CAPITOLO XXVI.

Il Morone osservando quelle dimostrazioni d'affetto, tanto per parte della duchessa che di Manfredo, non ebbe più nessun timore e pensò di sollecitare il loro matrimonio. Ho detto non ebbe più nessun timore, perchè dal momento in cui Giampaolo Baglione venne a Roma e fu chiuso in castel Sant'Angelo per passare, come sapevasi da tutti, dalla prigione ai patibolo, tosto gli era venuto il sospetto che Manfredo, smarrito il primo entusiasmo d'amore per la duchessa, fosse per scansarsi di congiungersi in matrimonio con lei, appena sapesse che la Ginevra Bentivoglio era per rimaner libera di sè. La sera stessa del suo arrivo gli parlò dunque della necessità di far subito le nozze. Ma allora il Palavicino gli uscì a dire, che essendo troppo recente la morte della propria madre, gli pareva conveniente d'averle a protrarre per qualche tempo.

Queste parole fecero grandemente maravigliare il Morone, il quale tornò tosto ai primi sospetti; però, ad assicurarsi di tutto, entrò a parlare col Palavicino di Giampaolo Baglione. Intrattenutosi a lungo, e saputo dalla sua stessa bocca quali voci correvano, ne' vari paesi per dove era esso passato, sul conto del signore di Perugia, senza farne le viste pesando ogni parola di Manfredo e notando ogni moto del suo viso, potè accorgersi con quale ansietà egli attendesse la morte del vecchio tiranno. All'acutezza del Morone non poteva isfuggire nessun movimento dell'animo altrui; però come vide che i timori non erano stati indarno, e troppo presto si erano avverati, pensò al pericolo di qualche vicino intrigo e d'altri guai terribili. E tanto più si confermava in questo pensiero in quanto la mattina del giorno innanzi, essendosi recato al Vaticano, aveva saputo che la Commissione nominata a giudicare il Baglione, compiuto il processo, in conseguenza delle atroci confessioni del vecchio tiranno, aveva pronunciata la sentenza di morte, la quale tra poco sarebbesi eseguita. Aveva saputo inoltre, che Leone era venuto nella determinazione di fissare alla vedova del Baglione un'annua pensione, e d'invitarla a fermare la sua dimora in Roma, appena il dominio della città di Perugia fosse entrato a far parte del patrimonio di S. Pietro.

Era questa una combinazione e un intreccio di cose che il Morone non aveva potuto prevedere. Egli medesimo aveva tentato ogni mezzo presso la Corte, affinchè il Baglione fosse spodestato e la Ginevra Bentivoglio rimanesse libera; ma l'aveva tentato in tempo in cui pensava a trarre alcun partito della di lei libertà; e quando i nuovi amori del Palavicino colla duchessa Elena gli fecero fare un altro disegno che gli parve assai migliore, non era stato più in tempo a far desistere l'Elia Corvino dal primo. A Leone era questo troppo piaciuto perchè si potesse provargli ch'era pessimo quanto una volta gli era stato proposto per ottimo. D'altra parte la caduta del Baglione era un fatto di troppo grave, di troppo utile importanza perchè il Morone volesse poi impedirla per nessuna cosa del mondo! Tutti i guai erano dunque scaturiti dalla morte della madre di Manfredo, per la quale si dovettero interrompere le nozze di lui colla duchessa. Che rimaneva or dunque a fare? Quando a notte avanzata tutte le persone eransi partite dal palazzo Aurelio, ed egli si trovò solo colla duchessa e col Palavicino:

—Ora dunque, prese a dire, come se da Manfredo non avesse inteso parola, è venuto il tempo di far questo matrimonio; tutta Roma se ne sta in grande aspettazione, onde potrebbe esser causa di qualche diceria l'averlo a tirar troppo per le lunghe. In quanto poi alla morte recente della madre del nostro Manfredo, per la quale parrebbe si dovesse portarle ad altro tempo, considero che nelle attuali circostanze non conviene tenerne conto, e che infine un matrimonio, e un tal matrimonio, è cosa troppo solenne perchè possa offendere menomamente la gravita del lutto. Che ne pensate, duchessa?

—Quel che ne pensate voi.

—Non ci bisogna dunque altro, rispose allora il Morone, e sono sicuro essere Manfredo del medesimo nostro avviso.

Il Palavicino tacque… la duchessa non ci badò. Il Morone lo guardò di sott'occhio. Del resto egli aveva parlato ed erasi comportato in quel modo per non dare più campo al Palavicino di potersi ritrarre, obbligandolo in faccia alla duchessa medesima.

—Dunque, se credete, continuava il Morone, domani stesso vado a darne avviso ai camerari apostolici, perchè dai pergami di San Pietro tornino a promulgare i vostri sponsali, giacchè quanto si è fatto due mesi or fanno, non ha più nessun valore adesso.

