CAPITOLO XXVII

La mattina del giorno dopo, verso le sedici ore, il Morone, uscito dalla sua casa, passo passo e in gran pensiero, se ne andò alla Corte pontificia. Passato il primo cortile di palazzo, gremito come di solito di guardie svizzere, attraversati gli atrj pe' quali era una folla corrente e ricorrente di preti e di prelati, salì la grande scala, mise il piede ne' corritoj dei piano superiore, non mai solitarj in nessuna ora del giorno e nemmeno nel più profondo della notte, ed entrò finalmente nell'anticamera della sala d'udienza del papa. Qui trovavasi il cardinal Bibiena, l'autore della Calandra, diversi altri cardinali o i preti camerari che in quel giorno erano di servizio e che attendevano a diverse faccende, Il Bibiena se ne stava discorrendo di letteratura con un poeta venuto per presentare non so qual manoscritto a Leone. Due cardinali stavano attenti ad esaminare alcuni grandi fogli che uno scolaro del Bramante lor veniva mostrando, ed erano diversi progetti architettonici d'un tempio. Presso ad un grande e ricchissimo vestibolo che si mostrava di faccia a chi entrava nell'anticamera, stava ritto il camarlingo, il cui ufficio era di aprire l'usciale a chi voleva presentarsi al papa. Quando il Morone entrò, chiese al cardinal Bibiena, dal quale gli fu stretta la mano, se si poteva entrare dal santo padre….

—Da qui un momento lo potrete benissimo: per ora no, che è entrata da lui adesso la moglie di Giampaolo, la quale è giunta a Roma da jeri come sapete.

Al Morone rincrebbe d'essere stato preceduto, e stette qualche momento sopra pensiero, poi disse al Bibiena:

—Ma che cosa è venuta a far qui costei?

—È presto pensato: per impetrare la grazia a favore del marito.

—Se è presto pensato, non sarà presto creduto, illustrissimo, giacchè se il santo padre aveva interesse per dieci alla morte del Baglione, costei ne deve aver avuto per cento, a dir poco.

—Credo bene che ciò sia; ma intanto ella è qui per il fine che v'ho detto.

Uno squillo di campanello venuto dal gabinetto del pontefice troncò questo dialogo e gli altri che si facevano da tante persone. I camerari di servigio entrarono allora nel gabinetto in fretta. Quando l'usciale fu aperto, facendosi un gran silenzio nell'anticamera, s'udì il suono della voce della Ginevra Bentivoglio, e alcune parole del santo padre. Per udirle meglio facciamo d'entrarvi anche noi.

Seduto accanto ad una tavola, nell'attitudine precisa in cui lo vediamo ritratto nella tela di Rafaello, papa Leone, appena vide spuntare dal vestibolo i due camerari, lor si volse dicendo:

Trasmetterete tosto quest'ordine al cardinale tesoriere.

Nel pronunciare le quali parole, sporse un foglio ad uno di loro due, che al suo cenno uscirono colla prestezza onde v'entrarono.

Il papa, rimasto così ancor solo colla Ginevra:

—Vedete dunque, figliuola mia, continuò, che in tutto quanto s'è fatto, abbiamo avuto di mira il ben vostro. Non state dunque a volerne supplicare per una cosa che, se mai fossimo venuti nella risoluzione d'esaudirvi, v'avrebbe poi gettata nella massima disperazione. Noi non possiamo che lodare, figliuola mia, codesta straordinaria virtù, onde, per adempire ciò che credevate debito vostro, ci avete supplicato a voler perpetuare le vostre miserie, e vi assicuriamo che Dio ve ne farà un gran merito. Ma non si vuole andare più in là. D'altra parte, figliuola, io mi avvedo benissimo che il cuor vostro non può mettersi d'accordo colla vostra bocca; per questa volta vediam dunque di seguire il consiglio del cuore che tal fiata ragiona meglio assai della mente, la quale s'imbroglia di cavilli e di pregiudizj. I giorni della vostra vita ci stanno innanzi tutti quanti come se fosser scritti in un libro; e per verità, non aveste mai a respirar liberamente, povera figliuola mia. Comincerete dunque oggi stesso una vita nuova, e fate cantare un triduo in ara coeli, che vi varrà un'indulgenza plenaria. Intanto i trentamila giulj che vi abbiamo assegnati ad ogni anno, spero vi potranno indennizzare assai bene e della vostra Bologna e di Perugia. In quanto poi al luogo della vostra futura dimora, io vorrei vi fermaste in Roma dove siete sicura da tutte le insidie che vi potessero mai tendere o i vostri fratelli o i figli di Giampaolo. Del resto, figliuola, verrete alla nostra udienza qualch'altra volta, e vi daremo talune altre istruzioni.

