CAPITOLO XVIII
Non siamo lontani dal credere che se il Palavicino avesse udita questa tenebrosa storia della duchessa Elena alcuni anni prima, o in altra occasione, od anche in altro dì, essa gli sarebbe parsa oltremisura abbominevole; ma di presente invece (tanto è vero che il più grave difetto in creatura che si prediliga facilmente si trasmuta in un pregio) quella medesima colpa, a produrre la quale avevano concorso tante cagioni che in certo modo eccitavano, a commiserare la sventura di lei, gli fe' scorgere nuove attrattive nella duchessa, per cui, senza quasi accorgesene, si confermò in quella passione che contro l'aspettazione nostra e la sua, già lo aveva con tanta violenza assalito. Così, come è facile supporsi, il giorno dopo fu al palazzo della Signora, e ogni dì per qualche tempo ci ritornò finchè le volte si moltiplicarono anche in un giorno solo. Ad eccezione per altro di codeste replicate visite, egli si comportava di maniera colla duchessa, e questa con lui, che a nessuno, fuorchè per avventura ad un occhio ben avvezzo, non potevano dare indizio che d'un'amicizia antica e intrinseca. Intanto al Palavicino si eran diradate le noie, e (la verità imperiosa c'incalza a non dissimular nulla) anche i suoi generosi pensieri in gran parte s'eran venuti dilavando. In quanto poi alla signora di Rimini, parve che fosse assai soddisfatta del giovane marchese, al quale (com'ella pensava) i sei anni trascorsi avevan recato non poco giovamento, e la scuola dell'esperienza e lo spettacolo della società e le mille avventure lo avevano per modo disimpacciato che pareva tutt'altra cosa. Di tal guisa a poco a poco scomparvero dal fondo del cuore di lei quegli ascosi pensieri, quegli insino a quel punto incoercibili rimorsi, e da ultimo sembrò fatta al tutto insensibile finanche allo sgomento del Lautrec, pel quale, lasciando Rimini in fretta, s'era ricoverata a Roma. Siccome poi l'indole primitiva di quella donna, quando pure avesse racchiuso alcun che d'eterrogeneo, era notabilmente inclinata all'affetto e a tutto ciò che di più soave e di più tenero può scaturire da questa pura fonte, e se mai non aveva potuto rivelarsi interamente altrui da questo lato, dipendeva da ciò, che mai non erasi incontrata in chi veramente potesse rincordarsi con lei; ora che il Palavicino parve assurgere all'ideale de' suoi desideri, ella tosto gli dischiuse tante nuove virtù, che al giovane Manfredo non sembrò vero, come avesse dovuto attender tanto per conceder a lei la propria ammirazione. Ma se per qualche tempo tra que' patrizi romani non trapelò nulla di quanto succedeva tra la duchessa e il marchese, impediti com'erano dal far congetture e sospetti, dal sapere le avventure già consumate tra lui e la moglie del signore di Perugia, venne però il tempo che qualche voce, più ardita delle altre, corse rapidissima tra la folla; poi un giorno un bel distico affisso alla statua di Marforio, il quale faceva alcune interrogazioni a Pasquino sul conto della signora di Rimini e del giovane lombardo, mise in attenzione Roma tutta quanta…. la quale fu stuzzicata ancor più, quando Pasquino mostrò al pubblico le sue risposte, che punto per punto soddisfacevano alle varie domande di Marforio.
Prima per altro che avvenissero tutte codeste cose, un uomo il quale era appunto dotato di quell'occhio avvezzo, di cui sopra abbiam parlato, con moltissima sua maraviglia s'era accorto dell'eccessiva deviazione dell'ago magnetico che regolava i movimenti del Palavicino. Ne aveva provato anche un certo rammarico, perchè egli, sperando assai nell'impresa tentata contro il Baglione, si figurava la Ginevra Bentivoglio ancor libera di sè, e in tal condizione da poter concedere la sua mano al Palavicino. E per verità aveva pensato aprirsi con Manfredo, stornarlo da quella pratica e rinviarlo altrove. Come poi si pubblicaron le pasquinate per Roma, non mancò di mostrarle trascritte al Palavicino, parendogli più che ogni altra cosa utile assai l'arma del ridicolo, per vincere l'indole permalosa del suo giovane concittadino, ma con molto dispetto, vide cadere anche quell'arme senza aver fatta una ferita.