Rimasti in questa, il Palavicino e il Morone si partirono insieme dal palazzo Aurelio. Ne' discorsi ch'essi tennero facendo la via, il Morone si comportò sempre di maniera, come se fosse intimamente persuaso non desiderasse Manfredo altra cosa fuorchè di maritarsi alla duchessa.

—Sposata che tu l'abbia, diceva, tu senza perder tempo vai a Rimini con lei. Colà bisognerà bene che provveda con tutto il tuo senno a mettere in ordine le cose di quella città, e sovratutto ad ordinare gli uomini d'arme e ad accrescerne il numero. Della qual cosa è grandissimo il bisogno. Ora le mie speranze, caro Manfredo, sono presso a mutarsi in sicurezza, che per la pura verità tutto quanto è avvenuto, e ciò stesso che ne pareva inciampo, pericolo e sventura, fu ordinato in modo che par proprio ci abbian voluto i cieli mettere la loro mano! Persino quella tua imprudente andata a Milano ti ha condotto ad ottimi risultati, e non ti saprò mai lodare abbastanza del modo onde hai saputo inviare a Reggio quel centinaio di Milanesi. Fu un colpo assai maestro, caro Manfredo, ch'io t'invidio, e pel quale ora mi convinco che tu sei atto a qualunque difficile impresa; ma il tuo matrimonio colla duchessa è quello che le deve coronar tutte. Senza di queste saremmo ancora in principio, perchè a dirti la verità, e il Guicciardini e il Bembo e l'ambasciatore di Carlo e Leone stesso erano fermi di affidare l'impresa ch'io voglio mettere nelle tue mani, ad uno, come ti dicevo già, il quale avesse Stato in Italia! Così invece tutti i desideri sono appagati. Del resto tu devi ringraziare i tuoi destini che ti han voluto giovare in un modo veramente straordinario. E se altri desiderasse ciò che tu hai ottenuto, gli si potrebbe dar taccia di pazzia. Ringraziane dunque Iddio e attendi a cavarne tutto il profitto possibile.

Dicendo quest'ultime parole, aveva accompagnato il suo giovane concittadino fino alla porta del di lui alloggio, dove, datagli la buona notte, lo lasciò.

Quando il Palavicino si fu raccolto nelle proprie stanze, riandando le parole del Morone ed ogni suo atto, e parendogli fosse nato in lui qualche sospetto, si pentì d'aver espresso il proprio desiderio, e tanto più in quanto temeva che il Morone, a lungo andare, avesse a togliergli ogni sua stima, vedendolo sempre a tentennare nei momenti più risolutivi della vita. Considerando inoltre che il voler rompere in quel punto le promesse fatte alla duchessa sarebbe stato uno scandalo da far parlare tutta Italia e i suoi compatriotti tanto più, a' quali doveva esser chiara l'importanza di quel matrimonio, venne nella risoluzione di non mettere innanzi più nessun pretesto, e di fare in tutto e per tutto la volontà del suo saggio concittadino. In quella sera poi la bellezza sempre abbagliante della signora di Rimini, e i suoi modi pieni di fascino avevano tanto quanto ravvivato il suo amore per lei, amore che, con uno sforzo dell'animo egli procurò d'accrescere, tentando dall'altra parte di escludere il pensiero della Ginevra, la cui immagine, dopo tanto tempo, aveva ricominciato a comparirgli innanzi con molta insistenza; ma nel punto stesso in cui si affannava ad escluderla, con maggiore apparenza di realtà, quella gli si fermava innanzi. Allora col pensiero correva al giorno in cui fosse giunto alla Bentivoglio la notizia della morte del vecchio marito; si figurava la viva gioja di lei all'udire che le si ridonava la libertà perduta, e il rinascere in lei dei primi pensieri i quali, dal punto ch'ella non aveva più marito, avrebbero a cessare d'essere colpevoli, e dopo que' pensieri, l'assidua sua aspettazione di vedersi comparire innanzi chi le dovea mantenere quelle promesse che da tanto tempo, e in circostanze tanto gravi erano state fatte. Ma a romperle quell'aspettazione ed a gettarla in una disperazione nuova, ecco giungerle la notizia del matrimonio della duchessa Elena, signora di Rimini, con chi?… A questa idea il Palavicino si alzava agitatissimo, e per quella donna infelice sentiva commozioni tali, che lo sforzavano alle lagrime…. Se non che a poco a poco, per mantenersi saldo, cercò di convincersi che la Ginevra oramai doveva essersi dimenticata di lui, e richiamandosi in mente il modo onde la Bentivoglio, nel castello d'Acquanera, s'era da lui disgiunta per ritornare con suo padre o col suo decrepito sposo, stimò esser pazzia il credere d'avere ancora tanta parte nelle affezioni di lei, e così con una soddisfazione particolarissima che non era contento, si staccò dalla Ginevra, e sperò se ne sarebbe, col tempo, dimenticato affatto. Non sapendo poi nulla delle intenzioni del pontefice riguardo alla vedova del Baglione, pensò che dopo la morte di lui, ella se ne sarebbe allontanata dalla Romagna, e forse dall'Italia, dove tante ingrate memorie le dovevano necessariamente rendere odioso il dimorarvi più a lungo. Nella persuasione adunque che non sarebbesi mai più incontrato con lei, e avrebbe il tempo generate le dimenticanze, si venne a poco a poco tranquillando.

