CAPITOLO XIV.
Le sensazioni che provar può un uomo, il quale dannato a una perpetua prigionia, passa, la prima volta, dal giorno, dalla luce, dal rumore, nella tetra oscurità di un sotterraneo, dove, quasi fosse scagliato fuor del mondo e della vita, assai tempo prima di morire, sa che la propria esistenza vi si consumerà impreteribilmente; furono le sensazioni che assalirono e strinsero l'animo della Ginevra nel frattempo che la lettiga a ruote, avendo a rompere dinanzi a sè le onde impetuose di una folla stivatissima, procedeva lentamente e a fatica. Il sentirsi chiusa in così breve spazio con colui che ella teneva pel suo vecchio consorte, il sentirne il respiro frequente e affannato le dava una noja indicibile; persino il mantello di lui che, per le scosse del cocchio, veniva a toccare e a strofinare il raso delle sue vesti, promoveva in lei quello schifo di chi sente il tatto di cosa sudicia e fetente. Aveva nel sangue l'agitazione e lo spavento di chi si vede a lato il carnefice, e provava quel ribrezzo pauroso di chi è costretto a viaggiare con un cadavere; perciò s'andava sempre più rimpiattando nell'angolo della lettiga, come per allontanarsi, mentre amaramente rimproveravasi di non aver saputo star forte contro alla paterna volontà; ed ora che s'accorgeva che l'angoscia del trovarsi insieme al vecchio era mille volte più dura di quanto ella medesima aveva sospettato prima d'esser congiunta a lui, tormentavasi sempre più di non aver avuto il coraggio di rifiutare un così orribile supplizio.
In quanto al Palavicino, continuava nella direzione di que' pensieri che da due ore lo tormentavano, alterati in quel momento da nuove ansie, da' nuovi timori; ad ogni tratto che percorreva la lettiga temeva insorgesse d'improvviso una voce, un grido tra la moltitudine, e il suo nome ripetuto dalle voci furibonde del padre, del marito della Ginevra, passasse di bocca in bocca tra la folla maravigliata, e si accorresse da tutte le parti a circuirlo, a togliergli d'accanto la Ginevra. Lo scandalo, le vergogne, i pericoli, le sventure che ne sarebbero derivate lo facevan ardere e gelare; si rodeva tra sè che il cocchio procedesse così lentamente, e la stizza e la noja e lo struggimento gli era più incomportabile in quanto era costretto a starsene tranquillo in un angolo, silenzioso, immobile, avvolto nel proprio mantello, ed era impazientissimo di svelarsi alla Ginevra, di troncare quelle dolorose incertezze, di sollevare la fanciulla da quella condizione tormentosa, in cui naturalmente ella doveva trovarsi da molti dì.
Ma la folla a poco a poco cominciò a diradarsi, a dividersi, a non apparir più che in qualche gruppo sparpagliato, a lasciar finalmente sgombra la via del tutto. Allora i cavalli presero il trotto, e la lettiga fu tratta innanzi rapidamente. A un certo punto i palazzi, le case finivano, e cominciava un basso muro che cingeva le ortaglie. Il disco della luna lucentissima in un bel cielo sgombro e stellato non essendo più coperto dall'altezza degli edifizj, vibrò un raggio nell'interno della lettiga e rischiarò il volto accorato della Ginevra. Svolgevasi in quella il Palavicino dal suo mantello e, credendo fosse opportuno il momento, si volse, mosse il labbro mandando un debol suono di voce, e guardò la Ginevra, che guardò lui.
Fu in quel momento che, all'orecchio di Elia Corvino arrivò, velato e fioco, attraverso al frastuono, quel grido che lo aveva messo in apprensione.