La Ginevra, a quest'ultime parole che significavano un commiato, si alzò senza ripetere quella preghiera che appena presentatasi a Leone, avea fatta non senza fervore. Ma era un fervore forzato e non spontaneo, e che necessariamente avea dovuto cessare innanzi alle prime negative. Vedremo in altro momento come il fervore della preghiera crescerà invece col crescere delle ripulse, e quale straziante efficacia di parole porrà sulle labbra di questa infelice una disperazione senza pari.

Si alzò dunque, e fatto qualche ringraziamento, si licenziò ed uscì dal gabinetto.

Coloro che stavano nell'anticamera e avevano udite le parole di commiato, si volsero tutti per guardarla appena l'uscio si spalancò ed ella comparve sulla soglia. Al sommesso bisbiglio che le faceva d'intorno, nel passare ella girò alla sfuggita uno sguardo, un timidissimo sguardo, fra que' personaggi, quando improvvisamente si fermò mandando come un piccol grido, mentre la faccia le si coprì tutta quanta di un vivissimo rossore che degenerò issofatto in un pallore estremo. Il volto del Morone che distinguevasi tra le molte teste ond'era circondato, e che fissando lei con molta attenzione, le si mostrò per il primo, fa causa di quell'estrema sua commozione; ed ella si fermò volgendogl un'occhiata. Il Morone potè accorgersi del tremito che s'era messo nella persona della Ginevra, e allora di volo, allontanatosi dagli altri, si accostò a lei dicendole:

—Oggi venivo da voi, e non avrei mai creduto d'avervi a trovar prima qui.

La Ginevra non potè rispondere in sul subito, poi, quando quell'agitazione le cessò:

—Oh come ho caro a vedervi, disse.

Le parole non furono che queste, ma il modo onde le pronunciò, ma l'accento pieno di fervore, di passione, d'ingenuità e di grazia onde furon rese, ma il rossore che le ritornò sul volto nello stringere la mano del Morone con ambedue le proprie che tremavano, fu di una forza così potente da comunicare quella commozione al Morone medesimo.

Rimasero così ambedue nel mezzo dell'anticamera senza parlare e immobili, mentre tutti gli altri in silenzio li stavano guardando con maraviglia.

—E così, disse finalmente il Morone, tanto per rompere quel silenzio, credo sarete ben contenta dell'accoglimento fattovi da Sua Santità, io sapevo già le sue intenzioni.

—Sì, disse la Ginevra, l'ebbi a trovare di una grande bontà…. e in quanto a me non avrei mai potuto sperare di più.

Il Morone fu per soggiungere:—Continuate dunque a sperare, che la vostra sorte pare siasi voluta mutare a un tratto; parole che intere gli si erano già ordinate nella mente, ma che non gli bastò il coraggio di pronunciare. Così tornò a tacere.

La Ginevra fece essa puro il medesimo, e intanto al modo onde guardava il Morone, pareva stesse in aspettazione di molte altre sue parole e lo invitasse anzi a metterle fuori.

Quante cose in fatto alla doveva aspettarsi d'udire in quel momento dal Morone…. e con un'ansia accresciuta dal contrasto delle più vive speranze stette attendendo di sentir profferire un nome dalla bocca del Morone. Ma questi avea troppe ragioni per non fargliene motto, e la condusse invece ad altri discorsi; finchè, nel punto di dividersi, le promise sarebbesi recato da lei o in quel giorno o presso.

Il Morone, nel salutarla, potè accorgersi che di improvviso l'umore di lei era divenuto assai cupo. Ne indovinò la cagione, ma non poteva ripararvi. L'aspettazione delusa, pur troppo avea lasciato nell'animo della Ginevra un vôto, una desolazione indicibile. Quando infatti si fu ridotta alle proprie stanze, e si trovò sola, un tal rammarico la percosse, una tetraggine così profonda le si mise nell'animo, che non potè trattenere le lagrime e pianse per molte ore in segreto.

Alcuni giorni ella dovette passare in questo stato doloroso, d'ansia, d'incertezza, di timori e di speranze, durante i quali non ebbe visita da nessuno, nemmeno dal Morone. Due dì dopo solamente un segretario pontificio le recò la bolla per la quale a lei venivano assegnati trentamila giuli annui, e con quella la notizia della condanna del Baglione, notizia che le mise nell'animo un turbamento nuovo, che la sorte del vecchio Baglione doveva necessariamente far nascere in lei de' gravissimi pensieri.

Vediamo adesso di recarci in castel Sant'Angelo, quantunque sia di notte e l'accesso sia a tutti precluso.

