CAPITOLO XXII
Il corriere cavalcò tutta la notte, e non giunse a Milano che un'ora prima dell'alba; facevano ancora le più fitte tenebre, ma, come gli aveva raccomandato il conte, si trasferì tosto al palazzo ducale. Fermatosi innanzi alla maggior porta, parlò ad un soldato, disse avere con sè una lettera della più grave importanza, da consegnare a sua eccellenza il governatore; così fu tosto condotto dentro.
Nel palazzo, a quell'ora, che in ogni altro dì dell'anno tutto riposava, appariva in questa circostanza un gran disordine; si vedevano ufficiali, soldati, famigli, in volta per le scale, per gli atri, pe' cortili, che s'interrogavano alla sfuggita che si stringevano nelle spalle, che si fermavano a crocchi; si vedevan lumi comparire e scomparire di volo dietro le vetriere de' finestroni; tutto era in gran movimento come fosse di giorno.
Soltanto in una grande anticamera degli appartamenti superiori, tre servi se ne stavano in gran silenzio origliando ad un uscio.
—È da due ore che non si risente, diceva uno sotto voce, io non so cosa pensare.
—Stà, mi pare d'aver udito un respiro.
—Vorrà essere un avvenimento inaudito, ma quest'uomo morirà di rabbia e d'affanno….
—E d'amore… credilo a me.
—Darei la metà del mio sangue, perchè mi fosse dato di condurgli dinanzi il suo Armando, come Dio è vero, la darei.
—Ma il povero Dênis intanto dovette dar tutto il suo.
—Fu un'atrocità senza esempio.
—Zitto.
—Come poteva esso sospettare, che l'italiano lo avrebbe ingannato a quel modo?
—Questo lo penso anch'io; ma come non si può non scusare sua eccellenza, se la disperazione lo ha fatto uscire di senno?
—Non è la prima volta.
—Senti, Vautrin, se io avessi a vivere mill'anni, in mille anni non saprei mai dimenticare il furore onde fu trasportato sua eccellenza, quando domandato d'Armando, seppe che non era in palazzo e ch'era stato condotto via dal conte Galeazzo. L'aspetto di lui in quel momento fu tale che a pensarvi, sempre mi farà raccapricciare d'orrore.
—Taci, nè io pure ne sopporterei la memoria; ma in vero l'eccesso del suo dolore mi fa pietà, più che il furor suo mi faccia spavento…. Quest'uomo, che fa tremar tutti… e alla cui comparsa non v'è chi più ardisca di parlare… quest'uomo… io l'udii piangere e singhiozzare… Ciò mi ha fatto tal senso… che a me pure vennero le lagrime agli occhi… e mi sentii tutto intenerito, non so cosa dire…
Qui s'udì un rumore nella stanza vicina, poi il suono distinto di una pedata che si accostava all'uscio.
I servi sgomentati, si ritrassero in fretta in fondo all'anticamera; l'uscio si spalancò, comparve il Lautrec, che si fermò sulla soglia, immobile come un marmo. I suoi occhi eran fissi come quelli di chi abbia smarrita la ragione.
Guardando nella camera, non si vedeva, al fioco barlume di una lampada, presso a spegnersi, che un piccol letto… era quello del fanciullo Armando.
Il Lautrec versava certamente allora in una di quelle tremende crisi dell'uomo, in cui la fissazione assidua e spasmodica della mente in un oggetto unico, sta per degenerare in forsennatezza assoluta. L'assenza del figliuolo, assenza resa tanto terribile dell'incertezza delle cause, delle circostanze, del luogo, del tempo; l'assenza di quel figliuolo, senza di cui gli sarebbe sempre stata insopportabile la vita, avea tolta ogni susta alla sua forza morale. La sua condizione era simile a quella di un uomo al quale, mancando un elemento fisico, indispensabile all'esistenza, irresistibilmente sente fuggirsi gli spiriti.
Ed era tanto più presso a subire il dominio della pazzia, in quanto che, sentendo che la presenza del suo Armando gli era necessaria, procurava illudersi d'averlo a riabbracciare da un istante all'altro, e trovando poi come quella sua aspettazione ansiosa, e che aveva tenute sospese tutte le potenze della sua vita, era stato indarno, e vedendo fuggirsi innanzi ogni speranza, quella specie di voto lo desolava, lo spaventava sì, che prorompeva in eccessi inauditi.
