CAPITOLO XXIV
Il giorno successivo tutta Venezia fu in movimento per le feste che la notte doveansi tenere a Chioggia, e verso il mezzodì, quasi potea dirsi che la popolazione dei palazzi e delle case si fosse traslocata intera nelle galere, nelle barche, nelle gondole, per trasferirsi colà. Il Mandello era partito fin dalla mattina per fare, nelle vicinanze di Chioggia, que' preparativi che richiedevano i disegni concertati col Palavicino e col conte Birago, i quali si misero poi nella barca insieme a' compatriotti, quando già tutte le altre vogavano da un'ora sul mare. Al Birago era riuscito di condurre le cose in modo che quanti patrizi milanesi erano allora a Venezia, tutti si raccogliessero insieme, ad eccezione di que' venti o trenta che seco avevano moglie e famiglia, pe' quali non si trovò nessun partito che paresse opportuno. Coloro però che s'erano uniti in convoglio passavano il centinaio, numero più che sufficiente pei fini del Palavicino, il quale, a non porvi inciampo, e a far nascere verun sospetto, coperto della maschera, erasi confuso coi giocolieri, i zanni, le maschere, alle quali ad arte fu concesso un posto nella barca comune.
Il lungo tratto di canale e di mare che è tra la città e i murazzi, presentò quel giorno uno spettacolo di una grandezza e varietà veramente straordinaria; e quando si abbassarono sul mare le prime ombre delle notte, i fuochi che improvvisamente comparvero ai mille punti di quella specie di città galleggiante, e che correva rapidamente, fu un colpo d'occhio da vincere qualunque immaginazione. Era in longitudine uno spazio di sei miglia buonamente, tutto coperto da una densissima fila di gondole e di barche che si succedevano senza interruzione. Le voci, le grida, gli evviva, i canti di più di centomila persone che si trovavano in esse, i suoni delle ribebe, dei cimbali, dei liuti, della pive, generavano un frastuono vasto, incessante. L'acqua del mare raddoppiava pel giuoco della riflessione le fiaccole, i lampioni, le torce a vento che ardevano su ciascheduna. I mille colori delle maschere, delle vesti, degli ori, delle gemme veduti a qualche distanza, confondendosi in un tutto screziato e vago, davano l'immagine di un immenso iride che a galla delle acque passasse di volo in linea retta. E a qualche distanza ciò che più faceva impressione era quella confusione appunto di tante voci che grado grado andavan perdendosi per l'aria ed era allora che sul vasto mormorio s'udivano distinti gli evviva più sonori e i canti dei gondolieri che languidamente andavano poi a spegnersi anch'essi in seno delle onde. Il Palavicino avvolto nel suo mantello, che tirava un vento piuttosto crudo del mese di gennaio, non desistendo pur un momento dal pensare a quanto più gli stava sul cuore, non poteva però a meno di prestare anch'esso la sua attenzione a quella scena per lui nuovissima; osservava quegli splendori, ascoltava quelle grida allegre, poi innalzava lo sguardo agli spazi superiori dell'aria dove tutto era calma e si fermava poi a considerare una gran nube che verso mezzodì terminava in una riga parallela all'orizzonte. La zona in cui stendevasi quella nube fece che i pensieri si fermassero in quel punto a Roma, alla duchessa Elena, al suo vicino matrimonio, cosa che gli mise uno strano turbamento nell'animo. Ma intanto ch'egli faceva simili pensieri, gli si mostrò Chioggia che riboccava di luce, e che di tanto in tanto dava avviso di sè con forti scoppi di mortaletti. Il convoglio, vogando affrettatamente toccò la riva, e quanti erano nella barca saltarono a terra.
Il primo con cui tutti s'incontrarono fu il conte Galeazzo Mandello, che stava appunto in aspettazione di loro e non ne faceva le viste.
—Sei qui anche tu? gli disse taluno di quei gentiluomini milanesi.
—Perchè non ci dovrei essere?
—Che cosa so io? Non t'ho veduto cogli altri, e ho detto: colui avrà avuto le sue ragioni per non venire.
—Tutt'altro, avevo desiderio di osservare a lume di sole questi bellissimi luoghi, e perciò vi ho preceduto; ecco tutto.
—Quand'è così va benissimo; e il gentiluomo abbandonato il Mandello, andò ad unirsi alla folla che ristagnando alla porta del palazzo Contarini, tumultuava per entrare.