Lasciamo adesso Manfredo nelle sue stanze, e rechiamoci a Perugia. La voce diffusasi per tutta Romagna sulla sorte di Giampaolo Baglione, prima che altrove, come naturalmente dovea succedere, era corsa nella città di quel terribile signore, dove i suoi figli medesimi avevan sollecitate le notizie. È impossibile dare un'idea della maraviglia onde furon tutti compresi quando si conobbe la gravissima avventura. In quanto ai cittadini di Perugia la maraviglia fu susseguita da una tumultuosa gioja, la quale non rimase senza i suoi effetti, ma i figli del Baglione ne furono spaventati. Conoscevano troppo bene qual uomo era il loro padre, la voce pubblica aveva loro più volte portato all'orecchio gli atroci delitti di lui, ed essi medesimi più volte ne erano stati spettatori; però quando seppero che una Commissione apposita era stata delegata per giudicarlo, compresero che non v'era più speranza, e che le prime notizie sarebbero state susseguite da un'altra più grave, quella della morte del vecchio padre! In un frangente così terribile misero in campo migliaja di partiti per tentare, se mai fosse stato possibile, di placare l'ira del pontefice. Ma chi di loro avrebbe avuto il coraggio di recarsi a Roma?… eppoi, che ascendente essi potevano mai avere sul pontefice, essi, figliuoli di un così tristo padre, e tutt'altro che netti di colpa?… Nella loro disperazione pensarono dunque non vi poter essere che un mezzo, debolissimo a dir vero, ma tuttavia tentabile. La Ginevra Bentivoglio, la giovine loro matrigna, parve ad essi fosse l'unica persona la quale impunemente potesse presentarsi al papa per ottenere la grazia del marito. La giovinezza, la bellezza di lei, le sue virtù di cui sapevano benissimo come altamente parlava la fama per ogni dove, parve ad essi fossero pregi sufficienti perchè potesse meritarsi i riguardi di Leone. Ma l'ostacolo era s'ella avesse voluto assumersi un tale incarico, perchè nessuno di loro era così cieco da non comprendere di qual occhio ella avesse sempre guardato il marito, da non comprendere che la morte del vecchio doveva toglierla da un lungo affanno, e che però doveva essere da lei assai desiderata. Tuttavia, pensando che l'altezza d'animo e la bontà in quella giovane donna eran fuori dell'ordine comune, dopo molto aspettare, si risolsero a fargliene parola.

Ma in quel tempo qual'era lo stato della Ginevra? Per quanto la nobiltà dell'animo suo fosse grande, per quanto la sua bontà fosse eccessiva, pure la verità ci costringe a dire che quella notizia, la quale aveva messo lo spavento nei figli del Baglione, a tutta prima aveva gettato nell'animo di lei una sensazione di gioja che le fu impossibile di vincere. I desiderj e le speranze che l'avean tenuta in vita in tutto quel tempo in cui avea dovuto star presso al truce vecchio, quali erano state? Che l'età facesse il debito suo, ed ella finalmente venisse a trovarsi sciolta da così insopportabili legami. Il fondo di tutte le sue speranze era sempre stato questo, e non potea essere diversamente. La sua virtù e la nobiltà dell'indole sua le avevano bensì imposto di rimaner fedele al marito, per quanto le fosse odioso, ma non poteva andare più oltre, o almeno ella non lo seppe. Era stato troppo vivo, troppo forte, troppo santo il primissimo affetto ch'ella avea sentito pel suo Manfredo Palavicino, perchè se ne potesse dimenticare pur un istante…. troppo solenni erano state le promesse ch'ella aveva fatto a quel suo giovane amico! Egli è certo che finchè fosse vissuto il Baglione, dato ch'ella avesse potuto trovarsi col Palavicino, non gli avrebbe mai data speranza di sorta, e sarebbesi con lui comportata di maniera, da escludere ogni pensiero di corrispondenza superstite. Fin qui la di lei virtù arrivava, perchè gli atti esterni dipendevano della sua volontà…. ma i moti dell'animo come dominarli, come dirigerli, come vincerli? Però, quando le giunse la nuova che la vita del Baglione versava nel massimo pericolo, non potè in sulle prime averne rammarico, e fu soltanto dopo alcun tempo che la sventura di lui venne a destare in lei qualche pietà; pietà, a dir vero, troppo debole per escludere i suoi desideri, e le sue speranze.

