CAPITOLO OTTAVO LA SECONDA GUERRA PUNICA

(218-201)

46. Cartagine in Spagna. — Di quanto avvenne a Cartagine dopo il 241, poco sappiamo. Certo è che la repubblica fu governata da una consorteria di ricche famiglie, di cui Amilcare, il grande guerriero e statista illustratosi nella guerra con Roma, e la famiglia dei Barca, a cui apparteneva, furono la colonna; che Cartagine, invece di tentare la riconquista delle isole perdute, cercò compensi in Spagna. Poco dopo il 238, Amilcare Barca è in Spagna con un forte esercito, intento a conquistare la vasta penisola; e non, come si argomentò poi da quel che successe, per fare della Spagna il ponte da cui assaltare l’Italia. Perdute la Sicilia e la Sardegna, Cartagine doveva ridursi sulla difesa, lo svantaggio dell’attaccare l’Italia essendo dalla sua parte. Nè altri che un uomo di mente malata avrebbe allora potuto vagheggiare di assalire Roma dalla Spagna, anticipando l’evento per cui tra qualche anno l’impresa potrà apparire possibile. Cartagine va dunque in Spagna, perchè si è rassegnata a lasciar la Sicilia e la Sardegna a Roma.

A sua volta, Roma non dovette sulle prime esser malcontenta che Cartagine impegnasse le sue forze nella conquista della Spagna, invece di pensare a riconquistare le isole. Non è dunque meraviglia che Amilcare abbia potuto per nove anni allargare il dominio cartaginese nella penisola iberica. Caduto nel nono anno Amilcare in battaglia, Cartagine affidò l’impresa al suo genero, Asdrubale. Asdrubale la continuò, più trattando che combattendo, ma sempre con fortuna; sinchè, alla fine, Roma incominciò ad inquietarsi. La Spagna era ricca di miniere e abitata da gente bellicosa: se Cartagine se ne impadronisse, non troverebbe nel tempo stesso i soldati e i mezzi per assoldarli? Conquistando la Spagna, Cartagine non si avvicinava troppo ai Galli, con i quali Roma era sempre in guerra? Roma cercò allora di amicarsi le città maggiori, ancora non soggette a Cartagine; con Sagunto conchiuse addirittura un’alleanza; e nel 226, non sappiamo se poco prima o poco dopo, ottenne che Asdrubale si obbligasse per trattato a non varcare con l’esercito l’Ebro[39]. Questo limite imposto in Spagna, doveva offendere e irritare la grande potenza africana; ma Cartagine aveva ancora tanto da fare al di qua dell’Ebro, che Asdrubale potè firmare il trattato senza che le relazioni tra le due grandi potenze fossero turbate. Par che Cartagine si accontentasse di non ratificare il trattato firmato da Asdrubale, pur senza rinnegarlo; in modo da poter sconfessarlo quando volesse, pur rispettandolo finchè le fosse conveniente. Quand’ecco, nel 221, Asdrubale muore; gli eserciti di Spagna acclamano a capo il figlio di Amilcare, Annibale, che aveva allora 26 anni; il senato cartaginese ratifica la nomina dei soldati; e Annibale subito attacca Sagunto, la città alleata di Roma; la assedia e la prende nel 219, non badando alle intimazioni e alle minacce di Roma. Roma allora manda a Cartagine un’ambasceria, minacciando la guerra se Annibale non le è consegnato; e in pochi mesi la guerra tra le due grandi potenze mediterranee di nuovo divampa.


47. La grande causa della guerra e il piano di Annibale. — Per qual ragione gli eventi precipitarono così rapidamente? Per l’ambizione di Annibale e per il suo odio contro Roma, come fu detto e ripetuto? Annibale era un grande uomo; e non si può credere che impegnasse Cartagine in una guerra così tremenda, solo perchè il farla gli parve glorioso e bello. D’altra parte Annibale iniziò e condusse la guerra d’accordo e con l’appoggio di un grande partito e del governo legale di Cartagine, il quale deve aver avuto le sue ragioni per affrontare Roma una seconda volta, dopo avere per molti anni cercato di vivere in pace. Questa ragione — o almeno la principale — sembra doversi cercare nella conquista della Gallia Cisalpina fatta dai Romani. Se a Roma non piaceva che Cartagine si allargasse troppo in Spagna, a Cartagine non poteva piacere che Roma si insediasse nella valle del Po; sia perchè si avvicinava alla Spagna; sia perchè si impadroniva di un territorio, non solo fertile e ricco, ma popolato da quei Galli o da quei Liguri, tra i quali Cartagine reclutava parte dei suoi eserciti. Secondo questa congettura — la sola che sembri render ragione dell’improvvisa inimicizia rinata tra Roma e Cartagine — la seconda guerra punica deve considerarsi come un effetto della conquista romana della Cisalpina. Nè basta: la conquista della Cisalpina spiegherebbe anche il piano di Annibale, che è esso pure un indovinello, come l’improvviso scoppiare della guerra. Non si possono spiegare le mosse singolarissime di Annibale se non ricordando che, perdute la Sicilia e la Sardegna, il vantaggio dell’attacco era passato da Cartagine a Roma, ed ammettendo che Annibale voleva innanzi tutto recuperare in parte questo vantaggio iniziale: giungere con un piccolo esercito nell’Italia meridionale, staccarla forse per sempre dal dominio romano, eccitare alla rivolta gli alleati e i sudditi, impadronirsi di un porto, inchiodare in Italia una parte delle forze romane; e allora assaltare la Sicilia dalle due parti, dall’Italia e dall’Africa; staccata l’Italia meridionale da Roma, riconquistata la Sicilia e la Sardegna, farne il ponte per un ultimo attacco dell’Italia, alla testa di una potente coalizione. Per questa coalizione egli aveva già gettato gli occhi anche sulla Macedonia e sul nuovo re Filippo, che la presenza dei Romani sulle coste orientali dell’Adriatico incominciava ad inquietare massime dopo la breve ma fortunata guerra combattuta da Roma contro Demetrio di Faro, nel 220. Senonchè assalire l’Italia dalla Spagna con tal disegno sarebbe stata una pazzia, sinchè la valle del Po fosse stata indipendente da Roma; l’impresa invece poteva apparire possibile, se pur rischiosa, subito dopo la conquista, quando le popolazioni galliche anelavano alla riscossa. Vedremo che Annibale intendeva incominciare la sua impresa alleandosi con i Galli e facendo della Gallia Cisalpina la prima base d’operazione contro Roma e l’Italia.