Ma il Palavicino ed il conte Birago, come scorsero il Mandello che, vedutili, già moveva incontro di loro:
—E così gli domandarono ad una voce.
—E così tutto è pronto; del resto ella era cosa tanto agevole, che non se ne poteva avere alcun dubbio.
—Capisco; ma si sa mai quello che può succedere, e talora ciò che par nulla è il più difficile.
—Ora dovremo attendere anche noi a stare allegri, perchè non è detto che un gran pensiero debba occupare tutte le nostre facoltà, e quand'uno è forte veramente, deve saper far più cose in una volta. Entriamo dunque anche noi, e badiamo sovratutto che i nostri non abbiano a vederci preoccupati.
Il Palavicino, il Mandello, il Birago, passando allora a stento tra quella folla stivatissima, la quale ingombrava la riva e tutta la strada, che dilungandosi da Chioggia metteva al palazzo Contarini, vi entrarono anch'essi.
Ora il lettore non ci farebbe al certo buon viso se con tanta carne che abbiam messa a bollire attendessimo a descrivere parte per parte quelle feste a cui il magnifico Contarini aveva invitato tulli i gentiluomini di Venezia non solo, ma delle città vicine; se attendessimo a far qui il ritratto della illustrissima sposa di lui che ne fu la regina; se volessimo dar qui l'elenco di quante famiglie cospicue così di Venezia che di fuori intervennero colà in quella notte, e a dar la somma di tutte le danze e contraddanze intrecciate da quell'afflusso così straordinario di persone; però portiamo fiducia d'avere ad essere ringraziati se passiam sopra di volo a codeste cose che non fanno per noi. Il nostro Palavicino intanto dovette acconciarsi a passare molte ore di fila in quelle sale e mascherato com'era, e da qualcuno essendo stato notato com'egli se ne stesse sopra di sè, e non s'accomunasse con nessuno, dovette più d'una volta subire la noia d'avere a rispondere alle sfacciate interrogazioni degli zanni che, sobillati dagli altri, tanto più godevano a martellarlo, quanto più s'accorgevano che egli n'aveva dispetto. Spesse volte però il conte Galeazzo Mandello, assai pratico di tali cose, era venuto in soccorso di lui e per le sue rimbeccate, più d'un zanni, e ve n'era di prontissimi, avea dovuto partirsi scornato.
Verso le otto ore di notte, il Palavicino, uscito di palazzo, si recò sulla riva, e cercò del condottiere della barca col quale era venuto.
Trovatolo, s'intrattenne alcuni momenti con lui.
—Credo che tra le nove e le dieci avremo a partire.
—E noi partiremo senza un accidente di sorta.
—Attendi a comportarti con molta precauzione, caro mio, perchè se taluno s'avvede che la prora non volge a Venezia, e ad ogni colpo di remo ci allontaniamo invece da essa, tutto va a fascio.
—Comprendo assai bene, ma ciò non avverrà. E in prima, con tanta confusione, sfido io a capire se Venezia sia di qui o di là! Ci son barche venute dall'Adria, da Contarina, da Goro, da Ferrara, da Comacchio, che di ragione, tornando donde sono venute, avranno a volger la prora dove la volgeremo noi. E in quanto a' vostri, credo bene che il vino delle Isole e il Maraschino di Zara avrà loro tanto annebbiato il lume degli occhi, che non ci vedranno ben chiaro fra qualche ora; dunque non abbiate un timore al mondo.
—Se la cosa avverrà come tu di' più d'un ruspo veneto sopravanzerà la somma che ti abbiamo assegnata.
—Ed io ve ne sarò ben grato, illustrissimo.
Il Palavicino non rispose, e ritornò nelle sale ad aspettare per un'altr'ora, durante la quale cominciò a subire quell'inquietudine e quell'impazienza che di solito precede un fatto qualunque, di cui l'esito sia assai dubbio.
Quando furono le tre dopo mezzanotte, e le sale cominciarono a vuotarsi, Manfredo, recatosi presso il Mandello e il Birago:
—Qui bisogna spacciarsi, disse; le danze sono cessate, e ciascheduno pare che si disponga ad uscire; vedete dunque di sollecitare anche i nostri, e partiamo di fretta.
