CAPITOLO DECIMO IL CREPUSCOLO DELL’ANTICA ROMA

59. Rivolgimenti economici e sociali della prima metà del II secolo. — Tuttavia queste guerre di Oriente, se non ingrandirono l’impero di Roma, generarono un effetto anche maggiore: precipitarono la rovina della antica Roma, che aveva fondato la repubblica e latinizzato tanta parte d’Italia; e che già da più di un secolo veniva alterandosi per opera dell’ellenismo. Quante cose non erano cangiate negli ultimi cinquanta anni! Intanto, per la prima volta, dopo secoli di continue strettezze, lo Stato conosceva la felicità del facile e largo spendere. L’erario riboccava d’oro. Le miniere d’argento della Spagna, le indennità imposte a Cartagine, alla Macedonia e alla Siria, il bottino delle guerre della Cisalpina, della Spagna e dell’Oriente — metalli preziosi, redditi di miniere, terre, boschi, schiavi — lo colmavano. Cosicchè Roma poteva spendere largamente, non solo per le guerre, ma pure per i servizi civili. Il primo trentennio del secondo secolo è meritamente famoso per le grandi opere pubbliche a cui si pose mano. Nel 187 si cominciò la costruzione della via Emilia, che avrebbe continuato la Flaminia attraverso la Cispadana, da Rimini a Piacenza; nel 181 si terminerà la fognatura di Roma e il prosciugamento delle paludi pontine; nel 177 si aprirà attraverso l’Etruria la nuova via Cassia; la censura del 174 andrà famosa per il gran numero di lavori pubblici ordinati a Roma e nelle colonie. Cosicchè mai come in questo trentennio gli appalti pubblici erano stati così numerosi, lucrosi e molteplici: lavori pubblici, forniture militari, imposte, dogane da riscuotere, miniere, foreste, terreni appartenenti allo Stato. Molti giovani della media classe rurale, che avevano portato un piccolo capitale dalle guerre di Oriente e d’Occidente, sollecitarono e ottennero con facilità di questi appalti, o da soli, o in società, o facendosi prestare dei capitali da qualche persona ricca, che avrebbe partecipato al guadagno comune. La conoscenza e la pratica di questa specie di affari si diffusero; e in Roma e in Italia si formò in quel trentennio una classe così numerosa di medi capitalisti, vivente agiatamente sulle pubbliche forniture, che qualche decennio più tardi Polibio potrà dire addirittura che «tutti i cittadini romani» facevano di questi affari[52].

Anche l’agricoltura e la pastorizia sembrano svilupparsi. Sin dalla fine della guerra annibalica si era speculato a Roma largamente sulle terre dell’Italia meridionale, rinvilite per le devastazioni e la morte dei proprietari. In seguito, man mano che i capitali e gli schiavi divennero più numerosi, tutta l’Italia si diede a speculare sul nuovo ager publicus. Molti proprietari, latini o alleati, ne ottennero facilmente un pezzo, che aggiunsero al loro campicello e misero a coltura, dopo aver comperato degli schiavi, con le economie della guerra. I più ricchi pigliarono in affitto vaste terre pubbliche, sia in Italia che fuori, per pascolare mandrie di buoi, di maiali, di capre, di pecore. La grande pastorizia doveva rendere molto in quegli anni; chè gli eserciti consumavano molte pelli di capre per le macchine, molta carne salata di porco per i soldati. Crebbe dunque nel senato e nell’aristocrazia il numero delle grandi fortune fondiarie. L’antica politica agraria è ripresa su più vasta scala: nelle nuove colonie della Cisalpina, dedotte fra il 189 e il 177 — Bologna, Parma, Modena, Aquileia, Lucca, Luni — si assegnano ai nuovi occupanti campi più vasti che nelle antiche.

