PERIODO SECONDO
CAPITOLO XV.
Siamo nel 1517, quasi due anni sono trascorsi, la congerie degli elementi si è accresciuta; ed ora da Milano, sulle traccie di taluni de' nostri personaggi, ci conviene passare a Roma.
A dieci miglia da questa città, chi non si dilunga dalla Via Appia, vede sorgere sull'alto bordo d'un cratere il Castel Gandolfo, così chiamato dalla famiglia Gandolfi, che forse lo edificò nel secolo XI. Passato da quella casa illustre, sul principio del secolo XIII, ai Savelli, e da questi, nel XIV secolo, ai Capizucchi, fu nel 1436 da Eugenio IV fatto saccheggiare e distruggere, e ritornò poscia in proprietà de' Savelli, che lo tennero fino al 1596, nel quale anno passò alla Camera.
In un bel giorno d'aprile dei 1517, era un affaccendarsi insolito in quel castello. Camerlinghi, famigli, servi eran sollecitali da un burbero maggiordomo dell'illustre casa Savelli, perchè colla maggior magnificenza possibile alcuni addobbassero certe ampie sale, situate nel piano più alto del castello che guardavano il lago d'Albano e tutta la campagna di Roma; altri allestissero una mensa per duecento persone nella più vasta sala, situata a terreno; altri ornassero di festoni, di frondi, di fiori gli atrj, i cortili, i veroni, le finestre. L'illustre casa Savelli aveva solennemente invitato papa Leone ad una caccia ne' dintorni di Albano, e il papa, dilettandosi assai di que' campestri diporti, aveva tenuto l'invito, e con tutta la sua corte, i suoi poeti, i suoi dotti, i suoi musici, i suoi buffoni vi s'era trasferito quel dì stesso.
Era all'alba di un tal giorno che s'udiva incessantemente il lontano squillo del corno, e per le ore ventidue attendevasi che tutti si riducessero in castello, però mancando pochissimo a scattar quell'ora all'orologio del torrazzo, il maggiordomo si affannava perchè ogni cosa fosse compiutamente in ordine pel momento stabilito. Un servo che stava affacciato ad uno de' finestroni del castello diede finalmente l'avviso, che la numerosa cavalcata ritornava. E tosto un correre per le sale, per gli atrj, un discendere e salire, uno sbattere di usciali, di vetriere, un insolito sommovimento.
Quando Leone colla sua Corte saliva per lo scalone principale del castello, per un'altra scala entravano, sotto un atrio del primo piano, due uomini che noi conosciamo, accompagnati da un servo. Erano il Morone e l'Elia Corvino. Pervenuti innanzi ad un magnifico vestibolo, dove il servo si fermò indicando che quello era il luogo che volevano:
—Tu entrerai qui dentro, disse allora il Morone al Corvino; ho già parlato al Bembo e al Savelli, che ciò mi consigliarono. Colui al quale tu hai a parlare è già istrutto del fatto tuo e dei tuoi disegni, e purchè tu sappia mettere in movimento i congegni della tua logica, egli farà il voler nostro, che alla fine è anche il suo. Entra dunque, e se mai dovessi aspettare qualche tempo, sulla vôlta di questa sala v'hanno bellissime figure a fresco che ti faranno forse comportare la noja. Quando sarà il momento, verrà qualche servo a chiamarti…. Io so che farai molto bene il fatto tuo, e non ti dico altro.
Così dicendo, il Morone si licenziò, ripercorse l'atrio, e ridiscese col servo, intanto che l'Elia Corvino aperto l'usciale entrò nella camera indicatagli.
Entrato che fu, un altro servo gli si fece incontro dicendo:
—So chi siete, abbiate la bontà di aspettare, che a suo tempo verrò a domandarvi. Ciò detto, lasciò solo il Corvino.
Questi, anzi che considerare le molte figure a fresco che decoravano la vôlta di quella sala, cominciò invece a pensare a sè stesso, e a quella specie di metamorfosi che in sì poco tempo egli avea subito. Due anni prima, a Milano, le persone di maggior conto, colle quali per lo più ei trovavasi in contatto, erano gli scabini del Collegio dei Dottori, alle quali dava qualche grossa mancia perchè non ne avessero a cacciarlo, siccome intruso; e le classi dov'egli trovava i suoi migliori clienti, eran quelle dei vendarrostri e de' bruciataj. Ora aveva indosso una magnifica cappa di velluto nero, la quale alterava tutto il suo aspetto; quella tinta di mariuoleria plateale, che da molto tempo gli si era svolta in faccia, appariva coperta a più mani da una tinta di acume presidenziale: il ludro insomma era scomparso per dar luogo a Talleyrand. Intanto trovavasi in una delle più sontuose camere d'uno dei più facoltosi romani, e, ciò che può far stupire chicchessia, per parlare all'uomo che col proprio nome doveva distinguere il suo secolo. La sfera delle sue speculazioni s'era cangiata. Non trattavasi più del povero borghese che metteva nelle sue mani la scarsa polizza perchè lo patrocinasse contro al creditore insolvente; era uno Stato, una città, un popolo al quale in quel momento egli doveva pensare, e di cui tra poco avevasi a far discorso. La cosa è così, nè più, nè meno. Del resto, ella è tale, che il Corvino medesimo se ne maravigliava.
E considerando la strana situazione in cui la fortuna lo aveva messo, d'uno in altro pensiero, per quanto il suo grave buon senso lo volesse trattenere dall'abbandonarsi ad eccessivi voli, pure fece delle speranze che, s'altro non fosse, avevano il merito di un'insolita audacia…. In questa s'era fermato innanzi al finestrone ad osservare la vasta scena della campagna e del lago che gli si distendeva dinanzi, men vasta certamente del campo dove le sue speranze correvano a furia, ma tale però da fermare l'attenzione di chicchessia…. Era da qualche tempo ch'egli se ne stava immobile a contemplare quella splendida natura, e gli effetti, per lui nuovissimi e interessantissimi, di un tramonto di sole nell'Agro romano, quando, sembrandogli d'avere udito il rumore di una porta che si fosse aperta, si volse.