48. Il passaggio dei Pirenei e delle Alpi (estate-autunno 218). — Il piano di Annibale era molto ardito e complicato. Ma Annibale era uomo da porlo ad effetto. Dopo aver provveduto a munire la Spagna e l’Africa di sufficienti difese, sui primi dell’estate del 218, egli lasciò con 50.000 fanti e 9000 cavalli la Spagna cartaginese. Non era certo esercito che bastasse a conquistare un paese, capace di armare a sua difesa circa 800.000 uomini[40]; ma noi possiamo spiegare come Annibale lo giudicasse sufficiente, se si ammette che doveva servire non a conquistare l’Italia, ma solo a preparare la situazione strategica e la coalizione, che verrebbe a capo della potenza romana. Il viaggio del piccolo esercito non fu facile. Al freddo e ai disagi della montagna, incontrati nei Pirenei, si aggiunsero, nella valle del Rodano, le molestie di talune popolazioni celtiche; sicchè, passato il Rodano, l’esercito già era ridotto a 38.000 uomini e ad 8000 cavalli.

Peggio ancora fu quando l’esercito cartaginese cominciò a salire il versante settentrionale delle Alpi; e quando, sventate le insidie delle popolazioni alpine e raggiunta in nove giorni la vetta — se al passo del piccolo S. Bernardo o al passo del Monginevra o al passo del Moncenisio è gran disputa da secoli — incominciò, sul principio dell’autunno, la discesa, che durò sei giorni. Ma se il passaggio fu aspro, cinque mesi e mezzo dopo aver lasciato la Cartagine spagnuola — Cartagena — Annibale potè piantare le sue tende alle radici delle Alpi, in territorio amico, con 20.000 fanti e 6000 cavalieri[41].

Che faceva frattanto Roma? Roma era corsa alle armi con molte illusioni, proponendosi addirittura di attaccare Cartagine nel tempo stesso in Spagna ed in Africa. Aveva mandato il console P. Cornelio Scipione in Spagna con sessanta vascelli e due legioni; il suo collega, Tiberio Sempronio Longo, con altre due legioni e 160 quinqueremi in Sicilia, affinchè arruolasse le milizie necessarie e assaltasse l’Africa. Ma la grande mossa di Annibale recise i garetti all’uno e all’altro disegno. Non appena si seppe nella Gallia Cisalpina che Annibale si moveva, i Galli Boi e gli Insubri avevano assalito le colonie romane di Piacenza e di Cremona da poco fondate, costretto i coloni a rifugiarsi a Modena, e posto l’assedio a questa città. Il senato, per soccorrere le tre colonie, ordinò a Scipione di mandare una delle sue legioni nella valle del Po e di reclutare una legione nuova: l’obbedire richiese tempo, cosicchè, quando il console sbarcò a Marsiglia con l’esercito, apprese che Annibale già marciava a grandi tappe verso l’Italia. Che fare? Scipione tentò di inseguirlo; ma si stancò presto alla corsa; onde, mutato piano, mandò la maggior parte dell’esercito in Spagna al fratello Cneo, affinchè tagliasse le comunicazioni tra Annibale e la Spagna; ed egli ritornò a Pisa; raccolse sotto il suo comando le legioni che operavano nella Gallia Cisalpina; e con queste mosse incontro ad Annibale nella valle del Po. Egli sperava di affrontarlo ai piedi delle Alpi, esausto dal passaggio. Quel che Publio Scipione aveva fatto per proprio consiglio, l’altro console fece per ordine. Non appena il senato vide chiaro nei disegni di Annibale, richiamò Sempronio dalla Sicilia; e gli ordinò di raccogliere l’esercito ad Ariminum (Rimini) sul confine della Gallia Cisalpina. Invece di attaccare Cartagine in Africa ed in Spagna, Roma raccoglieva le sue forze nella valle del Po, prima cagione della guerra e primo campo di battaglia.


49. Battaglia della Trebbia (dicembre 218). — Scipione intanto aveva passato il Po e il Ticino, risoluto ad affrontare l’esercito cartaginese, che si trovava nei pressi di Victumulae, nel Vercellese, prima che avesse avuto tempo di riposarsi. Ma sulla destra del Ticino, a circa due giornate di marcia dal fiume[42] l’avanguardia romana incontrò un corpo di cavalleria nemica, e fu volta in fuga precipitosa. Il console stesso, gravemente ferito tra i suoi rotti squadroni, potè a mala pena salvarsi per il valore del suo figliuolo, un giovinetto diciassettenne, che doveva poi far molto parlare di sè. Scipione era arrivato troppo tardi: Annibale aveva avuto tempo di rimettere l’esercito in assetto e di aprire trattative con i Galli, se non di conchiuderle, perchè la notizia che i Romani giungevano teneva sospesi i Galli. Uomo di guerra avveduto, il console romano, sebbene sole la cavalleria e la fanteria leggera fossero state provate nello scontro, rinunciò dopo quello scontro ad attaccare subito i Cartaginesi; e rapido ripassò il Po ripiegando su Piacenza, per aspettar il collega che raccoglieva il suo esercito a Rimini. Annibale potè molestarlo nella ritirata, non impedirgliela; ma, come era da aspettare, non appena gli eserciti romani ebbero passato il Po, un certo numero di Galli si dichiarò per Annibale e un certo numero di ausiliari gallici, che servivano sotto la bandiera romana, si ribellò.