Del resto, questa esaltazione furibonda che gli durava da tante ore, non era stata e non era senza i suoi lucidi intervalli. In questi aveva potuto pensare a tutte le cause possibili, del rapimento di Armando, e per sua e altrui fortuna, essendogli noto, che era stato il conte Mandello a condurselo seco, fu da ciò condotto a sospettare il perchè avesse colui operato di tal maniera; e un simile sospetto, dirò anzi una simile speranza così lo dominò, che negli istanti medesimi in cui, per versar fuori quella rabbia affannosa che lo tormentava, sentiva come un bisogno d'incrudelire su tutti e di far sangue, e di cominciare appunto a diguazzarsi nella vendetta del Palavicino, pure se ne astenne sempre, quasi una forza imperiosa lo trattenesse, e se ne astenne con un proposito così deciso che, a mettere un ostacolo agli assalti subitanei dell'ira propria, e temendo di non potersi dominare abbastanza, aveva fatto condurre il Palavicino nella torre del castello per averlo così più lontano; aveva intravveduto insomma, che quello era l'unico prezzo del riscatto del proprio figliuolo.
E quante volte aveva supplicato Iddio con un fervore strano alla sua indole irreligiosa, perchè tosto gli desse il motivo per liberare il suo mortale nemico!… Pure, più d'una volta insorsero con prepotenza anche gli odii vecchi, e non gli parea vero, che quell'uomo dovesse sfuggirgli così, e non sopportando tale idea, ad escluderne per sempre la possibilità, stette spesso per dar l'ordine di uccidere il Palavicino; se non che, appena egli volgevasi a guardare la coltrice del suo Armando, improvvisamente sbollivano le ire, tutto cedeva, tutto squagliavasi al fuoco ardentissimo dell'indefinito amor suo, e allorquando l'entusiasmo della vendetta stava per vincerlo, l'unica lagrima che gli sgorgava dall'occhio infuocato, mandava tutto in dileguo. Così avea passato tutte quelle ore, tutta la notte, in conseguenza di che, sopraffatto, domato dalla forza del male, e da tanto contrasto, la sua intelligenza era adesso in procinto di alienarsi.
In tale stato dell'animo, stava ei dunque ancora immobile sulla soglia della camera da letto del suo Armando, e i servi aggruppati in un canto dell'anticamera, mentre lo guardavano attenti, non ardivano nemmeno di respirare, quando s'udì dalle scale, dai corridioi, dalle camere, un gran rumore di passi e di voci che si avvicinavano, e finalmente si videro entrare con gran sollecitudine alcuni ufficiali in quell'anticamera stessa.
Erano essi saliti in fretta per domandare del governatore, ma quando lo scorsero immobile in quella posizione e in quell'atteggiamento, si tacquero un momento irresoluti.
Ma uno di quegli ufficiali fattosi animo:
—Eccellenza, disse, è qui una lettera di grande importanza, il corriere è dabbasso che aspetta.
La rapidità onde il Lautrec a quelle parole e alla vista della lettera si scosse, e dal punto ove trovavasi, balzato presso all'ufficiale che parlava, gli strappò con violenza la lettera dalle mani, è indescrivibile.
Avutala così, rotto il sigillo, spiegazzatala con gran tremito la lesse di un fiato. La faccia gli si trasmutò a un tratto, parve quasi che un fitto velo gli si fosse tolto dinnanzi.
Ebbe un altro soprassalto di gioia perfetta, pari a quello che provò quando gli fu annunziato che il Palavicino era nelle sue mani; chi gli avrebbe detto allora, che sarebbe costretto a rimandarlo libero ed illeso?
E si volse allora a quegli ufficiali stessi che avean recata la lettera, per dar loro l'ordine di far tosto liberare il Palavicino e di scortarlo fino a Reggio… ma nel punto stesso di profferire quella parola, gli parve sì duro l'esser costretto a tal passo, che si tacque, e si mise invece a passeggiar per la camera in preda ad un novello contrasto.
