CAPITOLO XIX
In un giorno del dicembre di quell'anno, nell'ora che, sparecchiate le mense, i numerosi commensali della duchessa Elena recavansi nella sala dove servivasi l'Alicante e il Lagrima Christi, il marchese Palavicino che, com'era indispensabile, trovavasi tra quelli, fu chiamato in disparte da un servo, il quale gli disse attenderlo un uomo in una delle anticamere, e avere una lettera da consegnargli. Il Palavicino tosto si mosse, e veduto l'uomo e ricevuta la lettera, lo richiese da chi era mandato.
—Io vengo da Milano, illustrissimo, e son qui di passaggio per Napoli. Questa lettera mi fu data a consegnarvi da un uomo di camera della contessa vostra madre.
Il Palavicino subito aprì allora la lettera e la scorse di volo. L'uomo che lo stava guardando, si accorse che gli si cangiò il colore del volto.
—Quando il servo ti consegnò questa lettera, gli chiese poi Manfredo con voce manifestamente alterata e tremante, non ti ha detto nulla di più particolare intorno alla contessa?
—Nulla mi fu detto, illustrissimo signor marchese. Il mio mestiere è quello del procaccia e di trasportare le mercanzie di Lombardia a Napoli. Io sono assai noto in Milano, e venne da me un uomo che mi si diede a conoscere per servo della contessa, raccomandandomi consegnassi a voi il più segretamente che fosse possibile una tal lettera, e mi guardassi dal palesare ad altri ch'io era mandato a voi. Ecco tutto; del resto non so nulla.
—Quando sarete per ritornare a Milano, buon uomo?
—Non so se mai ci tornerò, caro signore, il commercio lombardo è così rifinito a Milano, e ridotto a così deplorabile condizione, ch'ella è già questa la terza volta che ci rimetto del mio viaggiando. D'or innanzi le mie gite saranno tra Venezia e Napoli; Milano è un cadavere ormai, e non è più a cavarne un costrutto.
Il Palavicino non rispose, diede a quell'uomo un fiorino e lo licenziò. Come si trovò solo, tutto conturbato, rilesse la lettera.
"Illustrissimo signor marchese, diceva quel foglio, la contessa madre vostra è da due mesi in così pessimo stato di salute, che si teme forte non ci abbia a mancare da un giorno all'altro. I continui patimenti l'hanno condotta a così mal punto, ed ora è abbandonata da tutti. Chi scrive sente il rimorso d'affliggervi in sì cruda maniera, ma lo fa per esortarvi a venir di volo a Milano, a vederla un momento. Ella non fa che nominar voi a tutte le ore, e la disperazione di non avervi a rivedere mai più, è quella che più che altro le va limando la sventurata sua vita; se voi foste qui, non sarebbe forse perduta ogni speranza. Affrettatevi dunque per amore della sventurata madre vostra che va consumandosi di giorno in giorno per voi. Affrettatevi, se avete qualche pietà di figlio, e a questa vogliate posporre qualunque timore che possiate avere del Lautrec, di cui non vi sarà difficile scansare la collera."
Quella seconda lettura fece sul Palavicino una impressione assai più forte della prima. Un angore amarissimo lo vinse di tanta forza, che diede in lagrime, e gli entrò nell'animo un tal rimorso di non avere abbastanza pensato a quella povera sua madre, che più non sapeva darsi pace.
—Tristo, diceva tra sè, ed io poteva star qui in mezzo alle feste, mentre quella donna sventurata è in così orrenda condizione per me. E avrei ben dovuto pensare che un tal punto era inevitabile…. e avrei avuto a condurla qui con me, quale assai volte me ne venne il pensiero…. e lo avrei potuto…. Tristo dunque se non l'ho fatto! Io non saprò mai più darmene pace, mai più,
E cacciandosi le mani tra' capegli, a gran passi misurava la camera.
La duchessa Elena intanto che, non vedendolo tra gli altri, aveva chiesto al servo che era venuto a domandarlo, dove era desso, impaziente del molto tempo trascorso senza vederlo a ritornare, uscì delle sale e venne in traccia di lui. Quando, entrata nella camera dov'egli passeggiava in tanto disordine, s'accorse del quanto egli era stravolto e contraffatto, tutta spaventata gli domandò che fosse….
Il Palavicino a tutta prima non rispose, poi diede a leggere il foglio alla duchessa.
—O povera sventurata, disse questa tutta impietosita, letta che l'ebbe; e così, Manfredo?
—E così partirò stanotte; fra un'ora partirò; non è tempo da perdere, neppure un momento!
E tirato a furia la corda di una campana, chiamò un servo.
—Va, gli disse, come questo si mostrò, va alla mia casa; di al fante che inselli sull'istante due cavalli, e venga qui tosto e si disponga anch'esso a viaggiar con me stanotte verso Milano…. Va e fa presto, per carità, non por tempo in mezzo!
—Manfredo, disse allora con impeto la duchessa, accennando al servo di fermarsi, e assai conturbata; Manfredo, voi precipitate le cose! sapete pure se voi siete in condizione di rimettere il piede in Milano. Voi siete perduto se vi ci recate, inevitabilmente perduto! Ci andrei io stessa piuttosto; io stessa ci andrei, anzichè permettere che corriate voi stesso nelle insidie di colui….
—E mia madre, Elena, e mia madre? Oh se mi verrà fatto di poterle dare questa suprema consolazione, io potrò bene morir dopo, e lodarne Iddio se fu per una sì pietosa causa!…. Oh no, no, io non ci penso ai pericoli…. Venga il Lautrec, mi strazj con mille tormenti il Lautrec, ma voglio vedere mia madre; vederla una volta, una volta almeno quella povera, miserissima donna, e morire! Sì, morire, che sarà per il meglio.
—E noi, Manfredo, ed io?…. disse Elena allora, con un accento particolarissimo, e con un suono di voce da muovere il pianto.
Manfredo ne fu scosso, e guardatala a lungo….
—Ahi, maledetto!! proruppe…. pure bisogna ch'io parta, bisogna ch'io parta! Temerei di offender Dio, dispererei del suo perdono, non avrei mai più pace, mai più, per tutta la mia vita, se potessi dimenticarmi di mia madre…. Per carità, Elena, per carità, s'egli è vero che voi avete alcun amore per me, esortatemi anzi a partire di subito! Mi sarete ancora più cara; più cara che ad uomo non sia stata mai donna di questo mondo.
—Va dunque, va, disse poi tosto al servo, ch'era impacciato assai di trovarsi presente a quella scena, va e fa quel che ti ho detto; che tra un'ora sia qui il fante e i cavalli; va, che si è perduto già troppo tempo.
Il servo partì.
Ci fu qualche momento di silenzio. La duchessa diede anch'essa di volta per la camera agitatissima, poi si gettò a sedere su d'una di quelle cassapanche che stanno nelle anticamere. Non sapeva più quel che si facesse nè quel che si pensasse. D'improvviso, come se le venisse una speranza:
—Avete fatto leggere la lettera al Morone? domandò al Manfredo.
—Egli non sa nulla.
—Convien pure ch'egli lo sappia, Manfredo. Lo chiamerò.
—Non fate, duchessa, non fate. Egli sarebbe ostinato a non lasciarmi partire, ed io non potrei obbedirlo. No, non fate; gli direte voi ogni cosa quando sarò partito.
—Sarebbe malissimo fatto il comportarsi di tal modo, io lo chiamo; e domandato un servo:
—Andate nelle sale, dite all'illustrissimo Morone che venga qui. Aspettate; fatelo passare nel mio gabinetto…. Manfredo, disse poi a lui rivolta; andiamo. Non è conveniente lo star qui, potrebbe venir gente, e i servi vanno e vengono di continuo, andiamo.
E il Manfredo, più sbalordito che altro, la seguì nel di lei gabinetto. Un momento dopo v'entrò anche il Morone, che, accorgendosi della commozione dipinta sul volto d'ambedue:
—Che c'è egli di così grave? domandò.
—Oh Dio!! Dategli la lettera Manfredo.
Questi senza parlare, gliela consegnò.
Intanto che il Morone leggeva, Manfredo continuava a passeggiare per camera.
—E così? disse il Morone quand'ebbe finito di leggere.
—E così, rispose la duchessa, costui ha fermo di partire questa notte medesima, ed ha già dato gli ordini perchè s'insellino i cavalli. Pensate voi s'egli non è un correre incontro alla propria rovina.
—Egli non ci andrà, disse allora il Morone con molta pacatezza e gravità, egli sa bene che la sua vita è preziosa, preziosissima, non tanto per lei stessa quanto per il suo paese, egli lo sa meglio di me; egli anzi lo ha detto a me più volte. Se in questo momento ei si recasse a Milano e giocasse la sua vita così, tradirebbe la causa per la quale ha fatto tanto frequenti e tanto solenni promesse; egli non partirà, ne sono certissimo.