Quand'ella si avventurò a parlare all'Elia Corvino, questi dandogli notizia del Palavicino, le aveva fatto intendere sarebbesi tentata qualcosa a suo vantaggio. Ed ora si accorgeva che il Corvino non s'era fermato alle parole ed era stato lui che aveva tratto il Baglione a Roma. Comprendeva dunque, che molti avevano pensato e pensavano a lei continuamente, e vedendo poi come la volontà di Leone era entrata a giustificare quelle opere, la sua coscienza rimaneva tranquilla e le sue speranze prendevan forza sempre più.

La moglie di Giampaolo stava appunto pensando a tali cose, e facendo congetture, quando da una delle sue donne le fu annunziato che i figli del signore, Malatesta ed Orazio, desideravano parlarle. Ella quantunque non avesse mai ricevuto ingiuria da que' due figliuoli, e più d'una volta si fosse anzi accorta che le avevano grande rispetto, pure n'ebbe qualche sgomento, perchè sapeva del resto, come troppo somigliassero al padre; ad onta di ciò dovette acconciarsi a riceverli, e quando le entrarono in camera.

—C'è qualch'altra trista nuova? ella fu la prima a domandare, alzandosi e movendo loro incontro.

—Di più tristi non ne possiamo recare perchè le ultime furono confermate, e le speranze son tutte perdute.

La Ginevra non seppe trovar parole convenienti da pronunciare in quel punto, e tacque.

—Una speranza però ne rimarrebbe ancora, ma per questa farebbe bisogno del vostro intervento.

—Del mio intervento?

—Sì, è in voi sola che adesso noi riponiamo l'ultima nostra speranza.

Alla Ginevra non parea vero di udire quei truci figliuoli del Baglione a parlare di quella guisa.

—Ma in qual modo, disse poi, io posso giovare codesta speranza vostra?

—Noi sappiamo che Leone sa benissimo chi siete…. e che più d'una volta ebbe a pensare a voi.

Queste parole alla Ginevra fecero uno strano senso, e stette ascoltando con più attenzione.

—Come il papa abbia avuto notizia di voi, non lo sappiamo, ma la cosa non cessa per ciò d'esser verissima. Dunque sarebbe necessario che approfittando di questa benigna disposizione di Leone a vostro riguardo, vogliate presentarvi ad una sua udienza….

—Presentarmi a lui…. ma a far che?

—A impetrare la sua clemenza.

—La sua clemenza?

—Che Leone desideri la rovina del padre nostro, ciò è vero pur troppo; pure le vostre parole, le vostre preghiere potrebbero cambiare la volontà di Leone. Risolvetevi dunque, e senza por tempo in mezzo, vogliate oggi stesso mettervi in viaggio per Roma. Questo è ciò per cui siam venuti a supplicarvi.

La Ginevra maravigliava le fosse fatta una simile preghiera, e guardando ora l'uno ora l'altro dei due fratelli, senza rispondere, parea volesse leggere nei loro volti se veramente avean parlato da senno.

Ma i due figli del Baglione indispettiti del silenzio di lei, e riassumendo la nativa asprezza….

—Nessun'altra donna, uscirono a dire, che si avesse a trovare ne' panni vostri, mai non vorrebbe rifiutarsi a far questo; però ci è di grandissima maraviglia codesto vostro tacere.

Ma la Ginevra pensava intanto a ciò che le convenisse fare in quella circostanza. Da cinque anni se ne viveva, quasi prigioniera, in Perugia, o al castello del Trasimeno, senza vedere altre facce che quelle truci ond'era composta la famiglia del Baglione. Mille volte ella s'era augurato di potere uscire almeno a respirare altr'aria, a vivere in mezzo ad altri costumi, perchè troppa era l'oppressione che le derivava da quei soliti obbietti. Ed ora per una combinazione che mai ella avrebbe saputo immaginare, se ne vedeva aperta la via. Ed era la città di Roma dov'ella dovea andare.

Noi non sapremmo assicurare se la circostanza che il Palavicino dimorava in quella città abbia principalmente influito a farle prendere una determinazione; è probabile però v'abbia avuto la sua parte; fatto sta che dopo un lungo silenzio:

—Io ci andrò, disse alzando gli occhi in faccia ai due figli del Baglione. Io andrò a Roma; mi presenterò al papa; farò quanto volete voi.

I due fratelli, che non si aspettavano una simile risposta, e già quasi erano volti al male, rimasero altamente edificati a quelle parole risolutive della giovine lor madre; onde cambiando improvvisamente aspetto e modi:

—Noi eravam sicuri che mai non vi sareste rifiutata a ciò; ora, giacchè vi siete risoluta, converrà bene vi partiate oggi stesso, perchè se si arriva tardi, ogni opera se ne andrebbe perduta.