Cessato quello sgomento, generato dall'incertezza della sorte del proprio figlio, e assicurato dell'esser suo, e in qual luogo trovavasi, e come era sano e salvo; riposato da quell'oppressione orrenda, che avea chiuso l'adito ad ogni altra cosa, l'odio pel Palavicino insorse allora con più forza che mai, e rimase padrone del campo.
Alcuni momenti prima aveva atteso con ansia, che in prezzo del riscatto del proprio figliuolo gli fosse richiesto il Palavicino, ma ora che trovavasi al punto, una tale necessità le fu insopportabile, e pensò a ribellarsene. Fin dal dì prima, appena seppe che il Mandello seco aveva condotto Armando, sulle tracce di lui, con gran sollecitudine aveva spediti uomini per tutte le parti, de' quali veruno peranco era tornato; volle dunque aspettare qualcuno di costoro, e, sebbene la lettera stessa del Mandello desse indizio ch'esso non era ancor stato raggiunto, ed era in salvo, pure sperò che ciò potesse tuttavia succedere da un momento all'altro.
Ma il contrasto era terribile, era tale che l'animo suo già fiaccato da tante ore d'angoscia, non bastava più a sopportarlo. Diede un'altra occhiata alla lettera; quell'intimazione del termine perentorio di tre dì, cui a tutta prima non aveva posto mente, ora le sconvolse l'animo terribilmente, ora che, misurate le distanze gli parve essere difficile che in tre giorni, senza una gran sollecitudine, il Palavicino potesse arrivare a Reggio. Gli corse un gelo per tutte le membra… Si volse finalmente per dar l'ordine agli ufficiali che aspettavano… ma nel punto di parlare, non seppe vincere la vergogna di avere a cedere all'impero della necessità, di mostrare tanta debolezza, di mostrarla in faccia a que' suoi soggetti specialmente; però non volendo parlare, prese di forza pel braccio uno di quegli ufficiali, e seco il trasse a furia nelle proprie stanze… là, non volendo ancora parlare, scrisse l'ordine, glielo consegnò dicendogli—Va—e nel pronunciare questa parola respinse l'ufficiale con un urto violento del braccio quasi a cacciarlo fuori della camera, nella quale egli si chiuse poi disperatamente e si buttò sul letto nascondendo la faccia tra i cuscini… Aveva vergogna anche di sè stesso.
L'ufficiale di servizio, uscito che fu dal la camera del governatore, senza pensar molto al duro modo onde n'era stato respinto, essendovi avvezzo da gran tempo, letto l'ordine di volo, e interpretata la parte sottintesa, si recò presso a' colleghi cui lo comunicò.
Tutti gli ufficiali che sapevano benissimo il fatto del conte Mandello, e stando in aspettazione di qualche gran cosa, avevano fatte di molte interrogazioni al corriere, si strinsero in un gruppo con gran sollecitudine per sentire quel che aveva deliberato il Lautrec; però, quando udirono che non si trattava d'altro che di rimettere in libertà il marchese Palavicino, per quanto avessero già pensato che necessariamente doveasi riuscire a questo, pure ne rimasero tutti altamente maravigliati.
—Codesta è tutta opera del conte Galeazzo Mandello.
—A quel diavolo d'Italiano, io non so cosa non sia possibile; pure, quando ci penso, non mi par vero.
—Ce n'è dell'astuzia in codesta insidia a cui trasse sua eccellenza.
—C'è anche della perfidia in buon dato.
—E molta generosità assai, io lo confesso, quantunque non ami niente quell'Italiano, e non m'attenterei dirlo a sua eccellenza.
—Lo dico io pure, perchè in fine, mise all'azzardo la propria vita, e, in che arrischiato modo!!
—Bisogna dunque che questo marchese Palavicino valga qualche cosa, se un tal uomo si è offerto per lui.
—Valga, o non valga, bisogna intanto provvedere a farlo mettere in libertà, e ci siamo già troppo attesi qui.
—Dopo bisognerà pensare a farlo scortare sino a Reggio.
—E a chi se ne darà l'incarico?