Del resto, quel che avvenne nella mente e nell'animo della Ginevra al vedere dinanzi a sè, come se per arte di magia fosse avvenuto un repentino tramutamento, la faccia bella e giovanile del Palavicino, invece della turpe canizie del Baglione, che tumulto scompigliato di nuove sensazioni, e di nuovi affetti succedesse in lei, non può essere spiegato che da quel grido ch'ella non potè trattenere, e che fe' correre un gelo per l'ossa al Palavicino, il quale si tenne perduto, tanto timore lo prese che, accorrendo la moltitudine, fosse presto un terribile intrigo. Per un moto involontario, aveva bensì a quel grido gettato un lembo del mantello sulle soavi sembianze dell'atterrita fanciulla, a tentare di soffocarlo a mezzo, intanto che, per un altro moto d'istinto rattenendo persino il fiato, si era ristretto tutto in sè, quasi credesse sfuggir così alle ricerche della moltitudine. Il cuore gli voleva scoppiar sotto il giustacuore. Per buona ventura non accorse nessuno, i cavalli, sferzati dal cocchiere, che s'era spaventato la sua parte, raddoppiarono la corsa, la strada si fece sempre più deserta e silenziosa.
Ma il timore si accrebbe nel giovane Palavicino, quando s'accorse d'esser presso alla porta della città, dove era probabile che oltre la solita scorta di gabellieri ci sarebbe stato un rinforzo dei lancieri del re. Pensando allora che un altro grido non sarebbe di certo passato inavvertito, e che la rovina poteva esser pronta;—Zitto, per carità, disse sommesso alla Ginevra, con quel maggior fervore che può darsi ad una preghiera, e colla maggiore soavità che può avere l'affetto. Zitto, per carità, o noi siamo perduti; io e voi.
In quella, il bisbiglio di più voci, qualche sghignazzamento, una turpe canzonaccia cantata da una rauca voce, alcuni passi ferrati che facevan suonare il terreno, l'avvisarono che si passava sotto l'archetto della porta della città. Non era fibra che non gli tremasse, ma la carrozza fu tratta oltre veloce, e finalmente egli altro non vide che cielo ed alberi.
Allora, sciolta la Ginevra, amorevolmente la chiamò per nome.
Ma alle prime sensazioni, quali altre erano succedute nell'animo di lei?
Se il Manfredo fosse stato il suo promesso, se mai non fossero insorti ostacoli ad avversare i loro amori, se in quel momento si fosse trovato con lui per un procedimento comune delle umane cose, sicura che il proprio padre amava e benediceva l'affettuosa corrispondenza, ed era vicina la solennità delle nozze; ella, per quell'istinto di femminile ritrosia, che di tutto si adombra, quand'anche fosse stato egualmente forte l'amor suo pel giovine, pure sarebbesi comportata seco con assai riserbo. Ma in questo momento l'affetto per lui, che da tre anni era l'assiduo suo pensiero, proruppe invece con un impeto sì eccessivo, che a tutt'altri che a lui sarebbe quasi parso indizio di pazzia. Un certo che di febbrile alterazione che aveva nel sangue da qualche ora, quell'improvviso passaggio da uno stato ad un altro, così diversi, così opposti, quell'istantanea gioia, quell'estasi suprema successa al gelato terrore che da più giorni non le lasciava aver bene, le generarono nell'animo tal mistura di commozioni così eccezionali, che giunsero persino a far tacere in lei quel non so che di femminile alterezza e di ritrosia che le era sì proprio, per la qual cosa in sulle prime, tutto bagnando di lagrime il volto del Palavicino, si lasciò andare senza ritegno ai più teneri ed espansivi vaneggiamenti dell'amore.
Fu lo scorrere però di alcuni pochi secondi… e a un tratto s'arrestò… atterrita s'arrestò, come se una voce cui non le fosse possibile disobbedire, d'improvviso le suonasse minacciosa e fatale, e si ritrasse e tornò a rimpiattarsi nell'angolo della carrozza con uno sforzo straordinario dell'animo e delle membra, quasi che al posto del Palavicino si fosse messa a seder davvero la squallida e truce figura del Baglione. Fu straziante l'angoscia di lei quando, sulla predella dell'alture dell'abbazia di Chiaravalle, atterrita dal severo sguardo paterno, aveva messa la propria nella mano tremante del Baglione; più straziante ancora quando, poche ore prima, a lei discinta, il vecchio s'era accostato. Ma l'angoscia di questo momento le fu insopportabile, e il sangue con tant'impeto le si tramestò nella regione del cuore, che sentendo distendersi un gelo su tutta la superficie delle sue fragili membra, provò quell'alienazione di spiriti, e quel prostramento assoluto di forze, che ci fa presentire in che modo si passi da questa all'altra vita.