—A Venezia, disse allora il Mandello, abbiam dovuto deporre il pensiero di condurre con noi que' venti o trenta che han moglie, figli e famiglia. Qui m'accorgo che ci converrà fare il sagrificio di qualche altra decina. Vedi là il conte Ferranti che, a tutti i segni, pare abbia fermo di veder la faccia del sole prima d'uscire di qui; là ne veggo tre o quattro che a fatica tengono aperte le palpebre, e dopo essersi fiaccati lombi e garretti saltando a furia tutta notte, pare che per ora non sappiano trovare il modo di alzarsi da que' cuscini. Il figlio del marchese Gabaloita s'è tanto quanto invaghito della moglie del senatore Malipiero, e non può star discosto un dito da lei; però comprenderai bene che capitale s'ha a fare di costui. Tuttavia una decina in un centinajo non è poi gran perdita, e adesso io ed il Birago anderemo a dar la levata a tutti, e partiremo subito; lascia fare a me. Tu puoi discendere abbasso e rincantucciarti in qualche angolo della barca. Devo dirti intanto, seppure non lo sai, che un gentiluomo bresciano, con alte parole d'ammirazione e d'entusiamo, parlò stassera di te e del tuo duello col Lautrec, racconto che passando qualche poco i confini del vero, fece un grande effetto sul più dei nostri. Fu una combinazione assai favorevole; per cui spero che la tua apparizione improvvisa non fallirà allo scopo. Va dunque, che noi verremo a momenti.
Il Palavicino ridiscese, cercò tra la folla de' gondolieri e de' barcajuoli che ingombravano la via, il conduttore della barca; vedutolo, gli si accostò dicendo:
—Siamo a tempo; gli altri verranno a momenti.
—Quand'è così, vado a dar gli ordini.
Il conduttore fattosi largo tra la folla, dato un fischio a due suoi marinai che stavano a riva aspettando, disse loro:—Preparate le vele.
I due uomini salirono la barca, e con loro il Palavicino, che s'adagiò dietro un fascio di vele, e stette aspettando.
Dopo una mezz'ora buona, sentì la voce sonora del conte Mandello che gridava:
—È qui, affrettiamoci, che vogliam giungere a Venezia per tempo; e vide poi lui stesso innanzi alla schiera numerosa de' suoi milanesi, che avvolti nelle loro pellicce, ad uno ad uno sfilarono sull'asse che, a guisa di ponte, congiungeva la riva alla barca.
Il Palavicino ne contò novantacinque, e fu soddisfatto di quel numero: gli altri, disse poi fra sè, ci raggiungeranno a suo luogo e tempo; così, imbaccucatosi nel suo mantello, si distese sul fascio delle vele e finse di dormire; nessuno gli badò più che tanto.
Sulla riva, sul mare, entro i moli, cominciò in quel punto la rumorosa faccenda di tutte le barche e le gondole che già cariche di gente stavano per ritornare d'ond'erano venute. Era un gridare, un batter di remi, un darsi la voce da mille parti, un movimento, una confusione indicibile; chi spiccandosi dalla sponda prendeva il largo in mare, chi vogava terra terra, barche da una parte, barche dall'altra. Le direzioni erano molte; quella dei nostri con una rapidità straordinaria prese la sua, mettendosi in coda a coloro che ritornavano alle terre del littorale, a Sant'Anna, all'Adria, a Contarina, a Goro, ed altri luoghi.
La barca dov'erano i milanesi animata da un vento favorevole e piuttosto forte, potè in un'ora di tempo percorrere un tratto di mare, pel quale, senza aiuto di vela, ci sarebber volute più di due ore, e quanto più si dilungava, l'altre barche, con cui era partita di conserva, si andavan diradando sempre più. I nostri, coperti dalle pellicce, stanchi com'erano, s'assopirono in quella specie di sonno leggiero e particolarissimo che fa chiudere gli occhi del passaggero qualche ora prima dell'alba. Eran presso lo undici ore, ma essendo di gennajo, l'oscurità era ancora ben fitta; qualcheduno però, fosse per le scosse della barca o pe' gridi de' barcajuoli, o pel vento eccessivamente crudo, cominciò a risentirsi. Si alza così, sgranchisce le membra, gira lo sguardo irresoluto dapprima, poi qualche poco attonito, e non sa capire; credendo d'avvicinarsi a Venezia, pensa che di ragione dovrebbe vedersi intorno quella folla innumerevole di gondole, tra le quali era partito, di ragione dovrebb'essere assordato dai soliti gridi, dai soliti canti, dai soliti evviva. Ma invece non vede che cinque o sei barche vogare davanti a sè a molta distanza l'una dall'altra; scuote allora i tre o quattro che gli stanno d'intorno: tutti si risentono, aprono gli occhi ed esclamano ad una:—Cosa c'è?
