CAPITOLO XXIII
Dopo quel silenzio, che valeva per mille parole, il conte Galeazzo scioltosi dal Palavicino:
—Ma in qual modo sei tu qui? gli disse; ma il duello?… ma il
Lautrec?
—Il duello è successo. Del resto io vivo e colui non è morto….
—Ma come avvenne ogni cosa?
—Io non te ne saprei dir nulla con precise parole, perchè a me stesso non par vero; ti posso però assicurare che coll'aiuto di Dio io valsi certamente per due, e lui non era più riconoscibile.
—Ma che fece?
—Si è battuto sei ore continue con me; infine ci convenne sostare ad ambedue…. Il disordine era in ogni sua facoltà, e la fortuna fece il resto.
—Tu se' caduto in piedi, Manfredo. Esso è tal fatto che sarebbe incredibile se non fosse vero.
—Egli è tale, Galeazzo, che mi aggiunse tanta sicurezza e fiducia, ch'io non so quale impresa non mi attenterei d'assumermi da quest'ora in poi. Sento che aveva bisogno di passare attraverso a così tremendo pericolo per rialzarmi al tutto.
Qui, fatto un po' di pausa e voltosi a Francesco Guicciardini che immobile e attento non aveva ancora pronunciata parola, gli disse:
—Ora, illustrissimo signore, se per mandare a termine que' progetti che insieme al Morone avevate concepito a pro della nostra cara Italia, vi occorre di un uomo per collocarlo al posto il più pericoloso, fate conto su di me. Vi supplico anzi, vi scongiuro a cercarmi un tal posto. Io di presente non ho altro desiderio al mondo che questo.
Il Guicciardini a tali parole stato per qualche poco in silenzio.
—Se non avete altri desiderj, rispose, vi conforto dunque a non attender altro che il momento opportuno.
A questo punto, uno dei tre ufficiali francesi che avevano accompagnato il Palavicino a Reggio, e che nel primo incontro dei due amici s'eran fermati sull'uscio della camera, si fece innanzi e voltosi al conte Galeazzo Mandello:
—Signore, gli disse in francese, credo inutile il parlarvi della vostra fede di cavaliere; ma vorrei sollecitarvi a consegnare a noi tre, che ne abbiamo espresso mandato dal governatore Lautrec, il fanciullo Armando, e a fare quello che avete promesso nella vostra lettera.
Il Guicciardini che prestò orecchio a queste parole senza mai allontanarsi dalla propria tavola, fe' allora un cenno al conte Galeazzo, se lo chiamò vicino.
—Che cosa avete promesso, gli disse sottovoce, in codesta vostra lettera?
—Per verità ciò appunto che costoro domandano.
—Va benissimo; ma una tale promessa l'avete fatta prima che succedesse il duello… e una condizione della promessa medesima era anzi che codesto vostro concittadino fosse incontanente fatto condurre qui. È ella così la cosa?
—È così infatto.
—Dunque se il duello è avvenuto, le circostanze si son mutate al tutto e il patto non terrebbe più….
—A che vorreste condurmi?
—A questo, che il fanciullo del Lautrec non si debba restituire. È un pegno troppo prezioso. Voi non sapete, caro mio, quante difficoltà, quante lungherie, quanti impacci, quanti pericoli si scanserebbero per codesto fanciullo.
—Capisco; ma qui il Palavicino credo siasi impegnato egli stesso. Io non sono già uomo che la guardi tanto pel sottile, quando il bisogno incalza… quando è estremo… ma in questo punto, illustrissimo, non dubiterei a restituire il fanciullo… Pure udiamo il Palavicino…
Il Guicciardini crollò la testa e non rispose…. Al Palavicino fu detto di che si trattava.
—Si stia alla promessa, si stia alla promessa! esclamò tosto che udì la cosa… Che non si abbia a dire, che noi Italiani ricorriamo sempre a questi astuti mezzi. Ne ho fatto promessa io pure, disse poi per escludere affatto il nuovo partito del Guicciardini.
—Quando ne avete fatto promessa, conviene attenerla, disse allora il Guicciardini dando subito di volta al discorso. Io credeva non vi foste strettamente impegnato,
Così il figlio del Lautrec fu rimandato.