—Ed io partirò in questo giorno medesimo, anche in quest'ora, se lo volete, purchè provvediate a metter tosto in ordine ogni cosa per la mia partenza.

I due Baglioni soddisfatti, più che non avrebbero sperato, della loro giovane madre, attesero in quel giorno a disporre ogni cosa perch'ella potesse mettersi tosto in viaggio. Mandarono innanzi più corrieri a cercar cavalli onde non s'avesse a perder tempo lungo il viaggio, le allestirono un numeroso traino acciò che, entrando in Roma, potesse subitamente destar romore per tutta la città, la qual cosa ad essi parve dovesse avere il suo vantaggio. E come tutto fu in punto, entrarono dalla giovane signora ad avvisarla che non si attendeva che lei.

La Ginevra non avea mai provato tanta agitazione come in quel momento. Movevasi di là per far cosa di cui non poteva presagir l'esito; mettevasi in cammino alla volta di una città dov'era colui che da cinque anni non vedeva, e col quale però ella non era sicura d'avere ad incontrarsi, non sapendo come si sarebbero ordinate le cose. In una città dove trovavasi il Morone, che sempre l'avea protetta, e l'Elia Corvino a cui doveva tanto. Era dunque quello un momento assai risolutivo della sua vita, trattandosi che fra pochi giorni poteva cangiarsi la sua condizione al tutto; tuttavia quanto le si parava dinanzi era pieno di dubbj, di viluppi, d'incertezze, di pericoli. Ella sperava così e temeva ad un tempo; ora lasciavasi andare agli estremi della fiducia, ora si fermava atterrita e perplessa. Nella sua virtù pensando poi esser debito suo presentarsi a Leone e supplicarlo per ciò stesso da cui il suo cuore irresistibilmente abborriva, ne provava un tormentoso contrasto che la rendeva insofferente e inquietissima; pure un pensiero assiduo e sereno veniva sempre a galla degli altri, e li escludeva spesso. In questa condizione d'animo, uscì dalle sue stanze, uscì da palazzo dove avea passato tanti anni infelici, salì in lettiga, e ricevute le ultime preghiere dei due figli del Baglione, si pose finalmente in viaggio accompagnata da un numeroso equipaggio.

I corrieri stati spediti innanzi a cercar cavalli perchè non si perdesse tempo nel viaggio, avevano in un momento divulgata la notizia di quell'andata della moglie del vecchio signore di Perugia a Roma per impetrare la grazia del pontefice, per cui essendo ella nota alla maggior parte, e come figlia dello scaduto signore di Bologna, e per la fama che, nella circostanza del suo matrimonio col Baglione, aveva dovunque recate le lodi della bellezza, della sua giovinezza insieme al compianto delle sue molte sventure e del duro modo con cui era stata sagrificata dal padre, gli abitanti de' luoghi per dove ella passava traevano in folla a vederla. Il fatto medesimo della cattura del signore di Perugia, fatto che aveva sbalordita mezza Italia, ajutava ad accrescere nella folla il desiderio di considerare da vicino la moglie di lui, e tanto più in quanto, correndo la voce che per tanti anni ella stessa era stata la vittima di quell'atroce uomo, non sapevasi abbastanza ammirare la di lei generosità, per la quale s'affrettava presso il pontefice al fine di implorare la salvezza di colui appunto che era stato la cagione de' suoi continui patimenti.

Ma i corrieri precedendola di molte miglia entrarono in Roma un giorno prima di lei, al fine di prepararle un conveniente alloggio. Affluendo colà, di que' tempi, altissimi personaggi d'ogni paese, alcuni ricchi cittadini avean destinato espressamente de' sontuosi palazzi, all'uso di alberghi. Agostino Chigi era il proprietario d'uno di questi, il quale essendo il più magnifico e il più riccamente addobbato degli altri, i personaggi più distinti vi si recavano di preferenza, e questo appunto fu prescelto per dare alloggio alla signora di Perugia.

Fin dal dì prima, da taluni mercadanti che viaggiavan per Romagna, era stata recata la notizia che la moglie del Baglione era in viaggio per Roma, alla quale chi aveva prestato fede, chi no. Ma appena giunsero i corrieri, e furon visti fermarsi all'albergo in Piazza Farnese, e si sparse la nuova che il dì dopo sarebbe venuta la signora di Perugia, fu un mormorio di tutta la città. Già tutta l'attenzione de' Romani era vôlta allora al fine che avrebbe avuto il processo del Baglione. Nelle case, per le strade, ai passeggi, nelle botteghe, ai giuochi, non si parlava che di quell'avvenimento straordinario. Ora si può argomentare quale effetto facesse anche in Roma come altrove la notizia dell'arrivo della sua moglie.