Nella camera non v'era nessuno ancora, ma s'udiva il bisbiglio di alcune voci nella vicina, dalla quale un momento dopo, spalancatosi l'uscio da due servitori, un uomo passò in quella ove stava l'Elia Corvino, e i servi si ritirarono.
Il nuovo personaggio non dava indizio di essere nè un camarlingo, nè un maggiordomo, nè un segretario, ma non dava neppure nessun dato per formare una congettura. Aveva in testa un camauro che in vero poteva somigliar, per la forma, a quello di un papa, ma la stoffa e il colore n'erano affatto diversi. Intorno al collo aveva un fazzoletto bianco avvolto senza cura, indossava una breve cappa di sajo, e, ciò che più dava nell'occhio, eran due stivali grossi di bulgaro che gli passavano il ginocchio. Poteva parere nel suo complesso una foggia da cacciatore…. ma qualche cosa vi mancava per osser completa. Nè guardando al viso e alla corporatura del personaggio non vedevasi cosa che menomamente potesse acconciarsi ai costumi di un cacciatore. Esso cominciò a fissare l'Elia Corvino con quello stringere degli angoli delle occhiaie, proprio a tutti coloro che sono affetti da miopia; gli occhi che ogni tanto quasi scomparivano per quel lezio, erano eccessivamente piccoli in proporzione della faccia larga, grassa e paffuta. Tutto il corpo era notabilmente adiposo, e le mani grasse e pienotte anch'esse. Con tutto ciò, guardando a quel volto e a quella persona, c'era qualche cosa che, senza potersi nettamente definire, ingenerava un involontario senso di rispetto, anzi di soggezione, senso contro il quale, quantunque per brevissimi istanti, non potè star forte neppure il Corvino.
Dopo un breve silenzio, e quando appunto il Corvino stava per romperlo, il nuovo personaggio lo prevenne, e uscì in queste parole:
—Il Savelli e il Morone hanno parlato di voi a Sua Santità, ed è già da qualche giorno che il vostro nome sta sul suo libro dei ricordi. Egli sa che avete un progetto d'importanza da manifestargli e, a suo tempo, vi udrà egli stesso. In questo momento però vogliate manifestarlo a me, che sarà per essere la medesima cosa. Parlate dunque con libertà e non omettete parola. So già, intanto, che il vostro disegno ha per fine il miglior vantaggio della nostra cara patria; io starò dunque ad ascoltarvi con molto interesse.
Al Corvino crebbe la voglia di sapere chi fosse il personaggio al quale trovavasi in faccia, e intanto che lo stava esaminando parte a parte, e lo fisava in volto coll'immota attenzione dell'indagine;
—Io credo, rispose, con modi così franchi e dignitosi da parer uomo già da tempo avvezzo a vestir l'abito del diplomatico, io credo che l'Eccellente Morone avrà detto anche a vostra signoria in che press'a poco consisti il progetto mio?
—Me ne disse qualche cosa infatti; ma adesso desidero mi diciate voi tutto da capo.
—S'egli è così, porrò dunque da canto i preludj inutili.
—È quel che voglio.
—Comincierò quindi con dirvi, ch'io fui per qualche tempo in Perugia, e che vengo ora appunto da quella città.
—Va bene, e vi comprendo. Voi dunque avete veduto il Baglione?
—Non tanto lui, quanto le opere sue.
—E vi parvero?
—S'egli è vero che un tal uomo deve, finchè vive, pesare continuamente sul povero suo popolo, senza che nessuno provveda a purgare i tempi di una così atroce miseria, penso che la giustizia non c'è più nè in cielo nè in terra.
—Il cielo vorrà farla a suo tempo… in quanto alla terra, potreste aver ragione, ma…. continuate.
—Intanto che io moveva per quella città, e ad ogni canto vedeva i segni della più mostruosa oppressione, io pensava tra me come sarebbe utile, come anzi sarebbe santo il sottrarre una così bella città, ed anche un così buon popolo, dalla ferocia di questo vecchio tigre…. quand'anche fosse d'uopo dell'aperta violenza…. quand'anche fosse d'uopo passar sopra, chiudendo un occhio, su qualche patto internazionale…. Allora ho pensato al diritto delle genti….
—Al diritto delle genti? uscì allora a dire l'alto personaggio con significazione. È un banco d'arene molto incomodo il diritto delle genti, e molte volte rattenne la corsa veloce di più d'una barca…. Non parliamo del diritto delle genti….
—Ho dunque pensato che uno spirito forte, a suo luogo e tempo, dovrebbe anche saltarlo a piè pari. Il Baglione per non so qual patto è padrone di Perugia, questo è verissimo; pure non trovando in ragione una legge che stabilisca l'immobilità di un diritto avventizio a distruzione di un altro che vanti la sua origine dall'imparziale natura, penso che se fra i molti che hanno stato in Italia, e hanno virtù più valide di quanto sta scritto in una polverosa pergamena, vi fosse chi pensasse a togliere dal mondo una scandalosa ingiustizia che si cela sotto le larve del diritto; penso, dico, che colui si meriterebbe la benedizione di tutte le genti. Penserei poi che di tutti gli Stati, il solo cui spetterebbe un tal carico, sarebbe questo nel quale io sto….
—Voi parlate benissimo, e alle vostre ragioni difficilmente si potrebbero contrapporne altre migliori; pure non basta, non basterebbe nemmeno se anche il patto tra la Santa Sede e il signore di Perugia non esistesse.
—Io non comprendo.
—È presto detto ed è presto compreso. Questo sarebbe il caso di una guerra, e una guerra in questo momento è impossibile. Colui è ben forte in casa sua e, alzando la voce, ridesterebbe, fino a Napoli, gli echi di tutte le montagne degli Abruzzi, a provocare i latrati di quel centinajo di migliaja che ci ammorban l'aria di questo bel paese, peggio che quelle maladette Paludi Pontine. Una guerra…. in un'altra occasione, sarebbe presto fatta…. ma adesso abbiamo troppa carne a bollire, e per parecchi anni…. Abbiam Francia e Spagna, caro mio, che ci fa pensare e ci tien desti a mezzanotte…. Dunque, se i vostri scopi stanno qui…. mi rincresce a dirvelo…. ma per adesso converrà che il vostro bell'ingegno se ne stia inoperoso.