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Riassumiamo adesso gli effetti che sono scaturiti da quanto abbiamo raccontato. Il Palavicino, allontanatosi da Roma, dove in sè stesso aveva esibita la prova del quanto la condizione prospera di un paese che degenera in mollezza, influisca anche sulle anime forti così da non farle parer più riconoscibili, arrivato a Milano, nello spettacolo dell'altrui miseria, nella propria angoscia, nell'estremo pericolo in cui ebbe a trovarsi avvolto, trovò gli argomenti per rialzarsi affatto e per ricuperar tutta la sua virtù. Ma nelle di lui generose aspirazioni avea bisogno di qualche cosa che rendesse noto il suo nome a tutti gli Italiani, che altamente lo segnalasse, per trovar poi la fiducia necessaria a suo tempo e luogo; e il duello avuto col Lautrec, di cui venne a correr la voce per tutta Italia, gli conciliò appunto quella popolarità e quella stima di cui aveva d'uopo. Per verità che il Palavicino ebbe a lodarsi della sorte più che di se stesso; ma l'aver saputo tener conto della lezione della sua stessa sventura, e l'aver ricuperato la propria forza allora appunto che il più degli uomini l'avrebber forse perduta, basta per meritargli la lode dei buoni.
D'altra parte fu per lui, se il conte Galeazzo Mandello si trovò costretto a risolversi ed a spiegare a un tratto tutta la forza e la nobiltà della propria natura che per tanti anni, sdegnato della generale abbiezione, quasi apposta avea cercato di smarrire nelle intemperanze e negli stravizzi, per non avere ad esser testimonio di nulla; e uscito della propria città, dove non gli rimaneva a far altro, si accostasse al Guicciardini, (dal quale in pari tempo che dal Morone dovevano esser gettate le prime fila per iscacciar Francia dall'Italia), e fermasse poi la sua dimora in Reggio, piccola città destinata a veder l'origine, il lento svolgersi, il progresso, la maturanza estrema di un gran fatto che parrebbe invero altamente disposto, tanto difficile riesce a spiegarlo siccome un semplice accidente. A governare il Modenese in nome del papa era stato eletto il Guicciardini, la prima intelligenza italiana che si stabilisse in Reggio. Il Morone venuto qui espressamente, si era già messo d'accordo con lui; ora il Palavicino e il conte Mandello sono condotti da un corso di cose, ad avvicinarglisi essi pure, ed a costituire così quasi un centro d'intelligenza e di potenza, a cui, come raggi da una vasta periferia, avranno poi a convergere tanti elementi. Vedremo infatti come tutti i patrizi milanesi spontaneamente emigrati, e di cui il Palavicino, nella sua venuta a Milano, aveva potuto esplorar le tendenze, da Venezia, da Ferrara, da Parma, a poco a poco raccoglierannosi tutti qui a danno della Francia.
Del resto il Palavicino non potè per ora fermarsi molto in Reggio, e dopo essersi intrattenuto presso il governatore qualche giorno ancora, credette opportuno recarsi un momento a Venezia, prima d'andare a Roma. Fatto manifesto il suo pensiero al conte Galeazzo, lo pregò volesse accompagnarlo in quella gita da Reggio a Venezia, preghiera che fu esaudita senza ripeter parola, tanto più che al Galeazzo incresceva assai d'avere ad abbandonare così presto un tanto amico, per la cui vita aveva esposta la propria, e che poteva ancora essere minacciato da nuovi pericoli.
Il dì stesso che i due amici avevano a partire il Guicciardini ricevette una lettera dal Morone, dove insieme alle molte cose riguardanti l'Italia e il pontefice e la futura impresa, veniva parlato del Palavicino con molte notizie intorno al medesimo, e l'ultima della di lui andata a Milano, toccando della qual circostanza, il Morone supplicava il Guicciardini, a stare attento, come più vicino a Milano, se mai gli giungesse la nuova di qualche sciagura, e a scrivergliene tosto a Roma.