Manfredo, intanto che il Morone profferiva queste parole, lo stava guardando attonito, ed era pallido come un morto. Dopo qualche momento cambiò atteggiamento, e guardando il Morone come uomo che stia supplicando un suo superiore, e con voce quasi piangente:
—Sentite, Morone, io vi supplico come non ho mai supplicato nessuno al mondo, io vi scongiuro come si scongiura la croce nei più gravi travagli della vita; lasciate che io vada a Milano, si tratta di mia madre; voi l'avete conosciuta quell'infelice; voi sapete quanto abbia dovuto soffrire per me. Sovvengavi poi, oh! vi sovvenga, che fu un tempo nel quale avete amata quell'angelica e dolce creatura di un ardentissimo amore; voi eravate ben giovane ed ella ancor fanciulla. Vi muova dunque a pietà la rimembranza di quegli anni lontani, non voler dunque permettere ch'ella abbia a morir disperata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qui il labbro gli tremò per l'eccessiva commozione, il giovine volto tutto gli s'inondò di lagrime, e tacque.
Elena proruppe anch'essa in lagrime allora, e il Morone non potè più dominarsi.
Fu un lugubre silenzio di qualche minuto.
—Io compiango la madre tua, uscì poi a dire, dopo qualche momento il Morone, ne provo quella pietà medesima che tu ne provi, e sa Iddio com'io vorrei che tu potessi andar tosto a confortarla, ma una fatale necessità te lo proibisce. A te pesa di sembrar sconoscente, di sembrar spietato… pure, questo sacrifizio istesso che tu fai del tuo sviscerato amor figliale, che ti fa piangere con queste così sante lagrime, parrà assai più generoso e più solenne a coloro che penseranno perchè lo hai tu fatto. I tempi, i fatti sono maturi, l'occasione di operare è assai presta, e a te verrà dato il primo carico; se tu vai a Milano, è impossibile al tutto che non cada in un'insidia, e che sarà per succederne allora? tua madre morrà ben più disperata, pensando ch'ella stessa fu causa della tua rovina e della rovina del paese tuo, il quale aveva riposta ogni fiducia in te. E tu pensa come, morendo condannato, insieme al crepacuore dell'inesorabile tua sventura, ti morderà la vergogna della tua debolezza; conchiudi dunque, Manfredo, che ti è forza rimanere. A tua madre scriverò io stesso; ella ha tal mente e cuore che ti vorrà amare di più quando sappia la tua risoluzione; coraggio, Manfredo, a noi più che a nessun altro è necessaria la fermezza.
In questa entrò il servo.
—È qui il vostro fante, illustrissimo signor marchese.
—Son qui i cavalli? domandò questi infiammandosi in viso, e guardando il Morone alla sfuggita.
—No, illustrissimo. Ma lui dice che, dovendosi viaggiare verso Lombardia, gli bisogna maggior tempo per i preparativi; siamo in dicembre, e lassù vorrà essere un rigido inverno..
—Bene, verrò io, di' che mi aspetti; e qui rivoltosi al Morone:
—Se non tenterò, disse; se non tenterò ogni mezzo per iscansare tutti i pericoli possibili, allora potrò essere colpevole d'avere in qualche modo tradito la causa alla quale mi son dedicato, ma starò sulle ali per isfuggire ogni insidia, ve ne do parola; or dunque lasciate ch'io vada, e vogliate voi medesimo darmi i felici auguri.
—Tu vai incontro alla tua rovina, codesto è l'augurio che ti posso dare; pure se tu ti ostini a voler queste, io non sarò già quello che ti trattenga per forza, tanto più ch'io m'avvedo adesso che tu sei ben altro da quello che ti ho stimato fin qui. Ho creduto che l'animo tuo fosse di ben altra tempra; per questo avevo messo l'occhio su di te. Ora gravemente mi pesa d'essermi così ingannato, e d'essere costretto a rivolgermi ad altri, quando credevo fosse giunto il momento di poter valermi di te; però puoi andar, nè io aggiungerò altre parole per dissuaderti.
Questo discorso mise il Palavicino in un imbarazzo assai più terribile di prima. Tornò a passeggiare su e giù per la camera inquietissimo, guardava or l'uno or l'altra, pareva gli ardesse il pavimento sotto a' piedi; il Servo intanto aspettava, il Morone e la duchessa tacevano.
A un tratto il Palavicino si fermò, parve assumere l'apparenza di un uomo che tenti spiccare il salto da un precipizio, gridò:—Io vado,—e si gettò a furia fuori del gabinetto. La duchessa si mosse di slancio sui passi suoi, chiamandolo altamente per nome; ma il Palavicino, afferrato il fante per un braccio, saltelloni gli fece discendere la scala, e uscì con lui rapidissimo dal palazzo di Marco Aurelio. Il Morone non si mosse, e non parlò.
Recatosi al suo alloggio, il Palavicino dispose le cose sue pel viaggio, a que' tempi lungo e disastrosissimo. Stabilì di condurre con sè due uomini a cavallo, che avrebbe poi lasciati molte miglia fuori di Milano per non fermare l'attenzione altrui. Sotto ai panni vestì una maglia di ferro intera, e caricò i cavalli di gravissime pelliccie, tanto per sè che pei servi. Così verso le quattr'ore di notte potè uscire di porta Belisario, e si mise in cammino, punto da un certo rimorso per essersi licenziato a quel modo dalla duchessa Elena e dal Morone.
L'inverno essendo di solito assai clemente a Roma, e in quell'anno segnatamente, camminò senza noje quella notte per un bel tratto di paese, sotto a un cielo tutto stellato, rinfrescato da uno spirare continuo di una brezza che metteva una tal quale alacrità nel sangue, e l'avrebbe messa anche nel Palavicino, se non avesse avuto con sè il grave fardello delle sue cure, che non gli lasciava aver tregua. Ma da Narni a Terni ebbe a viaggiare sotto una pioggia minuta e assidua che gli accrebbe a più doppi la già soverchia tristezza, e che l'accompagnò quasi sempre fin presso a Perugia.
Quando alzando la testa, vide a molta distanza, le alte torri di quell'antichissima città, senti tutto rimescolarsi per l'improvviso sopraggiungere di un affanno che da moltissimo tempo erasi dileguato dall'animo suo. Quando ne scorse la gran torre del castello e col pensiero vi corse per entro, la sventurata Ginevra gli ricomparve inanzi, e con quella quante angosciose memorie, e meste imagini e rimorsi!! Usciva da Roma, dove per poco aveva lasciata la donna che, tra brevissimo tempo, avrebbe fatto sua sposa. Gli tornarono allora in mente le prime proteste fatte alla Ginevra; le parole onde, nell'effusione dell'ardente amor suo, le aveva giurato che nessun'altra donna al mondo avrebbe mai avuto il suo affetto; pensando allora com'egli aveva attenute quelle promesse, come eran stati mutabili gli affetti suoi, ebbe ribrezzo e vergogna di sè stesso. Dato allora un tratto ai freni del cavallo e fermatosi, stette per lungo tempo a guardare la gran mole quadrata del castello, e penetrandovi coll'occhio della mente conturbata a considerar la Ginevra che, desolata, forse ne passeggiava le tetre camere, ne fu intenerito oltre misura, e sentì rinascere più ardente che mai l'amore per quell'infelice sua donna; se non che, rivolgendo la testa verso Roma, e involontariamente lasciandosi trascinare nelle splendide sale del palazzo Aurelio, gli ricompariva Elena dinanzi: crollò il capo indispettito, non potendo sopportare il cozzo di quelle due passioni, e fisse e rifisse gli sproni nel cavallo, che prese la rincorsa a galoppo. Ma sua madre boccheggiante sul letto, disperata, destituita d'ogni soccorso; ma la sua città squallida e deserta; ma Odetto minaccioso e terribile; tutte queste immagini gli si pararon contro d'improvviso e in una volta, mentre cacciava il cavallo a quel modo. I capelli gli si rizzarono per brividi di sotto al cappuccio, un vento gelato cominciava allora a soffiare dalle gole dell'Appennino.
Da Perugia volse il suo cammino per traverso, diretto alla volta d'Ancona. A Foligno aveva udito correr voci, che alcune galee di Francia e Spagna si fossero scontrate sull'Adriatico; perciò volle passare ad Ancona, desideroso di poter raccogliere altre notizie, che egli non poneva da un canto nessun fatto che menomamente toccasse la Francia. Giunto colà seppe che i legni francesi, aiutati da alcune galee veneziane, avevan recato qualche grave danno alla flottiglia spagnuola. Ogni più grave sciagura augurò a quella repubblica, considerando che, in quegli ultimi anni, in ogni occasione s'era sempre messa dalla parte della Francia, e richiamandosi in mente Bartolomeo d'Alviano suo generale, che tanto aveva contribuito all'esito della battaglia di Marignano, dopo la quale Milano era caduta sempre più basso di giorno in giorno, smarrì quasi ogni coraggio, pensando ai troppi inciampi che impedivano alla sua patria di riaversi.