Correvan quasi due mesi che Giampaolo Baglione era chiuso in castello. Fin dal momento in cui fu lasciato solo in uno de' camerotti del castello, e udì chiudersi l'uscio di fuori, un orrendo sospetto avea fatti rizzare sull'adusta fronte di lui i pochi e bianchi capegli, e per la prima volta potè accorgersi che significhi lo spavento e il terrore, e nell'intenso suo raccapriccio potè misurare tutti i dolori onde egli era stato autore altrui in tanti anni di dominio, di violenza, di ferocia. Riavutosi per altro da quella prima percossa, non gli sembrò vero che gli si fosse voluto tendere una simile insidia, e sperò ancora. Ma fu per pochissimo, che in quel giorno stesso della sua cattura gli fu fatto intendere, sarebbe tosto condotto innanzi ad un consesso espressamente raccolto per udir lui, ed al quale avrebbe dovuto dar conto di tutta la sua vita passata. Quando udì simil cosa, rimase muto alcuni momenti, quasi non comprendesse o non potesse comprendere di essere caduto in un abisso tanto profondo…. poi con maraviglia e spavento di coloro che gli avean data così tremenda nuova, como se il furore lo avesse ritornato alla sana e potente robustezza della sua gioventù.

—Chi, gridò con voce tanto forte da far rimbombare la vôlta della camera dove si trovava, chi pretende di obbligarmi a tanta ignominia! Chi ha mai preteso in Italia di far stare Giampaolo?,. Voi forse?…

E ciò dicendo scagliandosi su cinque sacerdoti che gli stavano innanzi, con uno stiletto che si era cavato di sotto alla cappa, uno stese ferito a terra, due ne percosse, e l'atto fu così istantaneo che le guardie pontificie non avevan potuto prevenirlo, e soltanto furon sopra al Baglione quando, vinto dalla decrepitezza e dalle doglie del corpo, le quali non abbandonavanlo mai, e gli si fecero allora sentire con uno spasimo acuto, cadde come massa di piombo sul suolo, rendendo somiglianza di epiletico furibondo, che dopo aver fracassato quanto gli sta dintorno con una forza preternaturale, d'improvviso è reso immobile ed inerte.

Fu allora portato in una delle segrete, e messo in catene. Il vecchio si riebbe ancora, ma nel fondo della bassa carcere, immobile, cogli occhi fissi e vitrei, colle braccia intrecciate ai ginocchi, se ne stette squallido e muto e orribile agli uomini che gli facevan la guardia. Venne poi il giorno nel quale il processo si aprì, e a cominciare gl'interrogatorii, si dovette trascinarlo innanzi al consiglio straordinario. In quel giorno, e in molti altri successivi fu impossibile cavare dal suo labbro una parola sola. Si trovò però tosto il modo di farlo parlare, e quella tortura dal Baglione medesimo applicata altrui tante volte, e con tanta atrocità, fu fatta subire anche a lui. Dopo tanti giorni di silenzio, parlò per la prima volta, confessò cose da mettere il raccapriccio e lo spavento in coloro che l'ascoltavano; da quelle sue labbra livide e convulse uscì il racconto di tali enormezze, che la ragione trova un conforto nel rifiutarsi a crederle. E da quando quel silenzio fu interrotto da lui, il suo labbro non tacque mai più. Ricondotto nella segreta, cominciò ad uscire in grido, in imprecazioni, in bestemmie che assordavano le guardie facendole inorridire… e da quel momento non fu ora nè del giorno nè della notte in cui quella sua voce tacesse. Un feroce delirio, una forsennatezza spaventosa aveva sconvolta la mente di lui; ma venne l'ultima sua notte, ed è questa a cui ci troviamo.

Due guardie pontificie, all'estremo punto di un lunghissimo corritojo, stavano in piede guardandosi in faccia l'una l'altra. Sul fondo di quel corritojo una lanterna appesa all'alta vòlta spargeva qualche poco di lume intorno… ed era così scarso, che la luce lunare proiettata sulla parete e sul pavimento dentro i contorni de' sei finestroni aperti in alto, la vincevano quasi del tutto. Le guardie tendevano le orecchie.

—Egli tace, uscì detto ad una.

—Era tempo!… Io non ne potevo più…

—Abbi però pazienza che ei tornerà presto da capo.

—Ma quando sarà egli finito codesto processo?

—È finito.

—E la sentenza?

—È data e sottoscritta, e non c'è altro a fare.

—Dunque.