Non è a dire come il nostro Manfredo, il quale appena giunto a Reggio subito aveva scritto al Morone, dandogli ragguaglio minutissimo di quanto era accaduto, si sentisse intenerito per l'amorosa premura che di lui prendevasi l'illustre suo concittadino, e che compiacenza provasse pensando che fra pochi dì esso avrebbe ricevuto l'importante novella. In questo pensiero se ne uscì dunque di Reggio insieme al conte Mandello.
Ci siamo dimenticati di dire, che in fine della lettera del Morone si parlava di un fatto che stava per maturarsi, e che in poco tempo avrebbe dato a parlare a tutta Italia. Vedremo a suo luogo qual era codesto fatto di cui il Morone stava in aspettazione. Intanto ci recheremo a Venezia.
I due amici entrarono in questa città in uno degli ultimi giorni di gennajo del 1520. Il fine principale per cui Manfredo avea voluto passar di là prima di ritornare a Roma, era di conoscer di appresso e mettersi d'accordo finalmente con tutti que' gentiluomini milanesi che fuggiti dalla loro patria vi s'erano fermati.
Essendo il carnovale di Venezia cominciato da qualche tempo, i due amici vollero profittare dei costumi di quella città e di quella stagione, e però trovarono assai vantaggioso, nelle loro circostanze segnatamente, d'andar mascherati, e star celati altrui per qualche giorno.
—È mia intenzione, diceva il Palavicino al Mandello, di vedere come si comportano qui i nostri colleghi prima di darmi loro a conoscere. Nel venire a Milano ne ho incontrati più d'uno e mi parve che nelle loro teste molte idee siansi venute rettificando, e la sventura abbia lor dato il modo di ripescare la buona ragione che avevano smarrito. Non so poi come sì metteranno le cose qui!
Non credo già che si abbiano a metter bene gran fatto. È un tempo questo in cui anche il doge sessagenario si degna di alternar qui gli scambietti colle belle veneziane; e i senatori e i procuratori di San Marco, mettendo da parte ogni loro dignità, danzano anch'essi la gagliarda e la furlana. Io che m'ebbi a digerire più d'una dozzina di carnevali su queste lagune, so come vanno le cose: e se i nostri colleghi che son fuggiti da Milano, s'acconciano a una simile ragione di vita è indizio manifesto che le loro angoscie non sono ancor giunte a supurazione, e intanto si dilettano a tuffarle nella gioja che passa.
—Anch'io ho fatto un tal pensiero. Tuttavia è già molto che dopo tanti anni di errore abbian cominciato ad accorgersi di qualche cosa. È già molto che sentano il bisogno di stordirsi nei passatempi della vita per far tacere un affanno. Vada per tutti quegli anni che festeggiavano della veste che lor bruciava in dosso. Ora avvolgiamoci noi pure pei labirinti di queste pazze feste, e vediamo di accostarci a ciascuno de' nostri compatrioti per conoscere press'a poco come stiano di dentro. Dopo avremo a tentare qualcosa…. Ho qualche disegno in mente, che tu, Galeazzo, m'ajuterai a colorire…. ma intanto sarà bene cercare del conte Birago, col quale m'incontrai appunto quando m'incamminava a Milano, e che di tutti, anche allorquando stava contro di noi, mi parve sempre il più ragionevole.
Fermi in questo, non volendo darsi a conoscere a nessuno prima di incontrarsi in lui, dovettero durare qualche fatica per ritrovarlo. Cominciarono perciò a frequentare i luoghi pubblici, i ridotti, le sale, i banchetti che di notte si davano sulla piazza di S. Marco, sulla riva degli Schiavoni, alla Giudecca, al Canalazzo; poterono anche introdursi nelle sale del doge, che in quel tempo era Leonardo Loredano, e colà venne lor fatto alla fine di vedere il conte Birago in un momento che si levava la maschera per respirare, e s'accostava ad un finestrone del palazzo ducale. Il Palavicino, sempre mascherato, accostatosi a lui che s'era messo al davanzale, gli battè sulla spalla.
Quegli si rivolse.