—C'è ch'io non so trovar la ragione di questa solitudine; si direbbe che Venezia sia scomparsa sott'acqua. Ma dove se n'è dileguata la folla?
Gli altri guatano intorno, e:
—Perdio, è vero! esclamano.
—Ma come può esser mai?
—È uno sbaglio.
—Che sbaglio?
—Scommetto che siam volti altrove, fu un errore del barcajuolo…. non può essere diversamente.
Il Palavicino alzava la testa e ascoltava con attenzione. Il Mandello che aveva udito esso pure, s'alzò piano, s'avvicinò ai conduttore della barca, e sotto voce gli disse:
—Quanto ci può mancare a toccar terra dove io t'ho detto?
—Sto virando ora appunto… Vedete lì quella gran macchia bianca illuminata dalla luna? quello è Diedo. Ma noi approderemo a un quarto di miglio: tra gli abeti di Sant'Anna.
Intanto tutti gli altri, messi in sospetto da quel primo che s'era sveglio, alcun poco iracondi, accostatisi allo stesso conduttore:
—Barcajuolo, gli gridarono, dove ci conduci tu?
—Dove voglio io, risponde allora con voce sonora il conte Galeazzo Mandello. Ho voluto farvi un'improvvisata… Mi farete poi i vostri ringraziamenti quando sarà tempo.
Tutti si guardarono in faccia pieni di stupore; la barca intanto s'accostava alla riva, e la toccò in poco di tempo.
—Presto a terra, gridò il Mandello allora, che vi si appresta qualche cosa di nuovissimo!
Tutti discesero in qualche aspettazione.
—Chiudetevi nelle vostre pellicce, cari miei, continuava il Mandello, il vento di gennajo non la perdona a nessuno!… E voi due, e qui si volse a due uomini che, discesi dalla barca, gli venivan presso: voi due affrettatevi ad accendere le vostre torcie…. fra queste piante il chiaro di luna è troppo poco.
Le torcie furon presto accese.
—Voi altri tutti venite con me.
Così dicendo il Mandello si volse a guardare se non mancava nessuno, e sovratutto se veniva il Palavicino. Ma in quel punto uscì detto ad uno:
—Prima che noi abbiamo a venire con te, conte Mandello, fammi chiaro d'una cosa: sei tu pazzo o savio?
—Io non c'entro, cari miei, rispose a tali parole il conte, e colta l'occasione, volgendosi al Palavicino che veniva in coda agli altri senza far motto e non osservato: egli è quest'uomo, soggiunse, che ha da parlare con voi, non io.
Tutti si volsero a guardare il nuovo personaggio che il Mandello additò; l'aspettazione e l'impazienza era dipinta sui volti.
—Son'io di fatto, disse allora ad alta voce Manfredo; il conte dice il vero, e pronunciando tali parole, si diede finalmente a conoscere.
La sorpresa fu generale e forte, e tanto più che nessuno sapeva indovinar le intenzioni. Tutti si fermarono in gran silenzio intorno al Palavicino.
In quel momento stesso, la campanella della chiesuola di Diedo battè undici colpi, le cui oscillazioni decrescenti smarrirono in seno alla folta selva degli abeti e nel vasto fremito delle onde marine…. La luna risplendeva ancora in mezzo al firmamento tuttora stellato, quantunque, dalla parte d'oriente, i leni crepuscoli cominciassero a tinger qualche poco i cieli.