Il Manfredo se ne accorse, e stette in grandissimo timore fino a tanto che la fanciulla non si riebbe affatto.
I parossismi della passione e del dolore non possono durare che brevissimi istanti, per quanto sia straordinaria e terribile la condizione in cui l'animo si trova, e a quei parossismi subito susseguono de' momenti di calma, calma certamente non invidiabile, ma tale almeno, che alla mente permette di connettere delle idee con qualche ordine, alla bocca di parlare, agli occhi di piangere.
Riavutasi così la Ginevra, e pensando al padre, al Baglione, all'audacia del Palavicino, di cui, in barlume, le pareva d'aver indovinato il disegno, e prevedendo le nuove e più atroci sventure che ne sarebbero derivate.
—Ah! Manfredo, che avete voi fatto? gli disse. Che intenzioni sono le vostre?… io tremo solamente a pensarci.
—Una fortunata combinazione, rispose il Palavicino, non ci mancò, e spero che nell'avvenire….
—Ma chi v'ha consigliato a far questo, Manfredo?
—E puoi domandarlo? e non sapevo io il tuo dolore, e non conosceva i tuoi desiderj? altra volta io t'ho veduto in ginocchio, e t'ho udita scongiurare Iddio perchè ti liberasse dal Baglione. Oggi poi, chi m'aiutò ad aiutarti, mi disse le tue lagrime e la tua disperazione. Pensa dunque che colui non ti riavrà mai più, che tu sei con me ora, e per sempre lo sarai!…
—Per sempre, di' tu? ah, Manfredo io l'ho desiderato, è vero, io l'ho sperato; ma pur troppo, ciò che tu di' non può essere. Io tremo di trovarmi qui con te…. Il Baglione è mio marito.
Ella pronunciò questo nome con un accento sì amaro, che il Palavicino ne fu scosso. Vi fu un momento di silenzio, durante il quale non s'udiva che il trotto serrato dei cavalli, e il soffio dell'aria che fendevasi contro la carrozza.
—Io ebbi a pensar male di te, Ginevra, soggiunse poi il Palavicino; tu avresti potuto star forte contro la violenza altrui, ma nell'animo tuo, fu ben più potente assai il timore di tuo padre che l'amore di me. Io non avrei fatto così.
—Ma e tu, rispondeva allora la Ginevra con un impeto nel quale assai chiaramente sentivasi la mestizia profonda, che hai saputo far tu? Perchè mi hai abbandonata, quando più era bisogno che venissi pronto a darmi aiuto?
Il Palavicino taceva e sospirava.
—Perchè non hai tu voluto ascoltare quella soave e cara donna di tua madre che, bagnata delle mie lagrime, mi promise ti avrebbe costretto a rimanere? sai tu poi quel che a me bastò l'animo di fare in quella notte?… Ciò che nessun'altra donna avrebbe mai fatto, l'ho fatto io, Manfredo. Io voleva in ogni modo parlare a tua madre, e non vedendo altro mezzo, uscii tutta sola di palazzo, e tutta sola, essendo la notte alta e disastrosa, attraversai la pubblica via. Dio sa quello che si pensò di me da coloro che mi avranno veduto. Ma le mie e le preghiere di tua madre non valsero… sei uscito al campo egualmente, e, senz'altro aiuto, io non potei sostenere la severità del padre, e fui perduta per sempre…
Qui le lagrime prorompendole a furia, e soffocandola i singhiozzi, più non potè parlare. Il Palavicino malediva tra sè il momento che, senza un frutto al mondo, era uscito di città, e non sapendo che rispondere, taceva, ascoltando quel pianto e que' singhiozzi.
V'era una certa ineffabile attrattiva in quei gemiti della fanciulla, ch'egli sebbene percosso nel più profondo dell'animo, pure, a poco a poco si sentì rapir via insensibilmente dal mestissimo suono, provando una sensazione quasi gradevole.