—Qui, gli disse allora Manfredo, i sistri vanno sempre più animando le danze… là prorompono grida di ebbra allegrezza, e additava la gran piazza di S. Marco sulla quale, fra lo splendore di mille fuochi, ferveva e romoreggiava una densissima folla di popolo. Ora ti domando io, caro conte, come un uomo può aver tempo di pensare alla propria terra che trovasi oppressa da una calamità insolita.
Il conte Birago, a quelle inaspettate parole, aguzzò gli occhi e guardò attentamente il Palavicino come sforzandosi di osservare il volto che celavasi sotto la maschera.
Il Mandello gli si accostò allora anch'esso e:
—Ciò che ti ha detto questo mio amico carissimo, soggiunse, è vero pur troppo…. Tra la furlana e le nacchere domando io come si possano incastrare i pensieri di chi va agonizzando.
—Ma chi siete voi? domandò il Birago.
—Hai tu volontà di conoscerci?
—Levate la maschera.
—Qui no; vieni con noi.
—Prima ditemi chi siete…
—Se tu sei così dappoco, gli disse allora Manfredo, d'aver timore di chi ti ha parlato del paese tuo… penso che potresti anche rimanere…
—Così dappoco?… Chi lo dice?
—Io, se te ne stai ancora irresoluto.
—Vi seguo sul momento… Abbiate un riguardo al mio stupore.
—Adesso mi piaci.
Usciti così del palazzo, e venuti al molo, si diedero a percorrere la via degli Schiavoni.
Quando il Palavicino si manifestò al conte Birago, quegli ne rimase sbalordito e non sapeva credere a sè stesso.
—E per che straordinaria avventura sei tu ancor vivo? gli disse. Qui era corsa la voce, che tu eri caduto nelle mani del Lautrec, e noi tutti ti credevamo spacciato.
—Ringrazia dunque i tuoi cari compatriotti, disse allora il Mandello battendo leggermente sulla spalla del Palavicino, che con tanta allegria attendevano a farti le esequie. Il modo per altro è nuovo!
Il conte Birago tacque e chinò la testa.
—Per me penso che avrebber fatto benissimo, soggiunse Manfredo, qualora non si fosse trattato che di me solo, ma…
—Io non so davvero quel che ti debba rispondere, disse allora il Birago; ma ti confesso che per me e per tutti io provo adesso una vergogna estrema.
—Quand'è così bisogna adunque che ti congiunga a noi due, e provveda tu pure perchè i nostri abbiano a determinarsi finalmente e a mettersi su quella via che ci è forza percorrere.
—Tu parli bene, ma come si ha a fare?
—In che luogo sono soliti di radunarsi i nostri qui, a Venezia?
—In più luoghi. Stanotte, per esempio, li vedrete tutti quanti assisi ad un banchetto che si sta apprestando alla Giudecca. Ve ne saranno da cento a centocinquanta.
—È un bel numero.
—Ho caro di vederli tutti, disse il Palavicino, e di avvicinarli… così il mio Galeazzo ed io li verremo stuzzicando per vedere se sotto lo sfregamento avranno qualche scintilla da mandar fuori. Tu ti troverai con loro perchè non è conveniente che di punto in bianco diventi uom serio. Ma una cosa hai da prometterci.
—Di' pure, marchese.
—Che fino a nuovo avviso non ti uscirà mai di bocca che io son qui.
—Te le prometto.
Facendo tali discorsi si misero a passeggiare per la piazza di S. Marco, assistendo per forza ai sollazzi scomposti di una moltitudine di maschere, ai giuochi dei saltatori e dei mimi, ai banchetti che sotto tende posticce erano apparecchiati sulla piazza medesima.
Manfredo ebbe colà a vedere molti dei suoi compatrioti, chi a tener dietro ad una maschera collo zendado, chi, trattenuto per le vesti da qualche faziolo, a dilettarsi di voluttuose facezie, chi a fare altre simili cose, e quando fu l'ora, col conte Birago e col Mandello, messosi in una gondola piena di maschere e di donne leggiadre, si fece traghettare alla Giudecca.