Acquistò forza anche maggiore e si diffuse di più lo spirito mercantile, quell’inclinazione al commercio, che già due volte aveva tentato di far di Roma una seconda Cartagine. Durante la seconda guerra macedonica si eran veduti dei soldati romani esercitar l’usura tra gli indigeni. Negli anni seguenti molti Romani e Italiani, contadini e piccoli possidenti, che come soldati o fornitori degli eserciti avevano conosciuto la Grecia e l’Asia, le loro ricchezze, i loro commerci, comprarono, venduto il campo avito o con il gruzzolo messo in disparte nelle guerre, una nave; gli uni si stabilirono a Delo, che, dopo il 192, diventa un ricco emporio romano, e vi apriron depositi di mercanzie asiatiche per i mercanti che venivano dall’Italia a empire di vari oggetti la propria nave, e ai quali era più comodo far capo a Delo, che a Rodi o a Corinto; altri esercitarono il commercio tra Delo e Roma o nel Mediterraneo occidentale. Sorsero sulle coste italiane molti piccoli cantieri; i boschi della Sila, dove si raccoglieva la pece, furono appaltati dallo Stato a gran prezzo; membri della nobiltà senatoria, a dispetto dei divieti[53], parteciparono ai lucri di questa mercatura transmarina, prestando a liberi o a liberti i capitali occorrenti per cominciare.

Insieme con l’ordinamento delle fortune si alterarono gli antichi costumi e le antiche idee. Tornando dall’Oriente, soldati e mercanti portavano il seme di nuovi lussi e bisogni. Se Roma era ancora considerata in Grecia — e a ragione — come una brutta città, senza monumenti e palazzi, imparava però a godere e a sfoggiare; e l’Italia ne seguiva l’esempio. Poco dopo la seconda guerra punica, si aprirono in Roma i primi bagni pubblici — sino ad allora il popolo si era bagnato nel Tevere —; gli abili cuochi incominciarono in questo trentennio ad esser pagati carissimi; si cercarono con grande spesa i vini della Grecia e le costose ghiottonerie dei paesi lontani; si importò dalla Grecia l’arte squisita di ingrassare i volatili; si videro — scandalo nuovo — cittadini comparire nelle assemblee ubriachi, magistrati avviarsi al foro mezzo brilli, tanto che nel 181 si fece una legge per frenare la troppo diffusa inclinazione alla crapula. Belle schiave e bei fanciulli acquistarono pure un gran prezzo.... Tra le antiche, semplici e troppo rare feste latine furono intercalati nuovi e costosi spettacoli, come la caccia alle belve e i giuochi dei gladiatori in occasione dei funerali; la legge Oppia, che restringeva il lusso, fu abolita nel 195; i profumi orientali, i tappeti babilonici, i mobili incrostati di oro e di avorio incominciarono a vendersi anche in Italia, massime a Roma.

Infine, nelle alte classi, la cultura greca mette radice. Tutti i giovani delle grandi famiglie studiano ormai il greco. La filosofia greca apre lo spirito alle idee generali. Le teorie politiche, elaborate dai Greci, cominciano a essere conosciute e discusse dalla nobiltà, che fin allora non aveva conosciuto altra scuola che la pratica e la tradizione. I tentativi letterari, iniziati cinquant’anni prima, riescono a creare le prime opere ragguardevoli. È questa l’età di Plauto, di Ennio, di Pacuvio. Il primo scrive le più belle commedie latine; il secondo introduce in Roma i metri greci e compone il primo poema epico; il terzo innova in Italia il genere tragico.