—Io non ho mai inteso di parlar di guerra; mi è troppo cara la pace. Vi dirò dunque che di tutto si potrebbe venire a capo senza rompere un sol momento il sonno de' popoli, basta che taluno sappia convenientemente spostare una sola pedina, e mettere sotto un piede, finchè dura l'urgenza quel benedetto diritto delle genti.
Il personaggio incognito si mise a sedere, e interruppe il Corvino, mostrando di avere a dir qualche cosa; si tacque però sul momento, e:
—Continuate, continuate pure con libertà, disse.
—Si parlò a lungo per l'Italia, e fu un plauso generale quando corse la voce che il carbonajo di Ripetta, coll'astuzia più che colla forza, seppe condurre in Roma il Grudio masnadiere, che fu poi decapitato, e da nessuno si pensò mai ch'ella fosse una violenza.
—Questo è vero.
—Dunque, tornando al Baglione, s'egli non è più scellerato del Grudio, non è migliore di certo, e se poi misuriamo la colpa in ragione del danno, crederei che tutti i misfatti di quanti briganti ha generato la Calabria non arriverebbero, sommati insieme, ad eguagliare i neri delitti di Giampaolo. Considerate perciò, che bel decreto della provvidenza sarebbe, se qualcheduno avesse l'astuzia del carbonajo di Ripetta, e la voglia di metterla in atto per lui.
—E vi sarebbe un tal uomo?
—Penso che vi sarebbe.
—E poi?
—Mi spiegherò in due parole: l'uomo va a Perugia, le vertenze tra la Santa Sede e il Baglione, siccome son molte, e intralciate e vecchie, così potrebbe sembrar ragionevole il desiderio di venire a un accomodamento. L'uomo dunque va a Perugia in qualità di commissario della Santa Sede…. V'hanno lacci per lepri, per volpi ed anche per tigri… d'uno di questi ultimi converrà far uso, e tosto si troverebbe il modo di condurre così il Baglione in Roma…. qui…. non ci sarà da pensarci due volte…. Il Castel Sant'Angelo ha veduto una popolazione di teste rotolare sul lastrico del secondo cortile, un'altra dunque non gli sarebbe di troppo; ecco tutto.
Il personaggio incognito, a queste parole, si alzò, e dopo aver dato di volta nella camera, lentamente e col capo basso, si fermò poi e piantossi in faccia all'Elia:
—E sareste voi quell'uomo?
—Io presterei l'opera mia.
L'altro tornò a passeggiar di nuovo, e di nuovo si fermò:
—Voi mi consigliate una giustizia, ed è una giustizia di fatto, ne sono convinto…. e se vi si concedesse un tal mandato, di nessun'altra cosa la mia coscienza sarebbe tranquilla, come di questa…. pure pel mondo potrebb'esser causa d'uno scandalo inaudito….
E qui s'interruppe, per soggiugnere poi subito:
—Basta, ci penseremo. È tal cosa alla quale converrà pensarci tre volte, non che una, e a lunghi intervalli l'una dall'altra, e interpelleremo chi si dovrà interpellare…. Non temo gli audaci partiti, disse poi, temo il mondo e i suoi giudizii…. Il mondo ha una foggia sua di valutare le cose, e persuaderlo è arduo, credetelo a me.
—Ci sarebbe poi da farvi un'altra giustizia, una giustizia privata, pure non meno santa della pubblica.
—Di che si tratterebbe?
—Sapete come tra il Baglione e il Bentivoglio, già signore di Bologna, abbian stretta una lega, primo pegno della quale fu il sacrifizio di quella sventurata figliuola del Bentivoglio, che da due anni è sposa del Baglione. Ella è la sesta moglie di questo infame uomo; le altre tutte morirono di violenza, come portò la fama. Che ragione di vita possa esser quella di costei accanto a così osceno e truce vecchio ognuno può immaginarselo. Intanto io so, ch'ella va consumandosi oncia oncia di crepacuore. È facile dunque a pensare quanto sarebbe meritoria l'opera di chi, facendole morire il marito, tenesse lei in vita e la difendesse contro una nuova violenza del padre!…
—Del caso di costei me ne fu già parlato, e mi dolse già che non si potesse far nulla per lei… pure codesta circostanza, per quanto minuta, potrebbe esser quella da rendere sufficiente la somma delle cause a farmi risolvere ad un passo; faremo dunque in modo che non mi abbia a doler più per lo innanzi…. Per ora basta così…. quando sarà tempo, avrete l'ordine di presentarvi alla Corte…. Adesso vi do licenza.
Ciò detto, senz'altre cerimonie, si ritrasse e scomparve dietro l'usciale, che subito si richiuse.
Il Corvino stato un poco sopra di sè pensando, chi mai esser potesse quel personaggio, fu interrotto ne' suoi pensieri dal servitore di camera che lo condusse fuori. A questo, nell'uscire, fu sollecito di dimandare chi era l'uomo col quale aveva parlato, ma non ne seppe altro, che il servitore disse che non gli poteva dir nulla, e lo avrebbe saputo poi.
Ora è molto probabile che anche il lettore, attraversata velocemente con noi la curva di questi due anni, desideri saper quel che sia avvenuto in codesto tempo, e da quali cagioni sieno scaturiti gli effetti di cui ha già intraveduto qualche cosa in barlume. È un fatto intanto, pur troppo incontrastabile, che la Ginevra Bentivoglio se ne sta a Perugia consorte di quel Baglione, sulla cui testa abbiamo potuto accorgerci che stia per crollare qualche ciglione di montagna. È un altro fatto che il Morone, entrato in sospetto di Francesco I e de' suoi Francesi, invece di accettare la carica di governatore statagli esibita, abbia stimato opportuno a sè ed al suo paese di emigrare e recarsi in Romagna; sappiamo…. molte altre cose sappiamo…. ma perciò appunto converrà aggiungere maggior luce al pallido barlume di queste notizie.
E qui correrebbe l'obbligo a noi di raccontare alla spiccia quanto è avvenuto, se alcune lettere del Palavicino medesimo, scritte sparsamente in que' due anni allo Sforza e al conte Galeazzo Mandello, non ci liberassero da questo officio.