All'immenso banchetto apparecchiato in quel luogo per centinaia di gentiluomini sotto a tende e padiglioni appositamente eretti e adobbate a spese d'un Barberigo, ricchissimo patrizio, con tanto sfarzo e tanta magnificenza da meritarsi una descrizione se ne avessimo il tempo, intervenne esso pure sempre colla mezza maschera al volto. Le imbandigioni diluviarono, il vino di Cipro riscaldò il cerebro a tutti quanti. I canti e i brindisi eccheggiarono a lungo. I Veneziani cantarono le guerre chiozzotte e la conquista di Costantinopoli e le glorie di Enrico Dandolo.
Quando, verso il fine del banchetto, un Veneziano rivolto a quei centinaio di Milanesi coi quali s'era messo in intrinsichezza:
—Noi ci abbiam messo il nostro, prese improvvisamente a gridare, or tocca a voi. Le nostre canzoni sono antiche come la patria nostra e le nostre glorie. Se voi ne avete di più belle e di più liete fate sentirle. E se il vostro dialetto ha più espressione e più grazia del nostro, noi stiam qui ad ascoltarvi.
Il vino di Cipro che aveva fatto assai bene l'ufficio suo, e aveva riscaldata la vena musicale di quanti patrizj milanesi eran là, fu causa che si accettasse l'invito, e quante canzoni popolari correvano allora pel territorio milanese furono così ripetute a più voci e in coro con infiniti applausi e risa che andarono alle stelle…
L'allegria di quei patrizj milanesi parea veramente eccessiva.
Il Palavicino, che osservava tutto e tutti, se ne addolorava in suo segreto, e osservando continuamente il conte Crivello e il Torriano e il Figino, que' medesimi che aveva incontrati venendo a Milano, e allora gli era sembrato fossero oppressi da un grave e solenne dolore, non sapeva farsi capace del come potevano adesso in quel così scandaloso modo tuffare nel vino e nell'intemperanza e nell'allegria baccante il pensiero della loro condizione e di quella del loro paese. Considerando poi che talvolta l'uom ricorre a tal mezzo per mitigare appunto un dolore che sia immenso, volle provare se ciò potea verificarsi anche sul conto loro.
Intanto che ferveva la gara di quelle gioconde canzoni, egli si fece dare un liuto da uno dei giocolieri ch'erano stati introdotti ai banchetto, e stette aspettando che venisse il momento anche per lui.
Avendo, quand'era giovinetto, frequentato a Milano il conservatorio di musica fondato da Lodovico il Moro (come voleva il costume e la voga in cui allora era salita quell'arte) e dallo Scandiano Monteverde avendo ricevuto lezioni di canto e di liuto, egli n'era uscito gran dilettante in quest'arte, che abbandonò poi affatto per le altre cure più gravi. E fu questa la prima volta che pensò di non aver gettato il suo tempo al tutto. Però, quando le ultime note di una giocondissima canzone vennero svenendo per l'aria, egli che non aveva mai aperto bocca in quella notte, si alzò allora gridando—Or tocca a me—e toccando della mano il liuto, con maestri e forti passaggi comandò l'attenzione.
Se non che quel tono grave e severo contrastò colla gioconda direzione dei pensieri di tutti, che in sulle prime ne ricevettero una sensazione quasi sgradevole. Ma la maestria vinse poi gli animi, ed egli allora con voce chiara e sonora, ma tremolante di una commozione che non seppe dominare, si mise a cantare in dialetto quella canzone che alcuni dì prima aveva udito in Milano dalla povera filatrice
I campann d'or e d'argent Hin in del pozz de sant Patrizi ….
col resto della strofa, e con tutte le altre di quel lugubre canto lombardo che la tradizione non seppe portare intiero fino a noi.
La nota musicale è di una efficacia senza pari, e più che l'eloquenza della parola, pulsando i sensi, soggioga per quel veicolo i cuori. Se poi la nota sia resa da una voce umana, la quale riceva le sue inflessioni da un forte affetto che profondamente sia radicato nell'animo, allora l'effetto è intero, è prepotente… Così quanti milanesi trovavansi a quel banchetto, tutti, a quel suono, a quella voce, a quel canto, a quelle parole, che tante volte nella loro città medesima erano ad essi suonate all'orecchio, si sentirono correre i brividi nel sangue… fu uno sconvolgimento repentino dei pensieri di tutti,… Alla mente di ciascuno si appresentò la squallida scena della patria lontana… l'allegria cessò di colpo.