60. Marco Porzio Catone e il movimento tradizionalista. — I primi trenta anni del II secolo a. C. furono per l’Italia una di quelle età felici, in cui anche chi comincia con poco può far fortuna; perchè il tenor di vita, i desideri, l’industria, il commercio, l’audacia, la cultura, crescono, ingrandiscono, si allargano insieme; onde il lavoro abbonda, i guadagni sono facili, da ogni ricchezza nuova nascono molte occasioni di lucro, le ricchezze figliano rapide. Noi diremmo oggi, con orgoglio, che in quel trentennio Roma e l’Italia progredirono assai. Ma i contemporanei invece si lamentavano che Roma si corrompesse. Quel che noi chiamiamo progresso e civiltà, gli antichi giudicavano corruzione. Già in questo trentennio, che a noi par così prospero e fortunato, una sorda inquietudine angustia le classi alte — specie la sua parte migliore —; e proprio in questo trentennio apparisce nella politica romana un personaggio nuovo, il puritano arcigno, che fa il broncio ai suoi tempi: Marco Porzio Catone. Catone era nato a Tuscolo, nel 234. Era dunque un coetaneo di Scipione l’Africano; apparteneva alla generazione che aveva combattuto Annibale; e, nato da una famiglia modesta di medi possidenti, aveva trascorso la sua giovinezza, combattendo contro i Cartaginesi e coltivando il suo podere. Non era facile, in quella città aristocratica, ad un modesto possidente salire alle più alte cariche dello Stato. Ma Catone era intelligente, attivo, eloquente, energico, coraggioso, onesto; e i tempi erano così difficili, che non consentivano di trascurare un tale uomo. Aiutato da un patrizio, L. Valerio Flacco, dalla cui famiglia la famiglia di Catone era protetta, egli potè essere eletto a 29 anni questore, a 35 edile, a 36 pretore, a 39 console, a 50 censore. Al punto a cui siamo giunti della storia di Roma, dopo la guerra siriaca, Catone è uno dei Grandi della repubblica e il più fiero, ardito, autorevole campione del movimento tradizionalista, che sorveglia e cerca di frenare quelli che noi chiameremmo oggi i progressi della società romana. Mentre vuol che le medie classi rurali siano, come in antico, il sostegno della repubblica, egli venera l’autorità del senato, combattendo solo i senatori e i gruppi dei senatori, che, dimentichi della tradizione, favorivano troppo il nuovo indirizzo. Causa precipua d’ogni male è per lui l’ellenismo. «Catone, — narra un suo biografo antico[54] — disprezzò veramente tutte le discipline proprie dei Greci. Diceva Socrate loquace e violento, e l’accusava di aver favorito in ogni modo la tirannide col rovesciare i costumi patrii e col trascinare i suoi concittadini ad opinioni contrarie alle leggi....». E la profezia, che lascerà al suo figliuolo, sarà che, «allorquando codesta mala genia (i Greci) avrebbe diffuso in Roma la sua letteratura, tutte le cose sarebbero precipitate». Onde egli avversa con tutte le forze il nuovo andazzo dell’istruzione privata e pubblica, l’amore delle cose greche, e tutto quello che all’amore delle cose greche si collega: massimamente il nuovo lusso e la smania dei godimenti, che dilagano per ogni dove. Li combatte con le leggi suntuarie, che limitano il numero dei convitati, le spese per i banchetti, lo sfarzo dell’abbigliamento muliebre; e quando questa arma gli sarà spezzata nelle mani dall’opposizione degli appetiti e degli interessi, si vendicherà nella sua censura, gravando tutti gli oggetti preziosi di imposte quasi proibitive. Tien d’occhio, denuncia e, quando può, reprime senza pietà la rapacità degli usurai, le frodi dei pubblicani, gli abusi dei governatori; perseguita, con accanimento l’insolenza dei meteci romani: i liberti, che, cento volte respinti, sono ritornati alla conquista della cittadinanza romana; e combatte la grande consorteria aristocratica degli Scipioni, che, forte della gloria dell’Africano, cercava di accaparrare per sè la repubblica.