Noi le riprodurremo qui, persuasi che il lettore, il quale di solito è assai mal prevenuto contro ai raccontatori, darà più fede al Palavicino, che scrive come gli vien dettando la condizione dell'animo suo, delle sue cose, di quelle del suo tempo, che a noi che viviamo tanto lontani da que' fatti.
LETTERA AL CONTE GALEAZZO MANDELLO.
Roma, 7 novembre 1515.
"Tu mi scrivi, che dopo tanto tempo i nostri Milanesi non si sono ancora stancati di vibrare su di me il micidiale veleno della calunnia, su di me che, per verità, mi pare d'avere tutti i diritti alla commiserazione dei miei concittadini. Tu stesso, sebbene mi ti professi sincero amico, e me lo dimostri col fatto, sembra tuttavia non sia in tutto persuaso della rettitudine dell'operar mio in quella sciagurata circostanza della battaglia, della fuga, della doppia fuga.
"Tu mi scrivi che gli accusatori si dividono in due schiere; la prima, di chi m'incolpa d'aver rapita a viva forza la sventurata figlia del Bentivoglio, e perciò non cessa di vituperarmi per aver tentato di gettar troppo disonore su quella virtuosissima creatura, nella quale accusa trovo il conforto almeno che tutti sappiano e gridino altamente la virtù intemerata di lei; la seconda, di coloro a' quali sembra assai giusto ch'io abbia tentato di rapire la Ginevra, per liberarla così dalle mani di quel tristo Giampaolo, ma che non si stancano di gridare contro di me, perchè l'abbia poi molto vilmente restituita, e lasciatomi intimorire dalle minacce; e pare che all'opinione di costoro tu, in qualche modo ti accosti; però trovo necessario raccontarti la cosa, com'io devo pure saperla, e comincierò dal dirti, che tanto l'un'accusa, che l'altra si riduce a non essere che una pretta falsità…. Io non l'ho rapita; io non l'ho restituita vilmente. L'Elia Corvino, che tu devi conoscere, e che prese ad amarmi perchè feci un po' di bene al fratel suo, fu quegli che condusse le cose in modo perch'io quella notte mi trovassi colla Ginevra senza saputa sua, e quasi, starei per dire, senza l'assoluta mia volontà. Tutta la mia colpa si riduce nel non aver consigliato alla Ginevra di ritornare fra le laide braccia del suo tristo marito, quando una combinazione che, a tutta prima, mi parve fosse protetta dai destini, me la mise d'accanto. E di questo non ti dirò altro, giacchè tu pure avresti fatto il medesimo, e trovi ragionevolissimo che un gentiluomo che ha dato la sua fede ad una fanciulla, che pure gli si è promessa, debba difenderla dall'attentato dei tristi, chè tali erano suo padre e suo marito, al quale per forza e inumanamente il primo la volle sagrificata. Quanto alla seconda accusa, trovo che un complesso di combinazioni fatali le hanno dato un certo fondamento; ma siccome a tutti, e a te, dev'essere ignota la parte secreta, e più efficace, e più orribile di quella storia, credo bene di rammentartela qui a brevissime parole.
"L'angoscia che in que' giorni del suo malaugurato matrimonio ebbe ad accasciare la complessione della Ginevra; lo sbattimento continuo dell'animo agitato da mille passioni, e tutte procellose, come puoi ben credere, lo sgomento che l'assalì in quella sera in cui ella ebbe a trovarsi nella medesima lettiga con me, la sua virtù che la teneva in un atrocissimo contrasto tra l'amore e il dovere, lavorarono di tanta forza sul già stanco suo corpo, che pervenuti al mio castello d'Aquanera in Lodigiana, guardatala in volto, ebbi a spaventarmi del quanto ella si fosse trasfigurata. Una violentissima febbre con brividi gelati l'era entrata addosso pochi momenti prima. Messa a letto, e confortata con panni caldi da quelle mie villeggiane, che le si misero attorno con molto amore, non diede alcun segno di miglioramento, che anzi le sconvolse il cervello un così violento delirio, che faceva pietà e ribrezzo a un punto. Io credeva tuttavia che in poche ore un sì repentino malore fosse per dar luogo; ma la mattina, trovatala peggio ridotta che mai, e tanto prostrata che pareva fosse per passare da un momento all'altro, io diedi in tale disperazione e in tali smanie, che avrei anteposte le pene dell'inferno a quell'insopportabile tormento che non mi lasciava aver requie; pure potei pensare che, smaniando così, non si veniva a capo di nulla, e che bisognava pure l'opera del medico in quel pericoloso momento, onde spedii di volo a Milano una lettera ad Elia stesso perchè mi cercasse l'Accurzio, medico, il più riputato della sua professione in Milano, come tutti sanno, e il più scellerato e ipocrita, come io so meglio di tutti, e come tu saprai fra poco. Verso la sera di quel dì stesso, impazientissimo d'indugio, perchè da questo poteva dipender la morte del maggior bene che avessi al mondo, vidi finalmente comparire una cavalcatura; ed era l'Accurzio infatto coll'uomo che aveva mandato a Milano e l'Elia Corvino. Questo, avendo letto nel foglio che gli aveva spedito, come fosse a mal termine la Ginevra, messosi in certa apprensione, per quel pericolo in sè stesso e pei maggiori che ne potevano scaturire, volle egli medesimo dirigere ogni mossa e, tenuto segreta ogni cosa all'Accurzio, quando me lo presentò, trattomi in disparte, mi disse com'io dovessi comportarmi seco lui, e che essendo uomo avarissimo e di poco cuore, badassi a caricarlo bene di fiorini e di scudi.