Il Palavicino toltosi allora di là, restituito il liuto al giocoliere, si confuse tra la folla e scomparve.
—Chi è costui? domandarono allora ad una voce il Crivello, il Torriano, il Moriggia, il Ferreri, il Vimercati ed altri nobili milanesi rivolti al conte Birago. Chi è costui? Egli è venuto qui con te!
—E con me! gridò il conte Mandello che mai non s'era tolta la maschera dal volto, e che si tolse allora. Qui il conte Birago non lo conosce affatto, ma lo conosco io e rispondo per lui. Potete viver tranquilli.
Tutti, vedendo il conte Mandello fecero le più alte maraviglie, e non sapevano credere a' propri occhi.
—Sei qui anche tu?
—Diavolo! È carnovale, ed a Milano ormai non si trova più il modo di fare una risata di cuore…. La vita è breve, e pensai di rifuggirmi qui e di far passare ogni doglia. Alla patria poi ci pensi chi ci vuol pensare; il vostro esempio mi ha giovato moltissimo.
Nessuno dei Milanesi, rispose. Nessuno dei Milanesi in quella notte, per quanto si sforzasse, potè ricordarsi coll'allegria dei Veneziani, e in mezzo ai canti, alle danze, alle facezie dei zanni, non seppero mai più far venire sulle labbra un sorriso che fosse sincero.
Il Palavicino, ch'era ricomparso sott'altro mantello e sott'altra maschera, girando tra crocchio e crocchio, potè accorgersi di tale mutamento, e tornò a nutrire quelle speranze che alcuni momenti prima fu quasi per perdere.
Verso la mattina, traendo il Birago e il conte Mandello in disparte, e partendo con essi in gondola:
—Sentite, disse, qui bisogna che m'aiutate a trovare un mezzo per costringere i nostri ad abbandonare Venezia. È venuto il tempo che tutti noi abbiamo a pensar seriamente alle cose nostre; è un anno adesso che Massimiliano è morto; è da sei mesi che Carlo V è imperatore. Tanto per le cose di Lutero, come sapete, quanto per le minacce d'invasione di Selim, il santo padre e Carlo si son già messi d'accordo: è presto il tempo che costoro, col loro intervento abbiano a giovare anche le cose nostre, e si hanno tutte le ragioni di credere che Carlo V abbia a trovar ottime le ragioni di Leon X di scacciar Francia da Italia. Convien dunque risolversi, e sopratutto conviene evitare che i nostri patriotti che continuano ad uscire dal territorio milanese volgano il loro cammino a questa volta dove son certi di trovare buona parte de' loro concittadini. Quando costoro siensi stanziati altrove, tutti vorranno affluire a quell'unico punto. Il Mandello ed io veniamo adesso da Reggio come tu sai; è in questa piccola e spopolata città ch'io penso abbiano a raccogliersi i nostri. Bisogna dunque che anche tu, Birago, adoperi il tuo ingegno, per trovare qualche adatto modo di condurli per la non pensata.
—La cosa non dovrebb'essere difficile; tutto sta che quando sia il punto, ciascheduno voglia acconciarsi a lasciar Venezia per Reggio, e di questa stagione specialmente.
—Per molti segni ho potuto accorgermi stanotte che nelle menti di quanti patrizi milanesi son qui, il pensiero della loro patria è venuto oramai a galla degli altri, perciò io spero molto.
—Per me son qui, disse il Birago, così fosser tutti del medesimo mio sentire.
—Lo saranno.
E fermi in questa si lasciarono.
Trascorse qualche giorno senza nessun notevole accidente, continuando il Palavicino, il Mandello e Birago a stare in agguato in una buona occasione.
Una mattina entra il Birago nelle stanze dove alloggiavano il
Palavicino e il Mandello.