—Il governatore non ce ne dà istruzione…
—Dunque…
—Dunque converrà interpellarlo…
—Non sarei mai per far questo, disse allora l'ufficiale che aveva ricevuto l'ordine dalle mani stesse del Lautrec. Questo non è il momento di dargli altre noje, e se non c'è altri che possa accompagnare il marchese, lo accompagnerà qualcuno di noi. Fra tre dì si ha ad essere a Reggio, dove il figlio di sua eccellenza ci sarà restituito; questa è la cosa per cui si avrà più che mai a tener aperti gli occhi. Andiamo dunque, che in verità non c'è tempo da perdere.
Così tre degli uffiziali di servigio si trasferirono al castello.
Per quanto quegli ufficiali francesi fossero alieni dal provare una pietà al mondo delle miserie lombarde, pure, questa volta, per la novità stessa del caso, e per l'ammirazione a cui non poterono sottrarsi verso il Mandello, che tanto aveva fatto a salvare un suo concittadino, e per l'interesse onde ebber sempre riguardato il giovane Palavicino, fatto assai grande agli occhi loro dalla tenacità stessa dell'odio onde il Lautrec lo aveva fatto segno, provarono una certa compiacenza nell'essere portatori di un ordine a favore di lui.
Mostratolo dunque al castellano, e fattagli presente l'urgenza straordinaria delle circostanze, lo sollecitarono a rimettere in libertà il marchese Palavicino. Intanto che il castellano recavasi per adempiere gli ordini, essi a non perder tempo, fecero tosto allestire le cavalcature pel viaggio.
Il marchese Palavicino, già da quindici ore, se ne stava in uno di que' tetri camerotti della torretta del castello; fin dal primo momento che v'era stato condotto, gli era caduta ogni speranza affatto, e si tenne irremissibilmente perduto. Quella prima fiducia ond'erasi tanto confortato, quando udì che il Lautrec avea fermo di battersi seco, quella fiducia illimitata, onde sperando per sè, sperò per tutta Italia, e per tutti i suoi fratelli, abbandonatolo improvvisamente, lo lasciò in tale stato di disperazione, in tale abbattimento, che le smanie istesse e i deliri, portati dai patimenti estremi dell'animo che avea subito il Lautrec nelle ore della notte trascorsa, li aveva subiti esso pure. E tanto più, in quanto non poteva vincere il rimorso di avere anteposto alla patria comune un affetto privato, d'avere egli medesimo affrettato la propria rovina, e d'essersi posto al punto che se l'espiazione gli era pur troppo inevitabile, ogni via gli era intercetta ad una riparazione generosa. Non poteva sopportare l'idea di avere a morire così giovine, senza avere operato cosa che fosse degna della gratitudine degli ottimi, e dopo aver fatte tante promesse, d'aver suscitate in altri tante speranze, e averle tradite tutte quante…
Verso il mattino, quando sentì ch'egli veniva meno sotto il peso di tali pensieri, e gli parve che tutte le facoltà dello spirito fossero per essere soppresse come da un deliquio, cadde in ginocchio, e nella sua desolazione, sentì il bisogno di rivolgersi a Dio. Le lagrime che gl'innondarono il volto in quell'ora angosciosa, ma d'una solennità senza pari, la preghiera che fece il suo labbro commosso e inspirato dalla sventura e da un amore ardentissimo, attestavano quanto v'era di puro, di soave e di sublime in quell'anima giovanile. Le sue debolezze, le sue cadute lo aveano altra volta pur troppo messo a paro degli uomini volgari. L'entusiasmo della carne aveva per qualche tempo assorbito ogni altra cosa, e avea vinto; ma non mai anima di mortale alzò poi tant'alto il suo volo, come quella di lui in questo punto; essa erasi gettata veramente nelle braccia d'Iddio, per esserne degna un istante. I colpi della sventura sono talvolta di una efficacia senza pari a redimer l'uomo dall'uomo, ed a comunicargli un ardore che va oltre la sfera delle sue abituali tendenze.
Egli era ancora assorto in tali pensieri, quando il castellano entrò a comunicargli l'ordine del governatore.
Come rimanesse a tale notizia, è facile pensarlo. Gli rinacquero tutte le speranze, e in quelle afflizioni medesime gli parve d'aver rinvenuto una forza novella, e così discese col castellano.