Il Piemonte, o neutrale o amico della Francia, tutti i feudi di Romagna interessati a sostenere la Francia, Firenze egoista, Ferrara gonfia di poesia e di poeti, non curante di tutto il resto, e con amici di tal fatta d'ogni intorno, i Milanesi, con più ostinazione di tutti, nemici di Milano e degli Sforza. In questi pensieri se ne venne a Ferrara per la via di terra, per esser l'Adriatico, in quella stagione procelloso fuor dell'usato. Da Ferrara passato a Rovigo, trovò qui buon numero di Francesi comandati da Annibale ed Ermete, fratelli della Ginevra Bentivoglio. Seppe che Giampaolo Baglione li aveva caldamente raccomandati al governatore Lautrec, perchè li aiutasse a ricuperar Bologna, e il Lautrec, vedendo che col ritogliere al papa quella ed altre città importanti della Romagna e facendole ricuperare dai loro originarj padroni, veniva ad avere in questi degli alleati per necessità e per gratitudine, senza nemmanco domandare il consenso del re Francesco, che allora ad altro non attendeva che a darsi buon tempo, aveva concesso quelle truppe ai due Bentivoglio. Il Palavicino potè inoltre sapere, che il padre della Ginevra era morto da due mesi; con tali notizie che a qualche cosa gli potevano giovare, da Rovigo volle recarsi a Venezia di volo, per tentar più dappresso i misteri di quel Senato. Per quanto non gli lasciasse aver tregua il desiderio di riveder sua madre, non voleva por però da canto quanto si riferiva al maggior vantaggio del suo paese.
Da Venezia per altro, non avendovi trovato il fatto suo, difilato e viaggiando dì e notte per timore che mai non avesse ad arrivar troppo tardi, volse il suo cammino verso la Lombardia. Dopo cinque giorni di assai disagiato viaggio, si trovò a Cassano; qui lasciò i suoi famigli e riposò egli stesso una notte; e finalmente all'alba d'uno degli ultimi giorni di dicembre, tutto solo cavalcò verso Milano.
Faceva una mestissima mattina degli squallidi inverni della Lombardia. Il cielo coperto da una sola nube dappertutto eguale, non dava nessuna speranza di sole, ed era infatti da più di dieci giorni ch'esso non si mostrava affatto. Tirava continuamente un vento di tramontana crudissimo che alimentato da quell'infinito strato di neve che copriva tutta la vasta pianura lombarda, a vicenda ne manteneva la rigidezza; bianche le cime dei boschi; bianchi i tetti dei casali; bianche le acque agghiadate; non v'era luogo dove l'occhio potesse riposare un istante da quell'uguale bianchezza. E il cavallo, sprofondando nella neve fin oltre i garretti, a stento proseguiva, ed ogni tanto era costretto fermarsi. Allora il Palavicino, irrigidito nella stessa sua greve pelliccia, provava quella sensazione del silenzio universale, tanto particolare in un'immensa pianura, quando la densa massa della neve par che chiuda ogni adito ai suoni della natura, e dia uno squallore particolarissimo, anche a que' rumori ch'ella non può far tacere. Di tanto in tanto infatti, da qualche miglia lontano, perveniva all'orecchio del Palavicino il suono del martello d'un orologio che batteva l'ore, ma quel suono, reso muto e senza oscillazioni, anzichè rompere, accresceva la tetraggine del silenzio; di tanto in tanto dalle cascine gli perveniva qualche latrato, qualche muggito, qualche voce umana, qualche canto; ma tutto s'improntava di una tetra mestizia che gli pesava sull'animo. Egli proseguiva intanto a passo, e tutto immerso ne' suoi pensieri. Verso il mezzogiorno, parve che il sole tentasse di rompere quella densa caligine; ma mostratosi per qualche minuto, come un globo di sangue in mezzo ad esso, si celò poi di nuovo; e di lì a poco la nebbia, dalle regioni superiori, si. calò sulla terra. Trasparente in prima, a poco a poco si raddensò, e dopo due ore era sì fitta, che il Palavicino non vedeva gli alberi a trenta passi di distanza.
A metà viaggio, non avvisato dal rumore per la neve che lo impediva, nè avendo potuto accorgersi per la nebbia, gli si scoperse improvvisamente un convoglio di cavalli e cavalieri ch'egli non potè scansare, come avrebbe voluto. Erano quattro gentiluomini seguiti dai loro servi, quattro patrizi milanesi ch'egli conosceva, il conte Birago, il Figino, il Tornano, il Crivello; ai cavalli tenevan dietro alcuni somieri che trasportavan bagagli; era facile comprendere, che coloro erano in ordine di viaggiar lontano.
Il Palavicino stette intradue un istante per darsi a conoscere…. pure non ne avrebbe fatto altro, se il conte Birago non avesse riconosciuto lui, quantunque fosse coperto dal mantello fin sotto gli occhi, e lo adombrassero le falde del cappello di feltro, tutte bianche di bruma. Il conte lo aveva bensì lasciato passare innanzi, ma detto ai compagni il dubbio suo, questi per un moto spontaneo, e per vedere se mai fosse stato un abbaglio, nominarono il Palavicino, che non seppe più celarsi.
Si fermarono così, senza che nessuno ne avesse avuto un'espressa volontà, i quattro gentiluomini, i cavalli del seguito e il Palavicino; questi provava un certo conforto nel vedere de' volti conosciuti prima d'entrare in città, a malgrado quell'avversione antica che ad essi aveva sempre portato e non aveva mai potuto far tacere per la diversità dell'indole, dei principi, del partito, de' veementi e iracondi diverbi avuti secoloro per le cose appunto che toccavano davvicino l'interesse del paese comune.
—Il marchese Palavicino?…. domandò il conte Birago a lui che volgeva il capo e sprigionava il volto dalle pieghe del mantello.
—Son io, esso rispose, come tu se' il conte Birago, e tu il Crivello, e voi due il Figino e il Torriano. Vi riconosco tutti…. e ho caro rivedervi… pure non fate che il mio nome sia ripetuto un'altra volta dal vento qui…. Cammino su di un terreno dal quale violentemente fui cacciato…. Voi dovete saperlo.
—Tutti lo sanno; però stupisco di vederti qui, marchese, e, com'è vero Iddio, vorrei che subito rivoltassi il cavallo e ripassassi l'Adda come l'hai passata.
—Così farei, se mia madre non mi chiamasse, mia madre che sta in termine di morte e vuol vedermi…. Ma voi che venite di là ne dovreste ben sapere qualcosa. Che stato dunque è il suo?…
I quattro cavalieri si guardarono in faccia a quella domanda, come consigliandosi a vicenda intorno a ciò che convenisse rispondere.
—Che stato è il suo? ripetè poi il Birago, pensando intanto a quel che dovesse dire; che stato è il suo?… Noi non ti sapremmo invero far contento… ma s'ella mai avesse a morire, son tempi questi in cui è lecito confortarsi se il padre, se la madre, se i fratelli ne muoiono.
—Atroce, insopportabile conforto!! La tramontana che venta è molto men rigida di queste tue parole.
—Io vorrei che fossero ancora più rigide, e ti spaventassero tanto da farti retrocedere. Ne siamo usciti anche noi, lo vedi, e se ne uscimmo all'alba, e in questa squallida stagione, non sappiamo se di giorno o di notte, d'inverno o d'estate ci ritorneremo…. Dio solo lo sa…. Il nostro cammino intanto è essai lungi.
—Banditi anche voi?… pure foste sempre francesi sin nelle ossa….
Io non so comprendere.
—E noi comprendiamo quanto ci parlavi tu da senno una volta. Non è parola che sia uscita dal tuo labbro allora, la quale sia rimasta senz'un effetto adesso. Così non fosse stato, così potessi adesso schernire la tua paurosa e fallace prudenza; ma noi usciamo del paese nostro quando la nebbia e la tramontana ci sta di sopra e d'intorno…. Pure, sebbene l'amaro fatto ti dia ragione, io mi sento obbligo di stringere quella tua mano leale, e di baciare quella saggia tua fronte. Gli anni e la dura prova assennano gli uomini, ed è venuto il tempo che noi tutti ti dobbiamo dar ragione.
Il conte tacque; tutti tacevano, il silenzio non era interrotto che dal vento di tramontana che, agitando gli alberi, faceva cadere i flocchi della neve raggelata su quelle teste patrizie.
—È tardi! disse poi il Palavicino.
E in quel punto, fosse l'aria che si facesse ancor più rigida, fosse quella parola, tutti sentirono crescersi i brividi nelle ossa e si ristrinsero i mantelli d'intorno, che parevan diventati più leggeri.
—Manfredo, parlò allora il Birago, se noi non ti abbiam voluto ascoltare, ascoltaci tu adesso. Non entrare in città e vieni con noi, e fa che l'esperienza non abbia poi a rimproverarti di non avermi dato retta. Tu vai per rivedere tua madre, ed ella forse a quest'ora potrebb'esser morta.
—Morta!! uscì quasi in un grido il Palavicino allora.
Gli altri tornarono a guardarsi in viso…. il Birago si trattenne.
—Non ne sappiam nulla, disse poi. Ma vorrei ch'ella fosse morta; per il tuo bene lo vorrei…. Retrocedi.
—S'ella è viva, come ne ho fiducia, come ne scongiuro Iddio, che non mi vorrà disperato, io la rivedrò ed ella ne sarà tutta consolata. Se poi ella fosse morta…. ma ciò non può essere…. che io ne avrei avuto qualche presentimento.