—Stanotte, disse, ci vennero da Milano delle strane notizie, strane per tutti, ma non per me; è corsa la voce del tuo duello, Manfredo, e dell'esser tu uscito dalle mani del Lautrec come per miracolo d'Iddio. Intorno al modo però è ben controversa l'opinione; v'è poi taluno il quale afferma che anche tu, conte Galeazzo, hai avuto mano in questa faccenda; io ho dovuto ridere, e tacqui.
—Hai fatto benissimo; ma che effetto produsse su tutti quanti la notizia della salvezza, qui del nostro Manfredo?
—Non poteva essere che un solo effetto, quello di una generale esultanza, e mi fece grandissimo piacere.
—Quest'occasione sarebbe buona per cominciare a far qualche cosa, ed io sarei di avviso, Manfredo, che tu oggi stesso ti dessi a conoscere a tutti costoro.
—Starò a vedere; mi pare, per altro, che non sia ancora il momento opportuno.
—Sentite, disse allora il conte Birago; io spero che, fra pochi dì, potremo dar cominciamento al nostro disegno. Domani notte ci sarà una gran festa sul mare, alla quale tutti i nostri compagni vorranno intervenire; è una festa che dà il figlio del Contarini, in occasione che si marita alla Morosini. E da qui si andrà fino a Chioggia, nelle cui vicinanze, come sapete, è un luogo di delizie di questa ricchissima casa. Vorrà essere uno spettacolo straordinario questo continuo e lungo corso di barche e di gondole che traslocherà, a dir così, Venezia a quel luogo.
—Ma che relazione, domandò il Palavicino hanno le tue speranze con questo avvenimento?
—Volevo dire che dopo tal festa, che sarà la migliore di tutte, pei nostri non vi potranno essere più attrattive in Venezia. E allora tu, dandoti a conoscere, e parlando loro con forti parole, potrai benissimo indurli ad uscire di qui una volta per sempre.
—Che ne pensi, Galeazzo? disse il Palavicino allora.
—Penso che non ci sarebbe male, pure non basta.
—Come non basta?
—Converrebbe trovare il modo che tutti avessero a trovarsi già ben lungi di qui, e nessuno non fosse più agevole di tornare indietro.
—Non capisco, disse il Birago.
—Parlerò più chiaro. Per quanta buona opinione abbia de' nostri, tuttavia inclino a credere che nessuno spontaneamente vorrà partir da Venezia sì presto, e che sarà indispensabile qualche mezzo insolito per obbligarli.
—E come trovarlo?
—La festa di questa notte appunto me lo avrebbe fatto trovare.
—Forse ho indovinato, disse Manfredo allora.
—Davvero? e come ti pare?
—Da Chioggia a Reggio quante miglia ci sono?
—Per ora accontentiamoci di Modena, caro mio; eppoi il punto di partenza non dev'esser Chioggia; bisognerà che le nostre barche dirizzino il loro corso un po' più in su, così tra l'Adria e lo sbocco del Po, perchè da questo punto a Modena c'è poco più d'un sessanta miglia, e sono presto percorse. Del resto sono assai contento che tu mi abbia compreso a bella prima, sendochè quando in due teste nasce un medesimo pensiero, è indizio infallibile ch'egli è eccellente!
—Pare a me pure.
—Allora, disse il Palavicino al conte Birago, converrà che tu, oggi stesso, provveda a noleggiare le barche per noi milanesi, e faccia sapere a ciascheduno che tu hai pensato per tutti.
—E se fosse possibile avere in pronto in vece di più barche, una sola che fosse capace di un centinaio di persone, per verità che sarebbe il meglio, a toglier così il pericolo che qualcuna allontanandosi di troppo, mandasse a vuoto i nostri disegni.
—È verissimo, Birago, e converrà pensarci.
—È cosa subito fatta; conosco il capo degli arsenalotti, e colui mi saprà benissimo accontentare.
—Ma prima fa di darne avviso a tutti i nostri, perchè non abbiano per avventura a prendere altri impegni.
—È ciò che vado a far subito; vi saprò poi dire il resto.
Il conte Birago partì; il Palavicino e il Mandello si rimasero per dar perfezione al loro disegno.