Fu in questo tempo che il Morone dovette partire da Roma e condursi a Modena, dove l'anno prima si era fermato già per gran tempo, poi a Reggio, della quale era governatore il Guicciardini, con cui aveva gran desiderio di abboccarsi. Quivi si trattenne più di due mesi, e fu certo in quell'occasione che tra que' due astuti e ingegnosissimi maneggiatori d'uomini e di cose, si gettarono le prime fila della trama, colla quale si tendeva ad espellere la Francia dall'Italia, e stabilire i piani perchè Leone si unisse a Spagna e all'Austria, e si facesse una lega di più potenze al danno di quella sola che allora preponderava tanto pel suo governo diretto in Lombardia, e pel suo intervento in tutte le italiane cose.
Dopo aver dunque provveduto col Guicciardini agli affari del più grave momento, e dopo avere preventivamente cercato di indovinare le contingenze possibili che potevano susseguire ai loro disegni, attuati che si fossero, il Morone se ne tornò a Roma, perchè forte gli premeva di vegliar d'accanto Leone, dare una direzione sicura ai propositi di quel pontefice, di non allontanarsi da' fianchi del cardinal Bembo, e di soffiare ne' savi orecchi di questo grand'uomo i propri consigli, a tenerlo così sulla diritta e sicura via.
Qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma si manifestarono poi i primi segni di quella procella che si doveva addensare sulla testa di Giampaolo Baglione: ecco come avvenne il fatto.
Un giorno papa Leone, in mezzo a' suoi soliti cardinali, protonotarj, letterati e poeti, stavasi nella gran sala delle mense, ascoltando un assai prolisso:—Poematium—De pulcra prole—di un latinante a quell'epoca, dopo il Bembo, distintissimo, quando il segretario apostolico entrò ad annunziare che il Baglione sarebbe entrato in Roma quella sera medesima. Lo stupore di quei cento illustri personaggi, tra i quali trovavasi il Morone, fu straordinario, come era straordinaria la notizia, ed a nessuno non parea vero come quel sospettoso e tetro uomo del Baglione avesse potuto indursi ad entrare in Roma, mentre doveva pur vivere in grandissima paura di sè medesimo. Soltanto il Morone pensando che tra le persone che avevan costituita l'ambasceria spedita a Perugia v'era anche l'Elia Corvino, non ebbe a maravigliarsi molto, sì grande era la fiducia che aveva nell'astuzia di costui. Papa Leone intanto, per quanto fosse l'amore che avesse alla poesia latina, e per quanto diletto gli derivasse dalla declamazione del poemetto latino, pure per quelle ore che dovette lasciar passare prima che arrivasse il Baglione, non fu più atto ad ascoltar altro, ed alzatosi dalla sua sedia, con somma impazienza movevasi per la gran sala passando da crocchio a crocchio, udendo tutti e non ascoltando nessuno.
Fuori della Porta Belisario, per ordine di lui, s'eran mandati cinquanta cavalli guidati dal Rangone comandante in S. Angelo, per ricevere il Baglione e per condurlo poi subito dov'egli aveva comandato, senza por tempo in mezzo. Ma un uomo a cavallo, spedito a tutta corsa a Roma dal Rangone stesso, era entrato in Vaticano ad avvisare che non era già il Baglione padre che arrivava, ma il figlio Grazio, il quale veniva in sua vece. Per queste notizie, alla prima sorpresa ne era successa un'altra assai più forte, e Leone stesso fu visto muovere incontro iracondo al segretario che aveva recata l'ingrata notizia, poi fermatosi di colpo, e spezzato della propria mano un vaso ch'era sulla gran tavola, volgersi con gran dispetto al Morone, e dirgli:—Il vostro uomo è un cialtrone anch'esso come tutti, ed or m'ha guasto ogni cosa al peggio.