Annibale, che ormai era padrone del corso del Po sino a Piacenza, potè comodamente passare sulla riva destra a monte della città. Minacciato di esser preso alle spalle in Piacenza, Scipione si portò sulla Trebbia, per coprire, appoggiando la destra alla fortezza e la sinistra all’Appennino, la via che conduceva all’Adriatico e a Roma e quindi tutta l’Italia. Alla Trebbia lo raggiunse Tiberio Sempronio Longo. I due eserciti consolari erano ora forti di quattro legioni e di un numero pari di ausiliari italici, in tutto poco più di 35.000 uomini. A questi Annibale opponeva 20.000 fanti, e, grazie ai nuovi contingenti dei Galli, circa 10.000 cavalieri. Le forze si bilanciavano. Perciò Scipione opinava di aspettare l’assalto di Annibale e Sempronio invece voleva attaccare. Le impazienze di Sempronio si spiegano perchè i Romani dovevano desiderare una battaglia e una vittoria, per trarre alla propria parte i Galli, i quali stavano ad aspettar gli eventi. Ma essendoci di mezzo un fiume, e le forze bilanciandosi, l’attaccare era disegno di molto rischio: e in questo aveva ragione Scipione. Del dissenso dei consoli e della impazienza di Sempronio approfittò Annibale per farsi attaccare. Nel mese di dicembre un corpo di cavalieri numidi passò la Trebbia e assalì il campo romano. Sempronio (Scipione era ancora malato per la sua ferita) lanciò sul nemico tutta la sua cavalleria e 6000 uomini di fanteria leggera; subito, come fosse vinta, la cavalleria numida ripiegò in tumulto sulla riva sinistra della Trebbia; Sempronio allora, credendo il nemico in fuga e l’occasione buona, chiamò fuori in fretta tutto l’esercito, che ancora non aveva mangiato; lo cacciò nelle acque gelide della Trebbia, e via di corsa all’assalto. Ma, valicato il fiume, i Romani si trovarono di fronte l’intero esercito cartaginese, fresco, rifocillato, non intirizzito da un bagno freddo, schierato con la cavalleria ai fianchi e gli elefanti sul fronte. Le condizioni erano troppo ineguali. Al primo urto la cavalleria cartaginese rovesciò quella romana e scoperse i due fianchi della fanteria. Invano le prime due linee del centro combatterono valorosamente. I Cartaginesi piombarono sui fianchi di queste, mentre 2000 uomini, nascosti da Annibale in una vicina imboscata, assalivano alle spalle la terza linea di riserva, e, sfondata questa, si buttavano sulla seconda e sulla prima. L’esercito romano sfuggì alla distruzione grazie al valore disperato dei soldati; ma fu costretto a ritirarsi a Piacenza.


50. Il Trasimeno (217). — La sconfitta era grande. Tutta la Gallia Cisalpina, fuorchè le fortezze romane, era perduta e in rivolta; la via dell’Italia centrale aperta all’invasore. A compensarla non bastavano i felici successi di Cneo Scipione, che al di là dei Pirenei era riuscito a tagliare le comunicazioni tra Annibale e la Spagna. Temendo che l’Italia fosse assalita dal nord e dal mare, il senato incaricò i consoli dell’anno successivo (il 217) C. Flaminio, il conquistatore della Cisalpina, e C. Servilio Gemino, di sbarrare con forze ingenti le due vie di accesso all’Italia centrale, l’orientale che passava per Rimini, l’occidentale che passava per Arezzo; rinforzò tutte le piazze forti, mandò soldati in Sicilia, in Sardegna e sulle città costiere, chè una flotta cartaginese già era stata fugata dalle acque del Tirreno; chiese infine aiuti agli Stati amici, e tra questi anche a Gerone re di Siracusa. La prudenza di Scipione era stata giustificata dall’evento. Il senato si metteva sulla difesa, cercando di obbligare Annibale a dar di cozzo contro Rimini o contro Arezzo, come Scipione aveva tentato di trarlo a rompersi contro la linea della Trebbia.

E il senato aveva ragione, almeno in parte. Se non pensava ancora ad assaltare l’Italia, Annibale non poteva neppure sostare nella valle del Po; doveva giungere al più presto con il suo piccolo esercito nell’Italia meridionale e provocare la rivolta degli Italici. Infatti subito dopo la battaglia aveva liberato i prigionieri italici, rimandandoli alle loro case, perchè dicessero ai propri concittadini che Annibale era venuto a liberare l’Italia e a restituire ad ogni città quel che Roma le aveva tolto. Nell’inverno aveva rinforzato l’esercito, arruolando i Galli; e alla primavera del 217 si mosse per la via occidentale. Senza incontrare resistenza valicò l’Appennino e giunse a Fiesole; ma qui, avendo saputo che Flaminio lo aspettava con un forte esercito ad Arezzo, e non volendo prender di fronte questa fortezza, come non aveva voluto assaltare la linea della Trebbia, immaginò un nuovo strattagemma, ancora più audace dei precedenti. Mosse da Fiesole verso Arezzo per la grande via, incendiando e saccheggiando: poi a un tratto lasciò la strada e si gettò con tutto l’esercito nelle vaste paludi che l’Arno allora faceva a primavera nella parte superiore del suo corso, con l’intenzione di girare Arezzo a settentrione. Per quattro giorni e tre notti l’esercito camminò nell’acqua e nel fango; ma alla fine sbucava alle spalle di Flaminio[43]. La mossa era temeraria, poichè in fin dei conti Annibale si avventurava verso l’Italia meridionale, lasciando alle spalle due forti eserciti intatti; e se Flaminio avesse aspettato che il suo collega giungesse da Rimini!... Ma Flaminio era il capo del partito rurale; e, appena sbucato alle sue spalle, Annibale aveva ripreso a incendiare e a saccheggiare. Poteva egli, dopo essersi lasciato sfuggire Annibale di mano a quel modo, lasciarlo devastare le campagne e rovinare i campagnuoli? Tutti i danni che questi riceverebbero, non li imputerebbero alla sua imperizia? Flaminio non seppe temporeggiare; e rincorse l’invasore. Annibale accennò da prima a sfuggire all’inseguimento; poi, a un certo punto, nelle vicinanze del lago Trasimeno, rallentò il passo. Smanioso di venire a battaglia, Flaminio si lasciò attirare in una angusta valle, posta tra due catene di monti e chiusa all’un capo da una collina elevata e di difficile accesso, dall’altro, dal lago. Ma in questa valle i Romani, sorpresi alle spalle, ai fianchi, di fronte dai Cartaginesi appostati, parte furono gettati nel lago, parte trovarono la morte prima ancora che avessero potuto disporsi a battaglia. Anche Flaminio, il conquistatore della valle del Po, uno dei creatori dell’Italia, cadde nella mischia. Pochi giorni dopo la cavalleria dell’altro esercito, che correva in aiuto di Flaminio, 4000 uomini in tutto, era distrutta.