—Manfredo, entrò allora per la prima volta a parlare il conte Crivello, noi vorremmo che tu credesti alle proteste della nostra amicizia, che mai non fu tra noi, e che adesso ti esibiamo, ed è santificata dalla comune sventura; noi vorremmo che tu ascoltassi i nostri consigli. Non fummo banditi come tu credi; non abbiamo avuto, per noi stessi, fino ad oggi, a patir soprusi dalla Francia e dall'atroce uomo che ci governa; a noi non fu ancor torto un capello; pure abbiam cambiate tutte le nostre terre in oro sonante, ne abbiamo caricato i nostri cavalli; tutte le nostre sostanze sono qui, e dolorosamente emigriamo. Il solo spettacolo dell'universale miseria, quand'anche in un prossimo avvenire non avremmo intraveduta anche la nostra, bastò a spaventarci tanto da comandarci la fuga. Or pensa se a te conviene ritornare, che più volte fosti notato sulla tabella del capitano di giustizia, e quando la tua famiglia ebbe la prima a sopportare per te lo sdegno terribile di Odetto? Tuo padre fu spodestato di quanto aveva in Lombardia, se non lo sai, te lo dico, ed ora è a Parma, se pur vive ancora; un tuo fratello fu ucciso; gli altri fuggirono….Sappi ancora, che Odetto ti ha condannato nel capo ed ha posto una taglia sulla tua testa. Retrocedi dunque, per carità retrocedi e vieni con noi. Il Birago parlando di sè, ha espresso l'animo di noi tutti, che sentendoci colpevoli di averti offeso altra volta, ora ti serbiam gratitudine e ti amiamo. Vieni dunque con noi.
Il Palavicino non rispondeva; era sbalordito dall'enormità delle sue disgrazie e di quelle della sua famiglia, e per la prima volta sentì spuntare nell'animo un sincerissimo affetto pei fratelli e per suo padre, pel quale aveva tanto sofferto.
—Non hai tu incontrato altro convoglio lungo la via? gli domandò poi il Crivello.
—Non ho incontrato nessuno. Ma che vuol dire con ciò?
—Volevo dirti, che tutti provvedono alla propria sicurezza. Oggi partirono i Salvadego, i Rho, i Gallarate, i Marcellino, i Mariani, i Ferreri, tutti per Venezia, ove ci rechiam noi. Jeri il Besozzi e il Moriggi e il Lampugnani partirono per Nizza; è da più mesi che tutti i giorni parte qualcheduno, e parte per non ritornare mai più.
—Mai più? chiese il Palavicino scuotendosi; mai più, chi lo dice?
—Dove sono le ragionevoli speranze?
—In voi stessi ci dovrebbero essere, per Dio! In me ci sono, in me più sbattuto e più lacero di voi. Sette anni or fanno aveste troppa fiducia negli altri, ora non sapete più trovare nessuna speranza in voi stessi: per verità, quasi parrebbe che Iddio vi abbia maledetti.
—Ma che speranze hai tu?… Il Palavicino stette un momento in silenzio, poi disse:
—Il Morone è a Roma, ed egli pensa dì e notte a tutte codeste cose. L'acuta forza della sua mente vi è nota, ed è invero un gran conforto l'avere di tali uomini per concittadini. S'ei fosse nato re, tutto il mondo avrebbe sentito il suo benefico influsso; ma suddito a cittadino soltanto, provvederà a sanar le piaghe del suo paese ed a ridonargli il suo duca.
—Ma e con quali mezzi?
—La fortuna talvolta ci è destra. Ci è tanto destra, che… guardate e pensateci bene…. vi fa emigrar tutti, e nella vostra debolezza medesima trova gli argomenti per reintegrarvi alla vostra salute. E da più mesi, avete detto, che ogni dì esce taluno e va lungi… Questa notizia è preziosa, preziosa tanto, che il Morone contava soltanto su di essa. Voi siete in cammino per Venezia; gli altri che oggi partirono son pur diretti a Venezia…. è ben ciò che io ho udito?
—Sì, tutti, quasi tutti almeno si raccolgono colà.
—E questo, perdio, è destino! Solo mi pesa, che di tutte le città siasi scelta la peggiore appunto; pure, se la fortuna ha cominciato, continuerà, quando provvediate a raccogliervi tutti in un sol luogo, che poi sarà facile passare altrove. Il resto lo farà il tempo e chi ha più senno di voi, di noi tutti. Andate dunque pel vostro cammino, e nella mia tristissima condizione mi è dolce augurarvi il felice viaggio assai più amico che mai non vi sia stato, e tanto più che codesta amicizia mi fu da voi medesimi esibita per i primi. Questo è pegno che la provvidenza è per noi, onde in lei confidando, e nel suo aiuto, volo incontro a mia madre per dispiccarmene poi tosto. Tornato che sarò a Roma, scriverò a te, Birago, e forse ci rivedrem prima a Venezia, chi sa!… Grandi cose hanno ha succedere, grandissime, o amici miei, e non può essere altrimenti, se io ne ho una così viva fiducia nell'angoscia profonda dell'animo mio, nella rovina della mia casa, nella miseria di tutti, e nello squallore di questa morta natura; però vivete felici, io non ho più tempo da perdere.
Detto questo, senz'attender altro, fe' dar di volta al cavallo e si rimise in via di corsa.
Il Birago lo chiamò replicate volte, ma visto che non ne avrebbero cavato altro.
—Egli va incontro alla sua rovina, esclamò, e spera nella nostra redenzione.
—Dio l'aiuti, e noi pure—aggiunsero gli altri, e mestissimi si rimisero in via, correndo molte e molte miglia senza rompere il vasto silenzio che li circondava.
Dopo qualche momento, su quel medesimo sentiero aperto da loro, camminava a passo, venendo da Milano, e parimenti rivolta all'Adda, un'altra numerosa cavalcata. Eran le sei famiglie milanesi nominate dal conte Crivello. Molti uomini a cavallo avvolti in grevi pellicce fin sotto gli occhi e molte donne nelle lettighe portate dalle mule. La ricchezza degli equipaggi attestava l'alta loro condizione; ma non era voce che sorgesse fra tutte quelle persone. Gli uomini, chiusa la bocca nei mantelli, tenevan la testa bassa, o volgean l'occhio intorno con quell'atto meditativo e grave che dà indizio di una pessima condizione dell'animo. Le donne, pensose anch'esse e qualcuna piangente…. pure andavano a Venezia per godervi il prossimo carnevale, come avean lasciato detto.
Il Palavicino, accortosi in tempo di quel nuovo convoglio, potè scansarlo, e così, senz'altr'incontro, verso le ore ventidue arrivò sotto le mura di Milano. L'esser stato facilmente riconosciuto dal conte Birago e dagli altri, gli fece pensare al miglior modo di celarsi altrui. Perciò stimò opportuno di lasciare il cavallo fuori delle mura, e d'entrar pedestre nella città tutto imbavagliato fino agli occhi.
La nebbia, che a quell'ora s'era fatta ancora più fitta, lo liberò dal timore di poter essere facilmente riconosciuto. Così prese per la via più breve, diretto alla casa del conte Galeazzo Mandello, col quale voleva abboccarsi prima di recarsi dalla madre che, uscita com'era dalla casa paterna, la quale era passata al fisco, non sapeva dove di presente fosse ricoverata.
Sebbene egli si trovasse immerso nella massima tristezza, pure, entrato che fu in città, non potè non accorgersi del novissimo aspetto con cui questa gli si mostrava. Era giorno di martedì, e le botteghe eran chiuse come ne' dì festivi. Per la novità del caso non potè dunque trattenersi dal richiederne un buon popolano che gli camminava presso.
—Che vuol dir questo, buon uomo, ch'io non ho ancor trovato bottega che sia aperta?
—Vuol dire, caro signore, che i mercanti han dato licenza a tutti i loro lavoranti, e ieri sbarrarono le botteghe. Da che Milano è Milano non s'è mai veduta una cosa simile. Ma questa volta i mercanti fecero davvero orecchio da mercante, e il signor governatore, che dopo aver fatti domandare gli abati dei Paratici, impose loro una tassa di cinquantamila ducati da pagarsi tosto agli Svizzeri che han messo in campo certe loro pretese, questa volta non trovò la solita paura, e i nostri operai trovarono il coraggio nella disperazione. E tutt'oggi intanto che la città è in gran silenzio, e pochissimi vanno in volta, e la nebbia e il freddo e il ghiaccio, ch'è più terribile ancora di quel del dieci, ha fatto che ciascun cittadino stesse fermo nel suo proposito. Ben è vero che il Lautrec ne ha fatti prender parecchi, e in dodici ore si son commesse più atrocità che in dodici anni, e Dio sa a che si vorrà riuscire….
Il Palavicino, senz'aggiungere parola, impedito com'era dal pensiero incalzante di sua madre, continuava di corsa la sua via, per cui il popolano, credendo di non fermar molto la sua attenzione, a una svolta della contrada, lo lasciò di punto in bianco e se n'andò pe' suoi fatti.
Ma per quanto il Palavicino fosse assorto, potè pure accorgersi della squallida apparenza dei palazzi signorili. Intorno a quell'ora egli era sempre stato solito vederne le finestre riboccanti di luce, e per le porte e gli atrii un ire e redire continuo di cavalli, di cavalieri, di lettighe, di servi, di famigli, essendo l'ora in cui tutti i convitati si affollavano alle mense dei magnifici signori. Ma in quel dì non avrebbe potuto accorgersi dei palazzi, se non se per le alte e cupe facciate che rendevano ancor più nere le tenebre delle contrade. Del resto le finestre e le porte, chiuse in gran parte, erano indizio che le case, come quei castelli deserti per timore dei notturni fantasmi, erano state abbandonate dai loro padroni.