Ma quasi nel medesimo tempo si raffrenò e volto al segretario—Fate dire al capitano de' cavalleggieri, che al figlio del Baglione si facciano onori come ad un re, andate: e noi tutti… si volse poi a quanti gli stavano intorno… fino a quando ei rimarrà qui, avremo a fargli ottima accoglienza e ad usargli ogni riguardo; ciò non ci esca mai dalla memoria. Non è Giampaolo… andava poi ripetendo… Non è Giampaolo… ed io lo dava già per ispacciato…
Al Morone, tal contrattempo dispiacque forse più che a tutti, e smarrì le speranze che fino a quei punto aveva sempre nutrite, e pensò che il Baglione, se non fosse per morire di morte naturale, non sarebbe già morto altrimenti.
La notte, il giovane Orazio figlio del Baglione, fu magnificamente alloggiato in palazzo. Il padre lo aveva mandato con plenipotenza di trattar per lui tutto ciò che risguardava gl'interessi tra la santa Sede e la signoria di Perugia, e Leone pensò di fatto condurre le cose in modo per dare un'apparenza di massima importanza alle questioni che avrebbero dovuto agitarsi tra la sua Corte ed il suo ospite, e medesimamente per declinare ogni domanda e lasciare sospesa tuttavia ogni vertenza perchè ne emergesse spontanea la conseguenza, che era necessaria la presenza del padre. Elia Corvino, entrato da Leone cogli altri che avevan fatto parte dell'ambasceria, è probabile abbia detto quanto riferì poi la notte medesima al Morone, allorquando questo volle essere istrutto minutamente da lui su tutto ciò che era succeduto a Perugia.
—Il signore, disse il Corvino, era alquanto aggravato da quelle solite sue doglie acute, perciò quando gli si mise innanzi la necessità della sua presenza in Roma, rispose essere grandissima la sua buona volontà, ma oramai mancargli il potere; che tuttavia qualora si fosse ristabilito in salute sarebbesi forse indotto a venire egli stesso; che intanto spediva il suo Orazio, al quale dava podestà di rappresentarlo per tutti i bisogni che si fossero presentati.
—E tu, Elia, ti se' accontentato di queste parole, e non hai fatto altro?
—Le parole non mi contentarono affatto, e feci tutto quello ch'era fattibil ad uomo per fargli passar le doglie e determinarlo a venir qui…. E in quanto alle doglie, se non sarebbero passate, le avrebbe saputo comportare però, e un po' in lettiga, un po'a cavallo sarebbe giunto fin qui; se non avesse temuto un trabochetto nascosto, e avesse avuto fede nella fede altrui, ma questa fede non l'ebbe. Allora ho detto fra me…. codesto giuoco, a volerlo condurre a buon fine, converrà trarlo in lungo, e dare intanto qualche fetta di lardo da rosicchiare a questo vecchio sdentato…. ed accogliendo adesso ogni sua domanda, e facendo ogni volontà sua, rintuzzare anche i suoi sospetti…. fino a tanto che, nel punto che meno sel penserà, torneremo a caricare la trappola e sarà nostro.
—Sta volta, Elia, ho i miei dubbi, e così forti dubbi, che pongo già da un canto tutti i disegni che avevo fatto su costui, e già mi rivolgo ad altro.
—Eppure voi m'insegnereste, illustrissimo, che in questi maneggi non conviene mai lasciarsi trasportare dall'impazienza, ma temporeggiare bensì, e lavorare di queto. Leone si comporterà intanto di maniera che il giovinetto Orazio sarà per lasciar Roma tutto quanto edificato. Allora porrò in campo un altro mio progetto. Converrà bene però che dia qualche forte narcotico alla coscienza, perchè profondamente si assopisca e non abbia ad ascoltar nulla, quand'io sarò per muovere i congegni. Del resto, giacchè mi guardate di quell'occhio così grave, sappiate che il progetto sarà per essere affatto incruento. Ho sempre avuto avversione a quei mezzi infami dei pugnali e dei veleni, e a me non importa d'altra cosa al mondo che di condurre in Roma quella volpe vecchia di Giampaolo. Ho veduto dappresso i poveri Perugini, e le loro piaghe stillano sangue continuamente, ho veduto quella soave e sventurata creatura della Bentivoglio, e considerando che sarebbe ben tristo chi avendo un mezzo, non ne volesse far uso per confortarla una volta per sempre, feci de' lunghi ragionamenti fra me stesso in questi dì affine di farmi convinto, ch'ella è cosa verissima che lo scopo talvolta santifica il mezzo.