51. Canne (2 agosto 216). — La seconda vittoria, riportata nel cuore dell’Italia era maggiore della prima, poichè questa volta un intero esercito era stato annientato. Lo sgomento a Roma fu indicibile; la città stessa parve in pericolo; si ricorse ai rimedi eroici; si ordinò la leva di quattro nuove legioni, e si nominò un dittatore nella persona di Q. Fabio Massimo: un gran personaggio, che già era stato console due volte, censore, dittatore; che nel 232 aveva combattuto felicemente i Liguri, e aveva fama di soldato valoroso e prudentissimo[44]. Ma Annibale, disdegnando per acerba l’uva che non poteva cogliere, non assalì Roma; e seguendo il suo piano che lo portava nell’Italia meridionale, discese a oriente, entrò in Umbria, e dopo aver tentato invano di prendere Spoleto, passò nel Piceno, e attraversando il territorio dei Marrucini e dei Frentani si diresse alla volta dell’Apulia; aggirò insomma, e molto alla larga, Roma, come poco prima aveva aggirato Arezzo, puntando forse già sino d’allora sul gran porto di Taranto e cercando di scuotere sul suo passaggio la fedeltà degli alleati. Ma in Apulia trovò Q. Fabio Massimo, che si era recato a prendere il comando delle milizie di Servilio colà ritiratosi da Rimini; e che si attaccò a lui, lo seguì passo passo, lo molestò senza tregua, cercò di impedirgli il vettovagliamento, ma rifiutò sempre battaglia. A sua volta Annibale ricominciò con lui il giuoco, che era così ben riuscito con Flaminio: mise a ferro e a fuoco le campagne; e poichè Fabio assisteva indifferente al saccheggio dell’Apulia, torse il suo cammino a occidente; passò nel Sannio e dal Sannio addirittura nella Campania, devastando sotto gli occhi di Fabio la parte più ricca e più bella dell’Italia. Ma invano: il savio dittatore lo lasciò fare e non mutò proposito.

Senonchè quel temporeggiare metteva a duro cimento la pazienza del popolo romano, il quale non aveva armato tante legioni per lasciar mezza Italia in balia del nemico. Nè meno vivi erano i lamenti e i rimproveri degli alleati italici. Così Roma li difendeva e difendeva i loro beni? Le discordie politiche invelenirono le discussioni strategiche. L’aristocrazia non aveva risparmiato accuse allo sventurato generale, che sul Trasimeno aveva perduto la vita insieme con la battaglia; e affettava di lodare la prudenza di Fabio, quasi come la necessaria correzione della imprudenza di Flaminio. Il partito democratico se ne risentì, aizzò il malcontento popolare, accusò addirittura il senato di protrarre ad arte la guerra: la vecchia accusa, che ogni tanto rifaceva capolino nelle lotte civili di Roma.

Quando Fabio ebbe deposto la dittatura, nella primavera del 216, all’aristocrazia riuscì a mala pena di far nominare console uno dei suoi, L. Emilio Paolo: l’altro console fu C. Terenzio Varrone, ardente fautore del partito di Flaminio. Le elezioni avevano detto chiaro che il popolo era malcontento; e questo malcontento crebbe a segno, che alla fine il senato si risolvè a mutare stile. Deliberò di mandare una legione nella Cisalpina, per riconquistarla; e ben otto legioni contro Annibale, ciascuna con un effettivo di 5000 uomini. Aggiungendo i contingenti alleati, i consoli disponevano di circa 90.000 uomini, i quali dovevano affrontare in Apulia un nemico che, sì e no, poteva sommare alla metà. Roma si preparava questa volta ad assalire i Cartaginesi con forze soverchianti.

Annibale frattanto era tornato in Apulia, forse mirando sempre a Taranto; e in Apulia i due consoli lo raggiunsero presso l’Ofanto. Si racconta che tra il console aristocratico e il console democratico nascesse presto discordia, per l’eterna ragione, che quello consigliava prudenza e questo non voleva sentirne parlare. Comunque sia, il 2 agosto, i due eserciti erano l’uno di faccia all’altro presso la sponda meridionale dell’Ofanto, quello romano con la fronte volta a mezzogiorno, quello cartaginese con la fronte volta a settentrione. L’esercito romano era schierato secondo il solito modo; anzi Varrone, ammaestrato dalla esperienza, aveva fatto i manipoli delle tre linee più profondi del consueto. Annibale invece aveva schierato la sua fanteria in una linea continua, forse più sottile del solito, e certamente assai più sottile di quella romana, collocando alle ali le milizie migliori, quelle africane, e distribuendo la cavalleria sui fianchi ma in modo che alla sinistra i suoi squadroni fossero in tali forze da soverchiare il nemico. Poi aveva fatto avanzare al centro la fanteria, in modo da tracciare una curva convessa, le cui estremità s’innestassero ai corpi laterali degli Africani di destra e di sinistra, allineati diritti. Incominciata la battaglia, prima ancora che le truppe leggiere, le quali solevano dar principio al combattimento, avessero terminato la loro azione, la cavalleria romana dell’ala destra era stata sconfitta e tagliata a pezzi dalla soverchiante cavalleria raccolta all’ala sinistra cartaginese, e questa senza perder tempo passava ad attaccare l’ala sinistra romana. Era ormai sicuro: le ali della fanteria sarebbero rimaste tra non guari scoperte. Intanto la fanteria pesante romana aveva fatto impeto nel centro della sottile linea cartaginese, ne spianava la curva e lo costringeva a retrocedere. Questa vittoria apparente delle due prime linee romane trascinò la riserva (i triarii), i comandanti romani non essendosi accorti che le ali della fanteria cartaginese non erano ancora entrate in azione; cosicchè, quando la linea romana piegata in due ad angolo ottuso, fu penetrata abbastanza nel vuoto, ch’essa con il proprio impeto si apriva dinanzi, i due corpi laterali degli Africani, fatta una lieve conversione, attaccarono di fianco i Romani. Il cuneo era preso a sua volta in una tanaglia. Ma l’esercito di Varrone era tanto più numeroso, che avrebbe potuto far fronte all’assalto laterale e frontale, se in quel momento la cavalleria pesante cartaginese, vincitrice dei due corpi avversari, non avesse assalito i Romani alle spalle. Non ci fu prodezza che potesse liberare i Romani dall’accerchiamento. Seguì un macello, nel quale caddero circa 70.000 uomini, un console — Paolo Emilio — due proconsoli, due questori, ventun tribuni militari, ottanta senatori. Diecimila uomini, lasciati a guardia dell’accampamento romano, furono dopo la battaglia assaliti e fatti prigionieri. I Cartaginesi non avevano perduto che 8000 uomini[45].