E sebbene il Palavicino avesse udito non esservi giorno in cui volontariamente non uscisse qualcuno dalla città, pure non avrebbe mai creduto si fosse giunto a quel termine. In quanto poi al popolo minuto, che la popolazione fosse ancora abbondante, glielo indicarono migliaia di fiammelle che dopo qualche momento si mostrarono luccicando dalle impennate delle casupole e delle catapecchie a diradare qualche poco la nebbia.
Ma sconfortato dalla vista di quegli squallidi prospetti, il
Palavicino affrettò più ancora il passo, e finalmente si trovò a San
Martino in Nosigia, innanzi al palazzo del conte Galeazzo Mandello.
Entrò, domandò del conte: gli fu risposto che non era in palazzo, ma che se avesse voluto lasciar detto qualche cosa, si rivolgesse al maggiordomo.
Il Palavicino, costretto a starsi di ciò contento, pregò gli conducessero innanzi quell'uomo ch'egli conosceva assai bene, e sapeva esser fidatissimo del conte.
Colui comparve finalmente, e appena fu lasciato solo col Palavicino, questi gli si scoperse dicendogli:
—Son io, buon uomo, e vengo a cercar di mia madre. Desideravo però prima di vedere il conte: dove può esser dunque a quest'ora?
L'uomo del conte, maravigliato nel vedere il Palavicino,
—Per carità, gli disse, vogliate venire nel gabinetto del conte. Qui troppo occhi ci potrebbero vedere; venite con me. Voi mi ponete in apprensione…. Ma perchè siete venuto qui…. e di questi tempi, e di questa stagione?….
Così dicendo, seco il traeva ad una delle camere più interne.
—Venni per mia madre, gli andava intanto rispondendo il Palavicino, e sapendo quanto è avvenuto nella mia casa in questi infelici tre anni, e com'ella sia rimasta qui sola, affatto sola, son qui per sapere dove se ne sta di presente….
L'uomo del conte guardò il marchese stupefatto, e fu in procinto di dire alcune parole, che tosto tramutò in quest'altre:
—Ma da chi avete saputo tutto questo, illustrissimo? Ma chi v'ha detto ch'ella sia a mal termine?
—Mi fu scritto, però fui scongiurato a venir qui, e, come dunque potete pensare, tosto io mi mossi.
—Oh com'io vi compiango, caro signore! rispose l'altro allora facendosi forza. Ma io non so darvi nessun conforto…. Solo vi prego a sopportar la sventura con rassegnazione…. Oh, per carità, non tremate così! Siate uomo e abbiate fermezza…. Voi dunque mi avete compreso.
Il rapido tramutamento dell'espressione e delle tinte che a tali parole si osservò sulla faccia del Palavicino fu cosa straordinaria, e più straordinaria ancora quell'immobilità, dirò quasi demente, che subì tutta la sua persona, e poscia quel balzo istantaneo dall'immobilità all'escandescenza.
—Ma quando?!… chiese poi, allorchè nella parola si riversò l'angoscia disperata dell'animo.
—Martedì, alle quattro della notte. Ora sta nella cappella di San Martino. Il conte mio padrone ha fatto tutto quello che far si poteva per quella povera signora…. Non fu conforto che mettesse da parte…. l'assistette fino all'ultima ora sua. Ero là anch'io…. ed ella morì benedicendo voi, caro signore; quando il conte mio padrone le giurò (le parole le ho sentite io stesso) che, purchè morisse in pace, egli avrebbe sagrificato anche la vita per amor vostro e per la vostra sicurezza…. Quella povera signora repentinamente s'alzò alle sante parole del conte, lo abbracciò, lo baciò. Ciò vidi io stesso co' miei occhi, e ho pianto.—Io vi raccomando il mio buono, il mio unico figliuolo, gli disse, l'unica mia delizia; proteggetelo sempre, sempre, e che voi siate benedetto…. e stringendosi al petto un lembo di veste che vi coprì fanciullo, e supplicando il conte che quella unica memoria fosse con lei seppellita…. spirò…. Ma voi piangete, caro signore…. Oh! perchè non era qui il conte…, perchè non era qui lui, che vi avrebbe saputo confortare…. Ed io non posso trattenere le lagrime…. Era davvero un angelo di bontà quella povera vostra madre…. Ma consolatevi, che morì col sorriso sulle labbra, tanta gioia le recarono le parole del mio padrone.
Fu ottima cosa veramente che l'uomo del conte, condotto dall'ingenuità del suo carattere e della sua stessa pietà, abbia esposto il fatto in modo d'aprire una larga via alle lagrime. Il dolore del Palavicino fu alleggerito così, ed egli stette quasi un'ora senza profferir parola, piangendo di continuo dirottamente. Alla fine tanto quanto si riebbe.
—Che ora può essere? domandò.
—Le ventiquattro, caro signore.
—E il conte non ritorna?
—Sin oltre a mezzanotte non ritorna mai. Egli è a palazzo.
—A palazzo?
—Dal governatore.
—Il conte dal governatore? Il Palavicino si scosse facendo questa domanda.
—Egli ci va sempre, marchese. Di tutti i Milanesi egli è il più accetto al governatore.
—Vorrei che ciò non fosse, lo vorrei, com'è vero Iddio!
—Ma non credo che il governatore sia così accetto a lui.
—Perchè ci va dunque?
—Se ci va…. vuol dire che facendo altrimenti, farebbe il danno di sè e degli altri. S'io vedessi il conte mio padrone a colloquio col diavolo, non mi stupirei punto; direi soltanto: questa volta è il diavolo che va di mezzo. Il conte, caro signore, è tutt'altr'uomo di quello che voi l'avete lasciato…. Alle cene del governatore, non crederei ch'egli sia l'ultimo a vuotar fiale…. ma in casa non beve quasi mai. A mezzanotte la sua mente è lucida come a mezzodì. Del resto non ho mai potuto farmi capace come sia riuscito a divezzarsi da quel costume che voi sapete…. Ma il conte è padrone di sè e degli altri, di tutto e di tutti, e se vuole una cosa, state pur certo ch'ei sarà anche per farla, e tosto; lasciate dunque che vada dal governatore.
—E sia…. gli rispose il Palavicino; e attirato ancora dal funesto pensiero della madre: Dunque tu hai detto ch'ella sta nella cappella di San Martino?
—Ponete da parte questo doloroso pensiero.
—Dimmi, io vorrei vedere dov'ella fu seppellita!
—Non fate, marchese; lasciate questo doloroso pensiero….
—Dimmi, se il conte ha voluto provvedere a tutto, avrà pur pensato a far ritrarre l'immagine di quella donna soave. Un tal ritratto mi abbisogna; conviene ch'io lo rechi sempre con me.
—Anche a questo avrebbe provveduto il conte….
—Avrebbe?….
—Sì, avrebbe; ma in tutta Milano non si trovò nè pittore, nè scultore, nè disegnatore, nè altro che fosse abile a ciò in qualche modo…. Tutti se ne sono andati. La scuola che ha aperto il Leonardo fu chiusa, caro signore, e quell'edificio fu trasmutato in magazzino per lo strame de' cavalli francesi. Prima che voi partiste, già sapete che il Luino e tutti i suoi scolari se ne erano andati. Il Calzago, scultore, fu l'ultimo…. e colle vesti che gli cascavano a brandelli venne dal conte, prima di partire, perchè gli desse qualche fiorino, che voleva recarsi a Ferrara. Così dunque in tutta Milano non si trovò chi sapesse ritrarre la benedetta immagine della madre vostra….
—A tanto siam giunti! proruppe il Palavicino; ma il nome attesta il luogo almeno dov'ella venne seppellita?
—Questo fu fatto.
—Ora discenderò in chiesa, vedrò almeno la pietra che copre l'infelice e benedetta sua cenere. Oh madre mia!!
—Ora mi torna in mente una cosa, caro signore; voi diceste poco fa che un servo della contessa vostra madre vi scrisse espressamente una lettera per esortarvi a venir di volo a Milano?
—Questo ho detto, e questo è di fatto.
—Eppure adesso che ci penso, ciò non può essere, ciò è impossibile.
—Ma perchè dici questo?
—Ho udito io stesso il conte più volte a raccomandare alla contessa, e a chi stava con lei, di non dare a voi nessuna notizia del pessimo stato, in cui ella trovavasi. Ben lo avrebbe voluto la madre vostra, ma quando fu fatta capace che trattavasi della vostra rovina, non replicò altro, e disse al conte:—Fate voi—e so benissimo ch'ella soggiunse:—Quando scrivete a Manfredo, dategli dunque le migliori notizie di me, tanto ch'ei viva tranquillo e non si muova di là.
—Questo è vero di fatti. Il conte mi scrisse ch'ella stava abbastanza bene.
—Ma quando dunque vi giunse l'altra lettera?
—Qualche tempo dopo….
—E chi la scriveva,…?
—Credo, il servo; del resto non so, quel carattere non lo conosceva…. Ma cosa pensi tu?
—Cosa so io!… pure non sono tranquillo. Io tremo per voi…. Quanto pagherei che fosse qui il conte, mio padrone….
La campana di San Martino in Nosigia suonò in questa l'avemmaria.
Il Palavicino che s'era messo a sedere si alzò… fece due o tre passi per la camera, poi con un accento il più accorato che mai.