Nella calma solenne di quell'ora, in quella solitudine, dove l'occhio del sospetto non arrivava, il Palavicino fu per la prima volta ascoltato con attenzione e con raccoglimento da' suoi compatriotti, al cui orecchio suonarono le seguenti parole:
—Innanzi tutto, o amici, prese a dire il giovane Manfredo, io debbo domandarvi perdono se v'ho tratto lontano da Venezia senza riceverne prima il vostro assenso; ma il tempo incalzava, ed occorreva di far presto; d'altra parte io mi teneva sicuro, come mi tengo anche adesso, che non vi sareste mai sdegnati con me quando foste per sentire dalla stessa mia bocca i motivi che mi consigliarono…. Io vengo da Milano ch'è poco, voi tutti ne siete partiti che non è gran tempo. Nei motivi della vostra partenza, anzi della vostra fuga, troverete anche quelli per cui ed io e questo mio amico al quale debbo la vita, e questo conte Birago, col quale per molti anni io non ebbi mai accordo, e che fu così generoso da esibirmi per il primo la sua amicizia, abbiamo pensato di condurvi qui. La condizione della nostra carissima terra è a tale estremo di miseria e di ruina, che basta toccarne di volo, perchè tosto ne si apra dinanzi la miserabile scena. Nè che a voi, anche nel mezzo delle allegre feste, fuggisse dalla memoria, io ne ebbi un profondo indizio, cari miei, indizio che mi fece sperar tutto da voi, pel quale compresi che del vostro paese è in voi ardentissimo l'amore. Due notti sono, ritornatevele nella memoria, io ebbi la gioja, sì, la gioja, di vedervi tutti quanti conturbati e percossi in mezzo alla allegria che vi circondava. Pure, a lungo andare, continuando a dimorare in questa città, era a temere che nel vortice assiduo dei sollazzi voluttuosi, delle intemperanze, delle libidini, raggirati a perdizione, foste per dimenticare voi stessi e in voi la patria vostra. Io medesimo ebbi a provare quanto sia tremendo l'influsso dello spettacolo di una città gaudente. Io stesso ho sentito l'anima mia snervarsi e perdersi di giorno in giorno. Io stesso fui così debole da mettere per qualche tempo in fondo a tutto i pensieri del mio paese; e se non fosse stato una terribile sventura, terribile davvero, amici miei, che impensatamente venne ad assalirmi e che percuotendomi, mi rialzò, io non so bene a che sarei riuscito. Questo confesso a voi tutti con ischiettezza, perchè noi non dobbiamo pensare che a mettere insieme le nostre colpe per ripararle insieme. Ora quali speranze io abbia, a te Birago, a te, Crivello, e a voi, Figino e Torriano, io ebbi già a manifestarlo in un momento ben tristo; però ajutatemi a farne parte a tutti costoro… Nessuno di voi ignora perchè il Morone sia a Roma; nessuno di voi ignora che quando un paese è caduto nel massimo della miseria, convien bene che si rialzi, ma perchè sia con frutto e con vera gloria, per l'opera medesima di coloro che vi son nati. Se la Francia dunque s'ha da scacciare da Italia, lo dev'essere per noi, per noi soli, per noi stretti in un patto, magnanimi e forti e parati a tutto, e non per altri. Soltanto la saggia prudenza vuole che non ne rifiutiamo i soccorsi tempestivi…. Lasciate che il pontefice, cui il Morone va esortando di continuo, si disimpegni per poco delle cure che gli dà Lutero e Selim, e allora di conserva con Carlo, il quale sarà ben più risolutivo che Massimiliano, vorrà prestarci un aiuto…. Ma che aiuto avrebber voluto prestarci i forti quando fosse corsa per l'Italia la ragione scandalosa della vostra vita?…. Ma in che modo suscitare nel mondo una pietà di noi, quando nel mondo fosse corsa la voce che lontani dal nostro paese, e dimentichi affatto affatto di esso, non attendevamo che a darci buon tempo, indifferenti allo strazio che la Francia fa de' nostri concittadini, a cui la povertà e la debolezza non permette di scansare il flagello? Io lo domando a voi tutti!… E se poi un'occasione si fosse presentata, come far conto su di voi, raccolti a festa in una città che ha sempre voluto aderire a' Francesi, che avrebbe spiato, che avrebbe inceppato ogni vostro passo? io lo domando a voi tutti!