Cessò il pianto alla fine, ella tornò a ricomporsi, tornarono a parlare fra loro. A un tratto la Ginevra, rispondendo a quanto erale venuto dicendo il Palavicino:
—Questo non sarà mai, proruppe, sarebbe una vergogna, uno scandalo; nessun'anima buona non potrebbe sentir più compassione delle sventure mie. O tu mi prometti adesso che tosto penserai a condurmi in qualche santo ricovero, dove nessuno possa venirci, nè tu stesso, o in questo momento medesimo io mi getto di qui, e così, come mi verrà fatto meglio, mi strascinerò a piedi sino alla casa dei padre mio.
Quanto più i desiderj e lo stato dell'animo la tenevan stretta al Palavicino, tanto più, come a vincere la difficoltà di una virtù che riusciva ardua troppo pel suo cuore, e a tentare uno sforzo disperato, procurava esagerare la volontà propria esprimendosi di quel modo risoluto e impetuoso, pure, mentre stava ad attendere una risposta dal Palavicino, temendo averlo offeso colle troppo dure parole:
—Tu sai perchè io ti domando questo, gli disse con una straordinaria dolcezza, tu vedi che io non posso stare con te, e che questi istanti medesimi che teco ho trascorsi, furono già troppi. Però, io ti scongiuro, Manfredo, a provvedere alla mia sicurezza ed alla mia fama.
—E per che cosa pensavi tu ch'io ti consigliassi a fuggire ben lontano con me? per provvedere alla tua sicurezza appunto; ma la tua fama non m'era già indifferente. I tuoi virtuosi costumi a chi sono più noti che a me, e a francare ogni tuo timore quella cara e virtuosa donna di mia madre sarebbe venuta a stare con noi, e affidata alle sue cure, alle sue soltanto, tu saresti stata come in un santuario; e tutto il mondo lo avrebbe saputo…. Pure, se tu persisti nel tuo proposito, io non sarò già quello che ti contraddica… a me basta che tu viva illibata e sicura, e considerando che, anche diviso da te, per quanto fosser lunghe le distanze e innumerati gli anni, non appartenendo a nessun altro, tu appartenesti a me solo, io saprei pure trovare qualche conforto alle sciagure mie… e penso che non vi è nulla ancora di perduto, o Ginevra, giacchè, se la natura farà il debito suo, non vivrà eterno il vecchio Baglione, e i nostri desiderj saranno esauditi nell'avvenire. Io ne ho fiducia. Intanto la tua pura virtù sarà da me, come cosa divina, altamente rispettata.
Queste parole misero un vivissimo raggio di speranza nei pensieri abbujati della Ginevra, la quale ajutata e sospinta da quel conforto, si slanciò allora nel futuro con un'alacrità e una confidenza straordinarie.
I cavalli intanto che, di corsa, s'erano allontanati forse quattro miglia dalla città, inoltrandosi adesso per un terreno paludoso, e sprofondandosi coi garretti nell'umida mota, cominciarono di necessità ad andare di passo. Cessato così lo scalpito dei cavalli, i due giovani si tacquero per non farsi udire dall'uomo che li guidava. Scoccarono in quel punto stesso, quasi due miglia lontano all'orologio dell'abbazia di Chiaravalle, le otto ore, il cui rimbombo, per quel vasto silenzio della notte, percorrendo in decrescenza le regioni dell'aria, giungeva all'orecchio dei fuggitivi indefinito o solenne, talchè alle loro fantasie parea di sentirvi come una promessa che venisse dall'alto.
Usciti a stento da quel palude ingrato, entrarono in una via affondata tra due alte rive sparse di macchie d'ogni generazione; ma s'accorsero qui, che la noja durata alcuni momenti prima era stata ben leggiera in confronto della noia a cui correvano incontro. E un'afa insopportabile cominciò tra quelle macchie a tormentarli, come se l'atmosfera d'improvviso si fosse condensata gravitando sulle loro teste, e la stagione fosse retrocessa ai dì della canicola.
Sentendo allora tra i rami e le frondi dei querciuoli e delle marruche un vasto e impetuoso stormire, i due giovani, ad ispirare, per confortarsi, qualche soffio di brezza passeggiera, misero la testa fuori dello sportello, ma, nauseati dal grave odore che lor ventava in volto, ne la ritrassero tosto nascondendola tra i panni.