Ma quando dagl'istessi uffiziali che gli si mostrarono assai cortesi, seppe com'era andata ogni cosa, e come il conte Galeazzo Mandello s'era condotto seco a Reggio il figlio del Lautrec per salvar lui, e che adesso egli era atteso in quella città stessa, nel palazzo del governatore, dall'amico che per lui aveva messo a repentaglio la propria vita; per quanto fosse forte la gratitudine e la tenerezza che provò in quel momento, pure non seppe determinarsi ad accettare quella via di scampo. Gli parve di abbassarsi troppo in faccia al Lautrec, di avere così a sembrar troppo piccolo in faccia ai proprii concittadini ed all'Italia tutta; d'altra parte gli era entrata così forte la persuasione che per una determinazione espressa di chi è superiore alle fortuite combinazioni degli umani eventi, egli fosse venuto a Milano per trovarsi faccia faccia col Lautrec, per battersi seco, e forse per liberare il paese dell'atroce flagello di lui, che coll'accettare quel partito gli sembrò mancare al proprio ufficio. Però, dopo un forte contrasto, volto agli ufficiali:
—Prima di venire con voi bisogna ch'io dica qualche parole al governatore, egli si esibì di battersi con me. Non sarà mai ch'io voglia sfuggire ad una tale occasione; conducetemi dunque da lui.
I tre ufficiali gli rimostrarono come una tal cosa fosse impossibile, trattandosi che se passavano i tre giorni la vita del figliuolo del governatore ne andava di mezzo.
—Io provvederò anche a questo, rispose il Palavicino; conducetemi dunque tosto da sua eccellenza, se non volete che si perda il tempo inutilmente.
Gli ufficiali non seppero opporsi.
Quando al Lautrec fu annunziato chi era venuto in palazzo per parlargli, ne fa così maravigliato, che non sapeva cosa pensare. Uscì però di fretta delle sue camere, e venne in quella dov'era stato condotto il Palavicino.
Neppure questa volta seppe dominare quell'avversione invincibile che provava vedendo colui, e gli prestò orecchio rivolgendo altrove lo sguardo.
—Io non mi parto di Milano, disse allora il Palavicino in tuono alto, se prima non ho incrocicchiata la mia colla vostra spada. Voi me ne avete fatto l'invito per il primo; però vi esorto a mantener la parola.
Al Lautrec crebbe a più doppj la maraviglia…. ma il pensiero che ad ogni ora che passava sempre più cresceva il pericolo del proprio figliuolo gli chiuse il labbro ad una risposta e lo atterri.
Il Palavicino, che se ne accorse, continuava:
—Se temete per la vita del vostro figlio, fate ch'io possa scrivere una coppia di righe al conte Galeazzo Mandello… lo pregherò a protrarre il termine alla sua risoluzione. Un corriere potrà recargli di volo la mia lettera.
Il Lautrec si volse a tali parole…. guardò dal capo alle piante il Palavicino…. per un istante fuggevolissimo sentì per colui una sensazione quasi di simpatia, di gratitudine, di tenerezza…. Fu un lampo però… e l'odio tornò colla solita insistenza. Disse poi:
—Scrivete dunque!
Il Palavicino scrisse la seguente lettera:
"Caro conte!
"Dell'atto generosissimo onde hai dato prova della amicizia unica che hai per me, ed al quale ogni gratitudine sarà sempre minore, non posso valermi per ora. Prima di mettermi sulla via dello scampo che tu mi hai aperto, ho fermo di battermi col Lautrec. È questa una necessità… Mancherei a me, alla patria, a tutti se io evitassi un simile incontro. La mia fede non ha limite in questo punto, perciò non so cosa non affronterei. Intanto non fare offesa al fanciullo Armando… e solamente, quando sien passati sei dì senza ch'io te ne scriva appositamente, fa di lui quel che ti parrà meglio. Se non foss'altro, un tal pegno costringerà il Lautrec alla lealtà. Addio."
Il Lautrec lesse una tal lettera con fremito, si volse al Palavicino, e disse:—E se voi rimarreste sul terreno?
—Non mi potrà mancar tempo di scrivere un'altra coppia di righe al conte.
Il Lautrec tacque, e tosto fatto commettere il foglio ad un corriere perchè lo recasse alla sua destinazione, si ritirò.