Il Morone, stato un pezzo in silenzio:
—Di tutti i tuoi progetti e di tutte le tue speranze io sono convinto invece che non sarà per attuarsene neppur una. Non mi fermerò adesso a numerarti i motivi di questa mia persuasione, ti basti che la cosa sia così, e ch'io non mi lascio tor giù tanto facilmente dalle mie opinioni. In quanto poi alla Ginevra, ho una calda raccomandazione da farti.
—Io sto ascoltandovi, illustrissimo.
—Tu non farai mai parola col Palavicino nè del suo marito, nè di lei, nè de' suoi patimenti, nè delle tue speranze di trarla a salvamento. Non ho bisogno che in tal punto si travolgano taluni affetti nuovi che in questi ultimi mesi m'han tratto costui per altre vie. Da principio ciò m'era parso un grave contrattempo, ma ora che ho abbandonato ogni pensiero del Baglione, di ciò che mi sembrò danno, saprò trarre tanto vantaggio, che tu farai le maraviglie a suo tempo. Della Ginevra adunque non ne dir nulla.
—Io tacerò, potete vivere tranquillo, e l'Elia si licenziò.
Dopo tutto questo, il Morone lasciò passare molto tempo ancora senza far nulla, durante il quale non avvenne cosa che meritasse nota. Soltanto il Palavicino continuava a frequentare la signora di Rimini. Per tutta Roma ormai non era parola che degli amori di quella donna voluttuosa coll'illustre lombardo. Il Morone recavasi esso pure qualche volta al palazzo della duchessa. Una notte vi stette a lungo col Palavicino, e col medesimo ne partì ad ora tardissima. Fu in quell'occasione che, facendo la strada seco, e prendendo per certe solitarie vie di Roma, d'una in altra parola, lo trasse al seguente discorso:
—È già da un anno, Manfredo, che l'ozio e le delizie della vita ne circondano da tutte le parti; se non fossimo a ciò costretti dalla necessità, se in quest'ozio medesimo i nostri pensieri non fossero continuamente rivolti a quel fine per cui siamo fuggiti di Milano, per cui stiamo qui, comprendi anche tu che sarebbe una gran vergogna. Egli è certo però, che in questi ultimi mesi l'amore per il tuo paese ha ceduto luogo, credo che non vorrà esserlo per sempre, ad un altro oggetto. Queste mie parole sarebbero assai più gravi che non sono, se appunto in quell'ozio che ti dicevo non trovassi quanto basta per iscusare la tua condotta; e queste mie parole tanto sono meno gravi, quanto più mi pare che, qualora tu il voglia, possa raccogliere utile dal nuovo avviamento che il destino impresse alla tua vita e agli affetti tuoi. Che tu ti sii dimenticato della Ginevra, è cosa di cui mi consolo per la tua pace, per la pace di lei, per la pace di molti. Non sarà mai dunque ch'io ti voglia far rimprovero del tuo vario ingegno. Tuttavia, egli ha messo in me qualche dubbio sul conto tuo….
—Qualche dubbio su me?
—Zitto, lascia ch'io finisca. Ti confesserò dunque ch'io ti reputava assai più fermo ne' tuoi propositi e ne' tuoi affetti, che le prove ch'io già tenni di te, del tuo ingegno, dell'animo tuo, del tuo cuore pel paese nostro comune, parevan promettere assai più. Egli è perciò che voglio da te oggi tal caparra che, per l'avvenire, mi faccia vivere tranquillo sul tuo conto. È dunque necessario che tu sappia fare qualche sacrificio di te stesso, e, può darsi anche, ch'egli abbia ad essere tutt'altro che sacrificio. Odimi bene: tu ami, ed ami ardentemente la duchessa; questo è certissimo, perchè tu l'hai confessato…. perchè converrebbe esser ciechi per non accorgersene. Ti ricorderai adesso d'alcune parole ch'io feci con te prima di andarmene a Modena, colle quali io procurava tôrti giù da questa nuova passione. Ora ho fatto tutt'altro pensiero; però intendiamoci bene.
Il Palavicino facevasi attento.