Il giorno dopo, come suole avvenire in simili circostanze, verso l'ora in cui credevasi da tutti ch'ella dovesse arrivare, si cominciò a vedere la Piazza Farnese affollarsi di sfaccendati, i quali volevano esser i primi a veder discendere dalla lettiga la giovane signora, della quale avevano sentito a dir tante cose.

—Vorrei sapere, diceva uno, a che fine ella se ne venga in questa città.

—Io sospetto l'abbia fatta chiamare papa Leone per sentire anche lei. Delle molte atrocità ond'è colpevole il Baglione, credo che costei non sia stata l'ultima vittima, onde sarà venuta qui espressamente per far testimonianza a danno di lui.

—Io credo vi prendiate abbaglio, ed ho sentito dire invece ch'ella si affretti per genuflettersi al santo padre, e per impetrare la sua clemenza a pro del marito.

—Chi ve l'ha raccontata non dee di certo aver la testa sulle spalle. Da quando in qua s'è egli mai sentito dire che il paziente abbia supplicato pel boja?

—Da questo istante.

—Io non ci credo nulla però, e la vedremo.

—Ma se egli è vero ch'ella se ne viene per salvare il marito, credi tu che il santo padre si lascerà poi smuovere dalle preghiere di lei?

—Io starei pel no: tuttavia chi può mai coglier giusto in tali cose?

—Costui dice benissimo: in queste cose non si può mai essere indovini; del resto, quando avrò parlato a un certo tale, vi saprò dir io cosa ne sarà per succedere.

—Ma in che ora precisamente sarà per arrivare?

—Il fante dell'albergo dice che si sta appunto aspettandola da un momento all'altro.

—Sentite, rechiamoci un tratto fuor di porta Belisario, così movendole incontro non avremo a durare la noia dell'aspettare.

—Se ti par meglio, tu puoi andare; ma io non mi scosto di qui, chè vo' vederla dappresso quand'uscirà di lettiga.

Dietro il parere di questi due, chi stette fermo presso la porta dell'albergo, chi si mosse verso porta Belisario. Ma questi ultimi non ebbero a veder nulla, perchè i cavalcatori sospettando che a quella porta vi sarebbe stata una gran moltitudine, entrarono in città per un'altra, e attraversandola di corsa, furon presto in Piazza Farnese. Alle prime voci che annunziavano l'arrivo del numeroso traino della signora di Perugia, nella folla successe un gran commovimento. Molti s'addensarono allo sbocco della contrada che metteva sulla piazza, e per dove la signora aveva a passare; molti l'aspettarono di piè fermo innanzi alla porta del palazzo Chigi.

—È qui, ci giunge adesso, due, tre, quattro, sei lettighe.

—È un seguito numeroso.

—Or sta a vedere dove sarà la signora?

—Attenti, guarda, non è lei; queste son donne di servizio.

—Ma di ragione ella si troverà con taluna di costoro.

—Eccola… l'hai veduta?

—È poi dessa veramente?

—È seduta a dritta; è quella che parla, osserva.

—L'ho veduta adesso.

—È bella; or vo' vederla a discendere.

—Non l'avrei creduta così giovane.

—Presto, andiamo.

E in coda al seguito la folla che s'era divisa, tornando a congiungersi, si sforzò di ridursi presso alla porta del palazzo. Quando poi le lettighe si fermarono, il pigiamento della moltitudine fu straordinario, chi sforzavasi a soverchiar l'altro, chi si alzava sulla punta dei piedi, chi cercava di sporger la testa fra quelle che si addensavano innanzi.

Fu un momento di aspettazione; infine la svelta figura della Ginevra, avvolta in una stretta tunica di velluto nero, fu veduta discender lesta dalla lettiga e scomparir subito sotto il portone del palazzo. La curiosità generale fu delusa nel punto stesso di essere appagata, e la moltitudine cominciò a diradarsi; chi diceva una cosa, chi un'altra.

—Per quel ch'io vidi, avrei anche potuto starmene a bottega.

—Tuo danno, se ti sei ostinato a non voler starmi presso, lo invece mi trovai a due passi da lei quando discese… ed ebbi agio così di guardarla come adesso guardo te.

—E ti parve?

—Le voci stavolta non han propalato il falso; è molto giovane, è molto bella, ma bella davvero. Conosci tu la figlia del Savelli? Bene, questa le somiglia assai, se non che è più donna.

—Ma come va ch'ell'abbia sposato un uomo così vecchio e così laido?

—Non fu lei, caro mio; suo padre era in male acque assai quando l'offerse al Baglione, e sperava grandissime cose. Ora vedi che bel guadagno ha fatto.

Con questi ed altri tali parlari ciascheduno si ritraeva, di modo che la piazza in poco di tempo rimase vuota. A sera però e a notte si videro fermarsi molti gruppi di persone per gettar qualche occhiata alle finestre illuminate dell'appartamento dove la Ginevra alloggiava.