—Discenderò in chiesa, disse; bisogna ch'io parli al priore, bisogna ch'io veda il luogo dove sta il corpo benedetto di mia madre.
—Sarebbe meglio vi fermaste ad aspettare il conte.
—Aspettarlo fino a mezzanotte? Non è possibile. Discendo dunque un momento in chiesa, e torno subito; siamo a tre passi; non ci può esser nessun pericolo.
—Fate come volete, ma Dio v'aiuti. Il Palavicino uscì e discese.
In quei momenti egli era così assorto nel pietoso pensiero della madre, che nel mondo e fuori di esso non v'era cosa nessuna di cui menomamente avesse coscenza. E quantunque il suo aspetto fosse tranquillo, era però quella calma solenne e funesta che promove le lagrime in chi n'è spettatore.
Entrò dunque in chiesa, si recò innanzi all'altare della Vergine, girò uno sguardo sul pavimento; e vi cercò una lapide; la scorse, diè un guizzo per tutte le membra, e vi si accostò; lesse il nome di Giulia Flisea Palavicino, quel nome così caro e così funesto, stette immobile a considerarne le lettere incavate nel sasso, poi vi s'inginocchiò sopra con una compunzione così religiosa, così scrupolosa, che idea non giungerebbe a comprenderla.
Nella chiesuola v'era uno scarso numero di persone che vi si eran raccolte per recitare la terza parte del rosario; tutte notarono la presenza di lui.
—Chi può esser mai quel giovane gentiluomo? disse uno.
—Lascialo in pace, e attendi a rispondere all'avemaria che recita il priore.
—Io vi attendo… però guardate anche voi che turbamento insolito è su quel giovane volto.
A tali parole, l'altro devoto, bisbigliando l'avemaria, si volse.
—Quello che tu dici è vero… ma non so s'egli potrebbe avere invidia di noi. Bada ch'ei s'è accorto che noi stiamo a guardarlo. Lascialo dunque in pace, e preghiamo anche per lui, s'egli è così tribolato.
Intanto che questi parlavano tra loro, un altro strano dialogo si stava facendo al vestibolo della chiesuola, fra tre uomini tutti imbavagliati nei loro mantelli, e il sagrestano.
—Dunque non avete veduto nessuno neppure oggi? domandava l'uno dei tre al sagrestano.
—Nessuno, in fede mia, e ci viene così poca gente oramai, ch'ei sarebbe ben facile accorgersene.
—Eppure avrebbe dovuto capitarci.
—Domandatene anche mia moglie, e vi dirà s'ella ha mai veduto capitar qui gentiluomini nè giovani, nè vecchi; in quanto poi alla lapide che il priore fece murare l'altro dì, posso assicurarvi che non ha fermato l'attenzione di nessuno.
I tre si ristrinsero in crocchio.
—Ciò pare inverosimile, diceva l'uno.
—Non è però detto ch'egli debba venirci infallibilmente.
—Eppure, se la lettera arrivò in tempo egli dovrebbe essere in Milano a quest'ora.
—Può darsi benissimo ch'egli sia in Milano. Ma va a dirgli ch'egli debba trovarsi qui appunto perchè torna comodo a noi.
—Sentite, disse allora un terzo, mezzo in francese, mezzo in italiano, se non ci viene dentr'oggi o dentro domani, possiamo esser certi che non ci verrà mai più.
—E ciò mi pesa, perchè noi avremo taccia d'uomini dappoco.
—Questa sarebbe bella! Come se a noi fosse stato dato carico d'andarlo a strappar da Roma.
—Va a dirlo a colui che vuol che vuole, e va sulle furie e imbestia quando non si ottien l'impossibile.
—È tutto fiato buttato; ora rechiamoci ancora a fare una visita al palazzo del marchese.
—È già la sesta volta che ci torniamo oggi; e di questa stagione, con questa nebbia, con questo freddo, correre e ripercorrere la città coi piedi nella neve e nella pozzanghera da mattina a sera, c'è da diventar vecchi in un mese.
—Torno a ripeterlo, va a dirlo a colui che vuol quel che vuole.
A questo punto, fra una tarlata imposta del vestibolo, e la grossa tenda imbottita di piuma, fece capolino la vecchia moglie del sagrestano, e chiamò:
—Menico vien qui un momento.
Il sagrestano si mosse, entrò in chiesa colla vecchia, e ne usci poi subito dicendo ai tre:
—Venga in chiesa qualcuno di voi… presto, venite a vedere. Mi pare ci sia l'uomo che voi cercate.
Uno dei tre v'entrò in fatti, per uscirne poi tosto anch'esso esclamando volto ai compagni:—È lui davvero. Venite.
I tre si strinsero in un gruppo.
—Lui?
—Sì, lui; ci cascò adesso.
—Ma ne sei poi sicuro?
—Diavolo… come che io son io, e tu sei tu; ci può esser dubbio?
—Fu dunque un buon pensiero.
—Non credo che ve ne fossero di migliori; o presto o tardi ci doveva venire… e fu già troppo l'aver aspettato fino ad oggi.
—Non buttiam le parole; ora io ti domando: che si ha a fare?
—C'è da pensarci? aspettare il momento e non perderlo mai d'occhio.
—E stanotte medesima trarlo dal governatore.
Stavan costoro facendo ancora queste parole, che il Palavicino, come fuggendo da cosa che lo spaventasse, spalancata la porta del vestibolo, uscì della chiesuola, imbacuccandosi fino agli occhi nella propria pelliccia.
I tre, che a ciò non eran preparati, si rimasero un momento perplessi su quello che conveniva fare.
—Se non volete che ci sfugga, disse un d'essi, seguiamolo tosto, e assicuriamoci di lui.
—Per me penso, che sarebbe bene tenergli dietro da lontano per non dargli sospetto.
—Che fa a noi se anche facesse dei sospetti?
—Sentite, nostro incarico è quello d'impadronirci di costui, non è già quello di metter la contrada a rumore, che, se vi ricorda, il governatore ci comandò facessimo le cose alla sorda. Dunque, siccome ad esser pronti è impossibile che ci scappi, così fate quel che vi dico, e andiam di fretta; tu a dritta.., tu a sinistra… noi due gli staremo alle coste… attenti dunque, che la nebbia non ce lo possa nascondere.
Così dicendo, s'eran già incamminati sui passi dei Palavicino il quale, correndo a furia, li faceva correre affannati. Percorsero così una, due, tre contrade, e nel silenzio che a quel tempo, in quell'ora s'era steso per tutto, s'udivano distintamente le veloci peste delle quattro pedate.
Ma il Palavicino non s'accorgeva di nulla; la condizione dell'animo suo era tale, da non permetterle d'aver più una sensazione del mondo esterno. D'improvviso rallentò il passo, pareva fosse incerto della via per dove avesse a prendere; fu due o tre volte per ritornare al palazzo del conte Mandello, ma l'idea che doveva fermarvisi tante ore per aspettarlo, lo fece risolvere diversamente. Aveva bisogno di trovarsi solo con sè stesso, di agitarsi, di correre. Qui gli venne un altro pensiero. Ma nell'irresoluzione percorse e ripercorse due o tre viottoli; essendosi finalmente determinato, accelerò più che mai il passo alla volta della casa paterna.
Egli medesimo non sapea veramente perchè si recasse a quel luogo di tanto terribili memorie, ma il fece forse per quella inesplicabile e disperata voluttà, onde l'uomo, non potendo in nessun modo far cessare un dolore, gode quasi nel tentar d'aggiungergli egli stesso un'asprezza nuova.
Davvero che quegl'istanti eran così crudi, così desolati, così orrendi per lui, che, a non rimanerne oppresso e vinto gli bisognava un fatto, una occasione, una cosa qualunque che, in qualche modo, ne cangiasse il tenore.
Camminato così per qualche tempo, intravide finalmente, attraverso la folta nebbia, la torre quadrata della sua casa fatale; s'accorse poi come di una viva luce che, innanzi al portone, diradava qualche poco la nebbia.
Fatto un passo, riconobbe il vecchio portinaio del palazzo che teneva un lampione, l'unico rimasto degli antichi abitatori di quel luogo, l'unico dei tanti servi che, una volta, popolavano quel palazzo. Questo, passato al fisco e vuoto da molto tempo, era stato dato in custodia a lui per ingiunzione del fisco stesso, e il vecchio servidore con rammarico vi rimaneva. Nel momento che il Palavicino lo scòrse, esso tornava d'aver detto il rosario ad una vicina cappella, e stava per chiudersi dentro; udì allora chiamarsi per nome, si volse, e vide il figlio del suo antico padrone senza riconoscerlo al primo; ma quegli, trasportato dalla sua disperazione, senza saper quello che si facesse, mise il piede in palazzo.
Fu allora che il servo, seguendolo col lampione, e riconosciutolo, ne fu oltremodo colpito e gli disse qualche parola; se non che il Palavicino, sturbato ne' propri pensieri da quel suono, meccanicamente gli accennò di tacere.