Non mai egli s'era trovato in una così terribile condizione. Rifiutare di battersi col Palavicino non fu cosa che neppure gli passò per la mente a tutta prima. Ma che sarebbe avvenuto del fanciullo Armando, se il Palavicino fosse rimasto ucciso? Ma qual valore potevano avere le generose proposte del medesimo, sinchè il fanciullo trovavasi nelle mani del Mandello? Un tal pensiero lo gettò in tale imbarazzo, che per la prima volta si degnò richiedere di consiglio i propri ufficiali che tutti furono d'avviso ch'egli dovesse battersi.
Allora non pronunciò più parola, e lasciato che gli altri facessero i preparativi pel duello, licenziò tutti quanti, e rimase solo. La notte d'intervallo fu per colui una notte d'inferno.
Il dì dopo nella massima sala del palazzo ducale, all'ora terza, era raccolta una gran quantità di persone. Le logge aperte in giro su in alto, a due terzi dello spazio fra il pavimento ed il cornicione, eran tutte gremite di popolo. In mezzo ai soldati, agli ufficiali ed ai baroni francesi, che se ne stavano affollati in giro nella sala medesima, si vedevano mescolati alcuni gentiluomini lombardi. Il Palavicino aveva voluto che al duello non assistessero soltanto i soldati francesi, ma chiese ed ottenne che vi potessero intervenire anche i suoi Milanesi. Chiese ed ottenne che per tutta la città ne fosse propalata la notizia, perchè tutto si decidesse al cospetto delle due nazioni, e al governatore fu giocoforza acconciarvisi per quella ragione imperiosa alla quale, con suo rodimento e rossore, dovea sottostare.
Battè finalmente l'ora quarta all'orologio di San Gottardo, ora da tutti attesa con una trepidazione ed un'ansia tremenda. Un istante dopo entrarono nella sala il Lautrec e il Palavicino. Al loro comparire fu un insorgere strepitoso di voci, cui successe quasi nel medesimo tempo una perfetta calma. Come stessero di dentro tutti i Milanesi convenuti a quello spettacolo…. come si sentissero trasportati di tenerezza, d'entusiasmo verso il loro concittadino… come tremassero del grave suo pericolo, non ignorando nessuno quanto il Lautrec avesse fama d'invincibile, chi ha cuore lo può pensare.
Tutti quelli intanto che trovavansi nella sala, si ristrinsero in giro accosto alle pareti e lasciarono affatto libero il campo.
Ma qual era la condizione d'animo dei due che avevano a battersi? Certamente che più di ogni altra cosa deve tenersi conto di essa, perchè pare che principalmente abbia influito sull'esito di un simil fatto.
Il Lautrec era terribilmente abbattuto. Nel comparire al cospetto di tanti uomini assembrati in quel luogo, si sentì oppresso da una vergogna insolita, pensando che a tutti era noto aver lui dovuto piegarsi all'altrui volere…. una simile vergogna lo sbaldanzì. Non vi è chi ignori quanto la forza morale aiuti la fisica in simili circostanze, e fu per ciò che il Palavicino in questo giorno venne ad esser superiore a sè medesimo sul terreno in faccia al Lautrec. Ardente d'entusiasmo pel suo paese, in pro del quale pensava di offrire sè medesimo, confortato dalla fiducia insolita che aveva in sè, nella fortuna, nella buona causa, in quell'ora egli valeva certamente per due. E quella calma inalterabile della sicurezza gli traspariva dal nobile volto, circostanza che valse a calmare alquanto la trepidazione de' suoi concittadini. Sul volto del Lautrec per lo invece si vedeva a sì chiari segni il turbamento, l'angoscia, l'oppressione, che diede a pensar molto a' suoi.
Dopo qualche po' d'aspettazione le spade cominciarono a toccarsi.
Non è nostra intenzione di tener conto qui di tutti i colpi dati e ricevuti in quel memorabile giorno. Non volendo far altro che render conto di un fatto importantissimo e dell'ultimo suo risultato, diremo soltanto che il combattimento sospeso e ripreso a molti intervalli durò, cosa straordinaria a dirsi, dalle quattr'ore della mattina fino a vespro, quando cioè la luce già cominciava a mancare nella sala.