Il soldato non aveva finito di pronunciar questa parola, che dall'estremo fondo del corritojo, come se venisse di dietro a molte imposte rabbattute, tornò a farsi sentire una voce profonda e rantolosa, e gemebonda talvolta… In sul principio si udiva un suono senza parole, ma grado grado la voce si venne alzando sempre più, fino al punto che attraversando lo spessore delle imposte rivestite di ferro, ridestò gli echi delle vôlte, ed orribili parole risuonarono in quel luogo.

—Ah… ci sei… ti ho afferrato!… diceva quella voce. Calerai con me al fondo!… Guarda che negri fiotti!… No… non è acqua… è sangue… sangue… sangue! È il lago d'averno questo…. giù, giù… giù con me… traditore infame… giù boja! Vedi?… là… là è fuoco!… Senti?… qui… il sangue ribolle… arde!… Ahi, ahi, ahi!!! La carne abbrustolita mi si stacca dalle ossa!… Ahi!… tormento, tormento, tormento!!… E tu?… che fai tu?… ah, sta qui… non sfuggirmi traditore infame!… Questo è fiotto… è sangue… è fuoco!… Affoga, tristo… cala giù, giù, giù… ardi… ardi con me, boja infame! Ahi!… no… vedi tu?… no?… quello è sangue… è fuoco!… No, è il demonio… il demonio… Ahi, ahi!!… m'ha percosso coll'ali!… Vedi tu?… son l'ali che sommovono i fiotti… Oh guarda… son rosse… son sangue… son fuoco!… Ma e tu? tu traditore infame, tu boia… cala giù con me… giù, giù!… Ah! ora t'ho pel collo… Qui, demonio, stringi qui… percuotilo coll'ala di pipistrello… giù, giù, giù… percuotilo, o demonio, demonio… demonio!!!…

Alle guardie si rizzavano i capelli di sotto alla celata. L'ora tarda, il luogo tetro e remoto, la scarsa luce, e tali orrendi voci li empivano di sgomento e di stranissime ubbie…

Ma le voci continuavano…

—Cala giù con me boja… giù, giù! Qui, demonio, stringilo qui… demonio, demonio!… Ahi… le mie carni… ahi, ahi!…

Questi ululati continuavano da un'ora senz'interruzione… Le guardie non facevan passo, nè l'una osava staccarsi un momento dall'altra… quando, di mezzo ai gridi, odono rumori di voci e di passi che salivan le scale conducenti in quel luogo. Dopo qualche istante infatti vedono affacciarsi dal pianerottolo tre uomini… Il primo aveva il lampione nelle mani, il secondo portava un grosso involto sotto il braccio, il terzo era un frate della Misericordia… Salgono lenti e taciti… percorrono il lungo corritojo… l'uomo che aveva il lampione apre la porta di prospetto… che tosto si chiude… poi un'altra, poi un'altra… Le guardie sentirono confuso alle grida incessanti il rimbombo che le imposte ferrate facevano nel richiudersi,.. Scorse brevissimo tempo… poco di poi le grida s'alzarono più furibonde… ma fu l'istante di un secondo,… e di colpo cessarono. Vi fu un silenzio profondo di pochi minuti… ma subito le tre porte s'udirono riaprirsi e rimbombare rinchiudendosi… i tre uomini ricomparirono all'uscio di prospetto, che fu chiuso… silenziosi attraversarono il corritojo… silenziosi passarono innanzi alle guardie e ridiscesero. Tutto il rimanente della notte fu immerso nella più profonda quiete.

—Che pensi? disse finalmente una delle guardie all'altra, di cui udiva il respiro.

—Quello che pensi tu. Ci scommetto…

—Per costui non c'è altro dunque…

—No.

—Ora mi sovviene di una cosa. Sei notti fa io stavo di guardia a Porta Capena… sai che lì presso ci son le stalle dello Scaraventa beccajo…

—Ebbene.

—Era da qualche tempo che un bufalo selvaggio preso al laccio di fresco, faceva, di notte specialmente, rimbombare de' suoi muggiti tutti i luoghi dintorno, ed era una noia indicibile. Bisogna che lo Scaraventa se ne tediasse esso pure… e sei notti fa appunto, io che passeggiavo al fresco per non prender sonno, lo vidi attraversare la via, aprire la stalla, ed entrarvi. I muggiti cessarono… quando m'accorsi dei rumore che fece il bufalo stramazzando…

—E così?

—E così non c'è altro. Soltanto ti volevo dire che costui è morto così…. Va poi tu ad augurarti di nascere in alto stato.

Il giorno dopo corse per Roma la voce, essere stato il Baglione decapitato in castello, e la giustizia aver fatto il debito suo.

Lasciamo che questa segua il suo giro. Ora è di Manfredo che dobbiam prenderci pensiero.