"L'Accurzio non sospettava di nessuna cosa e mi domandò chi mai fosse in pericolo della vita perchè fosse necessario l'intervento suo. Senza rispondere a quelle prime parole, cominciai a tocargli il guanto con un rotolo di scudi, poi, a poco a poco, gli palesai come fosse la cosa e di chi si trattasse, e come fosse mestieri di tenere il segreto. Dapprima mostrò di maravigliarsi molto, e mi parve a cert'atti, volesse quasi levarsi di tale intrigo; ma com'io durai un pezzo, quasi colle lagrime agli occhi, a scongiurarlo perchè non ci abbandonasse lei e me in quel durissimo punto, risposto che farebbe, mi seguì nella stanza dove giaceva mal condotta la povera Bentivoglio. Davvero, che a quel tristo, io non so in certi momenti negare la mia gratitudine, pensando che fa per le sue cure, s'ella potò ancora ritornare in vita; ben è vero che al prezzo che a lei la fece pagare, ed a me forse più che a lei, poteva bene pensare al modo di farci morire ambidue in una volta, che sarebbe stato per il meglio. Senti questo: venuto il sesto dì, e veduto com'ella si fosse riavuta, tanto che più non le occorresse l'opera sua, l'Accurzio disse, che gli bisognava recarsi a Milano, e che tosto sarebbe tornato il dì dopo. Io gli risposi facesse il suo comodo, e senza più, facendogli giurar mille volte che avrebbe custodito il segreto, e messogli nel pugno un altro rotolo di fiorini d'oro, di cui quel tristo mai non finì di rendermi grazie, allestitagli la cavalcatura, lo feci scortare a Milano.
"Il dì dopo, intorno alle ventidue, quando la Ginevra, riavuta del suo malore, passeggiava negli orti del castello in mezzo alle donne, ed io ero irresoluto fra mille pensieri intorno a quello che mi convenisse fare di poi, m'entra il famiglio in camera e mi dice che il castello è invaso da un cinquanta cavalleggieri del re, e con loro trovarsi un gentiluomo che altamente mi chiedeva. Il pensiero tosto mi corse a quel che era veramente, sudavo freddo; per mala sorte la Ginevra potè udire ogni cosa, e venutami appresso mi scongiurò non tentassi nulla a danno o del padre suo o del marito che si fosse, e risparmiassi me pure, perch'ella era in tutto disposta a ritornare col padre suo, col suo consorte, e che io poteva darle mille morti, non mai obbligarla però a convivere con me. Dette queste parole, disperata, mi si tolse dappresso, ed io seguitandola e trattenendola tuttavia non potei fare ch'ella non s'incontrasse col Bentivoglio. A' piedi suoi ella si gettò appena lo vide, e a mani giunte impetrando quella sventurata il suo perdono, lo pregò volesse condurla con lui che in quel luogo non avrebbe mai voluto rimanere. Il Bentivoglio, vedendo la figlia disposta a quel che egli voleva, non mostrò di fuori nessun'ira e, simulando anzi una certa pietà, come se egli credesse ben altro di quel che era di fatto, disse ch'ella ringraziasse Iddio il quale, avea provveduto a farla liberare dalle mie scellerate mani. Qui non ti saprei dire quel che sia corso tra me e il Bentivoglio, nè la millesima parte delle imprecazioni ch'io diedi alla sua spietata natura, nè le contumelie d'ogni sorta onde feci segno quella sua vituperosa vecchiezza, e certo non gli avrei mai più rilasciata la Ginevra, e mi sarei fatto fare in pezzi da que' suoi cinquanta cavalleggieri, piuttosto che abbandonarla in così vil modo; ma ella, fosse lo spavento dell'autorità paterna, fosse un resto d'amor figliale, fosse ira verso di me, che tante villanie avevo scagliate a suo padre, fosse… chi sa quante cose insieme le travolsero il cervello in quel punto…. il fatto è pure, ed io ne fremo e piango in ridirlo… ch'ella si alzò contro di me, con voce tremante e piagnolosa e iraconda, e protestò ch'ella voleva partirsi col padre, e ch'io mi guardassi dal farle violenza, che guai per me e per tutti. A tali parole mi cadde ogni virtù affatto, a me pareva di sognare, e chi mi avesse giurato che quella era ancora la mia Ginevra, per verità che non l'avrei creduto. Così senza parole, senza addio, senza lagrime, senza nessun segno, istupidito più che altro, io mi tolsi dalla sua presenza e lasciai fare. Quel che avvenne dopo, tutto il mondo lo sa… ed ella intanto è signora di Perugia. Dovevo io ritenerla per forza con me? l'avresti tu fatto? e ti par egli ancora ch'io sia stato un vile per essermi comportato così? S'ella avesse pianto…. s'ella avesse voluto ch'io la salvassi…. puoi bene esser certo che nè suo padre, nè quell'atroce marito suo non l'avrebbe riavuta mai più, e piuttosto l'avrei uccisa… ma così… ella comandò che fosse diversamente, ed io dovetti obbedirla; del resto poi non so…. eppure ella mi amava!!!….
"In quanto all'Accurzio, l'Elia Corvino scoprì poi quel che aveva fatto quel tristo, sperando non so quali emolumenti dalla Francia, e sapendo come il Bentivoglio fosse amicissimo del governatore e de' più distinti baroni, a gratificarselo, gli manifestò i segreti sul quale tanto solennemente aveva giurato il silenzio e gli diede i mezzi a venire sulle traccie della Ginevra… Non so se i miei destini lo faranno comparire quell'infame un'altra volta innanzi a me… Ma se mai ci venisse… puoi esser certo più che di qualunque altra cosa del mondo, che non lo potrà un'altra volta…. Del resto… chi sa! potrebbe ancora avermi fatto male in fin di bene, e, pinzocchero qual'era, è probabile che abbia consultato il senno di qualche nostro arciprete prima di rovinar me e lei in quell'atrocissimo modo… pure, guardando le cose da un diverso punto… parrebbe aver egli operato da assennato e da santo, e noi esser stati travolti dalla vertigine della colpa….
"Adesso dunque che tu sai le cose com'elle sono, e punto per punto, fa in modo, io ti prego di porre un argine a tutto questo flusso di calunnie e dicerie che vengono ad accumularsi sul mio capo, e procura sovratutto che continui a durare intemerata la fama della virtù della Ginevra; addio".
ALLO STESSO.
Roma 18 marzo 1510.