Si fermarono così ambidue nel mezzo del cortile…. il lampione, per la nebbia, formava come una grande e rossa aureola intorno ad essi, la quale riusciva a rischiarar qualche poco gli atrii, lo scalone e le finestre del palazzo; il Palavicino vi gettò un'occhiata; questa bastò perchè la sua faccia, in un subito, tutta quanta si bagnasse di lagrime. La vista di una finestra di quegli atrii, di quella scala, facendogli di balzo ritornar nella memoria la madre sua che, la notte ch'ei fu cacciato di casa dall'inesorabile padre; n'era discesa per abbracciarlo un'ultima volta sotto gli atrii, e richiamandogli il tenore delle affettuose parole di lei nel tristissimo istante dell'abbandono, gli mise l'animo sossopra. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma intanto che il servo stupefatto taceva, che Manfredo gemeva, che la fiamma del lampione stridea per l'umidità, in quel silenzio s'udiva il rumore continuo (e parea venisse da una delle contigue casupole) come di un arcolaio che girasse e girasse, e una voce femminile che accompagnava quel suono.
Una povera donna, forse ad ingannare la dolorosa e lunga solitudine e la noia del lavoro, cantava macchinalmente una di quelle semplici e rudi canzoni che il popolo trova, e che passano per tutte le bocche in una data stagione. Canzoni che, nel territorio milanese, sono vestite di suoni così monotoni, e improntate di quella gravezza così esclusivamente longobarda, che ci pesan sull'animo, anche allorquando le parole han significato giocondo.
Ma le parole che, cantando, pronunciava la povera filatrice, eran troppo lontane dal rendere una idea lieta; eran parole nate spontaneamente, non faceva gran tempo, sulle labbra commosse del popolo per riassumere, coll'unica efficacia della naturale poesia, la vasta congerie degli atroci fatti ond'erano d'ogni intorno oppressi: canzone che, cantata in pubblico, era costata a molti la prigione e il patibolo, ma che quella donna, senza pensare più in là, cantava tranquillamente nella sua innocenza.
Il Palavicino dovette, per forza, prestarvi orecchio. Il frammento vernacolo che la voce continuava a ripetere, era questo:
I campann d'òr e d'argent
Hin in del pozz de sant Patrizzi….
Dimmel a mì che s'era present,
L'era proppi un gran stremizzi….
Dâi lader… dâi lader…
Che sèm tutti ruvinaa…
……………………..
……………………..
La cantilena con cui, facendo il ritornello, si esprimevano quegli ultimi due versi, era di tal natura che, mettendo i brividi nel sangue, facea rizzare i capegli in sulla fronte.
Il Palavicino non potè sopportarla … le sue lagrime si arrestarono; due dolori si fusero in uno, salutò grave il vecchio servo, che lo guardava stupefatto … ed uscì.
Fuori del portone, s'incontrò faccia a faccia coi tre che lo stavano attendendo; ma egli non ci badò, e infestato da quel lûgubre canto che, nel generale silenzio, gli suonò fino all'estremo punto della contrada, continuò il suo disordinato cammino.
Ma noi, senza più accompagnarlo, lo lasceremo nella trista compagnia dei tre che più gli si stringono dappresso; e giacchè la canzone della povera filatrice ci ricondusse ai gravi pensieri della cosa pubblica, è bisogno che noi, rimontando molti anni addietro, tentiamo riassumere adesso, in brevissime parole, le cause che da lontano la prepararono, per ritornare poi tosto ai privati avvenimenti.
Trent'anni prima dell'epoca a cui siamo coi fatti che raccontiamo, chi avesse voluto tener conto della condizione di Milano, anche dopo avere assistito alle poderose forze del commercio di Genova, di Pisa, di Livorno, di Venezia, alla grandezza cui eran salite le arti a Firenze, a Ferrara, e le scienze a Bologna, a Padova, sarebbe rimasto tuttavia maravigliato, contemplando la floridissima condizione del Milanese.
Lanifizj e setifizj in tanto numero, quale non ebbe a vantar mai prima di quell'epoca; fabbriche di stoffe, di broccati, di broccatelli, di bucherame, che esportavansi nella bassa Italia, a Lione, a Parigi, a Londra, persino alle Fiandre, dove pure l'industria manifatturiera era giunta a così alto punto. Officine innumerevoli per la fabbricazione delle armi, all'acquisto delle quali si accorreva qui, come tutti sanno, da tutt'Europa. E a tal potenza manifatturiera e commerciale non inferiore la coltura delle scienze, delle lettere, delle arti. Lodovico fu per Milano, nella relazione colla civiltà, quello che fu Leon X a Roma, colla differenza assai notevole, che Lodovico gli fu anteriore di un quarto di secolo, e che invece di trovare il cammino in gran parte già dischiuso, dovette egli il primo aprirlo di posta, dopo che il governo feroce e tenebroso dei due ultimi Visconti, l'anarchico interregno, torbida linea di divisione tra lo spegnersi d'una dinastia, e il sorgere d'un'altra, l'atrocità mentecatta di Gian Galeazzo Maria, che avea disperse al tutto le generatrici sementi del primo Sforza, avevano moltiplicati inciampi al vitale dispiegamento di tutte le forze d'uno Stato. Inciampi che al Moro riuscì di superare con tale prontezza e pienezza di risultato, che lo fanno meritevole della lode degli storici.
Pubblici stabilimenti d'istruzione, le scuole del Piatti, del Calchi, del Grassi, s'aprirono sotto lui per la prima volta. Il Calcondila, il Merula, il Minuziano, il Ferrari ed altri molti si raccolsero in Milano, per insegnarvi scienze, lettere, lingue erudite. Il Leonardo fondò la scuola lombarda di pittura; il Gaudenzio Ferrario, il Luino, l'Oggionno, antistiti di quella scuola, fiorirono sotto il Moro. Bramante dispiegò per lui il suo straordinario ingegno architettonico, e lo trasfuse in Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino. Insieme ad un'accademia di pittura venne pure dal Moro fondato il primo conservatorio di musica che vantasse Italia, e così molt'altre instituzioni s'effettuarono per le sue cure, come sanno anche coloro che men sanno di storia patria.
E tali cose noi avremmo tralasciato di por qui, considerando che in mille guise furono già notate, raccontate, discusse da storie generali e parziali, da cronache municipali, da dissertazioni accademiche, artistiche, se non giovasse richiamare un istante tutti codesti fatti gloriosi in mille libri notati, per parlar poi dell'ultimo esito a cui toccarono, vogliam dire dell'assoluta loro scomparsa, del loro diuturno esiglio dal paese nostro; fatto complesso dissimulato di molti fatti individui, replicati ad esuberanza; fatto che, esplicitamente almeno, e quando è toccato, intendasi bene, questo solo periodo di tempo, non si trova registrato ne' libri.
Abbiam detto quando è toccato questo solo periodo di tempo, perchè, parlando poi dell'era ispanica, tutti gli storici tumultuano in folla, ripiangendo la fuga delle arti, accelerata dal suono del tamburo delle soldatesche spagnuole.
La scomparsa delle arti e delle industrie venne dunque da tutti sin qui registrata dopo la venuta degli Spagnuoli, non mai prima; e di recente anche un nostro distintissimo concittadino, il quale è solito a portar nelle questioni, anche quando le tocca di volo, un acume, un tatto, un'indipendenza di giudizio certamente non comuni, mise anch'esso la sua sottoscrizione accanto all'altre numerose, forse, noi crediamo, perchè fu quello un momento di molta fretta.
Fu dunque sempre creduto che il ducato di Milano, prima del reggimento spagnuolo, quantunque abbia subite infinite crisi, le abbia però sempre subite nel rapporto esterno, nel rapporto colle nazioni conquistataci, non mai nell'interna vita, la quale fosse poi sotto a un governo, che sotto a un altro, si credette continuasse ad esser sempre vegeta e rigogliosa.
La questione è dunque intorno all'epoca vera in cui le arti esularono da noi, epoca che noi porremo alla seconda venuta dei Francesi in Lombardia. E sebbene di un tal fatto non ci sia espresso racconto ne' libri contemporanei, v'è però se non il racconto, gli elementi almeno di esso, in alcune lettere d'uomini contemporanei, di pittori, di scultori, lettere di Luino, di Ferrario, i quali assicurano non trovar più modo di vivere decorosamente a Milano; e in quanto a' libri, se non se ne parla a precise parole, sono in esse registrate le cause di effetti necessari taciuti, che sono appunto l'emigrazione di artisti, di manifatturieri, la dispersione delle varie industrie, e l'esportazione cessata, il consumo interno assottigliato.
Qui ci si potrebbero opporre alcuni fatti, quali sarebbero l'assegnamento di diecimila ducati, che il re fece al municipio per opere di pubblico vantaggio, e il progetto e gli studi per render navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo…. Ma son essi fatti sparpagliati, tentativi non effettuati, e che necessariamente debbono rimanere oppressi dalla folla de' fatti contrari.
Ma la colpa d'aver prodotti tanti infelici risultati è ella tutta della Francia? Senza dubbio fu sua, e tanto più in quanto era del suo interesse medesimo il ripararvi; ma in gran parte, convien pure confessarlo, essa fu anche nostra, fu del ceto patrizio.
Pretermettiamo adesso il fatale errore di Lodovico d'aver chiamato i Francesi in Italia; esso fu, senza dubbio, la causa prima ed unica di molti tristissimi effetti, non di tutti però; e in quanto a' lontani e a' non necessari, essi si sarebbero potuti stornare, se i patrizi non avesser poi aderito a' Francesi, se per odio di Lodovico, abbastanza, ne pare, punito dell'error suo, o dagli stessi che invitò a discendere in Italia, non avesser preso ad avversare alla dinastia sforzesca; contraddizione inesplicabile, e strano modo di far iscontare una colpa, sforzandosi a perpetuare gli effetti della colpa medesima.