—Ci accostiamo alla campagna tra S. Donato e Malignano, dove s'è data la battaglia, disse allora il Palavicino alla Ginevra che, quasi atterrita, gli aveva chiesta la causa di quella nuova noia. Non c'è altra via che metta al mio castello d'Acquanera; ma il cammino non durera più d'un'ora, e presto ne sarem fuori, coraggio.
In quella lasciatisi addietro le macchie, si trovarono in uno slargo di campagna; anche qui il terreno era tutto un mollume, e i cavalli di necessità dovettero ancora rallentare la corsa. Ma grado grado che la carrozza procedeva innanzi per quella vasta pianura, sempre più cresceva quel non so che di pesante caldura, quel fetore, quella nausea insopportabile.
E un'altra cosa insolita, e che più forse metteva nei loro animi una sensazione che somigliava alla paura, era il silenzio universale, nel quale a un tratto venivano ravvolti ogni qualvolta sostasse l'unghia dei cavalli; un silenzio profondo, assoluto, tetro e ben diverso dai soliti silenzi notturni. Passando, tre dì prima, a notte chiusa per quel campo, s'udivano que' suoni indistinti, que' mugolii lontani, que' gemiti vaghi che fondendosi in una cosa sola, ci avvisano che la natura è tranquilla, ma non è morta. I zufoli dei rigogoli sui più alti rami degli orni, le dolci musiche dei rosignuoli dalle siepi, dai platani, i tremoli squilli delle palombelle fra i rami delle guercie, i cicalecci monotoni dei grilli dagli ippocastani, il picchiare minuto e incessante dei rostri ne' rami delle piante, le peste improvvise e rapide de' lepratti, dinotavano al viandante ch'egli non era già solo in quel vasto campo, e ch'era circondato da migliaia e migliaia d'esseri viventi.
Ma in quella notte, in quell'atmosfera fattizia, regnava un silenzio di tal sorta, che quasi, pareva d'essere fuori della terra, e la cagione non era difficile trovarsi. Chi avesse voluto rovistar per le siepi, tra l'erbe arsicce e peste della campagna, sui rami secchi, tra le frondi ingiallite, avrebbe trovato a miriadi i cadaveri piccioletti d'infinite generazioni d'uccelli; i superstiti a torme di migliaia, s'eran rifuggiti, a sette, a dieci, a più miglia di distanza. I nidi anch'essi dei grilli erano abbandonati, che i buffi d'un'aria pesante e pregna delle putridi esalazioni che venivano dal campo, successi d'improvviso all'umida frescura della notte, e all'aure soavi di mille fragranze, lì avevan fatti emigrar di conserva.
Trascorso però un bel tratto di cammino, d'improvviso, in mezzo a quella solitudine s'udì un rumoroso sbatter d' ali. Era una torma di gufi e d'upupe che, svolando rasenti la carrozza, ferivan l'aria con un rombazzo fischiante, mentre su in alto un nugolo più fitto d'un'altra generazione di volucri la fendevan in quella medesima linea tenuta dalla torma più bassa; e subito un gracchiare aspro, tumultuoso, avvisava ch'eran corvi calanti alla pianura, e parevan quasi volessero rispondere ai singulti intermittenti dell'altro stuolo che viaggiava più basso. E stringeva l'anima di una cupa e ferale tristezza il sapere quale istinto, spingeva quei voli, che tra le fradice carni dei cadaveri avevan pure a fermare le penne. E in quella un buffo di vento, pregno d'un odore fetentissimo, ammorbante e come di sangue, soffiò quasi ad annunziare, che quelle legioni della morte andavano a sicuro viaggio, a certa preda.