"S'io ti avessi a dire con parole la centesima parte della gratitudine ch'io ho a professare a te e a quel povero Elia, che sostentando con sì difficile e pericolosa fatica la sua vita, trova pure il tempo da provvedere all'altrui vantaggio, davvero che non ci riuscirei, per quanto io mi sforzassi. Fino dal dicembre dell'anno ora trascorso, ho passate più settimane temendo ogni dì sentir pubblicata la confisca di tutti i mei beni, e mi son martellato il cervello per vedere se ci fosse modo di riparare a tanta rovina… pure, accorgendomi che non era mezzo di scansar quella procella, se avesse voluto piombarmi addosso, non ci pensai altro, e mi parve alla fine che il temporale fosse al tutto passato. Però l'ultima tua mi recò grandissimo stupore insieme a molto sdegno e a grandissima consolazione ancora, la quale, per dirti il vero, mi ha vinto al punto, che piansi di riconoscenza per te e per quel povero Elia. Io non so comprendere come a colui, per quanto sia destro ed acuto il suo ingegno, sia riuscito di far risultare al fisco come della maggior parte de' miei beni io abbia fatta la cessione a te per vendita regolare. Vorrei che in un'altra tua mi spiegasse com'egli abbia potuto far questo, che ancora non mi par vero. In quanto ai pozzi di sale ch'io possedevo, ed ai boschi, devo dirti che non m'importa gran fatto siano caduti in bocca del fisco, perchè in questi ultimi anni non mi rendevano più che tanto, onde assai poco ci ho perduto. I trentamila fiorini d'oro che m'hai spediti non potevano giungermi più a tempo, che già le strettezze minacciavano di farmi ancora più miserabile di quello che di solito io sono. Tornando all'Elia, al miglior stato del quale è obbligo mio il provvedere da questo momento in poi, perchè troppo mi dorrebbe se tosto o tardi, dando nella rete, scontasse duramente tutte in una volta, nelle prigioni del Capitano di Giustizia, quelle azioni certamente vituperevoli a cui lo hanno guidato e la sua miserabile condizione e la natura del suo ingegno assai più che del suo cuore, che fuor d'ogni dubbio è nobilissimo, io ti prego a torlo giù da quella qualunque altra trappola che per avventura avesse già caricata, e dargli denari e mezzi perch'egli mi possa raggiungere qui in Roma, dove io spero poter trovargli un impiego molto acconcio alle sue cognizioni ed al suo scaltro ingegno. Mi pare ch'ei potrebbe versare in una sfera molto più nobile di quella che fin'ora il tenne occupato. Assai pochi di questi segretari di cardinali a' quali è affidata la manipolazione della cosa pubblica, la quale quanto sia sterminata e intricata e ardua è troppo facile ad immaginarsi in questi disastrosi tempi, non mi pare, stando a quelli che io son venuto tentando ci sia quell'ingegno che abbisogna. Tutti questi feudatari della Romagna che al santo padre danno un bel pensare da mattina a sera, e che sono tali furfanti da condurre chicchessia a perdizione, avrebbero bisogno di taluno che li traesse nel laccio, giocando di acutezza più che d'altro. Colui che in piccolo teatro e in talune condizioni è furfante, trasportato in altro campo è un grand'uomo. Non è cosa affatto nuova, e tu lo sai meglio di me, perciò mandami l'Elia Corvino, che in ogni modo ne caveremo qualcosa… D'altra parte, se non lavorerà per Roma, lavorerà per Milano, e se adesso non c'è nulla, e ci è forza lo stare imboscati ad attendere l'occasione, egli saprà far qualche cosa di buono…. Il Morone non dà segno di vita e non so quello che sarà per fare…. Si parla qui del posto di governatore, al quale Francesco lo ha eletto…. ne fu parlato anzi da Leone medesimo. È un gran peccato che questo magnifico pontefice abbia troppo amore alla poesia latina ed ai poeti in generale, e alla pittura, e alla musica. Io pure qualche volta deliro per queste arti; ma in tanta farragine di cose più importanti, e in tanto pericolo della patria comune, si pensa troppo a quelle gentilezze della vita.—In questa Roma intanto v'è un flusso e riflusso continuo di popolazione che romoreggia da mattina a sera; tutti i fiumi degli Stati d'Europa mandano qui i loro rigagnoli, tutte le razze del globo spiegano qui le loro fisionomie. Intanto l'oro, con vena sì larga come se venisse dall'Oceano, sgorga dal Vaticano, e tutto il popolo ci sguazza e vi si abbevera. La fragorosa voluttà del momento non lascia pensare a quel che sarà per succedere del patrimonio di San Pietro; e il Medici, che vede pure molto lontano spesse volte, quantunque sia miope, mi par bene che qui sia cieco. Me ne duole perchè forti bisogni mi stringon da tutta parte; me ne duole perchè Leone potrebb'essere davvero un leone. Ma i poeti, i citaredi, i dialettici, i buffoni gli fanno consumare troppa parte del dì. A quest'ora io solo avrò udito più di un centinaio d'improvvisatori. Di poeti, e verseggiatori in tutte le lingue, ve ne sono qui a migliaia; v'è una quantità innumerevole di rettorici, e più di dieci elefanti. Se io ti dicessi l'oro, l'argento, le gemme, le perle che di giorno fan specchio al sole, di notte alle fiamme, t'indurrei a credere sia stato saccheggiato il mar Rosso, sviscerate le miniere: e mentre l'onda dell'oro, come la gran cascata di Tivoli, si versa dal Vaticano, tutti i patrizi di qui fanno a gara a chi più ne rigurgita dalla loro sorgente, di men larga bocca.
Però bisogna confessare che Roma ti sembra veramente la regina del mondo; e, a voler star paghi del momento che passa, è uno spettacolo di cui è facile compiacersi, il veder risorta a pieno l'antica sua grandezza.
Scrivi presto, e fa in modo che l'Elia medesimo mi rechi la tua.
LETTERA A FRANCESCO SFORZA.
Roma, 9 ottobre 1516.
Il conte Maldengo, segretario dell'ambasciatore d'Alemagna, mi portò stamattina la vostra lettera. In quest'anno dunque è il primo di oggi che nell'animo mio amareggiato spesso, attediato sempre, entrò uno schietto conforto. Davvero che quella lettera fu un grave rimprovero per me che in questi due anni non ho mai saputo trovare il modo di prevenire l'E. V. Ma io non sapevo a quanti piedi d'acqua si stesse veramente alla Corte di Massimiliano d'Austria, per quanto il medesimo protegga apertamente la vostra e la causa di noi tutti, e non sapevo con che cifra si avessero a vergar le lettere da spedirsi colà…. e a rompere quest'ingrato silenzio aspettavo appunto un'occasione di schiarirmi di tutto. Che poi quest'occasione mi fosse esibita da voi, che il primo vi degnaste a darmi un attestato del vostro attaccamento, è quanto per verità avrei ben potuto desiderare, non però nè sperare, nè pretendere.