61. Corruzione e progresso. — Catone non avrebbe potuto primeggiare nella repubblica, difendendo questi principî, se fosse stato solo o sostenuto da scarsi e deboli consentimenti. Ma i consentimenti, che egli trovò numerosi, possono stupire solo chi giudichi gli antichi alla stregua di alcune idee moderne, che quelli non professarono e che sarebbero apparse loro false e poco meno che empie. Non è possibile capire nè i tempi moderni nè i tempi antichi, se non si intende come su questo punto le idee degli uomini si siano capovolte. Solo dopochè l’uomo ha inventato la macchina a vapore e scoperto il mezzo di creare rapidamente grandi quantità di ricchezza, egli è venuto nell’idea che sia una perfezione, e quindi un dovere, accrescere i propri bisogni e spendere largamente. Ma non è più di un secolo e mezzo, che l’uomo ha imparato a servirsi a questo modo e per questo scopo del fuoco: prima l’uomo possedeva soltanto gli strumenti che la sua mano o i muscoli degli animali movevano, e quindi, se poteva fabbricare oggetti eccellenti o bellissimi, non poteva fabbricarne che pochi. La semplicità e la parsimonia erano dunque allora, due virtù elettissime; e il lusso, un pericolo, perchè facilmente dissestava le fortune delle famiglie e dei singoli; onde in tutte le civiltà antiche moralisti e legislatori, governi e religioni hanno raccomandato agli uomini la moderazione dei desideri e la semplicità delle abitudini. Roma non poteva fare eccezione alla regola; aveva anzi particolarissimo bisogno di non arricchir troppo, se non voleva che la sua potenza militare fosse scalzata dalle fondamenta. La contradizione era insolubile; e bisognava capirla bene, se si vuole capire la immensa tragedia che incomincia in questi tempi. Abbiamo già detto che i cittadini romani, tra i quali si reclutavano le legioni sostegno della potenza romana, erano un pugno di uomini: tra 2 e 300.000. Ma se il maggior numero di questi cittadini, deposta la vanga e l’aratro, si dava al commercio e agli appalti, arricchiva, si avvezzava ai comodi, ai piaceri ed ai lussi, avrebbe ancora sopportato le fatiche e i disagi delle lunghe guerre? Già durante le guerre di Macedonia e di Siria, gli eserciti romani avevano incominciato a zoppicare. Delle legioni avevan reclamato il congedo; i sotterfugi per sfuggire al reclutamento si facevano più ingegnosi; si vedevano soldati andare alla guerra con il servo, che portasse il fardello e preparasse il cibo; l’antica disciplina si rilassava, perchè i soldati si vendicavano nei comizi dei generali troppo severi. Ma questo non era il solo pericolo. La ricchezza, la cultura greca, lo scetticismo indebolivano nella nobiltà l’abnegazione civica, il rispetto delle leggi, lo spirito di concordia, il senso dell’onore e della rettitudine. In questo trentennio si incominciarono a veder fatti e cose, che non potevano non inquietare chi sapeva quanti nemici circondavano Roma. Appariva una generazione nuova di uomini di Stato: ambiziosi, impazienti, cupidi di cose nuove, che rispettano poco le leggi e punto le tradizioni. Molti si presentano candidati alle magistrature innanzi l’età; la corruzione elettorale si faceva più ardita e sfacciata; e il sospetto che i magistrati abusassero delle cariche per far quattrini, soprattutto appropriandosi parte del bottino in guerra, si divulgava. A torto o a ragione? Sarebbe difficile affermarlo, per quanto, come sempre accade, la facilità del sospetto sembri poter considerarsi come il segno o l’esagerazione di un male che esisteva davvero e cresceva, anche se più lento e meno grave che non pensasse la credula opinione del pubblico. Del resto queste esagerazioni erano a loro volta il segno di un altro male: l’inasprirsi delle rivalità e delle discordie tra le grandi famiglie, man mano che con la potenza, la ricchezza e la cultura di Roma, crescevano l’orgoglio, le ambizioni, le cupidige della nobiltà che la governava. Ne è prova uno dei più clamorosi scandali della storia di Roma, che scoppiò poco dopo la guerra siriaca, e per causa di questa. I due vincitori di Antioco, Lucio e Publio Scipione, furono accusati, il primo di peculato per essersi appropriato una parte della preda siriaca; il secondo, addirittura di perduellione, per aver ricevuto denaro e promesse da Antioco nelle trattative di pace. Gli scrittori antichi ci raccontano questa storia in modo molto confuso, dimodochè non ci è possibile dire se queste accuse fossero o no del tutto arbitrarie[55]. Certo è però che nel senato accusatori e difensori si azzuffarono con forsennata violenza; che tra gli accusatori primeggiò Catone; e che l’Africano, disgustato e stanco, si allontanò da Roma in volontario esilio. Brutto segno, sia che le accuse fossero false sia che fossero vere: nel primo caso, perchè era vergogna che il vincitore di Zama fosse trattato a quel modo; nel secondo, perchè era vergogna che avesse commesso addirittura il crimine appostogli[56].