52. La lotta per la Sicilia (216-210). — Immenso fu lo sgomento, non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo mediterraneo. Questa volta l’Italia meridionale si scosse. I Bruzzi, i Lucani, una parte degli Apuli, tutti i Sanniti ad eccezione dei Pentri, passarono dalla parte dell’invasore. Si ribellarono in parte la Magna Grecia e la Campania; Capua aprì le porte ad Annibale; Filippo di Macedonia, sino ad allora tentennante, fece finalmente causa comune con Cartagine[46]. Il colpo era stato così forte, che Roma abbandonò ogni proposito di offensiva; diede tregua alle sue lotte interne; raccolse quanti soldati potè; li affidò a un valente generale, il pretore Marco Claudio Marcello, il quale fu contento di impedire che Annibale si impadronisse di tutta la Campania e, in questa, di un porto. Annibale invece, ormai stabilito saldamente nell’Italia meridionale, si volge ad attuare la seconda parte, la decisiva, del suo disegno: ricongiungersi con Cartagine attraverso la Sicilia riconquistata. La guerra si allarga e nel tempo stesso si spezzetta in piccole operazioni parziali.

Gli ultimi mesi del 216 furono spesi in combattimenti poco importanti tra Annibale e Marcello in Campania. Annibale prese Nocera, Acerra e Casilino; i Romani salvarono Cuma, Nola e Napoli. Ma la guerra ridivampò nel 215, e non in Italia soltanto; anzi fuori d’Italia più che entro i suoi confini. Nella Spagna, i Romani fecero notevoli progressi a sud dell’Ebro, perchè Asdrubale, che comandava in Spagna, fu costretto a ritornare in Africa per domare una rivolta di Siface, re dei Numidi, sobillata dai Romani. A loro volta i Cartaginesi prepararono grandi rinforzi da mandare in Italia e tentarono un attacco alla Sardegna che non riuscì. In Italia Cartaginesi e Romani continuarono a battagliare in Campania ed in Apulia, in scontri di poco rilievo, senza che Annibale riescisse a conquistare un porto e senza che Roma riuscisse a riprendere Capua. Cosicchè la guerra sembrò languire in Italia; ma non rallentò l’alacrità di Annibale che, se non diede nessuna grande battaglia, in compenso riuscì in quest’anno a conchiudere un trattato di alleanza con Filippo di Macedonia e incominciò a porre ad effetto il suo disegno sulla Sicilia. Per sua istigazione, essendo morto il re Gerone, il vecchio e fido amico di Roma, suo nipote Geronimo denunciò l’alleanza con Roma e si alleò con Cartagine. L’attacco alla Sicilia, preparato di lunga mano, incominciava.

A tirar le somme, gli eventi del 215 erano stati piuttosto sfavorevoli a Roma, e massime in Sicilia. A Roma non sfuggì che lì doveva decidersi la guerra, poichè, perduta la Sicilia, Roma sarebbe stata accerchiata da tutte le parti. Non meno di quattro legioni furono reclutate l’anno seguente — il 214 — per essere mandate in Sicilia; e furono poste al comando del miglior generale che Roma avesse: Marco Claudio Marcello. A sua volta Cartagine fece grandi preparativi per una spedizione in Sicilia. In Italia invece continuò il minuto guerreggiare, come continuarono in Spagna i progressi dei Romani, che ampliarono la loro dominazione nella parte meridionale e incominciarono a riedificare Sagunto. Una nuova guerra si aggiunse infine alle altre in questo anno, e contro Filippo di Macedonia. Il Re di Macedonia si era impegnato a rinforzar la flotta cartaginese di 200 navi e a tentare uno sbarco sulle coste dell’Italia: ma, non avendo sicure comunicazioni nè con Annibale nè con Cartagine, e non essendo uomo molto animoso, agì con poco vigore e non die’ molto filo da torcere a M. Valerio Levino, che Roma aveva mandato a combatterlo. Cosicchè l’annata sarebbe stata buona per i Romani, se le cose non fossero precipitate in Siracusa. Poco dopo essersi alleato con Cartagine, Geronimo era stato ucciso da una congiura e la monarchia abolita; lì per lì era sembrato che il potere passasse nelle mani del partito aristocratico, favorevole ai Romani; ma poco di poi una rivoluzione democratica rovesciava il governo e riconfermava l’alleanza con Cartagine. Marcello, che da principio era ricorso alle trattative, non esitò più; marciò contro Siracusa e la cinse d’assedio.

Nel 213 la guerra continuò a volger favorevole ai Romani in Spagna ed in Illiria; e non troppo male in Italia, dove essi presero Arpi e riuscirono ancora a impedire ad Annibale di conquistare un porto. Ma i grandi eventi si svolgono quest’anno in Sicilia. Cartagine occupa Agrigento e spedisce una flotta in aiuto di Siracusa; l’isola si solleva in buona parte contro i Romani; Siracusa si difende con grande energia — tra i suoi difensori c’era Archimede —; Marcello prosegue le operazioni di assedio e si difende contro gli attacchi dei Cartaginesi con straordinario vigore. Dal suo esercito dipende il tutto: se Marcello prende Siracusa, Roma può sperar di salvare la Sicilia; se Marcello è distrutto sotto Siracusa, le sorti della guerra pericolano. Tutto l’anno si combatte accanitamente in Sicilia. Al principio del 212 Annibale riesce finalmente ad impadronirsi di Taranto; del porto dove l’armata macedone e la cartaginese avrebbero potuto riunirsi, per disputare a Roma il dominio del mare e terminar la conquista della Sicilia. Colpo grave per Roma, mentre ancora pendevano incerte le sorti della guerra intorno a Siracusa! Per rifarsene, il senato ricorse agli accorgimenti diplomatici e alle armi: stipulò con la lega etolica un’alleanza, impegnandola a combattere Filippo; approfittò della lontananza di Annibale, che era andato a Taranto con il fiore delle sue forze, per stringere d’assedio Capua. Ma ben presto Roma ricevette un compenso molto maggiore: Siracusa. Non ostante i vigorosi sforzi fatti da Cartagine per soccorrere Siracusa, Marcello se ne impadronì. La immensa preda ristorò le stremate finanze della repubblica, e la vittoria rialzò le sorti delle armi romane in Sicilia. L’isola però non era ancora riconquistata; perchè i Cartaginesi si mantenevano in Agrigento, risoluti alla estrema resistenza.