"Ti ringrazio (perdona se ritorno ai modi della dimestichezza antica) ti ringrazio dell'avermi palesata la più interna condizione dell'animo tuo; e d'avermi con sì generose proteste, parlato di te, del tuo paese, de' tuoi concittadini e di me. Mi sento però in obbligo di retificare alcune tue idee intorno al tuo stato presente.
"Mi scrivi che oramai non ti basta più l'animo di continuare in quella vita inerte alla quale sei costretto da un lungo anno, che non puoi sopportare l'idea che l'universale opinione abbia a condannare la ragione del tuo vivere attuale. Che però o in un modo o nell'altro ti sei deliberato di uscire di tanta ignominia, e di tentare la sorte comunque sia per esser destra od avversa. Io ho la tua medesima età e lo stesso calore del tuo sangue, ma sono più vicino ai fatti, e penso che quelle tue proteste se sono generose, sono però indebite. La tua virtù sta ora appunto nel sopportare tutta la noia di una vita inerte, nel far violenza agli impeti dell'animo tuo; nel frenare i fremiti dello sdegno, per quanto ei sia generoso. Il tuo coraggio sta nel porti appunto tutto solo contro alle punte della pubblica opinione; nel maturare dentro al lievito ingrato della passeggera calunnia, le azioni che poi ti alzeranno a perpetua ed inconcussa fama. Tanto è virtù in te il far nulla adesso, e il pensare alla tua conservazione, e al corroborare la tua salute fisica e la tua forza morale, quanta sarebbe in me il tentar tutto se l'occasione il portasse, e il mettere la mia vita a qualunque pericolo che comandasse la necessità. Se io cado, un altro, moltissimi altri, possono occupare il mio posto, e nulla v'ha di perduto ancora; me se avventurassi la tua vita in questo momento, saresti reo di aver messo all'azzardo il bene, del tuo paese e de' tuoi concittadini; se tu muori, tutto è finito; nella tua vita, nella tua esistenza è riposta ogni speranza; a te l'inerzia è dovere, come a me l'azione. Quando i fatti avranno risposto ai desiderj, quando le nostre mani ti avranno ricollocato nella tua città, allora ci scambieremo il carico: a te sarà indispensabile l'operosità continua, a me potrebb'essere perdonata anche l'inerzia. Per ora dunque abbi fede e speranza, e non ti dar cura del resto, e pensa che, nel frenare gl'impeti generosi della bollente tua gioventù, nel rattenere questa tua medesima virtù, c'è una virtù molto più alta e solenne perchè molto più difficile. Frattanto a noi pure ci conviene star qui attendendo; ma ho fede ne' destini che qualcosa ci abbiano a recar presto di nuovo. Il Morone, del quale pare che tu muova alcun dubbio nella tua lettera, e di cui per tutta Italia si bisbigliava, s'è finalmente rivelato quale e quant'è; e fingendo recarsi a Bressy per occuparvi il posto di governatore, a cui Francesco avealo eletto, uscì invece del Milanese e, fra qualche giorno, sarà qui in Roma egli stesso. Dopo un anno e più che il conte Galeazzo Mandello non dava più sentore di vita, gettato come s'era, a corpo perduto nella sua voluttuosa e viziosa indolenza, a un tratto, non richiesto, mi manda sue notizie, e, quel che più fa maravigliare, notizie della sua città, de' suoi concittadini, de' suoi colleghi, de' Francesi e del governatore. In quanto a lui ebbe a lottare due mesi, con pericolo presentissimo di morte, contro ad un malor fisico, che forse il guarì dalla sua torpedine morale. Mi scrive talune cose che, a tutta prima, sembrano involute di pazzia, ma che in sè stesse racchiudono molta verità, e pare siasi, in qualche giorno di molta alacrità mentale, occupato delle cose del suo paese, quasi fosse lui al timone dello Stato. "Al tempo di Lodovico, scrive, il nostro buon popolo sommava a duecentomila, ora siamo centottanta, e così continuando le cose, la nostra città si vuoterà in breve; così si vuotasse del tutto, che penseremmo allora a riempirla. I nostri cari patrizj che per ora non faccio mai degni de' miei saluti, e molto meno delle mie parole, accarezzati da certi cani che usano la volpe, accarezzano di rimando, consumano l'entrate nel correre e ripercorrere la strada da Milano a Parigi, nello sfoggiare alla corte di quel re spadaccino, di cui vorrei bene sperimentare il valore, che certo farei pianger Francia e ridere Italia. Le loro rendite che il nostro villano gli guadagna, si dilettano a scompartirle fra i parisiani. I loro concittadini, che per tanto tempo e così bene li calzarono e li vestirono, ora avrebbero a morir di fame se stesser qui. Ma non ci stanno per lor buona fortuna e per la rovina del loro paese, ed emigrano; e Parigi, continuando ad ingoiar scudi, ingrassa e fa pancia. A tutti questi malanni, ne vien uno di costa, che è il peggiore di tutti, ed è che il Borbone governatore è uomo eccellente, d'ottimo cuore e di gentili maniere; così a' patrizi è dato a rosicchiare qualche osso midolloso, e il loro capogiro continua. Che util cosa sarebbe che la fortuna mandasse tra noi qualche novello Busiride e, se fosse possibile, qualche cosa di peggio! Il cancro è spiegato; senza ferro e senza fuoco non si fa nulla. Non è che per il nostro meglio, che io desidero che un flagello spietato sollevi la nostra cute. I patrizj ritroverebbero allora il loro buon senso che hanno smarrito per via; la sventura è madre di sapienza, ed io la invoco." Questo mi scrive, il conte, insieme a molte altre cose su quest'andare, per cui mi sembra che quest'uomo, il quale non si diletta che di guardare e di non far nulla, sarà per far molto a suo tempo. Intanto il pontefice, che s'era acconciato a far buon viso a Francesco, pare ne sia adesso profondamente pentito. I Bentivoglio s'affannano a muover passioni ed ire, per suscitare qualche vespaio contro il santo padre, e si ha qui per certo che la Francia dà loro buonissime speranze. E se coloro i quali già furono spodestati si fanno lecito di rialzare la cresta, tanto più