—Tu sai, continuava il Morone, qual'è la parola d'ordine colla quale io soglio comportarmi in taluni momenti, tu lo sai; ella è: O tutto, o nulla; ora io voglio ch'ella debba servire a te pure. Ascoltami bene; da questo istante tu hai a pensare scrupolosamente a' fatti tuoi; tu hai a scegliere un partito, scelto che sia, non abbandonarlo mai più. Tu corteggi la duchessa; tutto il mondo dice che la cosa è così…. Sciagurata quella terra che attende il suo soccorso dall'uomo che vive una tal vita; è bisogno dunque, è necessità…. imperiosa necessità, che tu ti purghi da questa taccia; tu devi sposar la duchessa.
—Sposarla?
—Sposarla, non mi ritraggo, o abbandonarla per sempre; l'una delle due: O tutto, o nulla.
—Ma io non saprei….
—So io tutto. Se ti stacchi da lei rimani libero di te, della volontà tua, e pronto a porti in movimento appena il tuo paese ti chiami, e questo è un vantaggio; se poi tu la sposi, la tua posizione può acquistare importanza in Italia…. dal tuo stato di privato t'innalzi a un posto che sta al cospetto delle genti…. possessore della duchessa la quale, io so bene, porrebbe adesso ogni cosa a' piedi tuoi, saresti possessore anche della sua città, e, benchè il pontefice ne sia a metà padrone, pure tu avresti un popolo, molti soldati e mille lance, alle quali porti a capo quando la necessità lo richieda. Come già ti ho detto, stetti a lunghe e replicate conferenze col Guicciardini, e anch'egli pensa, al pari di me, che or si debba più che mai stare in agguato dell'occasione, e affrettarla anzi per quanto è possibile. Egli mi domandò se avevo un uomo di cuore al quale, all'occorrenza, dare incarico di tentare un colpo a mano armata, ed alla testa di qualche migliaia d'uomini. A lui ho nominato te, ed egli, non sapendomi dir nulla in contrario, mi fece tuttavia comprendere come sarebbe stato un gran bene se un sì difficil carico si fosse imposto ad uomo che avesse Stato in Italia; se dunque tu sposi la duchessa, tu potresti esser l'uomo veramente che riunisce in sè tutte le qualità acconcie per ciò. Puoi dunque lodarti della tua fortuna che t'ha suscitata in cuore una passione che, in certo qual modo, può collimare coi vantaggi lontani del paese tuo. Però ti do tempo a pensarci tutta questa notte; domani verrò da te…. e mi dirai quello che avrai stabilito…. Se tu ti stacchi da lei può esser bene…. se tu la sposi è senza dubbio il meglio. Soltanto se continuassi in codesta vita voluttuosa, sarebbe una sventura incalcolabile. Ora poi che, su tutto ciò, teco mi sono aperto con libertà, ti dirò anche il resto. Io ho conosciuto e conosco la tua casa… conosco tua madre, quell'angelica donna di tua madre, e per amor suo io ti amo come se fossi un mio figliuolo, ti amo al disopra di ogni altro mio concittadino, e forse non c'è altri che Francesco Sforza che divida codest'amor mio con te; pure adesso ti parlerò con assai dure parole. Se domani non fermi il tuo partito sull'una delle due cose che t'ho proposto, abbandonarla o sposarla, io mi divido sull'istante da te, e per sempre, e mi rivolgo ad altri. Il mio rammarico sarà immenso, ma sarò forte, nè su te porrò mai più gli occhi in tutta la mia vita… Trattasi d'impresa a cui convien mettersi con calma solenne, con virtù e senza basse passioni; nè per un affetto esagerato e mal'inteso verso di te, mai non vorrei porre all'azzardo tutta la cosa pubblica del paese in cui son nato; io non mi rimovo.
Il Palavicino, stato in silenzio per qualche tempo, alla fine gli rispose con queste parole:
—Vi ringrazio del grande amore che voi avete per me, e potete esser certo ch'egli è altrettanto quello che ho sempre sentito e che sento tuttavia per voi. Mi piace la franchezza con cui adesso mi avete parlato; pure, del timore e del dubbio che nell'animo vostro ha potuto sorgere sul conto mio, sono così conturbato che, se non vi reputassi quel che vi reputo, vi avrei già risposto colle parole dell'indegnazione; ora ascoltatemi. Il paese mio è il primo mio affetto, e per quanto le passioni avesser tentato dilungarmi da lui, io porto fiducia però che sempre gliele avrei sapute posporre. Del resto, quanto mi avete voi chiesto non è cosa che significhi un sacrificio, nè credo che ci sia alcun merito nel protestarvi, io mi vi acconcio pienamente, purch'ella sia cosa fattibile. Non credo però che ella sia tale.