…. Eccovi adesso il mio pensiero: voi dovete raccogliervi quanti siete qui in una città solitaria dell'Italia; questa città è Reggio, alla cui volta dovete viaggiare in questo giorno che sta per ispuntare…. È dunque per ciò che si è pensato di condurvi qui, perchè non avete più che un sessanta miglia ad entrare nel Modenese, ed è cosa subito fatta…. Ora io vi avviso che quella città è solitaria, è spopolata, non vi affluiscono stranieri, non ci son feste, non vi sono passatempi, non v'è nessuno di que' mezzi onde l'uomo ha cercato di alleggerirsi la noja del dì che corre; soltanto ha per governatore un grande italiano. È una città, dove l'uomo leggero e vano e voluttuoso e destituito di occupazioni e avvezzo al rumore del mondo troverebbe tutte le ragioni per desiderar di morire. Ma è appunto una tale città che si conviene a voi che avete da pensare a cose così importanti e così gravi; a voi che avete bisogno della solitudine per cercare in essa le aspirazioni della grandezza vera, per piangere liberamente la disgrazia onde siamo avvolti, per ascoltare di tratto il grido dell'allarme e che vi giungerà forse da lontano… Del resto, il quando è ancora incerto… Io vado a Roma per sentire il Morone; di là vi farò sapere ogni cosa; dopo andrò forse in Tirolo a cercarvi Francesco Sforza per sentire anche lui, il quale essendo stato protetto da Massimiliano d'Austria suo cugino, lo sarà anche dal suo successore, e per l'opera di tutti noi specialmente sarà rimesso nel suo ducato. I motivi dunque pei quali, senza il vostro assenso, si è creduto opportuno di staccarvi da Venezia, eccoveli manifesti…. Posso ora sperare di non aver provocalo la vostra indignazione?… Ma voi tutti tacete… Un tale silenzio mi conturba…
Qui ad uno ad uno cercò di spiare i volti di coloro che si erano schierati in circolo intorno a lui; ma ciascuno aveva abbassata la testa in gran pensiero. Egli si attese qualche poco in una convulsa perplessità, aspettando che qualcheduno sorgesse a parlare; ma attesosi invano:
—È dunque perduta ogni mia speranza? gridò con una commozione, con una esaltazione straordinaria. Le miserie dei vostri concittadini, le vostre, le più gravi che ci minacciano non fanno dunque veruna forza agli animi vostri? S'egli è così, ora più non mi rimane che gittarmi nelle acque di questo mare, ed affogare la mia vergogna per la viltà di voi tutti!… Io aveva mia madre, la più soave delle donne, e l'ho perduta!… pure sopportai l'immenso affanno, chè ne aveva un'altra a cui pensare, infelice come la prima; ma questa ancora io debbo veder perduta se nessuno vuol congiungersi a me!… La mia disperazione è al colmo!
Qui si fermò volgendosi al Mandello con un atto di molta significazione e gridandogli:
—Andiamo dunque, che qui non ci resta a fare più nulla….
Allora tutti alzarono la testa, e lo guardarono costernati e commossi.
Il conte Galeazzo Mandello colse quest'occasione per parlare anche'esso:
—E continuate a lasciar costui senza risposta?… Ma se nelle anime vostre non è del piombo, parlate, per la fede di Dio, e fate vedere che siete uomini. Io pure, che, lasciandomi addietro voi tutti, mi sprofondai nelle turpitudini e ne' vizi, impegolandomi di essi dai piedi alla testa in così sconcio modo da far credere che fossi perduto per sempre… tuttavia nell'estremo della sventura rinvenni la lucida ragione, e smisi ogni cattiva abitudine… Parlate dunque!
Il Palavicino nel mezzo del circolo, colle mani incrocicchiate in segno di gran cruccio, guardava il Mandello come a domandargli se quel silenzio sepolcrale de' suoi concittadini non era a rompersi mai più…
Ma uscì finalmente una voce in mezzo a tutte:
—Se abbiamo tacciuto fin qui, fu per l'affanno derivato dal pensiero della nostra misera condizione; ma nessuno, o marchese, credilo a me, nessuno di noi sarà così vile da rifiutare i generosi consigli del senno tuo…. Ditelo voi tutti a costui com'è vero quello ch'io dico.
—È vero, è vero! proruppero dieci o dodici voci allora.
—E vero, è vero! replicarono più altre.
—È vero! uscirono finalmente tutt'insieme in una volta, rompendo improvvisamente quel lungo silenzio di cui è troppo difficile indovinare la vera cagione.
Il Palavicino a quello scoppio inaspettato, si sentì commosso al punto di piangere…. e non potendo parlare, moveva in giro stringendo a ciascuno le mani con un affetto straordinario.
—Vi ringrazio tutti, disse poi; ora le mie speranze non hanno più confine. Vi ringrazio tutti, e sia lodato Iddio.
Scomparse eran le stelle, scomparsa la luna… sulla superficie del mare cominciavasi a vedere qualche barca spiccatasi allora allora dal littorale… gli arbôri eran cominciati! Dopo alcuni momenti quei cento milanesi, condotti dal Mandello e dalle due guide, si misero in via pel paesello vicino, dove ogni cosa era apprestata per la partenza…. Il Palavicino, dopo essersi colà fermato mezza giornata, si divise finalmente da tutti e dal Mandello con gran dolore, e si pose in viaggio per Roma.