62. La guerra contro Perseo e il nuovo ordinamento dell’Oriente (171-168). — Tutte queste ragioni ci spiegano Catone, i suoi numerosi seguaci, le loro veementi proteste, quello che si potrebbe chiamare il «Catonismo». Roma, in questo supremo momento, aveva quasi paura di diventar troppo ricca, grande e potente. L’avvenire la spaventava, perchè le appariva troppo bello, almeno alla stregua nostra del giudicare. Strane complicazioni degli eventi umani! Senonchè Roma era ormai spinta alla sua ascesa da forze così numerose e potenti, che fonderebbe un grande impero, non ostante la paura che la faceva sgomenta. La generazione, che visse nel primo trentennio del II secolo, aveva pensato di poter con quella sua ingegnosa politica di interventi equilibrare le cose in modo da impedire agli Stati dell’Oriente di ingrandirsi a spese di Roma, senza che Roma fosse nel tempo stesso obbligata ad ingrandirsi a loro danno. Ma questi Stati orientali erano diversi tra loro e avvezzi da secoli a combattere per ingrandirsi gli uni a spese degli altri; molti potevano vantare una storia più grande e antica di quella di Roma, e disponevano di grandi mezzi: cultura, ricchezze, territori, uomini. Impossibile era pietrificare l’Oriente in quell’equilibrio artificioso, che più conveniva ai Romani. La vita ripigliava ad ogni momento i suoi diritti; e il faticoso equilibrio ogni momento pericolava. Chi potrebbe enumerare tutte le brighe che la politica romana trovò nelle cose di Oriente dopo la vittoria su Antioco? Oggi era la lega achea, che veniva in guerra con Messene; domani la lega etolica, che interne discordie laceravano: un giorno Filippo di Macedonia, approfittando dei servigi resi a Roma nella guerra contro Antioco, cercava di riallargare il suo dominio nella Grecia e nella Tracia, e faceva nascere una grande paura nella lega etolica e nel regno di Pergamo; un altro giorno il Re di Pergamo si azzuffava con il Re di Bitinia, o moveva, con il Re di Cappadocia, guerra al Re della Cappadocia pontica, in cui aiuto voleva moversi il nuovo Re di Siria, il successore di Antioco III, Seleuco IV; il quale poi ripigliava a intrigare e a combattere contro l’Egitto, l’eterno antagonista! Roma era costretta quasi ogni giorno a intervenire e a compiere un lavoro di Sisifo, che dappertutto feriva interessi, offendeva orgogli, moltiplicava i nemici. Nel ventennio che segue la grande vittoria siriaca, crebbe in Oriente l’avversione per Roma: e gli animi ritornarono dovunque, per opposizione, più che per spontanea simpatia, verso la Macedonia. Sebbene Roma avesse alla fine, dopo averli tollerati in principio, impedito i nuovi ingrandimenti tentati da Filippo ai danni di Eumene e della lega etolica, Filippo non si era scoraggito: si era rivolto ad allargare il suo dominio nella Tracia; a riordinare le finanze; ad amicarsi le valorose popolazioni barbare dimoranti oltre il Danubio; così da poter lasciare, morendo nel 179, uno Stato forte e fiorente al figlio Perseo. Perseo continuò le arti del padre; cercò amicizie palesi e nascoste, in Grecia e nell’Illiria, sposò una figlia del Re di Siria, riuscì ad annodare dei buoni rapporti con Rodi, l’antica amica di Roma, che incominciava a stancarsi della sua troppo potente protettrice; tentò di avvicinarsi alla lega achea e divenne la speranza di tutti i nemici di Roma, in Grecia e in Oriente.