La carrozza s'accostava intanto sempre più verso Marignano, e i fuggitivi tutti ristretti in sè, nascosto il viso tra i lini e il drappo delle vesti, via rapidi dai loro pensieri, non pronunciavano una parola…. D'improvviso la carrozza s'arresta, dà indietro; il nitrito de' due cavalli, tremulo spaventato, acuto come il suono d'una chiarina, si diffonde per la silenziosa solitudine. I due giovani s'affacciano allo sportello e guardano. Impennandosi, rinculavano i cavalli, e ricadendo sulle zampe le puntavano nel terreno, ritte le orecchie, aperte le narici, sbuffanti. Alcuni cadaveri giacenti nelle loro armature, come in un cofano da inumarsi, ingombrando la via per dove occorreva passare, li avevan fatti adombrare al punto, che non c'era verso di cacciarli innanzi; pure il flagello del cocchiere potè più dell'ombria e, a un tratto, presero la rincorsa, trascinando la carrozza saltelloni sulle armature che, suonando, si spezzavano a brandelli. Trasportati così velocemente, i due giovani presto si trovarono colà dove la campagna prendeva la massima estensione, e qui una nuova scena tanto più orrenda, quanto più vasta apparve loro dinanzi.
Soltanto il cielo era sereno, e sgombro come nei dì prima dell'orrida battaglia; le stelle luccicavano nell'infinito firmamento, il raggio lunare era ancor mite e vestito ancora di quell'azzurro perlato che di solito sparge tanta malinconica soavità ovunque va a posarsi; tutto insomma era ancor bello e calmo negli spazi dell'aria. Calma, bellezza, splendore, che troppo contrastava a tutto quanto era sparso su quelle insanguinate arene del campo.
E qui il silenzio non era più così perfetto, così continuato come a tre, a quattro miglia di distanza. Di tanto in tanto s'udivano improvvisi rumori, forti e secchi scoppi, come d'aria che squarci violentemente un ostacolo per trovare un'uscita. Si sarebber dette canne di schioppetti e di colubrine che si rompessero per un'esplosione di polvere; ma era tutt'altra la causa di quei rumori… la qual subito fu chiara, quando i cavalli di nuovo aombrarono impennandosi e nitrendo spaventati.
Per un gran tratto di terreno all'intorno, si vedevan giacenti, distesi per terra, in molte e diverse positure, in lunghissime file, ammonticchiati alla rinfusa di tre, di sei, di più ancora, corpi di quadrupedi. Nè a tutta prima non si poteva dar loro che quest'appellazione, che, anche senza l'oscurità della notte, non si poteva conoscere che eran cavalli, se non forse per gli arredi, pei freni, per le selle, tanto il loro corpo era cresciuto, era ingrossato a dismisura al punto da farli scambiare per altrettanti elefanti o rinoceronti. Ed era la fermentazione maturatasi nel loro interno che li faceva gonfiare, e gonfiar grado grado, sinchè la cute, tesa, assottigliata, screpolata, sanguigna, stirandosi fluiva a fendersi in due, in più parti, dando quei violentissimi e rumorosi crepiti che ogni tanto si facevano udire, anche a molta distanza, pel vasto silenzio, e i corpi, aprendosi così, davan uscita alle viscere che più non vi potevan capire, riversandosi, per molto spazio in giro, in spargimento di sapie nerissima, a corrompere il terreno, a impregnar l'aria di esalazioni letali. Inorriditi e nauseati, uscivano finalmente di mezzo a quelle file, ma tosto i cavalli tornavano ad arrestarsi, al lampo tremulo che partiva da un largo cerchio d'armati e d'armi, e da una luce bianchiccia riflessa da un'acqua; lancie, picche, spadoni, borgognate lucenti gettate alla rinfusa sul terreno, rifrangevano i raggi lunari; soldati a centinaia giacevano intorno intorno a quell'ampia gora d'acqua, colle teste, alcune sull'orlo, altre riverse, altre pendule, altre immerse al tutto nell'onda fimosa, colle braccia distese col ventre a terra. Feriti, presi da dolori atrocissimi, prossimi a morire, s'eran sentiti un'arsura, un incendio nelle viscere, una sete rabbiosa, spasmodica. Lenti, rifiniti, zoppicanti, a strascico, barcolloni, erano per lungo tratto iti in cerca d'una fonte d'acqua viva; trovatala, vi s'eran gettati sull'orlo, avidissimi avevan immersi labbri nella gora, e pendenti su quella, non anco saziati, avevan mandato l'ultimo respiro… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I due giovani, per quanto procurassero affrettarsi su questa lugubre scena, dovettero per altro impiegare assai tempo ancora prima d'uscire di quella campagna. Durante il quale, i loro animi subirono quegli effetti e quelle scosse che mai non si cancellano dalla memoria.