Più d'una volta, nella ultim'ora del combattimento, con applausi e con grida, a cui la novità del caso e l'ammirazione per tanta bravura aveva eccitato tutti gli spettatori, era stato manifestato il desiderio che i due combattenti ristessero e si finisse così ogni cosa.
Ma la luce mancando sempre più, cominciò ad agitarsi tra quegli ufficiali del Lautrec quello che fosse conveniente di fare. Ci fu un punto che i due combattenti, impediti dall'oscurità, abbassarono spontaneamente le spade. Allora tutti gli ufficiali si aggrupparono intorno al Lautrec onde persuadergli che bisognava portare al dì prossimo la decisione del duello. Egli non rispose e soltanto fece capire che bisognava domandarne al Palavicino, il quale non rifiutò.
Quando il Lautrec fu uscito, gli ufficiali, che rimasero nella sala, e i gentiluomini lombardi si affollarono intorno al Palavicino, che in quell'istante d'intervallo, s'era buttato a sedere, preso da un repentino capogiro per l'eccessiva stanchezza e pel dolor vivo che gli derivava da tutte le membra lussate. Intorno a lui s'indugiarono così quanti eran nella sala gran parte della notte.
Ma nella stanza del Lautrec fu il massimo disordine in quella notte medesima. Ripensando al pericolo del fanciullo, pericolo che gli pareva si facesse sempre più grave ad ogni ora, le smanie del governatore ricominciarono…. e grado grado giunsero a tal punto, che parve il suo cervello avesse dato di volta affatto. Gli ufficiali che stavan con lui, scossi da quegli affanamenti forsennati, e temendo ogni peggior cosa, pensarono se vi poteva essere qualche pronto rimedio a tanto disordine… e di nuovo strettisi intorno al Lautrec per tentar di calmare i deliri di quel terribil uomo… si permisero di dare un consiglio.
Nell'impeto dell'amor paterno al governatore scappò detto che si facesse. La lontananza del proprio figliuolo gli era divenuta insopportabile. A qualunque onta si sarebbe sottoposto per riavere il suo Armando. Gli ufficiali non aspettarono altro allora, e tosto recatisi presso il Palavicino, fattegli presente la volontà del governatore, lo esortarono a star contento d'essere uscito con pari onore dalla gara, e di lasciarsi condurre incontanente a Reggio per mandar subito a Milano il figlio del Lautrec. Il Palavicino stette in prima ostinato un pezzo…. finalmente, vinto dalle parole di taluni lombardi che gli si misero intorno a scongiurarlo perchè non volesse abusare così della favorevole fortuna, stimò bene di aderire.
Di tal guisa si venne sciogliendo un nodo, dal quale pareva dover nascere una conseguenza risolutiva e tremenda. Ma non è questo esempio nuovo nelle umane cose, che gravi principi abbiano spesso fini leggeri o nulli, e viceversa poche e impercettibili faville sian causa più spesso di disastrosi incendi.
L'alba del giorno successivo il Palavicino era in viaggio per Reggio, accompagnato da tre ufficiali francesi.
Il viaggio fu lungo e tedioso, e non arrivarono in Reggio che la sera del terzo dì. Senza por tempo in mezzo, si recaron dunque al palazzo del governatore.
Giunti che vi furono, poterono accorgersi che v'erano attesi, perchè subito fu domandato se fra essi era il Palavicino, e appena questi si diede a conoscere, immantinente fu condotto nelle stanze del governatore, col quale appunto trovavasi allora il conte Galeazzo Mandello che aveva ricevuta la lettera del Palavicino il giorno prima.
Tosto che la porta della camera fu aperta, e gli occhi s'incontrarono, fu un commovimento straordinario; il Palavicino si precipitò nella camera e cadde come spossato nelle braccia del conte, che gli si slanciò incontro con un movimento istantaneo. Non mai entusiasmo d'amore spinse l'uno incontro all'altro due esseri così, non mai due cuori palpitarono d'una amicizia così santa, così profonda, così forte; tanto forte, che il Mandello sentì negli occhi le lagrime per la prima volta, e al Palavicino mancarono gli spiriti. Il Guicciardini intanto, colla calma inalterabile dello storico, stette contemplando quel gruppo. Il silenzio fu lungo e solenne.