A poco a poco quell’artificiale politica dell’equilibrio generava l’effetto opposto: lo squilibrio universale, un disordine maggiore, la tempesta. Perseo diventa il campione e la speranza di tutti i nemici di Roma, in Grecia e in Oriente, più per forza di cose che per deliberato proposito. Non privo di intelligenza, ma timido e gretto, temeva il cimento a cui lo spingevano gli eventi ed i tempi; ma non aveva neppure l’intelligenza e la volontà necessarie per resistere a queste spinte. Così a poco a poco lasciava che la nuova guerra maturasse, senza prepararsi. Con questo procedere a mezzo egli poteva sortire un solo effetto: che la guerra scoppiasse nel momento per Roma più favorevole. E così accadde. Roma aveva in Oriente un amico sicuro: il Re di Pergamo. Costui sorvegliava inquieto le mosse del partito anti-romano, dappertutto crescente; e a poco a poco tanto disse e tanto fece, — si recò persino a Roma in persona — che persuase il senato romano a toglier di mezzo il pericolo, facendo guerra alla Macedonia e distruggendola. Se no, il prestigio di Roma in Oriente cadrebbe. Il senato allora, prese il primo pretesto che gli si offrì, per dichiarare, pel 171, alla Macedonia la guerra. Di nuovo Roma assaliva per la paura di essere assalita più tardi.

Senonchè i due primi anni di guerra furono pieni di sgradite sorprese per Roma e per i suoi amici. Apparve ad un tratto quanto la forza militare di Roma fosse indebolita. C’erano nelle legioni ormai troppi soldati che andavano alla guerra con il servitore, che non volevano più obbedire se non quando faceva loro comodo, e che non di vittoria erano avidi, ma famelici di bottino. E i comizi troppo facilmente eleggevano a consoli e a pretori degli uomini leggieri e incapaci, destri solo nel lusingare i vizi e i difetti della moltitudine. L’esercito di coscrizione, che era stato la forza di Roma nella seconda guerra punica, si dissolveva, perchè i cittadini romani si erano fatti troppo ricchi e avevano perduto l’antico spirito. Per l’indisciplina delle legioni e per l’inettitudine dei generali, la guerra cominciò con parecchi clamorosi rovesci e si trascinò per due anni, il 170 e il 169, incerta, lenta, dubbiosa. Il prestigio di Roma vacillò; amici e alleati, ad eccezione di Eumene, incominciarono a tentennare; i Romani dovettero rinunciar perfino a servirsi di contingenti greci ed etolici, tanto poco erano sicuri; il partito macedonico prevalse in molte città greche, tra parecchi popoli dell’Illiria e dell’Epiro; perfino Rodi, antica e fedele amica di Roma, spedì a Roma un’ambasceria a proporre di entrar nel conflitto non più come alleata, ma come mediatrice tra Roma e la Macedonia; e il nuovo Re di Siria si preparò ad assalire ancora una volta l’Egitto! Guai a Roma, se Perseo, più intelligente e più attivo, avesse saputo sfruttare le prime vittorie! Ma Perseo era lento, timido, gretto. A Roma invece i rovesci e il pericolo risvegliarono la coscienza pubblica. Spaventato, il popolo andò a cercare un illustre avanzo della generazione annibalica, un membro eminente del partito tradizionalista, di cui Catone era il capo: il figlio del console caduto a Canne, che da molti anni viveva in disparte, perchè poco amico della gente nova, da cui la repubblica era stata invasa. Eletto console, Paolo Emilio fu mandato nel 168 in Macedonia, con grandi rinforzi.

