mitigavasi.

E noterò un’altra somiglianza: le due popolazioni scorgendo il flagello non avere termine, e non potersi spiegare l’origine e le cause del morbo, l’attribuirono ad umana frode, supponendo la peste artificio umano, mentr’era castigo di Dio. Gli abitanti d’Atene credettero che i Peloponnesii, coi quali allora guerreggiavano, avessero avvelenati i pozzi per ruinare la loro città. Noi del pari, trovando vano ogni rimedio e provvidenza, credemmo vi fosse un gran capo il quale, col mezzo d’altri e con denari, componesse veleni e li facesse spargere: il qual sospetto fu pure una seconda calamità per Milano. Gli Ateniesi portarono intorno il falso simulacro d’Iside, come noi il corpo di S. Carlo. Parecchi di loro si gettarono nell’acqua e fecero molte cose incredibili, talchè si può conchiudere essere in tutto simile il contagio che desolò le due grandi e illustri metropoli.