Appena arrivata, ella avea tosto mandato un suo uomo alla Corte pontificia per sapere quando avrebbe potuto avere un'udienza dal santo padre, e in pari tempo perchè cercasse di sapere in qual condizione si trovasse allora Giampaolo.

L'uomo s'era fatto presentare al cardinal Bembo, il quale, dopo aver fatte molte interrogazioni, gli disse tornasse la sera stessa che avrebbe lasciata una risposta. Ma nello stesso tempo non mancò di fargli intendere, che l'illustrissima Bentivoglio avrebbe supplicato indarno, perchè il processo era finito e il Baglione era stato condannato.

—Tuttavia dite all'illustrissima signora vostra, soggiunse per ultimo il Bembo, che se non ha a sperar nulla per suo marito, speri per sè medesima e nella bontà del santissimo padre.

L'uomo riferì queste parole alla Ginevra, la quale non seppe come aveva ad intenderle; tornò la notte a palazzo, e ne riportò che l'illustrissima Bentivoglio si recasse il dì dopo ad ora di terza alla Corte del santo padre, chè questo le accordava la desiderata udienza.

Il processo del Baglione era dunque finito, ed esso era stato condannato a morte…. La Ginevra pensò tutta la notte a questo avvenimento, ed era tanta la bontà sua, che provava quasi un rimorso nel non sentire un sincero dolore per tale notizia. Ed ogniqualvolta un altro pensiero, un pensiero di tutta speranza irresistibilmente le si affacciava, ogniqualvolta guardando per la finestra, e vedendo il chiaro di luna battere sui palazzi sontuosi che decoravano quella piazza, pensava ch'essa era in Roma…. in Roma dove tante volte nel massimo trasporto della passione, era corsa colla mente in cerca di colui che il Corvino gli aveva nominato… tentava ogni sforzo per respingere quelle idee e per comporsi alla pietà di cui, nell'estrema sventura, le parea fatto degno il Baglione. Ma ciò le riusciva affatto impossibile, ed insensibilmente era trascinata dai moti del cuore… e quando in sulle prime ore della notte, salivano fino alla sua camera i rumori dei passi, delle voci di quanti attraversavano la piazza, considerando che tra coloro vi poteva essere l'amico della sua giovinezza… l'esaltazione di spiriti che ne provava era di tal natura, ch'ella più non bastava a dominarsi, e recavasi alla finestra a gettare uno sguardo sulla piazza…. e il cuore gli voleva scoppiare di sotto al drappo di velluto.

Tali pensieri stava facendo la Ginevra nel punto stesso che altri pensavano a lei ed alla circostanza straordinaria ed inaspettata per la quale si tosto ella era venuta in Roma.

Cominciamo da Gerolamo Morone. Quando le prime voci annunziarono l'arrivo della moglie del signore di Perugia, egli non ci prestò nessuna fede sapendo che Leone non l'aveva ancor mandata a chiamare, e non potendo congetturare nessuna causa per la quale spontaneamente ella poteva esser partita di Perugia; perciò non è a dire quale stupore fosse il suo quando la sera prima, recandosi nelle solite sale di Agostino Chigi, seppe da lui come la signora di Perugia il dì dopo sarebbe venuta ad alloggiare nell'albergo in Piazza Farnese.

Quel concorso strano di più avvenimenti, che a vicenda venivano ad urtarsi nel medesimo tempo, gli diede molto a pensare. Per quanto fosse uomo superiore, pure la morte della madre del Palavicino avvenuta quand'esso stava per maritarsi alla duchessa Elena, poi la cattura di Giampaolo Baglione successa nell'intervallo della di lui assenza da Roma, la quale avrebbe in poco di tempo fatta libera la Ginevra, ed ora l'arrivo di costei in Roma pochi giorni dopo la venuta di Manfredo stesso, salvo per miracolo, arrivo che pareva affrettato espressamente per mandare a vuoto il matrimonio di lui colla duchessa, gli parvero cose disposte troppo fatalmente perch'egli ci si volesse opporre. E a tutta prima sotto l'influenza di quel dubbio passaggiero venne quasi nella determinazione di lasciar correre le cose come voleva la fortuna, la quale sino a quel punto era stata molto più forte di lui, e della quale, per dir vero, in ciò che toccava il Palavicino, non era a lamentarsi punto. Venne quasi nella determinazione di togliersi affatto da quell'intreccio di cose, di lasciar Roma per qualche tempo, e di recarsi a Reggio a trovare i suoi concittadini. Furono però dubbi, pensieri e determinazioni di breve durata; e infine pensò che se più d'una volta la fortuna avea inestricato i fatti in modo da far credere non li potesse rompere più nessuno; più d'una volta, colla prudenza e coll'astuzia, era stata vinta essa pure. Il matrimonio poi del Palavicino colla signora di Rimini era per lui di una importanza troppo forte, troppo immediata per le cose d'Italia, perchè potesse persuadersi a lasciare anche quello in balia della sorte. Si studiò allora di credere che nel concorso dei fatti maturatisi in quegli ultimi giorni non ci fosse nulla di straordinario. Pensò finalmente che della Ginevra, alla quale il pontefice era venuto nella determinazione di fissare una ricchissima pensione, poteasi pure cavare un gran partito… Così a poco a poco tranquillatosi del tutto, cominciò a meditare le cose che gli rimanevano a fare, e quali prima e quali dopo. E fra le prime, stabilì di recarsi a fare un lungo discorso al Bembo ed a Leone appena la Bentivoglio fosse venuta a Roma e, contro la prima intenzione del pontefice medesimo, condurre le cose in modo che quella avesse tostamente ad uscire di Roma, per ridursi a vivere a Trento, dove da cinque anni aveva fermato la sua stanza il duca Francesco Sforza. In questo ravvicinamento il Morone riponeva molte delle sue speranze. Fatte così le prime linee di tal disegno con quella prontezza di concepimento che gli era tanto propria, stette aspettando che alla solita conversazione del Chigi venissero la duchessa e il Palavicino; ma per quella sera, con sua grande maraviglia non disgiunta da taluni timori, non vennero nè l'uno nè l'altra, onde il giorno successivo, che fu quello appunto dell'arrivo della Ginevra, si recò al palazzo di Elena per vedere se mai vi fosse qualche novità, ma non v'era propriamente nulla. Soltanto la duchessa mentre aspettava il Palavicino, essendo presso l'ora di pranzo, uscì in queste parole col Morone:

—Io non so cosa pensare, amico mio, ma da che Manfredo è ritornato a Roma non mi par più quel di prima. A miei dì mai non lo vidi in tanto pensiero e così triste, nemmen quando, in gran travaglio di corpo e di fortuna, alloggiò per la prima volta nel mio castello a Rimini.

—È una cosa presto pensata e della quale non è a fare nessuna maraviglia, che anzi ve ne sarebbe a fare se fosse diversamente. La morte di sua madre non gli può uscire dal pensiero un momento ed era da aspettarsi, perchè non credo che nessun figlio abbia mai sentito per sua madre così profonda tenerezza, come il nostro Manfredo.

—Anche a me venne un tal pensiero per la mente, pure mi sembra ci sia qualche cosa che non sia affatto affatto la dolorosa memoria di sua madre,

—Ed io sono certissimo che non c'è altro, duchessa, come son certo che dopo qualche mese di tempo anche il suo dolore darà luogo ed egli ritornerà quel di prima.

—Faccia Iddio che ciò sia per essere, e non ne parliamo più.

Qualche momento dopo codesto breve discorso, quando già i commensali s'erano raccolti nella sala delle mense, venne il Palavicino.

Alle prime domande rivoltegli dalla duchessa egli rispose con molta alacrità, e durante il pranzo, e in tutta la sera parve ad Elena e a tutti di lietissimo umore, non al Morone però il quale s'accorse benissimo quanto v'era di ostentato e di artificiale in quella allegria sotto a cui, di tratto in tratto, trapelava una cupa preoccupazione. Che al Palavicino fosse noto l'arrivo della Ginevra in Roma, non era a farne il minimo dubbio. Ora cosa voleva significare quello sforzo insistente e faticoso onde procurava coprirsi in faccia agli altri? Voleva significar tanto che il Morone ne fu assai sconcertato. Del resto, quando in sullo sparecchiarsi delle mense ad uno dei commensali venne la tentazione di entrare a discorrere del Baglione, il Palavicino con un impeto ed un'asprezza che contrastavano troppo alla gentilezza de' suoi modi, gli tagliò la parola in bocca, mettendo in mezzo che non era conveniente il parlare di un così tristo fatto in mezzo alla comune giocondità; e quando, a notte già innoltrata, la duchessa accennò di muoversi per recarsi al palazzo Chigi, secondo il consueto, egli, dicendo che sarebbe rimasto, costrinse anch'essa a rimanere.

Ciò per altro non dispiacque al Morone, il quale naturalmente aveva a temere che nella numerosa conversazione del Chigi entrandosi a parlare, com'era inevitabile, e del Baglione e della venuta della Ginevra moglie di lui, alla duchessa Elena potesse mai balenare il sospetto di ciò che, con ogni premura, le si doveva tener nascosto. Così, a mettere un freno a tutti i discorsi del Palavicino e a mantener sempre vivo il discorso del matrimonio, per l'adempimento del quale egli aveva sollecitato l'ultima pubblicazione, si trattenne egli pure presso la duchessa fino al punto da partirne insieme al Palavicino. Ma in questa notte, lungo il cammino, tra i due compatriotti non corse alcuna parola, e fu una dissimulazione perfetta tanto per l'una che per l'altra parte. Soltanto il loro silenzio si ruppe quando si salutarono per lasciarsi.