Come i tremoli chiarori
Dell'azzurro interminato,
Cadean scarsi, cadean lugubri
Sul terreno insanguinato,
Ed al guardo il fean più truce
Rivestendolo di luce.
Ahi! così dei due fuggenti
Dentro all'alme perturbate,
Fiochi i gaudi si mescevano
Alle larve inesorate,
E più cupo il duolo usciva
Dalla gioia fuggitiva.
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ma di sè stesso immemore,
Sulla mortal pianura,
Pensò l'afflitto giovane,
Pianse l'altrui sventura,
E il fato che terribile
Sulla sua terra sta;
E allor sull'individuo
Amor, nell'ansio petto,
Sentì improvviso sorgere
Quel generoso affetto
Che tutti i figli abbraccia
D'un'infelice età.
Eppur pel terren lubrico,
Ovunque giri il guardo,
Non v'è fratel cui lagrimi,
Sangue non v'è lombardo,
Tutti da lunge vennero:
Il vinto—il vincitor.
Ma se il concittadino
Sangue non fu versato?
Se fu l'intatto popolo
Alla città serbato?
Non è destin che temperi
In lui l'acre dolor?
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Fosse strage di fratelli,[1]
Fosser lutti immemorabili
Nel suo senno desiò;
Ma il tripudio degl'imbelli,
Che del sole, ancor si nutrono
Sovra l'alma gli pesò;
Ah sui tumuli cruenti
Fiammeggiar vedrìa l'orgoglio
Che domato ancor non fu,
Le speranze… rinascenti
Dalle squallide reliquie
D'una prodiga virtù.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma tosto, ai rotti anéliti
Della gentile oppressa,
Al fervoroso murmure
Ond'è una prece espressa,
La nova e forte angoscia
In cor sentì svenir,
E divinando il mobile
Tenor del pio pensiere,
Anch'ei gli affanni solvere
Tentò nelle preghiere,
E della cara vergine
Ai voti i voti unir.
Allor stretti si volsero
Al cielo in un desìo,
Pregâr le sorti dubbie
A lor svolgesse Iddio,
Scovrirne almen pregarono
L'arcana volontà…
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ma Lei lodate, improvidi,
Che in suo rigor pietosa
D'oggi vi chiude i termini,
Che la ragion nascosa
Dei dì venturi a giungere
A voi l'ala non dà;
Morir, se intero il tramite
Del dì vi fosse innante,
Vorreste, inerti al gaudio
Del fuggitivo istante,
S'anco ne fia più libero
E più securo il vol;
E s'anche oltre l'orribile
E diuturno lutto,
D'inestimabil premio
Vi fia promesso il frutto,
Dei luminosi giorni
Rifiutereste il sol…
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ed or che ai preghi tenera
Gettò la eterna Mente
Sulle severe pagine
Lo sguardo onniveggente,
De' vostri mali il cumolo
Sì grave a Lei sembrò,
Che già volea distruggere
I preparati eventi,
Temprare a voi l'esiglio,
Trarvi sulle fiorenti
Vie, per mezzo a gioie
Che mai non destinò;
Ma le speranze, o miseri,
Non liberate ancora;
Fu indarno.—Iddio ne' mistici
Silenzi di quest'ora,
I detti indeprecabili,
Guatando a voi, mandò:
Ite—la prova è orribile
Cui vi porranno i Fati,
Ma io guardo a lor, ma numero
I giorni guerreggiati—
Ma più di tutti piangere
Perchè dovete, io so…
[1] Con queste strofe, alludendo al fatto storico che la battaglia di Marignano fu combattuta dai Francesi pel loro re e per sè medesimi, e dagli Svizzeri ed altri mercenari pel duca Sforza e pei Milanesi, l'autore vorrebbe dire, che se in luogo d'aiutarsi col braccio altrui, i Milanesi medesimi avesser combattuto per sè e pel loro duca, dato anche il caso che avesser toccata una sanguinosa sconfitta avrebber trovate buone speranze nella superstite loro dignità e nel loro valore.