Se il ceto patrizio, sdegnando d'agitare la vita in un teatro angusto, non avesse vagheggiato un più vasto campo, o se, sdegnando d'obbedire ad un duca vicino, che dovea pure frenare le loro prorompenti ambizioni, non avessero anteposto di obbedire ad un re più potente ma lontano, che, come speravano, avrebbe loro rilasciati i freni; se, infine non fossero stati indotti a far così dalla smania di novità, causa frivola e ridicola di effetti seri e gravissimi, all'errore del Moro sarebbesi pure in qualche modo messo riparo.
Ma questa non sarebbe che la prima colpa del ceto patrizio, colpa anteriore allo stabilimento de' Francesi in Lombardia. È di un'altra che noi intendiamo parlare, e del fatto posteriore all'invasione, dell'avere cioè operato quanto per lui si poteva, a scompaginare l'intima vita dello Stato, il quale, anche sotto il reggimento francese, sebbene inglorioso, avrebbe tuttavia potuto, fino ad un certo punto, durar tranquillo e prospero.
Fin dalla prima volta che i Francesi eran venuti in Lombardia, e dopo che Luigi venne a visitar Milano, una folla di gentiluomini lombardi, a sfoggio di zelo ed a gratificarselo con quanti mezzi poteano, avevan voluto accompagnarlo in Francia, dove per qualche tempo, allettati dalle lusinghe del re, fermarono la loro dimora.
L'assenza diuturna de' più facoltosi cittadini dalla madre patria, fu e sarà sempre una cagione di rovina.
Costretti que' patrizi a presentarsi alla corte del re, dove il lusso e la magnificenza erano al massimo grado, nè volendo mostrarsi da meno degli altri, troppo facilmente erano spinti a gettare in un mese il reddito di un anno, e quell'oro così lautamente sparso a colmare le mani parigine, venne per la prima volta, defraudato alle lombarde, che tosto subirono la grave influenza dell'inaspettata privazione. Compiaciutisi nella loro colpevole leggerezza, a scimiottare, in quel tratto di tempo che dimoravano in Francia le foggie di colà, appena tornati in patria, mostri a dito per le novità che seco recavano, cominciarono a suscitare una stolida gara fra coloro che non erano usciti di qui, e i costosi viaggi si moltiplicavano; ognuno sollecitava di far seguito alle ambascerie, ognuno faceva lunghi risparmi in patria, per isfoggiare e sparnazzar fuori.
In Francia intanto avevan cominciato a prender sopravvento, sulle nostre, le merci e le manifatture delle città olandesi, a lei più vicine delle italiane. I velluti e i rasi d'Utrecht, i drappi, gli arazzi d'Osnaburgo, le trine di Brussell, le maglie di Gand, ebbero spaccio a preferenza. E i nostri, che avevano tanto risparmiato in patria, gettarono a scialaquo il loro oro nell'acquisto di tali merci, e reduci fra noi arricciarono il naso, schifando le manifatture patrie, non inferiori per nulla alle olandesi, le quali se ebbero smercio in Francia, fu per la sola cagione della maggior vicinanza e facilità di trasporto. Non s'accorsero che ciò ch'era utile ai Parigini, era dannoso a noi, e così chi più desiderava farsi mirare e primeggiare e por legge altrui, arrossiva di valersi ancora dell'opera di mani concittadine.
Le corse intanto a Parigi si moltiplicavano più volte in un anno, e un patrizio che, una volta almeno, non si fosse presentato all'udienza del re a Fontainebleau, bisognava scansasse le rumorose società, se non amava, esser messo in ridicolo; d'esser posto in ridicolo perchè desiderava il ristabilimento della dinastia sforzesca, perchè, lombardo, sdegnava inchinarsi innanzi ad un re francese; di esser posto in ridicolo perchè, conservando tuttavia le foggie italiane più proprie, più eleganti, più logiche di quante si conoscessero, non voleva assumere le altrui; d'esser posto in ridicolo perchè, invece di gettar le ricchezze a scialacquo fuori della città propria, le distribuiva utilmente tra i concittadini, e ne incoraggiava, alimentandola, l'operosa industria.
Di questo modo cominciò, un dì più dell'altro, a venir meno l'esportazione delle cose nostre; e rimettendosi i patrizj, appena si riducevano in patria, a' più stretti risparmi, per ristaurare le ricchezze altrove dilapidate, cominciò a mancare anche il consumo interno. Per consenso, coloro che stavano a' loro servigi e raccoglievano qualche frutto dalla loro ricchezza, furono costretti a fare altrettanto; una veste di meno, un grappolo di meno, un pane di meno; e il venditore ch'aveva sempre veduta la moltitudine affollarsi agli sportelli, si sgomentava del suo improvviso diradarsi. Ci fu un'apprensione, un allarme generale; si radunavano a crocchi fabbricatori, venditori:—Se voi non vendete, a me non convien fabbricare; la fortuna, se qui più non risponde, bisogna tentarla altrove; ormai ci bisogna uscire, qui non è altro a fare; converrebbe che tutti quanti facessimo l'armajuolo, questa sol'arte ha spaccio ancora, le altre son disertate…—Queste voci cominciavano ad espandersi, i progetti cominciarono a ventilarsi; infine più d'uno emigrò, e più d'uno a Parigi, dove tutti i patrizj lombardi affluivano, fece fortuna. L'esempio suscitò l'imitazione, e, fin dall'ora, molte arti indigene esclusive di Lombardia, si trapiantarono oltremonte.
E dopo il ritorno di Massimiliano Sforza, la maggior parte del ceto predominante, avverso al ristabilimento di quella dinastia, o fermarono al tutto la loro dimora in Francia, o in patria fecero ancor peggio di chi se n'era ito altrove. Il buon senno, esulato dalle alte regioni, erasi rifuggito nelle più basse, che pur sono consueto dominio dell'ignoranza e della superstizione, ma il popolo minuto, stretto dai fatti, s'accorgeva del tarlo, mentre i patrizj, illesi tuttavia, godevano a soffiar nella fiamma che, a lungo andare avrebbe involuto anche le robe loro.
Gettando un'occhiata sulle varie magistrature in quel secolo costituite in Milano, su quelle che non potevano essere esercitate che da nobili, e segnatamente al gran consiglio de' Novecento, c'incontriamo in un fatto, del quale non fu mai tentato d'indagar la cagione.
Prima che si aprisse il secolo XVI ossia, prima che la Francia si stabilisse fra noi, il numero dei novecento che costituivano il gran consiglio ora tuttavia completo. Poco dopo, ai novecento si cominciò a sottrarre il centinaio, e grado grado il numero si venne tanto assottigliando che, nel 1516, a quel consiglio più non rimaneva che l'appellazione de' novecento, non contando in fatto più di 150 nobili.
L'appellazione superstite è prova, ch'esso non venne mai abolito nè ridotto a minor numero per decreto espresso, (perchè, quando ciò avvenne sotto il Lautrec, che volle non fosse costituito che di soli 60 decurioni, l'appellazione di gran Consiglio cessò, e le fu sostituita quella di Cameretta), parrebbe dunque che quella riduzione di numero sia avvenuta di sua natura, vale a dire per assenza spontanea e diuturna del più dei patrizj, assenza dalla città, o solamente assenza dal Consiglio, per disamore delle cose patrie.
Ed ora ci sarà forse taluno cui dispiaccia siano state scoperte codeste piaghe, e ci voglia gridare, ch'era debito nostro il tenerle celate? Se v'ha chi se ne senta la tentazione, si alzi pure, si alzi, e gridi a sua posta; noi teniamo in serbo una risposta per lui.
Dopo la battaglia di Marignano le cose camminarono di male in peggio sempre più; quando il commercio e le industrie lombarde ebbero ricevuta una così mortale percossa, le arti consacrate al solo diletto, al solo ornato, tanto meno furon valide a sostenersi. I patrizj assenti lasciavan senza commissioni scultori e pittori; reduci e in bisogno di far risparmi, cessarono di far donazioni alle chiese, le quali in quel secolo, ajutavan l'arti, aiutate dalle elemosine. Cosi una cosa crollando ne faceva crollar mille, e i patrizj, che avevan dato il primo urto non si ristavano; così la città nostra vide passare molt'anni, spensierata, indolente, tranquilla, come il possidente che, ignaro che il suo gli è dilapidato a furia, dorme abbastanza placidi i sonni, improvvido che un rovinoso sequestro il getterà nudo, quandochessia in mezzo alla folla.
Ma venne un anno memorabile; un governatore partì per dar luogo ad un altro. Il sonno fu rotto di colpo ai Milanesi che spaventati, si destarono; sarebbero morti di lenta consunzione, e la violenza accelerò gli estremi dolori; sarebber morti senza pianti, senza strepito, forse senza patimenti, tranquilli. Ma ferri omicidi e flagellature a sangue, fecero loro alzare così acute grida di spasimo, che furono udite a grandi distanze, e tanti e tali strazj, operò un sol uomo di noi, che l'orrore non ne può essere scemato, anche dopo sì lungo corso di tempo.
Ora è di un tal uomo che ci dobbiamo occupare.