Paolo Emilio restaurò la disciplina nell’esercito e con una breve ma vigorosa campagna riuscì in quell’anno stesso, con una sola battaglia, a terminare la guerra; sconfiggendo a Pidna Perseo[57]. Il Re di Macedonia fu fatto prigioniero, e in pochi giorni la Macedonia si arrese. Non appena Roma aveva fatto uno sforzo adeguato, il pericolo tanto temuto era dileguato. La Macedonia era prostrata: occorreva statuire sulla sua sorte. Ci fu chi propose di annetterla. Ma Catone, Paolo Emilio, tutto il partito tradizionalista, in quel momento così autorevole, si opposero. Che fare? Si applicò di nuovo l’antico metodo, ma inasprendolo. Come ogni Stato, che vuol comprimere i movimenti vitali di popoli o di classi, Roma era a poco a poco tratta ad usare il terrore. L’antico regno di Alessandro Magno fu questa volta, addirittura smembrato in quattro principati, legalmente autonomi, ma vassalli di Roma; e, quel che è peggio, separati l’uno dall’altro. Tra Stato e Stato il commercio e i matrimoni furono proibiti. Il paese fu disarmato; molte famiglie aristocratiche furono deportate in Italia; la metà delle imposte, che i sudditi versavano all’erario macedone, devolute a Roma. Le miniere d’oro appartenenti al Re di Macedonia furono chiuse: disposizione per noi singolare, e che deve attribuirsi all’autorità di Paolo Emilio e del partito tradizionalista, il quale non voleva che Roma arricchisse troppo. L’Epiro fu saccheggiato barbaramente: 70 città, distrutte; 150.000 Epiroti, venduti schiavi. Alla Grecia, Roma non tolse la libertà, ma inflisse più di un castigo e si premunì con crudeli precauzioni da nuove infedeltà. I notabili dell’Etolia, avversi ai Romani, furono trucidati, e il territorio della confederazione, ristretto; mille cittadini achei furono deportati in Italia, e tra questi Polibio, il grande storico; in tutte le città il partito macedonico fu perseguitato, decimato, rovinato, e molti odi e vendette di famiglia si compirono, prendendo a pretesto la politica. Anche Rodi fu punita per aver tentennato un istante. Il partito mercantile la voleva morta, per toglier di mezzo un concorrente; ma Catone e il partito tradizionalista la salvarono dall’estrema rovina. Pure il partito mercantile riuscì a farle togliere quasi tutti i possedimenti continentali e a far dichiarare porto franco Delo, che era data ad Atene. Delo, ormai piena di mercanti italiani, potè così rapidamente fiorire, come Rodi deperì. Perfino Eumene sentì l’irosa diffidenza di Roma; e ad Antioco di Siria, che stava guerreggiando con l’Egitto, e già quasi aveva conquistato Cipro, fu mandata, per mezzo di Caio Popilio, l’intimazione di ritornar nei suoi Stati e di non molestar l’Egitto. Il Re si affrettò ad obbedire.

Le cose di Grecia e d’Oriente avevano subìto una specie di rimaneggiamento brutale. Roma si faceva più sospettosa, violenta, crudele, a mano a mano che raccoglieva il frutto delle difficoltà seminate; era tratta ad imporre la sua volontà spaventando, dividendo, distruggendo. Era una catena. Ma sino a che punto avrebbe potuto la forza mantenere quell’equilibrio impossibile, a cui Roma mirava?