—Di ciò lascerai ogni pensiero a me, rispose allora il Morone, assai contento delle parole del suo giovane concittadino; parlerò io medesimo alla duchessa, parlerò al Bembo, parlerò, se farà d'uopo, al santo padre: ma voglio che il tutto sia combinato in breve; non abbiam tempo da perdere.
Fermi in questo nuovo proposito, dopo qualch'altra parola, per quella sera i due concittadini si lasciarono. Il giorno dopo, il Morone non attese ad altro che a gettare lo scandaglio alla Corte romana, per vedere come sarebbe accolto quel nuovo progetto del matrimonio tra la duchessa Elena e il marchese. Per verità ebbe ad accorgersi che tal cosa non era per esser tanto facile come a tutta prima aveva creduto, ma continuando ad aver fede in sè stesso e nella propria facoltà persuasiva, ed anche nella mutabilità delle circostanze, non si conturbò punto, nè perdette le sue speranze.
In quanto alla signora di Rimini, allorchè il Morone s'accorse che la buona occasione era venuta, le domandò un abboccamento segreto, ottenuto il quale, con quella sua mirabile facondia e gentilezza di modi, seppe condurla a promettere, non già ch'ella avrebbe sposato il Palavicino, cosa di cui non poteva essere in lei l'assoluto arbitrio, ma che, dato che Leone mettesse innanzi qualche dubbio, anch'ella ponendo in campo de' fatti veri od anche de' simulati, avrebbe saputo fare in modo per indurlo ad accordarle la necessaria licenza. Del resto fu assai facil cosa il trarre la duchessa a quel partito, perchè già da gran tempo, nel cuore di lei, ne era sorto ardentissimo il desiderio; desiderio ch'ella non sarebbesi indotta a manifestar mai, perchè le parea cosa al tutto impossibile in quella sua condizione, e per mille altre ragioni. Ora poi che il Morone le ebbe dischiusa quella nuova via, è facile il credere ch'ella vi si mise a tutta corsa con un'alacrità straordinaria. Si può dire, senza timore di errare, che di tutti gli affetti nati e morti in questa versatile donna, questo che ella ebbe pel giovane Manfredo fu il più forte, il più sincero, il più sviscerato di tutti; e che se invece di finire ella avesse cominciato con questo forse non sarebbe mai pesata su di lei nessuna grave taccia. Non sarebbe possibile poi far tacere un moto assai naturale di compassione profonda, pensando che a dure vicissitudini ella doveva esser tratta da tale affetto, che di tutti fu il più innocente, se non si considerasse che con ciò voleasi appunto trarla sulla via dell'espiazione da colui che veglia su tutte le umane cose… Ma di ciò a suo luogo e tempo.
Sicuro adunque che fu il Morone della buona volontà della signora di Rimini, mise in movimento tutti i suoi congegni per toccare di volo gli ultimi risultati. Ebbe però a lasciar passare gran tempo ancora, perchè Leone stette forte in sul negare un pezzo…. e fu soltanto dopo molte e molte preghiere per parte del Bembo e dello Sanzio e della duchessa medesima, che se ne potè impetrare il permesso.
Ottenuto il quale, con una vivezza di gioia che in lei era nuova, d'accordo col Palavicino e col Morone, ella dispose le cose in modo che le nozze dovessero effettuarsi nel più breve tempo possibile… e fu verso la fine del novembre del 1519, che tutta Roma altro non attendeva che di assistere alle pompe solenni di quelle nozze.
Ma, prima ch'esse s'effettuassero, doveva scorrere assai più tempo che non avrebber creduto, per una sventura non attesa, la quale ne portò seco mille altre, e che all'altrui perfidia, la quale stava in agguato, diede campo di tendere al giovane Manfredo così infernale insidia, che, Dio sa, s'egli sarà mai per iscamparne.