Nel 211, la guerra ricominciò più accanita che mai. Roma potè vantare una grande vittoria in Italia, riprendendo Capua. Invano Annibale era accorso da Taranto in aiuto; e aveva tentato perfino, per distogliere una parte dell’esercito romano dall’assedio e per facilitare una riscossa degli assediati, di simulare una marcia su Roma. Le forze di Annibale erano troppo piccole; nè la finta su Roma ingannò i Romani. La caduta di Capua fu un fiero colpo per il prestigio di Annibale in tutta l’Italia meridionale, che da questo momento incominciò a dubitare della sua fortuna. Le tre debolezze di Annibale erano ormai palesi: la fiacchezza di Filippo di Macedonia, che Roma veniva avvolgendo in una fitta rete di intrighi diplomatici; le comunicazioni con Cartagine, difficili perchè Roma era ancor troppo forte in Sicilia e sul mare; la mancanza di macchine per gli assedi. Si rimprovera di solito a Cartagine di aver sostenuto Annibale troppo poco: ma come giudicare, sapendo così male quel che Cartagine fece e quello che era in grado di fare? Non essendo dubbio che Cartagine molto fece per soccorrere la Spagna e per riconquistar la Sicilia, è lecito chiedersi se essa non abbia fatto di più, perchè non poteva, con di mezzo il bastione della Sicilia, il mare vigilato dalle forze romane e tutti i porti per molti anni in potere del nemico. Comunque sia, la caduta di Capua era una sciagura per Annibale, non un colpo mortale. Egli disponeva ancora di forze ingenti e di numerosi appoggi in Sicilia; i Cartaginesi si reggevano ad Agrigento, e in quello stesso anno la fortuna si volgeva ad un tratto contro i Romani in Spagna. Asdrubale, composte le cose di Africa, era tornato, e aveva ricacciati i Romani al di là dell’Ebro. I due Scipioni, che comandavano l’esercito, erano stati uccisi e le loro legioni poco meno che annientate.


53. La battaglia del Metauro (207). — Nel 210, mentre in Italia continuavano i piccoli scontri tra Annibale e gli eserciti romani, finalmente cadeva Agrigento, e i Cartaginesi sgombravano la Sicilia. L’isola ritornava in potere di Roma. Il colpo era fiero per Annibale, a cui falliva per sempre quel sicuro congiungimento con l’Africa attraverso l’isola riconquistata, a cui è probabile egli mirasse sin dalle prime mosse. Tuttavia Annibale non si scoraggiò. La vittoria era costata a Roma carissima. Da parecchi anni si tenevano sotto le armi più di 20 legioni, oltre i contingenti alleati e la flotta, ossia più di 200,000 uomini; l’erario era stremato; l’Italia a metà rovinata, per le devastazioni, le morti, le imposte, lo scempio dell’agricoltura derelitta, in mezzo a tanto tumulto di armi. In quest’anno poi l’Italia fu desolata da una terribile carestia, a cui soltanto l’amicizia del re d’Egitto, che fornì grano, portò sollievo. Annibale pensò che un colpo vigoroso rovescerebbe il crollante nemico; e poichè, fallito il disegno della Sicilia, non poteva più aspettar rinforzi dal mare, pensò di chiamarli per terra, per la medesima via per la quale egli era venuto. Ora che la Spagna, dopo le vittorie del 211, era di nuovo in potere dei Cartaginesi, il disegno poteva riuscire. D’accordo con il governo di Cartagine, il fratello suo, Asdrubale, preparerebbe un forte esercito in Spagna e con quello rifarebbe il cammino di Annibale, per piombare sull’Italia, esausta da tanti anni di guerre, congiungersi a lui e vibrare il colpo decisivo.

Roma ebbe sentore di questo nuovo disegno e mandò in Spagna un uomo capace: Publio Cornelio Scipione, il figlio del console che aveva comandato alla Trebbia e che era stato ucciso poco prima in Spagna. Per la nobiltà del sangue, le prove di valore già date, l’ingegno e la cortesia dei modi, il giovane Scipione, che nel 211 aveva 24 anni, era popolarissimo; e a lui molti pensarono, in quel gran bisogno di generali, con tanti eserciti da comandare, per la impresa di Spagna. Ma a quell’età egli non poteva essere nè pretore nè console.... Una legge tolse di mezzo la difficoltà legale, conferendogli l’autorità di proconsole; provvida legge, chè, appena giunto, nel 209, Scipione tentò un colpo magistrale: l’assalto di Cartagena, la capitale dell’impero punico-spagnolo, giudicata da tutti inespugnabile. La città fu presa, o piuttosto sorpresa con un unico assalto, insieme con le provvigioni, le riserve metalliche — circa 600 talenti — e un ricco bottino; e subito in tutta la penisola scoppiò una insurrezione anticartaginese, che inchiodò i tre generali punici operanti nelle diverse regioni della Spagna. In questo stesso anno, i Romani riuscivano a ripigliar Taranto, che fu, come Siracusa, spietatamente saccheggiata.