quelli che si senton forti de' loro possessi e delle loro armi. Se c'è un pensiero che dia molestia a Leone, egli è questo fuor di dubbio; e siccome per talune parole ch'egli medesimo si degnò rivolgermi, in occasione ch'io fui alla Malliana sua villa, mi parve si disponesse a gettarsi in quest'impresa a tutt'uomo e con tutte le forze e tutta l'autorità sua, così spero bene anche per noi… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il resto di quella lettera, toccando cose inutili al fatto nostro, crediamo bene di ommetterlo; piuttosto riporteremo un frammento che abbiamo trovato fra le carte del Palavicino, il quale parla di una corsa da lui fatta al lago Trasimeno, e del suo incontro colla signora di Perugia, vogliam dire colla Ginevra. Non sapremmo se questo sia un frammento di altra lettera, o sien piuttosto pensieri staccati ch'egli buttasse sulla carta, a sfogo della sua passione, più che per altro. Del resto è cosa piuttosto indifferente; e a qualunque uso abbia poi servito quel brano di scrittura, a noi torna assai comodo il poterlo riportar qui… con qualche cambiamento di sintassi e d'ortografia, s'intende, come abbiam praticato coll'altre lettere…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
"È corso un anno e sei giorni, da che ella fu divisa da me per forza… tengo conto dei giorni, tengo conto delle ore, tanto quel fatto mi sta sull'animo continuamente… e un mese fa la rividi…
Chi lo avrebbe sperato… e insieme… chi avrebbe mai creduto ch'io
mi sarei rimasto peggio contento che mai dopo averla riveduta?…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pure è tenace ancora la persuasione in me che il destino espressamente mi additasse colei per un fine ben più alto che la sola corrispondenza d'amore non sarebbe… se mai fosse questa un'illusione, mi giova assai, od io farò di perpetuarla.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
"L'irresistibile bisogno di rivederla anche una volta, facendomi por da canto qualunque pensiero di pericolo, mi spinse un dì sino a Perugia e al Trasimeno, e non so in qual altro assai più lontano e più difficil luogo non mi avrebbe sospinto. Seppi ch'ella usciva qualche volta sul lago, e sempre in compagnia del truce e osceno vecchio. In tale orribile condizione io doveva rivederla, pure io mi condannai da me stesso a quell'insopportabile supplizio. Era una mattina, da quel solitario lago era scomparsa ogni barca di pescatore, chè quando usciva il Baglione col suo seguito scompariva ognuno, tanto era il timore che si aveva d'incontrarsi in lui, tanta era la cura di scansarlo. A tal uomo io doveva dunque veder d'accanto la donna dell'anima mia… contuttociò dal luogo ov'io stava nascosto con un'ansia insolita attendevo che spuntasse la vela della barca ov'ella trovavasi… L'ho scorta da lontano… Con un tremito generale del corpo la stetti osservando che s'accostava d'onda in onda alla mia volta… Il cuore mi scoppiava… finalmente mi fu presso; erano sei barche, quella del Baglione veniva la prima… A stento potei guardare di sotto al baldacchino di broccato d'argento che rifrangeva i raggi del sole. Il truce e squallido signore se ne stava sdrajato su de' cuscini, e la Bentivoglio gli stava seduta presso…. Che momento fu quello!… Il sangue mi corse alla testa velandomi gli occhi, e fui a un punto di gettarmi di slancio in quella barca e a viva forza prendendo e stringendo a me quel corpo divino della Ginevra, con lei precipitarmi nel lago e finirla, e affogar seco in un fascio, chè altra via non c'era. L'orrenda tentazione mi venne… la vertigine mi avea preso; ma la corsa della barca che, investita dal vento, fuggiva come saetta dinanzi a me, potè impedirmi, ed ora ne ringrazio Iddio. Non pensavo, in quel punto, che della vita mia non mi era lecito disporre, chè ad altro oggetto io l'avevo consacrato col giuramento dell'anima mia…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
"E supplico Iddio che a quest'unico oggetto non mi faccia mai anteporre altra cosa del mondo, e dell'alito suo sempre mantenga viva in me la necessaria fermezza… La vita mi si rivela spesso da mille facce, e quand'una a sè irresistibilmente mi attrae dall'altra, di necessità, io sento dilungarmi… Purtroppo tutte le passioni dell'uomo vanno agitandosi in me, e insieme allo sgomento che in me produce talora il difficile posto a cui mi son messo, e pel quale altri mi crede adatto, uno strano timore mi assale, che il mondo seco non mi tragga con impeto molto maggiore che non sia la forza mia per superarlo. Io sono una creatura fragile… ed è bisogno ch'io mi convinca di ciò, chè così la spensierata fiducia non avrà a farmi cadere nella mia corsa.
"L'altro dì manifestava l'animo mio a tale che se ne vive solitario fuori di Roma… uomo fatto savio dalla dura scuola dell'esperienza… gli toccai della Ginevra e del pericolo che per lei io avessi a deviare dal mio vero cammino; ma colui mi confortò fermandomi nel concetto mio, che il destino avesse unito noi due espressamente… uniti nello scopo, se non nella vita… È fama che dei casi della Ginevra il santo padre sia stato commosso, però è a sperarsi che per lei s'induca finalmente a far quello che già aveva nell'animo… di spodestare Giampaolo. Se ciò fosse mai per essere, la Providenza ci avrebbe dunque uniti allora appunto quando ci separò. Per la Ginevra cade il Baglione, e con lui che è il più duro ceppo, tutti gli altri tiranni della Romagna… Per la caduta di costoro alla Francia mancherebbero ajuti, e sarebbe allora agevole il mezzo di farla sloggiare da Lombardia… ma Dio sa cosa cova in seno al futuro… e più che d'altri io ho sospetto di me medesimo e della mia giovinezza e del fervido senso il quale minaccia dappresso la mia prudenza… in questa Roma segnatamente… in questa viva luce… fra questa calma d'un popolo che i gaudi incessantemente rapiscon seco.