Il 209 era stato dunque un anno piuttosto buono per i Romani. Ma intanto Asdrubale allestiva il nuovo esercito; e nel 208, mentre i Romani perdevano in Italia Marcello, il loro più grande generale, che fu ucciso in Lucania; e in Oriente riuscivano a muovere contro Filippo Attalo, Re di Pergamo, Scipione in Spagna non riuscì a fermare Asdrubale. Gli diede battaglia a Baecula, sul Baetis; disse di averlo vinto; ma Asdrubale passò, varcò i Pirenei prima, e poi le Alpi molto più facilmente che suo fratello, perchè, in dieci anni di guerra, le popolazioni alpine si erano avvezzate al passaggio degli eserciti. Nei primi mesi del 207, Asdrubale compariva inaspettato nella valle del Po, alla testa di un forte esercito; eccitava di nuovo i Galli, gli Etruschi, gli Umbri alla rivolta. Il terrore dei Romani e degli Italici, rimasti fedeli, fu immenso. Roma parve perduta, se Asdrubale e Annibale riuscissero a congiungersi. In fretta e furia il console Marco Livio Salinatore fu mandato verso il settentrione contro Asdrubale; il suo collega, Caio Claudio Nerone, fu spedito a mezzogiorno a fronteggiare Annibale, che era in Apulia. Il primo, giunto a Sena Gallica, deliberò di aspettar Asdrubale, che intendeva prendere da Fano la via Flaminia e forse congiungersi con Annibale sulla via di Roma; Nerone battagliò con varia fortuna contro Annibale, e parve riuscisse a trattenerlo in Apulia, sebbene probabilmente Annibale non intendesse ancora avviarsi incontro al fratello, non avendo di lui notizie e non supponendo che potesse giungere così presto. Quando, un giorno, intercettata una lettera che Asdrubale spediva ad Annibale, Nerone viene a sapere che Asdrubale marcia alla volta di Fano e della via Flaminia. Congetturando a ragione che tra pochi giorni il collega sarebbe alle prese con Asdrubale, e che una disfatta sarebbe irreparabile, egli si assume una tremenda responsabilità: sceglie 7000 uomini nel suo esercito, i migliori; corre di nascosto, lasciando il resto a fronteggiare Annibale, a marce forzate, camminando notte e giorno, in aiuto di Livio; e giunge proprio come il salvatore, al momento in cui Livio doveva o lasciar il passo ad Asdrubale sulla via Flaminia o attaccarlo.... La battaglia ebbe luogo presso il Metauro, in un luogo che giace non lungi dall’odierna Cagli (nelle Marche). La bravura di Nerone e i suoi 7000 uomini decisero della vittoria. Asdrubale fu vinto e ucciso; il suo esercito annientato. Anche questo nuovo piano di Annibale falliva, per la prontezza di Nerone e per un accidente singolare: perchè Asdrubale, avendo incontrato minore difficoltà nelle Alpi, era arrivato in Italia innanzi il previsto.


54. La controffensiva romana (207-202). — La battaglia del Metauro migliorò molto le sorti della guerra per i Romani. Annibale sgombrò l’Apulia e la Lucania e si ridusse sulla difesa nel paese dei Bruzzi; la guerra languì in Italia, dove i Romani ridussero l’esercito. Anche meglio procedettero le cose per Roma, fuori d’Italia. L’anno successivo — il 206 — i Cartaginesi furon sconfitti da Scipione di nuovo a Baecula; e quasi tutta la Spagna cadde in potere di Roma. Cartagine cercò rifarsi, mandando Magone con gli avanzi dell’esercito a tentare un assalto sull’Italia. Nel 205 Magone prese Genova, arruolò Liguri e Galli, tentò di sollevare l’Etruria: ma con le poche forze di cui disponeva non potè far nulla che contasse davvero. In questo stesso anno anche Filippo di Macedonia, stanco della guerra decennale coi Greci, coi Romani e coi loro alleati, dopo avere, pochi mesi innanzi, concluso pace coi primi, regolava definitivamente la sua lunga vertenza coi Romani in Illiria, e si ritirava dalla guerra.

Si avvicinava il giorno in cui Roma potrebbe finalmente, dopo essersi così a lungo difesa, attaccare Cartagine. In quell’anno stesso P. Cornelio Scipione, reduce dalla Spagna, appena eletto console, chiedeva ai senato di riprendere il piano fallito ad Atilio Regolo nella prima guerra punica, e vagheggiato un istante al principio della seconda: portare la guerra in Africa. Scipione era uomo da tanto; e le condizioni delle armi ormai così favorevoli come non erano state mai. Ma le difficoltà erano in patria, nella stessa Roma. Dileguato il pericolo, di nuovo la concordia tra i partiti veniva meno: quel giovane, che presumeva tanto di sè, e per cui era stata già violata la legge dell’età, suscitava invidie e diffidenze; molti ricordavano con terrore la sorte di Atilio Regolo. Insomma, il senato era avverso. Scipione dovè minacciare di appellarsi all’assemblea delle tribù. Solo dopo questa minaccia ottenne la provincia di Sicilia, con il permesso di recarsi nel territorio cartaginese, se l’avesse reputato opportuno; e potè partire per l’Africa al principio del 204, con 35.000 soldati, 40 navi da guerra e 40 da carico.

Come Annibale al suo primo arrivo in Italia, Scipione pensava staccare da Cartagine i suoi alleati. A tale scopo egli contava molto su Siface, il re di Numidia, con cui, fino a poco prima, i Cartaginesi erano stati in guerra. Ma proprio allora Siface fece pace con Cartagine, cui portò 50.000 fanti e 10.000 cavalli; onde a Scipione non restò che intendersi con un altro capo numida, il re Massinissa, un rivale di Siface, che aveva militato in Spagna con Asdrubale, ma che Cartagine aveva all’ultimo abbandonato per il suo avversario; onde allora si trovava senza regno. Scipione dovè dunque incominciare la guerra con i suoi 35.000 uomini, e con questi pose l’assedio ad Utica. Ma dovette levarlo, quando i Cartaginesi e Siface si avvicinarono con forze preponderanti; e ridursi in un campo trincerato, su un promontorio tra Utica e Cartagine, dove passò l’inverno, avviando trattative di pace, più per ingannare la vigilanza del nemico che per il serio proposito di riescire. A primavera infatti, sorprendendoli all’impensata, Scipione riuscì a sconfiggere separatamente prima i Numidi e poi i Cartaginesi. Li sconfisse poi una seconda volta in una battaglia campale, in seguito alla quale Massinissa invase, alla testa di forze romane, il regno di Siface, vinse e fece prigioniero il Re. Dopo questi rovesci Cartagine aprì trattative di pace. Scipione chiese, oltre una indennità, la Spagna. Fu trattato intanto un armistizio, a condizione che Annibale e Magone sarebbero richiamati dall’Italia. Il triste messaggio raggiunse il grande cartaginese in Calabria, nell’antica Cotrone, non lungi da quel promontorio Lacinio, dove, negli ultimi anni del suo soggiorno nella penisola, su un altare dedicato a Giunone, egli aveva vergato nel bronzo, in greco ed in punico, quella narrazione delle sue gesta, che doveva servire di traccia all’opera magistrale di Polibio. Egli meditava allora, ed ordiva per la seconda volta, un nuovo piano di alleanza con la Macedonia. Ciò non pertanto obbedì, e, non mai vinto, sgombrò volontariamente quel suolo, che teneva da più di tre lustri. Ma l’annunzio della partenza e del ritorno di Annibale, se fu per l’Italia, come il rimuoversi di uno spavento orribile, riuscì fatale a Cartagine. Il partito della guerra rialzò il capo. Un’armata romana, incaricata del rifornimento dell’esercito di Scipione, fu catturata; le ostilità rinnovate, e Annibale costretto a mettersi a capo di una nuova guerra, mentre era venuto solo per suggellare una pace.


55. Zama (202). — La battaglia decisiva fu combattuta in territorio numidico, presso Zama. L’ordinamento che quel giorno Annibale dette ai suoi soldati richiama quello dei più celebri fatti d’arme della campagna d’Italia. Collocò i mercenari, che Cartagine aveva da poco arruolati, nella prima linea, fiancheggiati dalla sua eccellente cavalleria e sostenuti da ottanta elefanti da guerra. Essi dovevano affrontare i legionari romani, appena questi fossero stati scompigliati dall’urto degli elefanti, e, se quelle bestie fossero respinte o fermate, infliggere, sostenuti dalla seconda linea — le milizie nazionali cartaginesi — una prima sconfitta al nemico, se potessero, se no, logorare o stancare l’avversario, sia pur facendosi sconfiggere e terminando col retrocedere. Interverrebbe allora a dar l’ultimo e decisivo colpo la terza linea, composta di veterani reduci dalle campagne d’Italia.

Scipione invece dispose, come al solito, l’esercito su tre linee, ma non, come i generali romani solevano, a scacchiere; bensì lasciando tra i manipoli delle tre linee intervalli che si corrispondessero, in modo che tra i manipoli corressero dei corridoi, lunghi quanto l’esercito. Negli intervalli dei manipoli di avanguardia dispose i veliti, che, all’arrivo degli elefanti, dovevano, fuggendo e disperdendosi, tirare gli animali in questi corridoi aperti tra i manipoli, dove sarebbero stati saettati dalle due parti. Senonchè questo accorgimento riuscì in gran parte inutile. Spaventati dal suono delle trombe e aizzati dalle punture delle frecce dei veliti romani, la maggior parte degli elefanti si rovesciò sulla cavalleria cartaginese dell’ala sinistra, rendendo così facile al corpo avversario della cavalleria romana di caricarla e di metterla in fuga. La grande macchina dei successi annibalici, la vittoria iniziale della cavalleria, era questa volta rovesciata a pro dei Romani; e l’insuccesso riusciva più grave, perchè l’altra ala della cavalleria cartaginese era al tempo stesso sbaragliata.

Era dunque urgente per Annibale che la battaglia fosse decisa prima del ritorno offensivo della cavalleria nemica vincitrice. Ma se la sua prima linea combattè con onore, gli fu quasi impossibile far muovere la seconda, quella composta di Cartaginesi arruolati da poco e che, poco agguerrita, fu presa da panico. I mercenari della prima linea si credettero traditi, e si gettarono infuriati sulla seconda linea: sulle due parti dell’esercito cartaginese che si azzuffavano piombò allora la massa romana, tramutando quel macello in fuga. Ma Annibale non si die’ per vinto: raccolse alle ali quel che rimaneva della prima e della seconda linea, mentre Scipione imbarazzato dai cadaveri, che gli giacevano innanzi, in mezzo al campo, allungava il suo fronte collocando ai lati la seconda e la terza linea e nel centro quel che gli restava della prima. Così i due eserciti vennero all’urto finale, che fu terribile. Le sorti del combattimento apparivano ancora incerte, allorchè alle spalle delle milizie di Annibale comparve la cavalleria dei Romani, reduce dall’inseguimento nemico. L’esercito cartaginese fu avvolto; e la mossa e la sorpresa di Canne si rinnovarono. Dei 60.000 cartaginesi, ben 20.000 rimasero sul campo, ed altrettanti furono fatti prigionieri; lo stesso Annibale potè salvarsi a stento con un pugno di cavalieri ad Hadrumetum[47].

Da Hadrumetum il generale si recò tosto a Cartagine a consigliare, come quarant’anni prima, suo padre, dopo le Egadi, la pace. E la pace fu fatta. Cartagine riconosceva il nuovo regno di Numidia nella persona di Massinissa; entro i confini che Roma le avrebbe indicati. Si impegnava a pagare a questa, per cinquant’anni, una contribuzione annuale di 200 talenti; a consegnare, salvo dieci, tutte le navi e gli elefanti da guerra; ad abbandonare, per ora e per l’avvenire, ogni conquista esterna; a limitare i suoi armamenti, rinunziando alle leve dei mercenari stranieri; a far guerra in Africa solo con licenza dei Romani (201). Così, dopo poco più di sessant’anni di guerra, il più grande Stato dell’Occidente, europeo ed africano, spariva dal numero delle grandi potenze.

Roma aveva vinto perchè, possedendo la Sicilia, aveva per sè il vantaggio strategico, cosicchè Cartagine dovè attaccarla con il lungo giro fatto da Annibale; perchè, per la maggior parte della guerra, si tenne sulla difesa e non passò all’offesa che sull’ultimo; perchè le colonie latine rimasero fedeli, cingendola di una corazza di fortezze invincibili; e perchè dei sudditi, Galli, Italici, Greci ed Etruschi, solo una parte si ribellò. A queste tre ragioni conviene aggiungerne una quarta: l’esercito di coscrizione. Gli eserciti romani, reclutati con leve obbligatorie, erano più scadenti degli eserciti cartaginesi, composti di soldati di mestiere; onde si spiegano le gravi disfatte dei primi anni. Ma in compenso Roma potè disporre di forze più numerose; onde alla fine, la guerra essendo durata così a lungo, la quantità vinse la qualità.